venerdì, gennaio 16, 2009

Promethea: Quando la bellezza salva il mondo

L'Apocalisse.
Da sempre, questa parola ci fa pensare a qualcosa di definitivo e terribile. La fine del mondo. Anzi, la fine di tutto, per antonomasia. L'Armageddon, la lotta finale tra bene e male. Ma anche il giorno del giudizio secondo molte fedi. Un punto d'arrivo dal quale non si potrà tornare indietro. Ed è anche il deflagrante finale di "Promethea", la saga del grande Alan Moore conclusasi anche in Italia con il quinto volume edito da Magic Press.
Ormai è scontato. Alan Moore è un dannato camaleonte. Muta stile, genere e approccio narrativo con una disinvoltura (e con una classe!) sconcertante. In grado di compiere voli pindarici tra un fumetto dal piglio letterario, profondo e impegnato ("V for Vendetta"), e un intrattenimento di qualità altissima ("La Lega degli Straordinari Gentlemen"). Ma sempre in grado di centrare il suo obbiettivo: sorprendere il lettore, suscitare la sua ammirazione e imporgli di non dimenticare quanto ha letto non appena chiuso il libro.
"Promethea" inizia come un prodotto ibrido e stranissimo. La definizione, data da qualcuno al tempo delle prime uscite, di incrocio tra "Sandman" e "Wonder Woman" non è del tutto peregrina. Come la principessa amazzone, Promethea è l'emblema di una forza femminile primordiale. Madre, sposa, guerriera e sacerdotessa, portatrice di un irriducibile messaggio di speranza. Come Morfeo nella saga di Neil Gaiman, Promethea è anche l'incarnazione della fantasia umana e del suo stretto rapporto con l'esistenza terrena. Se "Sandman" era una storia sulle storie e sull'influenza che queste hanno sulle nostre vite, "Promethea" (che ricordiamo, in questo caso, è l'anagramma di "Metaphore") è una riflessione sul potere dell'immaginazione. Immaginazione intesa come fonte di forza e bellezza. Quella bellezza che, scriveva Dostoevskij, salverà il mondo.

Tra esoterismo, divagazioni New Age e giocosità supereroistica, Moore segue così l'avventura di Sophie, l'attuale incarnazione di Promethea. Una figura femminile magica ed enciclopedica, che attraversa tutte le espressioni della comunicazione e dell'arte umana. Dai testi alchemici alla mitologia, passando anche per la letteratura popolare e i fumetti. Promethea è il tutto. Il grande utero da cui proviene ogni cosa, e dove ogni cosa è probabilmente destinata a tornare. Un pensiero gentile e spaventoso nello stesso tempo. Iside, la Madonna, la Grande Madre Terra. E il termine del suo percorso è quello di scatenare l'Apocalisse sulla terra. Normale che molti supereroi terrestri si allarmino e tentino di fermarla. Il racconto finale è spiazzante, in grado di stravolgere le aspettative del lettore più smaliziato. Sarebbe un peccato rivelare qui (o provare a riassumere) l'affascinante rondò finale tessuto da Moore in questo volume conclusivo. Diremo soltanto che spesso ci si scorda l'autentico significato della parola Apocalisse. E cioè che significa: Rivelazione.
Il disegnatore J.H. Williams III, qui in puro stato di grazia (o sotto acido?!) supera veramente se stesso. Una tecnica sorprendente, fatta di computer grafica, illustrazione a mano, pittura e collage, ci trascina nel trip delirante dell'Apocalisse scatenata da Promethea. Uno sconvolgente risvolto pirandelliano ci mette direttamente davanti all'eroina, sorridente e rassicurante. E quando finalmente ci accorgiamo che sta parlando proprio a noi, la commozione è dietro l'angolo.
L'esperimento era già stato svolto, ma Alan Moore ne dà una versione aggiornata e assolutamente personale. Con il suo volume conclusivo, "Promethea" giunge a compimento e si colloca senza riserve tra i capolavori del grande bardo del fumetto moderno.
In "Promethea" troverete echi di "Sandman", dell' "Animal Man" di Grant Morrison, e anche qualcosa degli
"Invisibles" di quest'ultimo. Ma filtrate attraverso la prosa e la genialità del "mago" Alan Moore, come di recente si è definito egli stesso.
Ed è proprio vero. L'immaginazione è magia. L'immaginazione è una cosa reale. Scrive le
nostre storie al pari degli accadimenti quotidiani. E può essere veicolo di verità imbrigliate dalla troppa razionalità.
Promethea è qui, e non può più essere fermata. La sua Apocalisse potrebbe salvare il mondo.
E il suo messaggio, mistico e pacifista, travolge gli animi se non i corpi, generando una
nuova speranza, un nuovo modo di guardare il mondo.
O almeno lo suggerisce. E scusate se è poco.



Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.


giovedì, gennaio 15, 2009

Berserk: Il cortometraggio italiano

Sembra incredibile, ma a volte i corti amatoriali dedicati agli eroi dei fumetti riescono a dimostrare maggiore grinta e fantasia rispetto a produzioni più blasonate. Anche se bisogna ricordare che "amatoriale" non sempre è sinonimo di "non professionista". Come questo cortometraggio dedicato a "Berserk", il popolare e cupissimo manga di Kentaro Miura. Come avvenuto in passato con il celebre corto "Batman - Dead End", dedicato all'uomo pipistrello e realizzato dall'esperto di effetti speciali Sandy Collora, qui abbiamo un fan movie girato con mezzi contenuti, ma da uno staff che lavora nel settore a livello professionale. E... sorpresa! Si tratta di un cortometraggio italiano (con tanto di sottotitoli in inglese, per il pubblico internazionale) firmato da Francesco Sanseverino. Il titolo è "Berserk - The Legend of the Black Swordman", e si presenta come un antefatto all'inizio della saga a fumetti. Guardatelo e giudicate. Io penso sia innegabile, al di là di qualunque critica, la capacità di Sanseverino di rievocare le atmosfere malsane e allucinate del manga. Inoltre è aiutato da costumi eccellenti. Insomma, un corto che induce a chiedersi se la strada del cinema fantastico targato Italia non sia stata chiusa in modo troppo frettoloso.




BERSERK - The Black Swordsman (ENG Subtitles) from Led Production on Vimeo.

lunedì, gennaio 12, 2009

Noccioline (insanguinate)

Ha debuttato lo scorso 6 Gennaio, al Teatro Bellini di Palermo, “Noccioline”, interessante pièce del drammaturgo e attore Fausto Paravidino. Un testo politico, ispirato – come già il precedente “Genova 01” – ai fatti che hanno funestato il G8 del 2001. Uno spettacolo articolato in 23 scene dal contenuto fortemente simbolico, per molti versi debitore alla struttura didascalica del teatro di Bertolt Brecht. Una raffinatezza teatrale che – forse – potrebbe incontrare qualche difficoltà a far breccia nel cuore del pubblico palermitano, avvezzo a decenni di cabaret, leziosità campaniliste e sperimentazione d’accatto. In “Noccioline” c’è qualcosa, sia pur non del tutto compiuto, che riesce a far vibrare le corde più nobili della sensibilità drammatica. Il ritmo, un dialogo efficace, caratterizzazioni riuscite e un contenuto intenso che nel finale lascia un senso di amarezza, suscitando più domande che risposte.
Le “Noccioline” del titolo (in Germania lo spettacolo è stato intitolato “Peanuts”) sono un gruppo di ragazzi che rimandano dichiaratamente ai piccoli personaggi delle strisce disegnate da Charles Schultz. E proprio come Charlie Brown, Linus, Lucy e compagni, ciascuna di queste noccioline identifica un diverso sentimento o un sogno umano. Sono, insomma, delle maschere, le cui dispute adombrano i più delicati fenomeni sociali. Facciamo così la conoscenza di Buddy, novello Charlie Brown, chiamato a custodire la grande casa di amici facoltosi, che vede invadere il proprio spazio da una truppa di conoscenti sfaccendati. Un titolo sullo schermo alle spalle degli interpreti anticipa di volta in volta l’argomento della scena che seguirà, quasi ci si trovasse di fronte a strisce a fumetti, concise e fulminanti. Una lite di gruppo su quale bibita acquistare, diventa quindi la caricatura graffiante del processo di globalizzazione. Le riserve nei confronti di un ospite straniero una riflessione sulla condizione degli immigrati. Le escandescenze di una ragazza confusa e frustrata sintetizzano in modo spietato la crisi degli ideali presso le nuove generazioni. Ma quel che sembrava un gioco divertente, è destinato a cagliare nella seconda parte dello spettacolo, quando lo spettatore è avvisato che sono trascorsi dieci anni, e il teatro dei conflitti tra i novelli Peanuts non è più la casa borghese distrutta dalle intemperanze giovanili, ma una caserma di polizia che rimanda esplicitamente a quella oggi tristemente nota di Bolzaneto. Dopo dieci anni, alcune scelte sono state fatte, e quelle stesse “Noccioline” che una volta guardavano i Puffi in TV, bisticciando per futili motivi, oggi militano su fronti opposti. Divisi tra vittime inermi, accusate di azioni sovversive, e ottusi carnefici incapaci di seguire una logica diversa da quella derivante da una bestiale posizione di supremazia. Il cambiamento di registro è leggero e allo stesso tempo crudele. Ai lazzi di un decennio prima si sostituiscono il sangue e la prevaricazione fine a se stessa. I giochi surreali con cui i personaggi interagivano nella prima parte si evolvono nelle violenze fisiche e psicologiche somministrate da un potere inesorabile quanto inconcludente. E il risultato, per quanto volutamente grottesco, è un pugno nello stomaco.
"Noccioline", forse, soffre di qualche incertezza in prossimità del finale, per alcuni versi ambiguo. Ma è interessante notare quanto Paravidino sia riuscito a far rivivere il migliore linguaggio del teatro dell’assurdo moderno, con echi di atmosfere alla Harold Pinter (i salti temporali, l’uso della mimica), ma anche con la freschezza allegorica dell’immenso (e purtroppo dimenticato in Italia) Ezio D’Errico.
I cosiddetti “Intermezzi” da incubo ambientati nella caserma, sono uno dei momenti più alti dello spettacolo. Brevi e concitate pantomime che seguono la dinamica di un film muto, con tanto di dialoghi (taglienti come rasoi) proiettati sul fondale alla maniera delle didascalie che davano voce al cinema che fu. Sarà Buddy, trasformatosi da custode di una casa borghese a imbelle agente di polizia, il personaggio chiave per arrivare alla conclusione di una parabola senza vincitori né vinti. Dove le scelte che formano l’individuo, più che ideali precisi sembrano concernere la parte da cui stare. Un potere, sempre e comunque dispotico e liberticida, o una deriva a volte disimpegnata, o se non altro caotica e contraddittoria, ma in ogni caso preferibile a uno status che prevede come unica strada quella della sopraffazione.

Il cast funziona senza particolari sbavature. La recitazione agile e la discreta presenza scenica di tutti gli interpreti conduce senza impedimenti fino alla fine. Una menzione particolare va alle interpreti femminili, qui visibilmente più vivaci e duttili dei loro, pur apprezzabili, colleghi.
Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Bellini di Palermo fino al 18 Gennaio 2009. La scelta giusta per passare una serata in modo diverso, disertando un cinema ormai alla frutta, e per riscoprire il piacere di una forma di teatro che ormai (almeno dalle nostre parti) si vede di rado.

“Noccioline” di Fausto Paravidino. Regia di Valerio Binasco. Interpreti: Elena Arvigo, Alessia Bellotto, Vittoria Chiacchella, Luigi Di Pietro, Denis Fasolo, Iris Fusetti, Aram Kian, Lucia Mascino, Mauro Parrinello, Fulvio Pepe, Michele Sinisi.



TEATRO BELLINI
piazza Bellini
tel. 0917434312
botteghino@teatrobiondo.it
20 euro intero, 15 euro ridotto


sabato, gennaio 10, 2009

Il caso Povia

Mentre il gruppo Facebook relativo ("Non lasciamo che Povia canti di ex gay a Sanremo") supera i 10.000 iscritti, la polemica va avanti. La canzone "Luca era gay", che l'interprete di "I bambini fanno ooh..." si propone di cantare al festival di quest'anno, sta godendo già di grande visibilità, anche se di fatto nessuno l'ha ancora sentita. La giusta reazione del mondo gay è ovviamente andata incontro alle solite risposte superficiali. Alle volte si grida alla censura, o si invoca la libertà di pensiero e di espressione con grande facilità. Troppa, per un paese che ancora soffre di forti discriminazioni nei confronti di certe minoranze. Dove non esiste tutela legale contro comportamenti omofobi. Dove la chiesa non ha alcuna vergogna di calpestare il concetto stesso di carità schierandosi fuori della richiesta di depenalizzazione internazionale dell'omosessualità. Qui si parla di Sanremo, un palcoscenico che entra in casa di milioni di italiani con tutte le frivolezze del caso. Sentir cantare, tra una leziosità e l'altra, di Luca, gay recuperato che ora ama una donna - non prendiamoci in giro - sarebbe un'imbeccata pericolosissima dal punto di visto politico e sociologico. Una pillola di veleno razzista che porterebbe con facilità le menti più sprovvedute a pensare all'omosessualità come a un vizio che con un po' di buon senso può essere debellato.
L'argomento più recente addotto da Povia sarebbe che lui "non generalizza". La sua canzone "Luca era Gay" non parlerebbe, insomma, del mondo omosessuale, ma dello specifico caso di
un personaggio che da gay rientra nei binari… E tanto dovrebbe bastare a fugare i sospetti di omofobia e di propaganda antiomosessuale.
Riflettiamo un attimo. L’anno scorso, la canzone della Tatangelo, nella sua inutilità, era talmente scontata da risultare neutra, e di conseguenza non offendeva nessuno. Qui il discorso è diverso. Povia sostiene di parlare di un singolo e non della categoria. Sembra ragionevole, ma è soltanto ipocrita. Provate a pensare a qualcuno che presenta una canzone su un uomo di colore... che puzza. Non tutti i neri, badiamo bene… un singolo nero, che non si lava e ammorba col suo tanfo.
Anche in questo caso parlerebbe di un singolo… Ma quanta gente (tra le persone di estrazione e istruzione molto varia, che segue il Festival di Sanremo) non recepirebbe la canzone come qualcosa che incoraggia a coltivare idee razziste? C'è da tremare al solo pensiero.
Difficile che qualcuno presenti una canzone che parla di un ebreo (anche qui un singolo personaggio, non il suo popolo) caratterizzato secondo lo stereotipo del ceffo avido, tirchio e infido. Non credo salti in mente a nessuno di fare una cosa del genere. Non nel nostro paese. Paura, eh?
Se per i gay è diverso, è perché questo strato sociale non ha ancora ricevuto l’attenzione riservata alle categorie sopracitate, anch’esse vittime, per motivi razziali, delle peggiori nefandezze nel corso della storia.
Per i gay, a tutt'oggi, è diverso. La loro condizione suscita ancora in molti più ilarità che attenzione. Quello dell'orientamento sessuale è ancora un tema spinoso, che spesso viene fatto sconfinare nel ridicolo e nella goliardia, soprattutto quando viene confuso con ruoli sociali che niente dovrebbero avere a che spartire con chi si ama e con quel che piace fare a letto. C'è poco da fare, viviamo in un sistema che premia favori sessuali con cariche politiche, ma pretende di limitare i diritti di un cittadino che paga le tasse in base al suo orientamente privato.
Se si ritiene di dover cantare in modo elegiaco di un gay "redento" (come se questo non incoraggiasse comunque a considerare l’omosessualità una deviazione) questo è già un importante sintomo di come è ancora visto l'omosessuale sotto il cielo italico. Se Povia volesse raccontare qualcosa che ha maggiore aderenza al quotidiano, e che veramente incida sulla vita sociale, dovrebbe parlare del fenomeno inverso. O magari di quello più strisciante, che vede persone omosessuali adattarsi a vivere una vita pubblica da eterosessuale, confinando le proprie vere pulsioni alla clandestinità. La canzone sanremese dedicata al ritorno di Luca "sulla retta via" (indicando, in sostanza, la sua passata omosessualità come un ostacolo al "vero amore") non aiuterà nessuno a superare gli scogli del pregiudizio e a vivere serenamente, onestamente con se stesso e gli altri. Anzi, potrebbe ferire nel profondo molti giovani che ancora vivono con smarrimento la scoperta della propria natura.
Pessima idea, Povia. Senza nessuna giustificazione.

giovedì, gennaio 01, 2009

2009!

Bene, ci risiamo. Al di là degli scorni, delle motivate depressioni, dei propositi di reagire, del lavoro che non va, dei rapporti che languono, eccetera eccetera, non ci si può esimere di usare il primo gennaio per augurar(si) che le cose (almeno un pochino) migliorino. La cronaca internazionale di questi giorni non è incoraggiante (quando mai lo è stata?), e ognuno valuterà da solo se gli eventi che danno ritmo alla sua vita privata sono un segno ottimista per guardare all'anno che verrà. Quel che dico è... cerchiamo di sopravvivere (quelli che lo meritano). E vadano all'inferno tutti quelli che ci vogliono male, che non ci stimano, che non ci vedono, per cui non contiamo nulla.
Nella peggiore delle ipotesi, speriamo che il 2009 conti meno rospi da ingoiare (e semmai più nasi sanguinanti).
Buon anno...
gridato da una zattera in balia delle onde.
Ma non è lo stesso per tutti?