martedì, febbraio 27, 2007

IL RITORNO DI JONNY LOGAN

Sicuramente meritevole l’iniziativa delle edizioni LoSupponevo di ristampare cronologicamente “Jonny Logan”, serie a fumetti italiana pubblicata dalla gloriosa Dardo e ormai sepolta da decenni nella memoria e in quegli anni settanta che le diedero i natali. Considerata la pletora di “ritornanti” di carta sempre uguali che affollano le fumetterie, riesumare la creatura di Romano Garofalo e Ghilbert (che - sappiamo oggi - altro non era che Leone Cimpellin, noto per le sue collaborazioni con Max Bunker) è una scelta decisamente controcorrente. Controcorrente come già era controcorrente “Jonny Logan” (scritto Jonny, senza H), che benché sfoggiasse come titolo delle generalità apparentemente anglofone, era un fumetto ambientato in Italia, e che proprio ai vizi e alle virtù del nostro paese attingeva per speziare le sue storie. Jonny Logan era infatti il nome di battaglia (con palese strizzata d’occhio all’esterofilia dilagante su altri fumetti nostrani) di Giovanni Loganetti, bizzarro avventuriero e inventore pasticcione, personaggio emergente in mezzo a una cricca di scalcinati investigatori: i Cacciatori di Taglie, indicati con civetteria come i “C.T.”. L’editoriale di presentazione del numero uno di “Jonny Logan Collection” sottolinea giustamente l’aspetto italianissimo della serie, che sia pure rivolta a un pubblico di lettori adolescenti non risparmiava riferimenti arditi alla cronaca di quegli anni.
Dato dunque a Cesare quel che è di Cesare, e riconosciuto l’interesse di recuperare uno dei fumetti più ignorati negli ultimi decenni, è il momento di trasgredire al “politically correct” e parlare di quello che poche (nessuna?) tra le recensioni ultimamente uscite a proposito del ritorno di “Jonny” si è sognata di ricordare. Forse per una smodata voglia di buonismo o solo per marcare altri aspetti più felici dell’opera in questione. Facciamo il salto nel buio, allora, e diciamolo: Jonny Logan nasceva come clone di un altro, popolarissimo, fumetto italiano dal formato identico: Alan Ford.

In un interessante articolo dedicato a Leone Cimpellin (che disegnava Jonny Logan con lo pseudonimo di Ghilbert) e pubblicato su SuccoAcido, è affermato che “a torto” la serie di Romano Garofalo era considerata una “copia” di Alan Ford, “neanche tutti i supereroi fossero una copia di Superman”. E’ possibile dissentire da quest’ultima osservazione. E parecchio. Sì, indubbiamente Superman è stato il capostipite di un’interminabile progenie. Ma al di là delle tante copie carbone dell’uomo d’acciaio (o dei tanti personaggi speculari tra le scuderie Marvel e DC) quello che resta è l’idea base del giustiziere dalla doppia identità, palinsesto su cui sono state scritte anche pagine decisamente originali. L’Uomo Ragno, per esempio, ha una parentela lontanissima con l’ultimo figlio di Kripton, come a loro volta i mutanti X-Men hanno aperto il mondo dei supereroi a temi sociali che agli inizi erano del tutto assenti nelle avventure di Superman.
Si potrebbe dibattere a lungo, ma torniamo a Jonny Logan. Sin dal primo episodio, il lettore fa la conoscenza di due gemelli combinaguai, Trik e Truk, e del tormentone che li caratterizzerà per tutta la durata della serie. Puntualmente uno dei due chiama il gemello con il proprio nome, dimostrando quanto essi stessi siano confusi sulla propria identità: “Idiota! Trik sei tu! Non io!”. Una gag che era già stata sfruttata nell’episodio di Alan Ford intitolato “Frit Frut”, dove Alan doveva vedersela con due killer (Frit e Frut, per l’appunto) anch’essi gemelli, anch’essi stolidi, anch’essi armati (oltre che di affilatissimi rasoi da barbiere) della stessa identica gag (“Imbecille! Frit, sei tu!” che oltretutto ripetevano fino alla fine dell’avventura). Che Jonny Logan partisse, dunque, sulla falsariga del successo di Alan Ford è evidente, e non c’è niente di male oggi a ricordarlo. Potremmo glissare sul nome di testata (anglofono e musicale in entrambi i casi, nonostante la serie di Garofalo e Ghilbert fosse ambientata in Italia), così come sulla scelta di dare al protagonista il volto di un attore celebre (Peter O’Toole per Alan Ford, l’italianissimo Lando Buzzanca per Jonny Logan), espediente in realtà già sfruttatissimo. Il tasto dolente sta nella caratterizzazione di alcuni personaggi fissi del cast. Il professore ricorda moltissimo un Numero Uno cui non serve la sedia a rotelle. E soprattutto Ben Talpa, tappo occhialuto, è una riconoscibile controfigura di Bob Rock, spalla di sempre di Alan Ford. I C.T. (Cacciatori di taglie) sono una evidente variazione sul tema del gruppo di spie T.N.T. (una sigla assonante per nome e stessa atmosfera di organizzazione scalcinata).
Le somiglianze non finirebbero qui, ma è meglio fermarsi. Sì, perché la somiglianza tra Jonny e Alan non è realmente importante. Non più. Pur partendo sulla scia di un altro prodotto, Jonny Logan riuscì a elaborare un linguaggio proprio, dando voce ad ambienti italiani e alle loro follie. Merito non da poco, soprattutto considerati gli anni in cui fu dato alle stampe.
E’ comunque interessante, in un periodo in cui l’esterofilia sembra aver rialzato la testa, riscoprire un fumetto come Jonny Logan. Un fumetto che ebbe il coraggio di osare il passo sul quale Alan Ford restò sempre troppo timido: essere una dichiarata satira dei nostri tempi, del nostro paese, dei nostri costumi.
Bentornati, quindi, Garofalo e Ghilbert.

lunedì, febbraio 12, 2007

TORNA LOST! E ANCHE LE TEORIE...

Mercoledì scorso, in America, è finalmente ripartita la corsa di LOST. Una ripresa che segue l’intervallo di qualche mese voluto dalla produzione dopo la messa in onda della sesta puntata della terza stagione. Una pausa che ha messo a dura prova la passione di molti spettatori affezionati anche nel nostro paese. Sì, perché LOST continua bene o male a essere un fenomeno mediatico senza precedenti, e la corsa agli episodi freschi di trasmissione, in lingua originale, continua febbrile. Si moltiplicano adesso anche le voci contraddittorie sul destino di questa serie. Secondo un articolo pubblicato su Corriere.it (Attenzione! Prima di leggerlo, tenente conto che, per chi non ha ancora visto la seconda stagione, questo articolo contiene numerosi spoiler), l’intervallo tra il sesto e il settimo episodio, avrebbe fatto parte di una strategia di marketing volta a valutare l’audience e a decidere se realizzare una quarta stagione o terminare la serie con la terza. Gli ascolti statunitensi non sembrano aver premiato questa prima parte del terzo atto della saga dei naufraghi, e qualche voce comincerebbe a ventilare l’ipotesi che LOST giungerà a termine con la stagione attualmente in corso. Voce, già confutata dall’esegesi di fans della prima ora e blog televisivi, che, lette le fonti ufficiali, affermano che – calo di ascolti, a parte – la quarta stagione si farà comunque.
Per qualcuno potrà anche essere una buona notizia. Io non ne sono molto sicuro. E’ vero, la settima puntata introduce spunti nuovi e scardina il punto di vista della serie avuto nelle stagioni precedenti. Ma lo fa sommando nuovi interrogativi ai mille già esistenti, presentando l’ormai consueto mix di fantascienza, complotti e paranormale, che se da un lato ha affascinato tanti spettatori, comincia a rendere tutto troppo vago, e alla lunga indigesto.
Dopo le decine di ipotesi sui misteri dell’isola formulate dagli appassionati, tutte regolarmente smentite dagli autori della serie, il rischio delusione diventa veramente alto. E se i personaggi centrali conservano il loro carisma, e i nuovi arrivati presentano situazioni intriganti, è pur vero che un racconto per essere realmente efficace, ha bisogno di un ingrediente fondamentale: un finale raggiunto con ritmo.
Attualmente LOST è come un muscolo teso allo spasimo che sostiene il peso dell’attenzione guadagnata. Il tempo di resistenza massima è tutto da vedere. Ma converrebbe mettere giù lo strumento ginnico con eleganza, magari con un sorriso al proprio pubblico, anziché lasciarlo poi cadere di schianto.

domenica, febbraio 11, 2007

DICO... IO!

Si era iniziato parlando di PACS, con buona pace dell’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali. Oggi ci vediamo presentare i DICO, ma la musica non cambia. O meglio, il concerto è sempre di una cacofonia mostruosa. Ci sentiamo dire da qualcuno che è “già qualcosa”, da altri che sono “un attentato all’istituzione familiare”. Non una parola sul fatto che esiste una direttiva europea, alla quale l’Italia avrebbe l’obbligo di adeguarsi in tempi brevi, per dirimere l’annosa questione dei diritti delle coppie gay. Un ginepraio a causa del quale il nostro paese rischia anche una sanzione. Ma nell’aria che gli italiani respirano deve esserci qualcosa di strano, perché tutti sembrano preferire non vedere, non sapere e di conseguenza non parlare. La chiesa continua ovviamente a tuonare contro la nuova figura giuridica presentata dall’attuale governo, senza rendersi conto (pare) di quanto questa sia annacquata. I DICO (“DIritti dei COnviventi” o “DIscriminare le Coppie Omosessuali”?) prevedono un riconoscimento per le coppie che avranno convissuto per almeno nove anni. Ma quante coppie, allo stato attuale, saranno in grado di dimostrare di appartenere allo stesso nucleo familiare? Quante negli anni trascorsi hanno avuto la possibilità di sottoscrivere un registro delle unioni civili? Un numero assolutamente irrisorio. Non potendo godere della retroattività, dunque, molte coppie gay consolidate (e ne esistono) dovranno ripercorrere l’iter burocratico da zero. Ed essendo, in molti casi, composte da persone mature (e le coppie che hanno superato i dieci anni di convivenza di solito lo sono), le possibilità di usufruire dei diritti previsti dai DICO si riducono quasi a zero. Sì, perché in caso di malattia o di morte, in questo civilissimo paese tutti gli anni già vissuti insieme non conteranno proprio nulla. I DICO sono pertanto proiettati nel futuro. Un decennio che riguarderà per lo più le coppie giovanissime. Inoltre, la previsione dei nove anni di convivenza, sembra voler essere un iniquo banco di prova per le coppie in questione. E nove anni, inutile nascondersi dietro un dito, sono un periodo piuttosto lungo. Ma quante coppie eterosessuali superano la boa dei dieci anni di convivenza? Non dimentichiamo, poi, che in dieci anni, ovviamente, può succedere di tutto. Nel bene e nel male. Per questo i DICO danno l’idea di un utile pasticcio, comodo solo per poter passare ad altre questioni.
Nel frattempo, ci tocca ancora sentire parlare di oltraggio alla famiglia e ascoltare politici da operetta affermare che: “molte coppie eterosessuali sceglieranno (sbagliando!) di usufruire dei DICO, mandando alla deriva l’unica vera famiglia possibile”. Ma perché mai, una coppia eterosessuale dovrebbe spararsi sulle palle, e mettere davanti al riconoscimento dei propri sacrosanti diritti l’ostacolo di nove lunghi anni, quando hanno sempre la possibilità di sposarsi. Perché dovrebbero, loro che possono?
L’Italia è uno strano paese. Si parla tanto, si pensa troppo poco. Resta solo la certezza dell’esistenza di cittadini di serie B. Quelle coppie di fatto che, durante la lunga attesa per aver riconosciuti dei diritti fondamentali, dovranno continuare a pagare le tasse come chiunque altro.