lunedì, aprile 15, 2013

Witch Doctor


Si comincia con un bell'esorcismo. Vomito inusuale ed esercizi a corpo libero.
Si direbbe un classico, ma non è proprio quello che ci aspettiamo...

Witch Doctor è il primo fumetto (dopo, ovviamente The Walking Dead) dell'etichetta Skybound, fondata dal popolare Robert Kirkman, a uscire in Italia. Un esordio felice per qualità e dati di vendita. Una vera ventata di aria fresca nel genere horror che forse più di altri, oggi, ha bisogno di essere svecchiato. Una serie scanzonata e dinamica che impone, in questo primo volume intitolato Sotto i ferri, un protagonista non del tutto inedito, ma certamente poco frequentato dal media fumetto. Benché lo stesso Robert Kirman, nella sua prefazione al volume, parli di originalità, quel che emerge dal lavoro di Brandon Seifert e Lukas Ketner dimostra una volta di più che a contare non è tanto la materia quanto la forma. Una forma, in questo caso molto buona, che attinge a miti fantastici variegati e disseminati nel corso del tempo tra media differenti.


L'idea base di un medico (o più medici) che operano in un campo non proprio tradizionale, in un contesto fantastico con echi da medical drama, cova da tempo nell'immaginario collettivo. Abbiamo visto nell'universo DC (la miniserie 52) equipe ospedaliere specializzate nella cura di individui con poteri e delle loro patologie. La serie indipendente (inedita in Italia) MetaDocs, della Antarctic Press, presenta un futuristico ambulatorio specializzato nella cura dei supereroi. Similmente il progetto di J.M. Straczynski (tuttora dormiente) Samaritan X, che sarebbe dovuto entrare a far parte della continuity DC ufficiale prima del recento reboot. E non sono mancate neppure produzioni minori e autoprodotte che hanno giocato con il concetto di medicina metaumana.
 

Nel caso di Witch Doctor non si parla di curare eroi in tuta, ma di stregoneria, qui descritta come una patologia dalle mille facce che necessita di una cura adeguata. Magia, dunque, osservata dall'occhio clinico e distaccato di un approccio parascientifico. Il personaggio del dottor Vincent Morrow (il cui look spiritato ricorda molto l'attore britannico James Nesbitt) è una figura ironica e sfuggente, pedante e arguta che buca la pagina e conquista subito la simpatia del lettore. Le numerose tecnobubbole di cui il medico stregone disserta in ogni capitolo ci ricordano molto alcuni aspetti del televisivo Doctor Who, spesso alle prese con fenomeni spaventosi riconducibili a miti horror, ma spiegati con fantasiose interpretazioni pseudoscientifiche. Un altro tassello del riuscito melange a fumetti è la cosiddetta Università Invisibile, struttura occulta presso la quale si presume il protagonista abbia conseguito la propria specializzazione. Qualcosa di ancora non ben definito, ma che ricorda decisamente, come concetto, la scuola di magia frequentata da Harry Potter.
La serie, inoltre, è ambientata ad Arkham, la città maledetta immaginata da H. P. Lovecraft, e alla mitologia di quest'ultimo attinge parecchio. I Grandi Antichi (qui chiamati Archeonti) rappresentano la causa scatenante di ogni infezione soprannaturale che affligge la terra. Il loro letargo (in termini medici: remissione) è destinato a terminare con l'Apocalisse (ricaduta), ed è compito del dottor Morrow trovare un vaccino prima che accada l'irreparabile.

Non ci troviamo davanti a un'assoluta originalità, ma a una creazione che dal caos dell'immaginario è riuscita a plasmare un proprio universo coerente. L'approccio medico ai fenomeni paranormali è sicuramente spassoso e le caratterizzazioni vivaci. I personaggi hanno carisma e sono suscettibili di ulteriori evoluzioni interessanti. Il lettore è posto in medias res di fronte al singolare lavoro del dottor Morrow e del neoassunto assistente, il paramedico Gast, il cui punto di vista, incerto e spiazzato, corrisponderà al nostro. Capitolo dopo capitolo, seguendo un'insinuante sottotrama, scopriremo i metodi del dottor Morrow. Quali sono i suoi strumenti di lavoro, quali i principali punti di riferimento in un universo magico popolato da creature incredibili.

La serie è articolata in episodi apparentemente autoconclusivi come singoli casi clinici, in realtà tessere di un mosaico più grande che prenderà forma capitolo dopo capitolo. La genesi dell'eroe è avvolta nel mistero, e così quella della sua inquietante assistente-paziente: Penny, una giovane donna un tempo umana, ora trasformata in una schizofrenica creatura divoratrice di esseri soprannaturali.

Un ritmo serrato e una buona dose di ironia forniscono alla sceneggiatura di Brandon Seifert un tono sui generis che fa di Witch Doctor un fumetto per niente scontato. Addirittura intelligente nel suo approccio fuori dagli schemi all'abusato genere horror. I disegni di Lukas Ketner, in perfetto equilibrio tra classico e underground completano l'opera in modo più che convincente. In appendice al volume troviamo l'episodio Zero, autoprodotto in America come pilota della serie ed efficace antipasto. In definitiva, Witch Doctor è un fumetto da tenere d'occhio, da godersi come una piacevole vacanza dai tanti cloni commerciali che affollano gli scaffali delle fumetterie ogni mese. Un modo divertente per prendersi cura di se stessi e della propria immaginazione, come un vero toccasana.

Lo dice il dottore.

sabato, marzo 23, 2013

Per il Palermo Pride LGBT Nazionale 2013 (Promo Non Ufficiale)


Palermo Pride LGBT Nazionale 2013: 22 Giugno 2013. La libreria AltroQuando di Palermo offre il suo contributo alla promozione del Palermo Pride LGBT nazionale 2013 con questo slideshow musicale che ne riassume l'estetica personale. Un cocktail "nerd", che ripercorre immagini delle manifestazioni passate, icone riconoscibili della città di Palermo, tra luoghi, personaggi e momenti di lotta storici. Riferimenti alla cultura LGBT mondiale, ma anche alla controcultura internazionale e all'esoterismo riferito alla sessualità come forza liberatrice. Un nostro personale inno alle differenze come humus progressista, speziato da una componente ludica pop, che sfrutta i medesimi meccanismi allegorici della sigla del popolare serial True Blood, ispirato ai romanzi di Charlaine Harris, serie vampiresca dai dichiarati contenuti gay friendly.
La canzone Bad Things è di Jace Everett.








lunedì, marzo 18, 2013

L'infernale Uomo-Cosa


Brian Lazarus non ha pace. Tempo fa aveva pensato di poter scendere a patti con i propri demoni interiori, ma la vita non ha smesso di perseguitarlo. Ossessionato da un nuovo folletto, prodotto dalla sua mente malata, torna dunque là dove anni prima ha conosciuto un breve momento di catarsi. Nei pressi di una palude, in Florida, per rifugiarsi in un edificio fatiscente, scrivere le sue verità e finalmente, forse, morire in pace. Ma altre forze sono in agguato, e spettri del passato si preparano a incrociare nuovamente la sua strada. Una compassionevole ex ballerina e una mostruosa creatura emersa dall'acquitrinio...

Parlare dell'Uomo-Cosa a dei lettori italiani di oggi non è impresa facile.
Per iniziare, è inevitabile affrontare il concetto di clonazione fumettistica (il nome è di comodo) che ha sempre caratterizzato il mondo della nona arte nelle sue espressioni più commerciali, soprattutto nell'ambito del genere dedicato ai supereroi. Se alcuni personaggi Marvel sono nati come palesi riflessi di eroi DC (si pensi, per esempio, a Thor, imparentato tanto con Capitan Marvel-Shazam che con l'altrettanto mitologica Wonder Woman) è vero anche che la genesi di alcuni doppelgänger di carta è confusa e avvolta nel mistero. A volte si parla di nascite talmente vicine da diventare controverse sul concetto di originale e di copia. Un caso strano è proprio quello di Man-Thing (L'Uomo Cosa) e Swamp-Thing, creati entrambi nel 1971, e palesemente usciti dal medesimo stampino. Entrambi nati per incarnare le creature delle paludi che proliferano nei racconti popolari del Sud degli Stati Uniti, condividono parecchie delle linee generali. Uno scienziato che lavora a una formula rivoluzionaria. Un complotto per impadronirsene. L'apparente morte del protagonista nella palude, nella quale cade dopo essere stato esposto al suo composto chimico. La metamorfosi in una creatura fangosa, di natura vegetale, che si trova a diventare (per caso o per scelta) un difensore dell'ambiente e un baluardo contro misteriose forze occulte.


Così riassunte, le origini appena narrate si possono applicare indistintamente a entrambi i personaggi. Tuttavia, l'evoluzione successiva dei due protagonisti prende strade abbastanza differenti. Swamp Thing, sebbene con grandissimo ritardo, ha preso a godere di una discreta notorietà sul suolo italico grazie al magistrale ciclo di Alan Moore, più volte ristampato. Man-Thing, in italiano l'Uomo-Cosa, conta solo una manciata di apparizioni nel nostro paese, spesso come comparsa in storie di eroi più celebri (il tarzanide Ka-Zar, Shang Chi Maestro del Kung Fu) e la sua origine fu pubblicata nei lontani anni settanta sullo storico Corriere della Paura dell'editoriale Corno, curato dall'indimenticabile Maria Grazia Perini (MPG per i fans), che sdoganò in Italia il lato oscuro (cioè il genere horror) della Marvel Comics.
Nel caso dei due ominidi paludosi, dunque, è difficile (oltre che inutile) tentare di stabilire chi sia stato ispiratore per l'altro. Probabilmente trovano origine in un meccanismo sociologico che gli antropologi chiamano poligenesi e convergenza, sarebbero cioè sorti da idee radicate nell'inconscio collettivo di tutti e portate a maturazione in modo autonomo, secondo sensibilità e influenze culturali indipendenti.


Detto questo, possiamo contemplare le differenze tra i due mostri in apparenza così simili. Abbiamo da un lato Swamp Thing, un essere intelligente e potentissimo, sostanzialmente l'avatar del mondo vegetale, memore dei suoi trascorsi umani e in grado di esercitare il suo controllo su tutte le piante del pianeta. Dall'altro, l'Uomo-Cosa, che pur essendo una creatura di fango, pur vivendo nella palude ed essendone sostanzialmente parte, è qualcosa di diverso. Muto, in apparenza privo di intelletto, ma caratterizzato da una forte empatia che lo attira in modo irresistibile verso le emozioni umane più forti, l'Uomo-Cosa è più simile a un catalizzatore di eventi, una sorta di deus ex machina involontario, la cui qualità principale suona simile a un'ordalia: tutto ciò che prova paura brucia al tocco dell'Uomo-Cosa.

Creato da Gerry Conway, Roy Thomas e Gray Morrow in un breve racconto sulle pagine di Savage Tales nr. 1, il Cosone continuò ad apparire in ruoli secondari per approdare poi sulla rivista Adventure into Fear e conquistare una propria personalità più definita grazie allo sceneggiatore Steve Gerber. Gerber, in quegli anni, era un po' il demiurgo del sottogenere orrorifico marvelliano (Tales of Zombie, pubblicata per intero in Italia sempre sul Corriere della Paura) e accompagnò il personaggio fino alla fine degli anni ottanta, affermando che la sua vena riguardo al mostro della palude s'era ormai esaurita.


 L'infernale Uomo-Cosa, presentato dalla Panini Comics in edizione cartonata, rappresenta il saluto definitivo al personaggio da parte dello sceneggiatore scomparso nel 2008. Un progetto rimasto congelato per oltre tre decadi, disegnato in modo splendido e non scontato da Kevin Nowlan, e un'inattesa sorpresa nostalgica per quanti, in Italia, ricordano le poche, saltuarie apparizioni del mostro fangoso marvelliano. Per salutare l'Uomo-Cosa, Gerber aveva deciso di dare un seguito a una sua vecchia storia degli anni settanta intitolata Il Canto-Pianto del Morto Vivente. Protagonista del racconto era il tormentato Brian Lazarus, aspirante scrittore psicotico le cui allucinazioni (timori, depressione e senso di inadeguatezza) avevano la tendenza a materializzarsi in spettri tangibili e pericolosi (che si tratti di un potere o di mera rappresentazione surreale non importa). Una mente così travagliata non può che attirare come un magnete una creatura fatta di pura empatia, ma anche suscitare la solidarietà di qualcuno troppo umano per tirarsi indietro. Il Canto-Pianto firmato da Gerber e John Buscema nel 1974 si concludeva in modo tutto sommato consolatorio, ma per Steve Gerber il personaggio di Lazarus sembrava avere ancora qualcosa di irrisolto. Eccolo dunque tornare, dopo decenni, dove tutto è successo, ancora vittima dei suoi incubi, forse ancora più ossessionato. Ed ecco riemergere il mostro della palude, irrimediabilmente coinvolto nello psicodramma che ha luogo a pochi passi dal suo habitat naturale.

Il racconto recupera lo stile d'annata di Gerber, quello introspettivo e macabro che aveva reso affascinanti le storie dello zombie Simon Garth, e sorprende il lettore moderno con la sua forza emotiva, resa in modo magnifico dalle matite di Nowlan, capace di alternare toni realistici a vere esplosioni di incantevole follia visiva. La caratterizzazione grafica del Man-Thing attinge ai tratti essenziali del personaggio per reinventarlo quasi del tutto, facendone un grottesco pinocchio vegetale, triste, confuso e furioso al punto giusto, coinvolto in un'odissea psicanalitica dagli esiti incerti. Il volume Panini è completato dalla pubblicazione del primo racconto (finora inedito in Italia) dedicato da Steve Gerber alla vicenda di Brian Lazarus e dalla riproposta delle origini del mostro nella storia in bianco e nero del 1971. Una confezione in apparenza discutibile, in quanto il sommario è ordinato a ritroso per presentare come primo titolo la storia del 2012. Rispettando però l'ordine di lettura scelto dall'editore, la sensazione che se ne ricava è tutt'altro che spiacevole. Leggere di Lazarus e dei suoi incubi, lasciando nel mistero i riferimenti generici all'esperienza vissuta nella palude anni prima, risulta molto suggestivo. La stessa cosa succede leggendo, a seguire, il Canto Pianto del 1974, riscoprendo le matite di Buscema, il linguaggio già maturo del giovane Gerber, per concludere con il breve racconto che illustra (in un efficace bianco e nero) la genesi del personaggio principale. Una bizzarra macchina del tempo a fumetti, ovviamente ispirata da ragionamenti commerciali, ma che finisce con il regalare al lettore non più giovanissimo un'agrodolce sensazione di appagante nostalgia.

Si può fare pace con l'Uomo-Cosa di Steve Gerber (da queste parti, in fondo, non è che si fosse visto molto) e seppellire definitivamente nella palude ogni possibile paragone con lo Swamp Thing della DC Comics e le sue implicazioni forse più intellettuali.
Una sola perplessità riguarda il titolo del racconto pubblicato in America nel 2012 e tradotto alla lettera nel nostro paese: Infernal Man-Thing. L'Uomo-Cosa, in definitiva, è una figura malinconica, silenziosa, emotiva. Anche il suo tocco ustionante si attiva solo quando qualcuno ha ragione di temerlo, e generalmente lo fa perché la sua coscienza urla assetata di espiazione. Pertanto, perché Infernale Uomo-Cosa? L'inferno quieto della palude non è in fondo tra i peggiori immaginabili, né il suo abitante si può annoverare tra i demoni più terribili.
Ma in fondo va bene anche così. Tutto ciò che appare orrido agli occhi è sempre stato accostato al diavolo e agli inferi. Gli inferi dell'animo umano, in questo caso, in cui il mostro si avventura come negli anfratti della grande macchia verde di cui è parte. Perché la palude dell'Uomo-Cosa è pura allegoria del cuore umano. E la sua mostruosa sentinella è emblema dell'eterna ricerca di equilibrio tra uomo e natura, tra animale e vegetale. E di un irriducibile senso di giustizia siglato con il fuoco purificatore.

 


Questa recensione è stata pubblicata anche su FantasyMagazine.




lunedì, marzo 11, 2013

Dio in terra


Due fratelli affiatati, un amico per la pelle. La deliziosa moglie di uno dei tre, un mondo vasto, pieno di promesse e incognite. Un'esplosione misteriosa, poteri immensi. Un eroe... forse un atto divino, e la vita dei quattro diventa imprevedibile, strana, meravigliosa. Qualcosa però non quadra...


In realtà è molto a non quadrare in questa miniserie firmata da John Arcudi e Peter Snejbjerg sul tema, abusatissimo, del superuomo. Infatti, dietro un titolo originale molto più suggestivo di quello italiano (A God Somewhere ,“Un dio da qualche parte”) e una bella cover che riassume in modo efficace il tema principale del racconto, non resta gran che dopo una lettura piena di attese. Già anni fa qualcuno aveva scritto che il giocattolo Vertigo, così splendido agli esordi, si era usurato. Il meccanismo ormai noto ai giocatori non procurava più le sorprese degli inizi, e si andava arenando su una ricetta prevedibile, a tratti piacevole come i biscotti della nonna, ma con guizzi sempre più rari di vera originalità. Bene, questo Dio in terra sembra dirci, mestamente, che tra gli ingranaggi si è ormai accumulata troppa ruggine e il meccanismo ha preso a produrre un rumore stridente.



Pur condotto da John Arcudi in modo non spregevole e con un senso del ritmo da manuale, Dio in terra soffre (e tanto) per i molti (troppi) debiti a opere sul medesimo argomento, spesso di qualità superiore, sia pure non di moltissimo. Fa sorridere lo strillo firmato da Dennis O'Neil che accompagna il volume in quarta di copertina: «E' la nostra prima vera tragedia supereroistica...»
Peccato che prima ancora di arrivare a metà racconto, Dio in terra inizi a zoppicare, e a cannibalizzare un canovaccio ormai stantio, dando la sensazione di trovarsi davanti a un dozzinale Chronicle cinematografico (a sua volta debitore ad Akira di Otomo) e alle efferatezze superomistiche già viste (e meglio) sulla serie Powers di Brian M. Bendis e soprattutto Irredeemable di Mark Waid. 


Tutti gli spunti più intriganti sono abbandonati a se stessi ed evaporano nel giro di poche pagine. Sfiora il concetto ambiguo di eroismo (Eric è presentato come un eroe già prima di acquistare i suoi poteri) e l'elemento mistico, appena accennato, è subito liquidato dal progredire di un delirio gratuito e del tutto privo di crescendo drammatico. Non basta conferire al protagonista, inizialmente guascone e bonario, il look di un Gesù massiccio e via via sempre più inselvatichito. Le poche riflessioni religiose risultano posticce e l'unico momento che fa battere per un attimo il cuore del lettore è l'espediente cui ricorrono i normali esseri umani per combattere il semidio fuori controllo. La kryptonite di turno, però, non è sufficiente a riempire i buchi di una narrazione già ascoltata troppe volte, pretenziosa nel sottotesto sussurrato (quello misticheggiante) e abbastanza goffa nella realizzazione avventurosa, visto che non accade sostanzialmente nulla che non sia prevedibile per il lettore smaliziato. Se Mark Waid su Irredeemable (serie ormai conclusa) illustrava la graduale frustrazione, l'isolamento e la collera psicotica del suo potentissimo protagonista, nella storia firmata da John Arcudi si procede a scatti, senza vere giustificazioni né maturazione psicologica. In sostanza, quel che viene chiesto al lettore è un puro atto di fede. Fede non nello spiritato Eric, ma nel dio Fumetto, che fa e dispone (secondo alcuni), infischiandosene beatamente di tutto e tutti pur di consumare la sua mera valenza commerciale. 

 
Warren Ellis con Supergod aveva parlato diffusamente delle implicazioni teologiche nel mito del supereroe e dei suoi rapporti con un'umanità sempre più piccola e meschina. Alan Moore con la caratterizzazione, all'interno di Watchmen, del personaggio di Dr. Manatthan, aveva scolpito la figura memorabile di un nume pensoso, distante della sua precedente condizione umana e pressoché indifferente ai mali di un pianeta che ormai non considera più casa propria. Dopo tutto questo, le imprese e la successiva furia distruttrice descritta da Dio in terra non esalta e non commuove. Conserva piuttosto un sapore sintetico, come di un cibo disidratato per essere conservato e reso fruibile più a lungo. Le tante domande senza risposta risultano semplicemente irritanti, e suggellano definitivamente l'esito di un racconto di supereroi che vorrebbe essere sovversivo ma che si limita a sfondare con grande strepito una lunga sequenza di porte già spalancate da altri.

Una lettura che potrà magari esaltare i giovanissimi, e introdurli alla scoperta di classici del fumetto di caratura più consistente. Rivoluzioni fumettistiche, sperimentazioni e innovazioni non sono da cercare tra queste pagine. 

Questa recensione è stata pubblicata anche su FantasyMagazine.





lunedì, marzo 04, 2013

Frankenstein vive, vive! #1


Il mostro è vivo.

Non un mostro qualunque, ma il mostro per antonomasia, quello creato da un uomo di scienza ossessionato assemblando pezzi di gente morta. La creatura alta, spettrale come un cadavere ma possente quanto un orso scatenato. Contro ogni logica, a dispetto di quanto si credeva, questo essere, ora chiamato Frank, vive ancora, e ha trovato persino una casa presso gli artisti e i fenomeni umani di un circo itinerante. La leggenda lo precede, la popolazione sa chi... cosa è... ma lo rammentano diverso, ingannati dai tanti racconti su di lui. Eppure il mostro esiste, cammina ancora tra noi. E' qui, ed è più vivo che mai...


Bernie Wrightson deve sicuramente parte della sua notorietà alla creazione, insieme allo sceneggiatore Len Wein, di un altro celebre mostro dell'età contemporanea: lo Swamp Thing della DC Comics. La popolare Cosa della Palude che visse nei fumetti per soli ventiquattro numeri prima della temporanea chiusura e del definitivo rilancio a opera di Alan Moore. Lo stile di Wrightson, così particolare, dettagliato e capace di evocare scenari e profili umani inquietanti, è sempre andato a braccetto con l'orrore e con il gotico, e non poteva che consumare delle felici nozze con il Frankenstein di Mary Shelley, del quale firmò una famosa edizione illustrata nel 1983. Tuttavia, quella di Frankestein vive, vive! è un'altra storia.

La creatura del dottor Frankenstein, destinata da sempre a essere identificata con il nome del suo creatore, ha avuto una quantità di versioni a fumetti. Da quelle più fedeli alle radici letterarie alle rivisitazioni sconfinanti nel superomismo più kitsch. I più maturi ricorderanno la versione Marvel degli anni settanta, anzi le versioni, giacché la creatura cambiò assetto e sostanza più volte venendo disegnata da illustratori del calibro di Don Heck, Mike Ploog, John Buscema, e altri ancora, incrociando spesso la strada con personaggi eterogenei, uno su tutti l'amichevole Uomo Ragno di quartiere. 

Recentemente, l'essere del folle dottore è stato riesumato anche in casa DC e trasformato in una sorta di clone di Hellboy, a capo di una squadra di mostri addestrati per scongiurare minacce soprannaturali. Per caratterizzazione grafica, il mostro della Marvel attingeva senza troppe remore all'iconografia cinematografica, e le versioni DC non se ne sono mai distaccate di molto. Per quanto il make up di Boris Karloff godesse di una tutela giuridica a prova di bomba e non potesse essere usata in pellicole prive del marchio Universal, rappresentarlo su tavole a fumetti era cosa diversa. Ed è per questo che la creatura che ricordiamo di più sui fumetti ricalca pari pari la maschera che diede fama imperitura (e una scomoda identificazione) al celebre attore inglese. Con l'arrivo di Bernie Wrightson la musica cambia, e non di poco.

Già illustrando il libro di Mary Shelley, Wrightson aveva scelto di glissare sugli aspetti più rozzamente “artificiali” del mostro. Scomparsa la tradizionale sutura intorno alla testa, e anche le sporgenze (Chiodi? Elettrodi?) ai lati del collo. La forma del cranio risulta più umana e dai capelli fluenti, mentre tutto l'aspetto della creatura diviene, se possibile, ancora più cadaverico e malinconico. Quasi una sorta di imponente e spettrale Pierrot. 


Si potrebbe definire, dunque, Frankenstein vive, vive!“ come un ritorno di fiamma da parte di Wrightson per uno dei personaggi (e le atmosfere) cui deve di più, per il quale il suo stile inconfondibile e deliziosamente sinistro ha cantato le migliori canzoni disegnate. Alla sceneggiatura troviamo Steve Niles, autore tutt'altro che nuovo alle tematiche horror (30 giorni di notte) che prova a immaginare un ideale seguito di Frankestein o il Prometeo moderno, partendo proprio là dove il romanzo della Shelley ha termine. Prodotta dalla IDW e pensata per coprire un arco di tredici albi, la serie è presentata nel nostro paese dalla Italy Comics e presenta in appendice un corposo apparato redazionale (una lunga conversazione-intervista tra Niles e Wrightson) e la pubblicazione a puntate del romanzo originale.

Il primo numero ci rivela che cos'è stato del mostro alla fine del libro. Anzi, un flashforward ci rivela che vive (e in apparenza prospera) in un circo, sopravvivendo come un normale essere umano che ha dolorosamente appreso l'arte di arrangiarsi. Un opportuno flashback fa da raccordo con l'opera di Mary Shelley e chiarisce poco per volta le tappe che hanno portato la creatura a unirsi allo spettacolo itinerante e ad adottare il nome di Frank. 
Narrato in prima persona dal mostro, il racconto è struggente e non manca di spunti molto interessanti, come la presenza spiritica (o un fantasma psicologico) del dottor Frankenstein stesso, qui nel ruolo di coscienza della sua creatura ripudiata.
Le uscite successive ci sveleranno altri dettagli e lo sviluppo che la trama intende seguire, ma a fare la parte del leone sono sicuramente gli splendidi disegni di Bernie Wrightson, più in forma che mai, qui alle prese con un bianco e nero parziale (qualcuno lo ha definito “finto”), dal quale emergono sfondi illuminati da colori pallidi e tetri, dettagli che squarciano la magistrale rete di matite con lampi cromatici che completano e fanno letteralmente vivere le illustrazioni, conferendogli in qualche caso un'illusione di tridimensionalità. Una serie di tavole dai contenuti gotici che per gli occhi sono una vera festa, e una padronanza del realismo, pur nelle anatomie più grottesche, che lascia incantati.

In attesa di poter leggere altri capitoli di questa nuovissima opera di Niles e Wrightson, ci scopriamo a convenire con la tautologia bizzarra del titolo: Frankestein Alive, Alive!
E' così, il mostro di Frankestein è ancora vivo. Nonostante il tempo trascorso, il progredire dei nostri incubi e il proliferare di babau popolari in apparenza più attuali. C'è poco da discutere: il mostro, quel mostro, torna sempre. Scosta bruscamente la cortina intorno al nostro letto e ci fa svegliare di soprassalto, fissandoci con occhi acquosi e pieni di domande. E' lì, non va via. Ci osserva... continua a interrogarci con lo sguardo sul mistero della vita e della morte. E sulle ragioni profonde di entrambe.

Ah, sapere cosa rispondergli.

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.





mercoledì, febbraio 27, 2013

Sailor Twain o la Sirena dell'Hudson


Sul finire dell'ottocento, il vapore Lorelei attraversa il fiume Hudson con il suo carico di varia umanità. Una notte, il capitano Twain soccorre una creatura acquatica che sembra essere proprio una sirena ferita. La medica, la nasconde nella sua cabina, se ne prende cura, se ne innamora. Ma mentre il viaggio procede, qualcun'altro sulla nave persegue esoterici progetti, mentre l'enigmatico scrittore C. G. Beaverton, autore di libri di grande successo, mantiene un bizzarro carteggio con il francese Lafayette, il proprietario della Lorelei... 

 
Sailor Twain o la Sirena dell'Hudson è uno di quei fumetti che in Italia potrebbero faticare a trovare lettori. E certo non per la qualità del lavoro di Mark Siegel, capace di tessere un racconto allegorico con le cadenze di un thriller, gli ingredienti della fiaba e la grazia di un tratto grafico universale.
Proprio la sua universalità, nel senso di capacità di sintesi mitologica e poetica, rischierà di cozzare contro un muro i cui mattoni, da decenni nel nostro paese, sono fatti di supereroi americani, illustrazioni falsamente iperrealiste e vistosità grafiche prive di costrutto. Troppo spesso, nelle fumetterie nostrane, abbiamo visto avventori chiudere un libro mormorando che il disegno non li attrae. E' toccato in sorte a molti autori di grande caratura, come Art Spiegelman e il suo Maus, a Marjane Satrapi e Persepolis, liquidati con le parole «Le storie saranno pure interessanti, ma i disegni fanno proprio pena.»


Iniziamo, proprio per questo, parlando delle matite di Mark Siegel e del suo lavoro su Sailor Twain. Un disegno pensato in modo da ridurre il racconto per immagini all'essenziale, senza rubare la scena a una narrazione magica e dal dirompente valore metaforico. Un tratto asciutto, raffinatamente stilizzato, capace di esprimere forti emozioni e caratterizzare i propri personaggi con pochi, abili tocchi. Un bianco e nero incantevole, un ordito di ombre che rapisce e avvolge come in una calda visione onirica, in grado di suggestionare e tenere incollati fino all'ultima pagina. Insomma, un tratto d'autore, sfrondato da pacchiani effetti speciali e ridotto all'osso al fine di raccontare una storia. Stile che nel nostro paese fatica a imporsi, un po' come tutto ciò che lascia da canto i dettami del commercio per avventurarsi nel territorio dell'arte pura. Emozioni disegnate in grado di proferire parole e idee.


Sarebbe, insomma, un peccato non leggere Sailor Twain solo perché a prima vista non si comprende il tratto sognante e a suo modo maturo di Siegel. L'ambientazione ottocentesca, non casuale, suggerisce ulteriori sottotesti, e il mito della sirena, da sempre affascinante e ambiguo, accompagna il lettore per mano alla scoperta di un universo, di un linguaggio e di un secolo tutto da scoprire.
Sailor Twain è una riflessione poetica sull'eterno femminino e sulle sue trasformazioni attraverso il tempo. Donna fatale. Donna oggetto. Donna amata. Preda. Predatore...
Lo stesso misterioso scrittore Beaverton, in uno dei suoi criptici messaggi, parla dell'identità sfuggente di queste creature mitologiche. Ma con il progredire della narrazione sembra che Siegel abbia le idee abbastanza chiare al riguardo della metafora che porta in scena con le sue splendide matite. Se al timone del racconto troviamo per lo più personaggi maschili, è altrettanto vero che Sailor Twain parla in realtà di donne, e del modo di guardarle. O del modo, se vogliamo, in cui un uomo vorrebbe guardarsi da loro. Un secolo è prossimo al termine (l'ottocento) e una trasformazione di cui pochi sono consapevoli è già in atto. Lo annuncia il canto di una sirena, le cui intenzioni restano indecifrabili fino alla fine. Creatura benigna o maligna? Simbolo di bellezza o di perdizione? Non è detto che la risposta sia la medesima per chiunque.


Sailor Twain o la Sirena dell'Hudson è un meraviglioso romanzo grafico da leggere lentamente, meditando sulle sue allegorie e stupendosi delle sue sorprese. Una storia che parla delle storie e del ruolo che in esse hanno le figure femminili, da sempre denigrate, temute o relegate a ruoli marginali dal potere maschile. Un potere fragile come la consistenza di un sogno. E che, suggerisce Mark Siegel, potrebbe dissolversi come la spuma di un'onda.


Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.






lunedì, febbraio 25, 2013

@ # * !


Un segnalibro per il Palermo Pride LGBT 2013


Mancano pochi mesi al Pride LGBT Nazionale. Quattro per la precisione, ma le cose da fare sono tante, perché la festa si prospetta partecipata e di conseguenza laboriosa.
Noi di AltroQuando portiamo avanti la nostra promozione personalizzata del Palermo Pride LGBT 2013 con la produzione di un nuovo segnalibro, il numero 11 della collana Altre Brecce, sempre curato dal bravo Riccardo Rizzo. Stavolta – giustamente – il nome della nostra fumetteria lascia spazio alle date del Palermo Pride 2013 e all'asterisco alternativo, affidando la parte del leone al personaggio DC di Batwoman (che recentemente, nei fumetti, ha chiesto alla sua amata di sposarla) e a un'elegante (e romantico) bacio tra donne. Nei fumetti, i matrimoni omosessuali sono già una realtà quotidiana. Altro segnale che la cultura popolare è un passo avanti rispetto alle istituzioni.

Rammentiamo che la nostra campagna è personalizzata in polemica (pacifica) con l'aspetto mediatico che da tre anni avvolge il Pride cittadino. Un logo (l'asterisco) che tre anni fa è stato scelto con eccessiva fretta, ed è di fatto un simbolo consumato con contenuti tetri e per nulla pertinenti. Ma è soprattutto il sintomo di un modo di operare che – a nostro parere – si è arenato in un meccanismo superficiale, che guarda troppo all'aspetto consumistico risultando poco formativo sul piano politico. Nelle ultime settimane della nostra campagna promozionale “alternativa”, ci siamo sentiti dire di tutto. Non ultima l'affermazione, da parte di qualcuno, che se il logo del Palermo Pride è così simile alla Star of Life dei paramedici è... «perché noi omosessuali dobbiamo curare la società dai suoi mali e dalle sue disparità.» e che saremmo noi a offendere la gente lgbt, giacché la Star of Life «è simbolo di chi cura non dei malati».
Insomma, se mai abbiamo avuto qualche dubbio sulla necessità di rendere pubblico il nostro dissenso sulla forma del Palermo Pride, oggi argomenti deliranti come quello suddetto li hanno completamente spazzati via. Siamo più che mai convinti che quel logo (semioticamente associato al concetto di medicina e soccorso) abbia un effetto diseducativo sui più giovani e su quanti non dispongono di strumenti culturali sufficientemente forti. Avendo partecipato in prima persona alle assemblee da cui è scaturito il primo Palermo Pride con il suo simbolo, sappiamo bene che le motivazioni dietro questa scelta non hanno nulla a che vedere con simili farragini, ma sono state piuttosto dettata dalla fretta e da una scarsa oculatezza.

Ma non è tutto qui.

Il logo (praticamente identico a un simbolo internazionale legato ai frangenti più spiacevoli della vita) è soltanto un campanello d'allarme.
La nostra scelta di modificarne la sagoma è stata dettata solo dalla volontà di essere presenti con una “controfigura” che possa aprire un nuovo dialogo per i Pride futuri. Infatti, non possiamo nascondere che il Palermo Pride (bellissima novità cittadina degli ultimi anni) ha una struttura mediatica che non ci persuade. E' l'unico Pride in tutto il mondo ad avere (e a conservare in modo pertinace) un logo (peraltro semanticamente sbagliato) sempre uguale e immutabile, laddove tutte le altre città ne producono uno nuovo ogni anno.
Nato (lo sappiamo bene) con l'intento di essere un Pride fortemente politicizzato e inclusivo, quello di Palermo si è presto lasciato sedurre dalle sirene del facile consenso popolare, e il suo logo è diventato una sorta di brand commerciale, difeso ossessivamente ed esibito da tanti con la stessa passione con cui altrove si sfoggia il logo della Nike. Eppure il Pride LGBT dovrebbe essere la manifestazione-festa anticonformista per eccellenza, mutevole e in continuo sviluppo. Invece ci ostiniamo a sventolare e a dipingere sulle nostre facce, ogni anno, lo stesso identico simbolo. Forse per il bisogno ancestrale di sentirsi parte di un clan, di una crew. Pulsioni che richiamano alla mente il tipico provincialismo del nostro Sud, sempre ansioso di distinguersi, ma - sembrerebbe - non di maturare davvero. Il Pride dovrebbe simboleggiare un valore liberatorio con un milione di facce, e proprio per questo, in quanto politicamente caratterizzato, dovrebbe tendere ad andare controcorrente e non ostinarsi a sguazzare in un ripetitivo trend. Bocciare sul nascere la proposta di organizzare un concorso contest per le scuole d'arte di Palermo, alla ricerca di un nuovo logo da adottare di anno in anno (diventando, nello stesso tempo, presenti presso realtà accademiche dove di norma gli argomenti LGBT non esistono) ha lasciato il posto alla facile sbornia dell'omologazione.


Beh, per noi il Pride non è questo. Pride è differenze. Pride è mutazione. Pride è crescita. E ci amareggia l'assordante silenzio al riguardo. Perché sì, partecipiamo con un logo alternativo, ma non stiamo insultando nessuno. Qualunque cosa facciamo, stiamo lavorando pur sempre per il Pride, per la sua promozione, per la sua buona riuscita. Invece, a guardarsi intorno, si direbbe che per taluni omologarsi conti di più. E che quello che stiamo preparando... non è il Palermo Pride se... non ha il bollino blu, come recitava la pubblicità della banana Chiquita qualche anno fa.

Tutto questo ci fa ulteriormente riflettere. Non rispondiamo neppure più a quanti ci dicono che ci facciamo inutili paranoie. Se abbiamo fatto un passo indietro è perché abbiamo visto cambiare il clima organizzativo, e oggi scegliamo di appoggiare questa grande manifestazione a modo nostro, con la nostra piccola differenza. Pensiamo che la politica abbia molti aspetti, e che uno di queste sia il linguaggio con cui si sceglie di comunicare con le masse. Un linguaggio che va meditato, approfondito, raddrizzato strada facendo se necessario. Se ne facciamo un brand immutabile e conformista... Se ci sentiamo rispondere che... è impossibile tornare indietro... Beh, dev'esserci qualcosa che non va. E noi, sciocchi, paranoici... rompiscatole... quello che volete, ve lo facciamo notare offrendovi un fiore color fucsia. Appena diverso. Soltanto un pochino.
Nella speranza che il Palermo Pride cresca ancora, si affranchi dai lacci che rischiano di trasformarlo in qualcosa che assomiglia più a un evento commerciale che politico, e possa spiccare il volo, diventando realmente inclusivo, vario e vivo.