mercoledì, ottobre 07, 2009

X-Men Forever: Il ritorno di Chris Claremont

Possiamo farci una croce sopra. Anzi, una X.
Dopo decenni di crisi infinite, retro continuity e versioni più o meno definitive che hanno devastato gli universi fumettistici, questa “ripartenza” degli Uomini X non dovrebbe impressionarci più di tanto. Siamo troppo smaliziati per farci sedurre da un paio di mutandoni nuovi che ospitano le stesse forme ormai cascanti. O no? In verità, un elemento di curiosità stavolta esiste, ed è il nome di Chris Claremont, storico artefice del mito mutante. Principale scopo del nuovo quindicinale X-Men Forever (niente a che vedere con la miniserie omonima del 2001) è quello di presentare uno scenario del tutto indipendente dall’universo Marvel delineato negli ultimi vent’anni, riportare il racconto al lontano 1991 azzerando quanto detto finora, e... stare a vedere che cosa Claremont avrebbe potuto raccontare se non avesse lasciato il timone della serie proprio all’apice del suo estro. Iniziativa dall’indubbio sapore nostalgico più che commerciale. Chris Claremont, idolatrato come deus ex machina delle serie mutanti per quasi quindici anni, aveva subito una caduta rovinosa quando, a ridosso dell’uscita del primo film dedicato agli Uomini X, la Marvel lo richiamò sulla testata che lo aveva reso famoso. Un flop che il buon Chris fatica tutt’oggi a farsi perdonare dai lettori più giovani, mentre chi ha conosciuto Wolverine e soci grazie alla sua penna non può che osservare speranzoso il ritorno del patriarca prodigo alla X-Mansion.
La nuova serie è stata preceduta dall’uscita di X-Men Forever Alpha, albo che ristampa i primi tre numeri della collana The X-Men, gli ultimi scritti da Claremont con un indimenticabile Jim Lee alle matite. Una tappa obbligatoria per legare passato e presente. O meglio, il nuovo presente, che d’ora in avanti si svilupperà su una linea parallela e totalmente libera. A Giugno del 2009, i lettori Marvel più maturi sono entrati nella macchina del tempo e si sono visti scaraventare in uno scenario distorto eppure familiare. Dove tutto ricomincia con un bacio...


Sarà bene dirlo subito. Chris Claremont sembra essersi scrollato di dosso la nefanda influenza della prima Image. La breve serie eXtreme X-Men, pubblicata in Italia su X-Men deLuxe, ha rappresentato per lui una sorta di palestra, e il vecchio leone è tornato finalmente a graffiare. Il suo stile, però, è fortemente ancorato a un trend narrativo classico, che deve molto al caratteristico crescendo delle soap operas e alla collaudata sequenza di misteri e tragedie tipiche del feuilleton. Tutti elementi che faranno la gioia dei veri nostalgici, ma che potranno risultare indigesti ai lettori cresciuti tra guerre civili ed eroi ultimizzati. Non a caso, sui forum italiani e stranieri, il dibattito è già acceso. Ma per i lettori americani la sentenza sembra già emessa.

Claremont è tornato. Viva Claremont.

E’ sconcertante (ma anche intrigante) pensare quanti eventi della storia X devono essere cancellati per accostarci alla lettura di X-Men Forever #1. Magneto è morto, scomparso nell’esplosione dell’asteroide M (alla fine del ciclo intitolato Magneto trionfante, in Italia su Gli incredibili X-Men #50), e la nuova missione degli Uomini X è recuperare l’accolito traditore Fabian Cortez, il mutante che ha irretito il signore del magnetismo causandone la morte. Ma questo è solo il punto di partenza di una corsa vertiginosa. Infatti, l’azzeramento di anni e anni di storie restituisce i personaggi alle loro vecchie caratterizzazioni, e regala loro una nuova primavera in cui tutto è possibile. E dove succede veramente di tutto nel giro di un paio di numeri.
Le origini di Wolverine, recentemente narrate, non corrispondono a verità. Scott e Jean non si sono sposati, così come Charles Xavier non ha mai rivelato al mondo la propria natura di mutante e il suo rapporto con gli X-Men. Gambit non si chiama Remy LeBeau, ma Picard, e il suo mistero è tutto da scoprire. La Bestia ha ancora il suo aspetto scimmiesco e Kitty Pride è di nuovo l’adolescente complicata di una volta. Una deviazione non indifferente, considerata la sacralità della continuity Marvel, che soltanto la dedizione di un antico fan della serie può accettare. L’effetto di spaesamento che causa l’inizio della lettura è però superato dal ritmo che Claremont imprime alle sue nuove trame, consapevole di non potersi perdere in eccessive chiacchiere. Il bacio iniziale tra Jean Grey e Wolverine sembra fuori luogo soltanto per un istante. Presto siamo costretti a ricordare che, negli ultimi mesi della prima gestione di Claremont, i due personaggi s’erano ulteriormente avvicinati (soprattutto nelle saghe Inferno e Programma Extinzione), scambiandosi segrete effusioni che dovevano pur preludere a qualcos’altro. Claremont compie infine il passo per tanti anni soltanto suggerito (non solo da lui, ma da tutti gli autori che lo hanno seguito) e si lascia alle spalle il tormentone sentimentale, conducendo il triangolo amoroso a uno sviluppo imprevedibile quanto drammatico.

Si potrebbe dire che Chris Claremont sia riuscito a recuperare lo stile di un tempo, ma con la marcia in più della velocità. I misteri si infittiscono di pagina in pagina, rammentandoci che lo status quo non è mai stato un problema per l’Omero mutante, pronto a sovvertire ogni certezza con shockanti colpi di timone. E’ così che, nel corso del primo story arc, vediamo improvvisamente morire uno dei personaggi più amati. E date le modalità, sembrerebbe che stavolta non potrà esserci ritorno. O forse sì? Sabretooth, nemesi classica di Wolverine, torna in scena, e stavolta non perde tempo. Affonda gli artigli, ferisce, si fa male, ringhia. Ma soprattutto, il suo vero legame con Logan è finalmente rivelato. E questo non ha niente a che vedere con quanto ci era stato suggerito altrove. Tempesta è tornata a essere una divinità dei venti tenace e selvaggia. Ciclope è il leader eroico e tormentato che ricordavamo, afflitto da un male d’amore ormai sul punto di esplodere. Kitty e Nightcrawler, tornano a unirsi alla loro vera famiglia, ed è un piacere vedere che hanno recuperato le loro vere personalità. Lo stesso si può dire per l’ambigua Rogue, mentre l’enigma di Jean Grey lascia intravedere all’orizzonte la temibile sagoma di Fenice. D’accordo, Grant Morrison l’aveva evocata nel suo celebrato ciclo di storie sulla serie regolare. Solo che stavolta una ragione per il suo ritorno c’è, e i personaggi se ne preoccupano finalmente come dovrebbero. Inoltre, il virus Legacy, che tanti mutanti ha mietuto per anni, non si è mai diffuso in questo nuovo mondo, ma una sconvolgente rivelazione, gelosamente custodita da Xavier, non lo farà rimpiangere.
Un’interessante novità è data dall’uso del personaggio di Nick Fury, il dirigente dell’organizzazione segreta Shield che ha le mani in pasta un po’ in tutto quello che avviene sotto i cieli Marvel. Dal momento che gli X-Men e la loro scuola non hanno mai fatto il coming out descritto da Morrison, è Fury e non Xavier a diventare portatore del messaggio di integrazione. Il primo passo, secondo il colonello dello Shield, dovrebbe avvenire attraverso una collaborazione pubblica con le istituzioni. Ed è per questo che Fury svolgerà un ruolo di supervisione nelle future missioni degli X-Men, contendendo così a Charles Xavier il titolo di referente per gli agenti mutanti.

Il disegnatore Tom Grummett è già stato “lapidato” da un gran numero di lettori italiani, che non hanno esitato a bollare il suo segno come datato. La vera notizia è questa: ciò che era classico fino a ieri, oggi è quasi underground. Quanto un tempo era innovativo, è stato superato dalle ricette commerciali di più facile digestione, è non basta dire che la classe non è acqua. Vedere cliché abusatissimi tornare nelle mani di un vecchio artigiano che ha contribuito a dar loro una forma, oggi è una boccata di ossigeno in un panorama marvelliano che mostra i muscoli, ma che puzza di latte rancido non appena spalanca la bocca.
In realtà, i disegni di Grummett (al quale, dopo la prima run di cinque numeri, succedono gli altrettanto classici Paul Smith e Terry Austin) sono perfettamente in sintonia con il tono generale dell’operazione. Un tratto supereroistico sincero e privo di compiacimenti, al servizio di una trama labirintica, vera protagonista della serie.
Unico neo di quella che sarebbe una piacevolissima sorpresa, è il fatto che – finora – Claremont abbia trascurato la presenza di un pugno di personaggi importanti, dei quali non c’è ancora dato sapere nulla. Naturalmente, la questione gli è stata già sottoposta dai lettori statunitensi, e la risposta di Chris non si è fatta attendere, in una recente intervista su CBR news. «Il vero problema,» ha spiegato Claremont «consiste nella griglia editoriale di un comic book di 22 pagine. Quando la Marvel decise di riportare in scena quasi tutti i personaggi del cast di X-Men, fu per varare una nuova testata su cui convogliarne la metà. Nello spazio ristretto di un’unica serie, devo per forza limitarmi. Questo non significa che fuori scena non accada dell’altro, e presto sapremo che cosa ne è stato dei personaggi finora assenti.»

Non si parla, al momento, di un’edizione italiana della serie, giunta già alla sua ottava uscita. I più interessati dovranno pertanto rivolgersi alle fumetterie che trattano materiale americano. Dopotutto, parliamo di un prodotto bizzarro e per certi versi controcorrente con le attuali regoli del mercato fumettistico. Il punto di forza, e cioè il ritorno di Chris Claremont, si basa sul carisma di un autore che negli ultimi anni ha compiuto alcuni passi falsi agli occhi delle nuove generazioni di lettori, finendo spesso con l’essere schernito al di là dei suoi effettivi demeriti. E’ probabile che in America il buon Chris conservi un pubblico di affezionati più consistente, e gli attuali consensi al suo lavoro presente sembra dimostrarlo. In Italia, il salto temporale (non solo di contenuti, ma di stile) potrebbe risultare più ardito. Può darsi che prima o poi questa serie trovi spazio nel sommario di X-Men deLuxe, o in qualche volume targato 100% Marvel. Viste le particolari peculiarità di X-Men Forever, la seconda possibilità sembra la più auspicabile. Una realtà separata, anche in volume, per chi non ha paura di ammettere che non tutto ciò che è anagraficamente giovane e fiammante merita necessariamente gli appellativi di nuovo e interessante.

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.

martedì, ottobre 06, 2009

Chiron a Lucca 2009 presso lo stand di Cut-Up

E' ufficiale. Anche quest'anno, CHIRON sarà a Lucca Comics and Games, edizione 2009, presso lo stand della Cut-Up. Ad aspettarvi troverete entrambi i numeri finora prodotti, intitolati "Mali estremi" e "La sindrome di Pandora".
Un ringraziamento sentito a Luca e a tutti coloro che sostengono quest'avventura a fumetti.

domenica, settembre 27, 2009

Bruno Bozzetto: La Libertà

giovedì, settembre 24, 2009

Bruno Bozzetto: Il bello della differenza

lunedì, settembre 14, 2009

Foolkiller: sciocchi in paradiso e bruciori di stomaco

Ma siamo scemi?

Può essere pericoloso azzardare una risposta in questa sede. Allora mischiamo un po’ le carte, e formuliamo la questione in un altro modo.

I fumetti hanno qualcosa a che fare con le abitudini alimentari?

O meglio: esiste un punto di contatto tra certo mercato degli alimenti e il mondo del fumetto popolare? Meglio ancora: è lecito parlare di fumetti come di un cibo prodotto su vasta scala, cotto, assemblato e imbustato per un consumo veloce, poco nutriente e quasi sicuramente tossico?

E’ probabile che quanti tra noi risponderanno di sì rischieranno di fare la figura dei vegliardi bizzosi, e di apparire come nerd stagionati che mal digeriscono la confezione di alcuni fumetti odierni. Eppure è inevitabile come un fiotto acido che sale dallo stomaco. Urge dirlo. Ci stanno dando da mangiare la raschiatura delle padelle. La risciacquatura dei piatti sporchi come la minestra servita ai collegiali del Giornalino di Gian Burrasca. Il fast food fumettistico americano lavora ormai al minimo sindacale dell’impegno creativo. Identifica il proprio target in un pubblico sempre più giovane e dalla memoria storica cortissima, inconsapevole di vedersi servire una pietanza dal quale è stato grattato via uno spesso strato di muffa.
A lungo andare, il fegato ne risente. Il colesterolo sale alle stelle. Ci vuole tempo, ma chi ha uno stomaco già provato manifesta subito il proprio disagio con un’evidente senso di nausea.
C’è poco da fare. Bisognerebbe cambiare una dieta ormai invariata da anni.
A far da detonatore a questo ragionamento è l’apparizione nella collana “100% Marvel” della versione attualizzata del Foolkiller, in una saga intitolata per l’appunto “Il paradiso degli sciocchi”. Questo Foolkiller ha tutte le carte in regola per presentarsi come “fumetto Marvel del nuovo millennio”. Contenuti duri destinati a un pubblico che non vede l’ora di sentirsi adulto. Hard boiled, sangue, muscoli, frattaglie... Un’overdose di ormoni ed emoglobina. Di grassi, zuccheri e noia.

Foolkiller (in Italia, per un po’, lo hanno chiamato “Insanicida”) era un oscuro personaggio sfornato da Steve Gerber per la Marvel degli anni settanta e apparso come ospite in un paio di testate senza lasciare nessuna impronta significativa. Personaggio demenziale privo di vero spessore, era un vigilante folle armato di una pistola in grado di disintegrare qualunque cosa. Sfoggiava un look che lo faceva sembrare una via di mezzo tra un cow-boy e un giullare, e di solito passava il tempo a farsi sconfiggere da vigilanti dotati di maggior carisma. Fu protagonista di una miniserie personale che in Italia fu pubblicata in appendice al “Punitore” della Star Comics. Evento profetico, considerata l’attuale rilettura del personaggio. Sì, perché questo Foolkiller, protagonista di questo volume autoconclusivo, con il suo antenato ha in comune soltanto il nome. L’autore di romanzi polizieschi Gregg Hurwitz, chiamato dalla Marvel a “clonare” il cuoco Garth Ennis ai fornelli della nuova serie dedicata al Punisher, prende in mano il personaggio e...

Per quanto ancora ci faremo prendere in giro?

Penso sia capitato a tutti. Molte volte nella vita. Acquistate un prodotto qualunque. Un alimento, una bevanda o un dopobarba. A seconda del frangente e delle vostre finanze, in seguito, comprate un articolo analogo ma con una diversa etichetta, magari dal colore più sgargiante. Lo mangiate, bevete, lo usate, per poi notare senza troppi dubbi che state mangiando, bevendo, usando il medesimo prodotto già acquistato in passato. L’unica differenza sta nel marchio. Questo “Foolkiller” è un fumetto che grida da ogni pagina disegnata da Lan Medina che la Marvel, nonostante la massiccia presenza di titoli sul mercato, sta attraversando la più nera delle sue crisi creative. Né si tratta di essere irriducibili cultori dell’originalità a tutti i costi, concetto spesso sopravvalutato e continuo oggetto di malintesi. La forma è (o dovrebbe essere) tutto. Non conta il “cosa”, ma il “come”. Tutto però ha un limite. E quel limite fatale è... l’intelligenza.
“Follkiller: il paradiso degli sciocchi” fa l’effetto di un pacco di patatine industriali che esibisce sulla busta lo strillo “Più croccanti! Più gustose! Più tutto!”. Ma ha il sapore di una minestra non solo riscaldata, ma andata a male. Latita qualsiasi vero sforzo di svecchiare caratteri e situazioni ormai consumate. Vige soltanto il riciclaggio e quegli ingredienti sospetti che, come i fantomatici “grassi naturali” ammiccano sulla confezione di ogni cibo spazzatura.
Mary Shelley, nella prefazione al suo “Frankestein” scriveva:
“L'invenzione, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare dal nulla, ma dal caos. Prima di tutto si deve trovare il materiale; noi possiamo dar forma a una sostanza oscura e inerte, ma non possiamo creare la sostanza stessa.”
Citare l’autrice di Frankenstein, in questo caso, viene quasi naturale. Tanto più che ci troviamo in presenza di un mostro. O per essere più precisi, di uno sgorbio. Adesso lo sappiamo. I “giustizieri della notte” sono le chips del fumetto. Manichini fatti in serie, buoni per un videogame davanti al quale spegnere il cervello. Non che in questo ci sia niente di male, purché ci si ricordi di premere il tasto ON una volta terminato.

Follkiller potrebbe chiamarsi come vuole. Mascherarsi come vuole e scegliere l’arma che preferisce. Ma è chiaro per tutti che non è Foolkiller, ma “Punisher”. Il solito, noto, frusto vigilante. Per di più con la medesima silhouette, la stessa rabbia psicotica, e l’ormai consueto, tedioso corredo di sangue e sadismo che ha reso popolari (ma alla lunga anche stucchevoli) autori come Garth Ennis e Mark Millar. Unica differenza (?) è la scelta delle armi bianche. Al kalashnikov si sostituisce la spada. Bello, eh? Per quanto le pallottole possano fracassare, perforare, maciullare, volete mettere una lama che va su e giù con tanto di carosello sanguinolento? E via con mutilazioni spettacolari, sbudellamenti, arti tritati, in una monotonia cromatica che più rossa non si può. La noia trionfa in un racconto noir traboccante di stereotipi malamente inanellati sullo spiedino, dove la violenza genera sbadigli nella sua decerebrata prevedibilità. La lettura è talmente ingenua che il marchio sulla copertina “Riservato a lettori maturi” fa persino un po’ ridere. “Riservato a lettori diciottenni assetati di sangue” suonerebbe magari più onesto.


Questa recensione è stata pubblicata anche su FumettidiCarta.


giovedì, settembre 10, 2009

Torna "POWERS" (...ed è Anarchia)

Poteri.
Sono tornati. E tutto brucia. Anche gli eroi.

Dopo cinque anni di assenza nel nostro paese, il detective Christian Walker e la sua partner Deena Pilgrim sono di nuovo in strada, a frugare nel marcio di una metropoli dove esseri misteriosi e potenti sfrecciano tra i grattacieli. Paladini mascherati della giustizia per qualcuno. Motore di azioni criminali e caos per altri. Powers, premiata serie di Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming aveva interrotto le uscite italiane con il passaggio dell’autore dalla Image Comics alla Marvel, che per l’occasione creò appositamente l’etichetta Icon. Il letargo è durato a lungo, e oggi tocca alla Panini Comics riprendere il filo del racconto là dove la Magic Press era stata constretta a fermarsi.

Nel volume intitolato Supergruppo (il quarto della serie edita dalla Magic), Christian Walker denunciava pubblicamente le responsabilità governative nella morte violenta di una squadra di supereroi (o “poteri” come Bendis ha scelto di chiamarli) rinunciando al distintivo e sparendo dalla circolazione. Se per i lettori italiani è trascorso un lustro da quell’ultima avventura, per i protagonisti di Powers è passato solo un anno. Un tempo sufficiente perché tutti i pezzi tornino sulla scacchiera e si chiedano quale ruolo è stato loro assegnato. Qualcuno ha ripreso a uccidere i vigilanti. E il suo modus operandi si va definendo sempre più come una vera e propria strategia terroristica. Il marchio Kaotic Chic, dipinto sul luogo di tutte le uccisioni, suggerisce l’esistenza di un piano preciso. E come nel caso di Retro-Girl, prima vittima eccellente di questa mattanza di eroi, indagare è compito di chi tiene i piedi sull’asfalto e una pistola in pugno. L’ordinaria forza di polizia, spesso adombrata dalle imprese di personaggi in calzamaglia. L’assenza di Christian Walker non ha giovato al caratteraccio dell’agente Deena Pilgrim, più acida che mai. E quando un sospettato dichiara che confesserà soltanto in presenza del detective Walker, Deena non aspetterà un istante per correre a cercarlo.

Powers: Anarchia, si propone di inaugurare un secondo corso del ciclo vitale della serie firmata da Bendis e Oeming. Almeno nelle intenzioni degli autori. Negli Stati Uniti la serie è tuttora in corso di pubblicazione, e si parla insistentemente di un suo adattamento televisivo. Powers sembra quindi godere di ottima salute, e anche se il gioco narrativo iniziale ormai comincia a ripetersi, quanti erano rimasti orfani di Walker e Pilgrim per cinque lunghi anni, sono comunque contenti di vederli tornare al lavoro.
Il punto di forza iniziale di Powers consisteva nell’aver spostato il punto di vista dell’azione dallo straordinario all’ordinario. Ai coloratissimi supereroi, stavolta, sarebbe toccato muoversi sullo sfondo, mentre la ribalta sarebbe stata dominata da disincantati agenti di polizia. Anche se il personaggio di Walker rivelava di essere appartenuto, in passato, alla categoria dei vigilanti in tuta, la sua perdita di poteri e il riciclaggio come poliziotto lo rendevano un interessante ponte tra due mondi. Una partenza atipica, quindi, e decisamente controtendenza rispetto alla pletora di storie con supereroi in uscita all’inizio del nuovo secolo.

Discendente diretto della miniserie (quasi omonima) Marvels, di Kurt Busiek e Alex Ross, che si proponeva appunto di mostrare i supereroi attraverso gli occhi della gente comune, Powers centrava il bersaglio proprio perché presentava al lettore personaggi con cui condividere la meraviglia e il senso di mistero che avvolgerebbe, per i profani, le creature dotate di poteri. Riportava, in sostanza, l’avventura sulla terra, tra cemento armato, automobili ammaccate e vicoli maleodoranti, dove i cosiddetti eroi avevano il ruolo di comparse se non di vittime.
Sotto questo aspetto, l’importanza di Powers nell’evoluzione del genere supereroistico è notevole. Certamente, quasi tutti i semi narrativi trattati erano già presenti nel fondamentale Watchmen, ma il definitivo sdoganamento dell’occhio alieno (in questo caso diverso in quanto privo di poteri) è da attribuire alla serie ideata da Bendis. Non a caso, Powers ha dato il la a una folta generazione di epigoni (non ultimo Gotham Central della Dc Comics), e ha contribuito a imporre la lettura hard-boiled delle avventure supereroistiche.
Esiste, tuttavia, un Ma.


Powers: Anarchia riprende egregiamente il filo di tutte le trame lasciate in sospeso. La caratterizzazione dei personaggi già noti non delude, così come il tratto particolare di Michael Avon Oeming si evolve in modo interessante pur restando riconoscibile. Il ritmo è impeccabile, e il ritorno in scena di Walker è raccontato in modo intenso, con un taglio cinematografico spettacolare. Il vero neo, comune a molte serie di supereroi dalla vita interminabile, è quello fatale della logica che inizia ad appannarsi. Se è divertente seguire i passi di ordinari uomini e donne di polizia alle prese con situazioni incredibili tanto al di sopra delle loro possibilità, è anche inevitabile chiedersi perché gli eroi (o poteri) non reagiscano a loro volta contro la mano che li sta uccidendo. I ragionamenti di stampo sociologico, qui affidati alla gente della strada, intrigano. Ma non si può fare a meno di restare perplessi davanti a potenti eroi volanti, capaci di mettere fuori combattimento pericolosi supernemici, che soccombono al più banale degli attacchi: una bottiglia molotov. Così come viene spontaneo chiedersi come mai la comunità dei superesseri non reagisca con le proprie risorse a una minaccia serpeggiante che li riguarda da vicino. E’ un po’ come se Bendis volesse dirci che, in fondo, gli eroi con poteri non sono altro che boy scout fisicamente cresciuti. Appariscenti, forti, ma fondamentalmente ingenui e quindi vulnerabili. Al di fuori delle loro regole (peraltro nebulose), annaspano e affogano in un mondo corrotto. Un territorio dove la polizia è l’unico vero baluardo possibile contro il crimine.

Non è chiaro se la metafora è questa, o se semplicemente il punto di vista scelto abbia finito con l’indebolire le logiche di un racconto che forse avrebbe bisogno di un sottotesto più solido. L’avventura, ad ogni modo, rimane. E il divertimento è assicurato. Sono trascorsi cinque anni... Pardòn, soltanto uno. Ed è il momento che Christian Walker torni al lavoro. Nessuno aveva mai creduto a una sua definitiva defezione. Men che meno Deena, uno dei personaggi meglio caratterizzati della serie.
Con tutti i suoi difetti, Powers rimane un titolo che si difende bene. Se invecchierà in gloria o si affloscerà del tutto, è un’incertezza che i fans italiani, da oggi grazie alla Panini Comics, dissiperanno poco per volta.



Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.


martedì, settembre 01, 2009

Hero Squared: Quando per gli eroi non tutto quadra!

«Nya-Ha-Haaaa!!!»
«...non rideva davvero così...?»
«Oh, assolutamente. Quando i criminali ridono, è sempre ‘Nya-Ha-Haaaa!!!’. E quando ridono gli eroi è ‘Bwah-Ha-Haaa!’. E’ una specie di regola non scritta.»


I lettori rideranno a modo loro. Secondo l’umore e il carattere. Ma rideranno. Parola della premiata ditta Keith Giffen e J.M. DeMatteis, che sembra non sbagliare un colpo. Quanti avevano apprezzato quel gioiellino di demenza intitolato Quelli che un tempo erano la Justice League, scopriranno in Hero Squared – Eroe al quadrato un ulteriore sviluppo del potenziale comico di questi autori che potremmo definire i Monty Python del fumetto supereroistico. Prodotto dalla neonata e rampante Boom! Studios, cui già si deve il truce Irredeemable, e pubblicato nel nostro paese da ItalyComics, Hero Squared è la dimostrazione che gli eroi in tuta possono ancora divertire. E farlo in modo arguto, intrecciando l’omaggio affettuoso con un irrefrenabile umorismo.


Milo Stone è un giovane loser che vive a New York. Sciatto, privo di ambizioni. Trascorre le sue giornate giocando ai videogames e coltiva il sogno di realizzare un film, ma è arenato da tempo sul progetto di un improbabile cortometraggio sulla vita di uno zio operatore ecologico. La sua vita cambia quando nel suo appartamento irrompe Capitan Valor, eroe in calzamaglia dai sorprendenti poteri. Un personaggio che Milo era abituato a vedere sulle inoffensive pagine dei suoi fumetti preferiti. Solo che questo Capitan Valor è reale, ha il suo stesso volto, e soprattutto afferma di essere anche lui Milo Stone. L’universo da cui proviene, dice, è stato totalmente distrutto dal terribile Caliginous, sua nemesi. L’avversario assetato di vendetta lo sta braccando, e il mondo in cui si trova adesso rischia di fare la stessa fine. Peccato che il suo alter ego in questo universo abbia avuto una vita differente, sia privo di poteri e anche piuttosto riluttante all’idea di diventare un eroe. In verità, sono in pochi a pensare che il Milo Stone di questa terra non sia un perfetto idiota. Tra questi c’è Stephie, la sua pragmatica e innamoratissima ragazza. Il fatto inquietante è che il terribile Caliginous è proprio la Stephie di una realtà alternativa, furiosa con Valor per ragioni ancora tutte da scoprire.

L’idea di base deve molto a un sottogenere che la fantascienza ha praticato a lungo. Quella degli universi possibili o paralleli. Il tono scanzonato ricorda alcune pagine di Assurdo Universo, celebre romanzo di Fredric Brown, dove il protagonista, redattore di un magazine di science fiction, veniva proiettato in un mondo generato dalla mente infantile e fantasiosa di un giovane lettore, ed era messo a confronto con la versione tangibile di tutti i cliché con i quali aveva sempre lavorato. Qui abbiamo l’ennesima controfigura di Superman, il più grande eroe del suo mondo (come spesso egli ama immodestamente definirsi) specchiato nella negazione di tutto ciò che rappresenta. L’anonimato, la quotidianità e l’apatia. Gli esilaranti dialoghi da commedia di Hero Squared varrebbero da soli la lettura della serie. Tuttavia, andando avanti ci si accorge che la carne al fuoco è ben più consistente di quanto sembrasse all’inizio. Hero Squared è un fumetto che riesce a formalizzare nella propria cornice i veri intenti del suo narrare. Se i primi botti sono dovuti al confronto tra le due diverse versioni del medesimo protagonista, i veri giochi di fuoco sono rappresentati dal costante omaggio al genere supereroistico e ai tanti mutamenti che questo ha subito nel corso degli anni. Si inizia parlando di universi paralleli e di sensibili variazioni al loro interno. Valor spiega la sua presenza nei fumetti come una lontana influenza della propria realtà, un flusso di informazioni che raggiunge il mondo di Milo come manifestazione dell’inconscio collettivo. Ma i diversi punti di vista di più personaggi possono rappresentare una realtà pirandelliana altrettanto alternativa. I racconti di Capitan Valor evocano tavole a fumetti dallo stile classicheggiante e dal piglio ingenuo. Una realtà avventurosa piena di falle logiche che suscita in chi lo ascolta fondatissimi dubbi.

«Un intero isolato di edifici abbandonati... nel cuore di New York? Lo trovo estremamente difficile da credere.»
«Oh, saresti sorpresa di quanto spesso succedeva. Praticamente ogni volta che mi ritrovavo in una battaglia mortale con qualche folle supercriminale, in qualche modo finivamo per scontrarci attraverso un isolato di edifici abbandonati.»

Il passaggio di Capitan Valor nel mondo “reale” è quindi occasione per elencare e sbeffeggiare le tante ingenuità del fumetto supereroistico più classico. Ma il punto di vista può cambiare, e mostrarci una realtà ancora differente. Un mondo di supereroi cinici, violenti e moralmente controversi. Dichiarata strizzata d’occhio a titoli come Authority, Ultimates e al cattivismo che tutt’oggi tiene banco su alcune serie dedicate agli eroi in tuta. Potremmo dire che con Hero Squared, Giffen e DeMatteis mettono il supereroe a nudo, come provetti dermatologi individuano ogni neo sul corpo e ne canzonano le forme bislacche. Il disegnatore Joe Abraham, mette il suo tratto giocoso al servizio di una storia che vive soprattutto nei dialoghi. Particolare che potrebbe scoraggiare qualche lettore più avvezzo a tavole pirotecniche che a un buon crescendo narrativo. Lo stile di Abraham è semplice e geniale nello stesso tempo. Comunica all’istante che Milo e Valor non sono la stessa persona pur assomigliandosi come gocce d’acqua. La caratterizzazione di Caliginous, la Stephie malvagia, e del suo lacchè Sloat è deliziosamente cartoonesca. Il tono generale della serie potrebbe ricordare, per certi versi, una versione politicamente più scorretta de Gli Incredibili. Stesso vortice di citazioni e felice cocktail di avventura e ironia.


Una precisazione. Il primo numero della testata Hero Squared - Eroe al quadrato pubblicata dalla ItalyComics presenta le avventure dei due Milo a partire dal primo numero della miniserie in tre albi che in America ha seguito l’uscita di quello che si può definire il numero zero della serie. Edita negli Stati Uniti dalla Atomeka Press, la primissima storia di Hero Squared (quella che mostra l’incontro tra Milo e Valor) è uscita nel 2004 ed è stata pubblicata in Italia dalla Star Comics sul numero 15 della rivista Star Magazine New, tutt’ora disponibile come arretrato. Due anni più tardi, la Boom! Studios fa suo il progetto di Giffen e DeMatteis, dando il via alla miniserie attualmente in corso di pubblicazione nel nostro paese. A questa seguirà la serie regolare, che vedremo sempre sotto il marchio ItalyComics. Le fila del racconto sono ben riassunte nelle prime tavole della miniserie, dove è possibile vedere la reazione allibita dei media del nostro mondo davanti l’improvvisa apparizione di un uomo volante e di strampalate minacce aliene.

La Boom! Studios conferma dunque il suo approccio alternativo ai supereroi e il modo fresco di realizzare fumetti. Un altro mondo rispetto a titoli storici che ultimamente languono nel ripetersi di situazioni già viste e in uno stile frusto, spesso ammantato di falsa trasgressione. Hero Squared ci rivela una volta di più che il garbo e la verve possono ancora essere carte vincenti.

Anche nel nostro stanco universo annoiato.



Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.