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lunedì, luglio 02, 2012

Elephantmen: Bestia o Uomo?


Un futuro sulfureo, forse ancor più di come c'è stato tante volte descritto. Un domani che sorge sulle macerie di conflitti insensati, non dissimili (si direbbe) da quelli che insanguinano il nostro pianeta nel tempo presente. Un nuovo ordine mondiale, una metropoli fosca, dove immense, ambigue ombre attraversano i vicoli bui, avvolti in ampi impermeabili e fumando spessi sigari. Sono gli Elephantmen, creature nate in laboratorio, nei decenni trascorsi, per volontà della multinazionale chiamata Mappo e del suo folle ideologo: il dottor Kazushi Nikken. Il DNA di alcuni pachidermi (ma anche di certi grandi caimani) è stato mischiato a quello umano con l'intento di produrre un'armata di possenti soldati da impiegare sui fronti di guerra nel continente africano. Dopo l'inferno in terra, tutto questo sembra essere finito. La società Mappo è stata smantellata dalle Nazioni Unite, e i cosiddetti Elephantmen (come sono genericamente chiamati gli ibridi) vivono apparentemente un'esistenza integrata nella società civile, tuttavia minata da aspre limitazioni dei diritti personali, e minacciata in modo costante dal pregiudizio degli umani e da vecchi, misteriosi rancori...


Sono in pochi a ricordarsene, ma non è la prima volta che gli Elephantmen tentano di marciare sul suolo italico. Circa un decennio fa, fu Vittorio Pavesio il temerario editore che propose nel nostro paese, in veste cartonata, l'episodio intitolato Hip Flask: Selezione Innaturale. Le vendite scarse e la pressoché nulla attenzione riservata al volume da parte del pubblico italiano, decretarono la sua scomparsa dalle fumetterie e da ogni progetto editoriale. Almeno fino a oggi, e a questo primo volume della Panini Comics, Elephantmen: Bestie Ferite, dove il gioiello fantascientifico-noir creato da Richard Starkings e disegnato magistralmente da Moritat e José Ladronn torna a barrire con la forza di una grande bestia della giungla che esige la sua giusta vendetta. 
 

Se la potenza dei disegni di Moritat e degli artisti che lo affiancano esplode letteralmente dalla pagina, conquistando gli occhi del lettore occasionale, è la trama e i dialoghi insinuanti che rendono il racconto monumentale come i suoi protagonisti, costruendo capitolo dopo capitolo un complesso mosaico che una volta completato farà luce sullo status quo del mondo di cui si narra, delle creature che lo abitano e dei complotti che le hanno generate. Un peccato che, quasi dieci anni fa, i lettori italiani non si siano accorti di questo piccolo miracolo narrativo, fatto di storie brevi di grandissima densità, capaci di colpire duramente allo stomaco come di intenerire in modo del tutto inaspettato. Una saga che promette ramificazioni sempre più intriganti e caratterizzazioni non scontate. 

 
Se i dichiarati riferimenti a temi come razzismo e pacifismo possono far pensare a fumetti popolari ben più noti e commerciali, Elephantmen sorprende proprio per la sua capacità di essere nello stesso tempo semplice e profondo in modo inquietante. Politico e sentimentale, retto da un lavoro grafico che mozza il fiato mixando humor nero e tragedia epica con la fantascienza hard boiled più caustica. Un mondo dove è possibile incontrare per la strada animali antropomorfi, ultimi testimoni di una follia tutta umana e destinati a una veloce estinzione. Non a caso il titolo scelto per la serie echeggia la vicenda umana dell'Elephant Man storico, Joseph Merrick, resa celebre prima da un dranma teatrale e successivamente dall'indimenticabile film di David Lynch. Tra gli Elephantmen creati dal dottor Nikken e addestrati a uccidere dalla sua spietata organizzazione, si trovano animali di varia foggia, oltre a elefanti incontriamo ippopotami, rinoceronti, coccodrilli. Ma l'icona dell'uomo elefante li riassume tutti, in quanto vittime squarciate di un'umanità ben più mostruosa del frutto dei suoi esperimenti militari.


L'autore inglese Richard Starkings nasce come editor ed è considerato il padre del lettering digitale, nonché innovatore nella cura e nel design delle riviste a fumetti. Lo stesso Hip Flask, ippopotamo detective che adombra un po' il personaggio di Philip Marlowe, è stato creato da Starkings come mascotte per l'etichetta editoriale Comicraft. Dopo l'avventura già citata (Selezione Innaturale), il mondo degli Elephantmen è cresciuto e maturato, diventando la grande, bizzarra e meravigliosa bestia che oggi anche i lettori italiani possono ammirare. Le illustrazioni di Moritat, plastiche e maestose, sono il biglietto da visita ideale per un fumetto magnificamente disegnato e scritto con altrettanta cura, mentre lo stile di Ladronn, in cui sono evidenti le venerande influenze di Jack Kirby, evolve per una strada propria, inaugurando in modo esemplare la galleria di firme illustri che sfileranno nei volumi successivi. 

 

I singoli capitoli, brevi quanto intensi, si incastrano come anelli di una catena che ci trascina lontano, dove non si sa. E questo non è che un altro pregio, giacché Elephantmen è un fumetto dannatamente imprevedibile. Una strana, mostruosa ma affascinante creatura ibrida, dove avventura, fantastico e satira sociale si amalgamano in una pietanza dal gusto agrodolce, che una volta terminata ti fa desiderare di assaporare al più presto un'altra porzione.
Sottovalutato come tutte le opere innovative e di pregio, Elephantmen merita tutta l'attenzione che gli è stata negata alla sua prima sfortunata sortita nel nostro paese, e la possibilità di lasciare un'impronta grande quanto quella di un pachiderma nella nostra memoria e nelle nostre coscienze.


Questa recensione è stata pubblicata anche su Fumettidicarta.


martedì, maggio 29, 2012

John Carter: la principessa di Marte


Il capitano John Carter, per sfuggire a dei predoni, si rifugia in una grotta e lì cade privo di sensi, stordito dalle esalazioni di una misteriosa nebbia. Al suo risveglio si trova su Marte, un pianeta crepuscolare che i nativi chiamano Barsoom. Il suo valore di soldato, la minore gravità del pianeta rosso, e soprattutto i begli occhi di un’affascinante principessa dalla pelle color porpora, lo porteranno a mettersi alla testa degli eserciti di Barsoom e a diventare un eroe su quel mondo così lontano da casa…


Il ciclo marziano di Edgar Rice Burroughs, il creatore di Tarzan, iniziato nel 1912 con il racconto Sotto le lune di Marte, pubblicato a puntate su una rivista pulp e in seguito divenuto una vera e propria saga letteraria, ha goduto negli anni di parecchie versioni a fumetti. Questa lettura marvelliana, firmata da Roger Langridge e Filipe Andrade, risale appena al 2011 e giunge in Italia a seguito del film Disney con Taylor Kitsch, corredo irrinunciabile di ogni film di genere che aspiri a fare cassetta. Un adattamento non particolarmente ispirato, che si limita a riproporre senza aggiungere nulla la trama del primo romanzo che ha per protagonista John Carter, con una linearità che per molti versi amplifica la fisiologica ingenuità del romanzo scritto agli inizi del secolo scorso.

E’ interessante, tra l’altro, notare come lo stesso John Carter attingesse a un personaggio meno noto della narrativa popolare del suo tempo: Gullivar Jones, di Edwin Lester Arnold apparso in un romanzo del 1905 (Lieutenant Gullivar Jones: His Vacation) e che presentava molti punti di contatto con l’opera che Burroughs diede successivamente alle stampe. Come Carter dopo di lui, anche Jones era un ex militare approdato su Marte (in questo caso grazie a un tappeto volante) e innamorato di una principessa dalla pelle d’oro. Sia Jones che Carter hanno destato l’interesse del mondo dei fumetti, e in particolare della Marvel, che negli anni settanta dedicò a Gullivar Jones uno spettacolare ciclo di storie disegnate da Gil Kane. Inoltre, entrambi gli eroi terrestri di adozione marziana appaiono nel prologo del secondo ciclo de La lega degli straordinari gentlemen, dove Alan Moore rilegge l’invasione della terra a opera di Marte descritta da H. G. Wells nel suo La guerra dei mondi. Ad ogni modo, sono l’opera e il personaggio di Burroughs che, grazie a una serie di libri di successo, sono riusciti in qualche modo a superare il mare del tempo e a giungere fino a noi come icona vintage di quella che un tempo si iniziava a chiamare timidamente fantascienza.


Nei primi del novecento la science fiction non era ancora un genere letterario ben codificato. La tecnologia aveva appena fatto capolino nel quotidiano della gente con l’invenzione del telefono, e immaginare di spostarsi da un pianeta all’altro richiedeva un discreto sforzo di fantasia. Sarebbe facile, oggi, etichettare il ciclo di Barsoom come un fantasy, un cappa e spada ambientato tra umanoidi verdi a quattro braccia e sinuose nobildonne dalla pelle rossa, se non fosse per la totale assenza di vera e propria magia nelle avventure firmate da Burroughs. John Carter, ufficiale della guerra civile americana, arriva su Marte in modo misteriosissimo e farraginoso. Per sfuggire a dei pellerossa, entra in una grotta inesplorata, e lì un fenomeno privo di spiegazione lo trasporta attraverso le stelle. In spirito, viene suggerito, eppure anche fisicamente, in un modo enigmatico quanto confuso. Tuttavia, sebbene i riferimenti scientifici siano limitati per lo più al generico macchinario che permette a Marte di risparmiare l’ossigeno in via di esaurimento, non v’è traccia di incantesimi nelle storie di John Carter. Solo fazioni marziane (uomini verdi, uomini rossi) in lotta tra loro, battaglie all’arma bianca, muscoli ed audacia elementare.

 

Il fumetto Marvel che recupera con civetteria il titolo voluto da Burroughs per il suo romanzo di esordio (La principessa di Marte, poi modificato dall’editore in Sotto le lune di Marte), scorre veloce nella lettura senza lasciare nessuna traccia significativa come un diligente riassunto. Una menzione in più meritano i disegni del portoghese Filipe Andrade, mai così distante da uno stile mainstream, in grado di ibridare pittorico e cartoonesco in modo accattivante, e fornire al prevedibile e ormai datato racconto di avventura un’aura piacevolmente insolita. Quel che può esserci di divertente, a livello filologico e deliziosamente nerd, è osservare quanto fosse seminale per l’immaginario fantastico il personaggio di John Carter nel 1912, e quante successive invenzioni, pulp e fumettistiche, gli sarebbero state debitrici nei decenni successivi.

Il genere chiamato sword and sorcery (o heroic fantasy), e il suo personaggio di punta, quel Conan tanto corteggiato da cinema e fumetto, non esistevano ancora e John Carter (pur muovendosi in un mondo fantastico ma senza magia) è il tipico esempio di uomo forte e abile con la spada che abbatte mostri e guerrieri a frotte senza battere ciglio. Altro elemento che fa riflettere è il rapporto di John con la differente gravità di Barsoom, cosa che gli conferisce una forza superiore alla media degli individui e la capacità di saltare con una leggerezza innaturale coprendo grandi distanze. Se queste caratteristiche vi ricordano qualcuno, come l’ultimo rappresentante di una razza aliena giunto sulla terra dove sviluppa straordinari poteri grazie alle diverse condizioni ambientali… beh, forse non vi state sbagliando. Ma sotto molti aspetti, John Carter e il suo habitat alieno possono essere considerati anche dei precursori del Flash Gordon di Alex Raymond e del suo teatro di azione: il pianeta Mongo. Un militare e un campione di polo, entrambi esseri umani al top della forma fisica, un pianeta dalle atmosfere fiabesche, dove si consumano complotti di corte e si affrontano mostruose creature. Sì, il concetto dell’audace terrestre che diventa un esotico eroe in una landa interplanetaria s’era visto ben prima del 1934 e della partenza del razzo del dottor Zarro. Così come la successiva capacità di Carter di viaggiare tra la terra e Marte sfruttando la misteriosa caverna ricorda parecchio il personaggio di Adam Strange (nato per il marchio DC Comics nel 1958) e le sue cicliche visite sul pianeta Rann grazie al manifestarsi del raggio Zeta.


Poco di nuovo sotto il sole, dunque, ma numerosi palinsesti su cui scrivere ancora, e ancora, e ancora, ricordando la lezione secondo la quale a contare è soprattutto la forma. Questo ennesimo John Carter marvelliano ci intrattiene per essere subito dimenticato. Le illustrazioni di Andrade, per quanto suggestive, non bastano ad alzare di molto la qualità di un fumetto abbastanza superficiale. Resta la curiosità storica per un canovaccio narrativo (già debitore ad altri) che ha influenzato parecchio un immaginario oggi caro a moltissimi lettori. E di per sé questo è già un piccolo valore aggiunto.

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fumettidicarta

mercoledì, maggio 02, 2012

Frank Miller - Sacro Terrore






Sembra una notte come tante a Empire City. Una metropoli corrotta le cui ombre sono il regno di Fixer, implacabile e misterioso vigilante. Il duello del raddrizza-torti con la criminalità procede come una danza eterna, fatta di ciclici scontri con la Gatta Ladra, seducente fuorilegge per la quale forse sta iniziando a provare qualcosa di diverso. Ma la danza notturna dei due avversari, quasi amanti, è bruscamente interrotta da un boato fragoroso mentre un tornado fatto di sangue, metallo e sassi spazza l'intera città. E' l'inizio di una lunga notte di terrore per Empire City. Un terrore che qualcuno definirebbe sacro...

Frank Miller è un personaggio, oltre che un affermato autore, tra i più noti nel mondo dei fumetti, e la sua opera sul terrorismo islamico era molto attesa da questa parte dell'oceano, dopo aver suscitato in patria polemiche e accuse di fascismo. Non è escluso che anche nel nostro paese, Sacro Terrore, pubblicato dalla Bao Publishing in edizione cartonata, possa ispirare analoghi dibattiti. Si può immaginare tenendo conto dell'alta considerazione che Miller gode tra i lettori italiani, a volte pronti a difenderne anche i passi falsi, del tema scottante e complesso, nonché di quei redazionali, pubblicati a puntate su certe riviste di settore e riguardanti la deriva artistica e ideologica dell'autore, interrotti bruscamente non appena divulgata la notizia che la sua opera controversa sarebbe approdata presto anche in Italia. Eppure, tenendo in mano il volume, osservando le caratteristiche illustrazioni di Miller e leggendo i suoi dialoghi, ormai altrettanto prevedibili, verrebbe spontaneo chiedersi se tanto fumo è proprio necessario. Infatti, la sostanza di questo fumetto ispirato agli eventi dell'11 settembre 2001 è talmente esile, talmente stereotipata,  da disinnescarsi praticamente da sola, con buona pace dei fantasmi razzisti che pure aleggiano tra le sue pagine.


Nato per essere una storia di Batman, collocata nel suo universo e tra i suoi comprimari, sia pure nella chiave milleriana che i fans ricordano bene, Sacro Terrore ha preso in seguito una strada  differente. Ma neppure tanto. Allontanarsi realmente dalla figura dell'Uomo Pipistrello e della sua Gotham avrebbe richiesto uno sforzo narrativo più cospicuo e caratterizzazioni, per quanto allusive, un po' più difformi da quelle dei prototipi di partenza. Questo – per cominciare – non avviene, e ogni ulteriore lavoro sui protagonisti è in sottrazione. Fixer, privato delle ossessioni di Batman, è una maschera senza spessore. Un duro dalla mascella squadrata che quando non straparla di odio e vendetta non fa che pensare alle curve della Gatta, e a ripetere – inutilmente – di non volersi innamorare, come il protagonista de La sposa infedele di Lorca, ma senza la medesima forza poetica e neppure la stessa sensualità. Così è per la Gatta-Natalie, controfigura di Catwoman che non aggiunge nulla al personaggio cui deve praticamente tutto. O dell'occhialuto capitano Donegal, un commissario Gordon non ancora incanutito, irriducibile stereotipo dello sbirro tutto di un pezzo che abbiamo visto sfilare tante volte. Il passaggio dall'ennesimo progetto revisionista a quello di variazione sul tema avviene, insomma, senza nessuna vera alchimia, e lascia i personaggi che conosciamo come una pietanza cui sono stati sottratti tutti gli ingredienti che la rendevano saporita, catapultati in un contesto serrato, ma decisamente pretenzioso e troppo spesso confuso.


Dal punto di vista grafico, il lavoro di Frank Miller è altalenante, e proprio per questo – ci sentiamo di dire – tanto più deludente. La scelta stilistica si colloca a metà strada tra i contrasti netti di Sin City e le morfologie spigolose de Il ritorno del Cavaliere Oscuro, in un bianco e nero dove sprazzi di colore brillano in solitario tra le pagine come lampi fugaci. L'inizio, dedicato all'eterno balletto erotico tra il vigilante e la  felina scassinatrice non sarebbe neppure male, ma il caos incombe dietro l'angolo, e non è quello scatenato dai fondamentalisti islamici sull'ignara Empire City.

Un peccato, perché alcune sequenze, come la serie di detonazioni che provocano uno tsunami di chiodi e lamette da barba che investe i protagonisti, è davvero potente. Peccato che racconto e disegni si smarriscano presto in un gorgo pasticciato, dove spunti che avrebbero potuto essere interessanti si limitano a fare una veloce comparsa, e dove l'azione e il segno graffiante di Miller si ingarbugliano in una spirale nebbiosa, rendendo a volte difficile decifrare quanto sta accadendo sulla pagina. L'episodio brevissimo incentrato sulla giovane kamikaze, scandito da un dialogo trasognato e immagini essenziali, è intenso, ma fine a se stesso. Le psicologie suscitano qualche perplessità, come vedere la piccola Amina trangugiare avidamente alcool per la prima e unica volta in vita sua, in una sorsata di vita disperata,  subito prima di far detonare la bomba che ucciderà lei e quanti le stanno intorno. Bizzarro, vien da pensare, che un agente islamico commetta quello che per la sua religione è un atto impuro proprio mentre sta per affrontare il martirio supremo. Eppure questo breve episodio possiede una forza emotiva assente nel resto del volume, e lascia l'amaro in bocca per tutte quelle atmosfere e quelle domande che Sacro Terrore non riesce a presentare.


E' stato scritto, come lancio commerciale, che Sacro Terrore sarebbe “un pugno in mezzo agli occhi alla retorica e al perbenismo”. In verità non è niente di tutto questo. Non è un pugno e neppure un pizzicotto, ma soltanto uno scialbo anello di fumo, il cui aroma ricorda vagamente le prove passate di Miller senza prendere nessuna direzione precisa. La superficialità con cui la questione politica è affrontata rende il graphic novel omologabile a qualunque episodio di Sin City, dove a un delitto seguono l'ira funesta e la vendetta di un implacabile giustiziere. Non è tuttavia il caso di mettere i titoli in questione sullo stesso piano, giacché se si levano gli occhi al cielo e si pretende di dar lezioni di astronomia, sarebbe il caso di conoscere almeno i nomi dei pianeti. Sacro Terrore è la consueta sagra di violenza al testosterone proposta negli ultimi anni da un Frank Miller ormai prigioniero del suo personale brand. La retorica cui vorrebbe sferrare un pugno fa in realtà capolino anche in Sacro Terrore nel modo più stucchevole, attraverso la rappresentazione (fredda e sterile) dei volti anonimi delle tante vittime innocenti spazzate via in modo insensato. E altrettanto in fretta liquidate dall'espediente grafico che le fa dissolvere, impiegando ben due pagine di un libro corposo solo in apparenza, ma che si legge in pochi minuti. La stessa cosa vale per i volti noti della politica e della cultura internazionale, gettati alla rinfusa tra le tavole come palloncini lasciati a fluttuare senza meta, senza criterio, senza idee solide cui aggrapparsi. Solo rabbia e sete di sangue.


Se l'intento fosse stato quello di rappresentare l'insensatezza della violenza, del terrore, la perdita del senso di umanità di fronte a eventi tanto grandi e drammatici, forse Sacro Terrore si sarebbe avvicinato di più al centro del suo bersaglio. La caduta della Statua della Giustizia di Empire City (allegoria della Statua della Libertà e palese allusione alle Torri Gemelle) avrebbe potuto rappresentare un'allegoria morale di ben altra caratura. Non è così, purtroppo, e la vicenda segue gli sviluppi più elementari, fedele al proposito di mostrare un vigilante prendere a cazzotti i terroristi arabi, vendicare l'America ferita al cuore e così via. Quel che emerge dalle pagine firmate da Miller è solo un furioso, patetico caos.
Il personaggio di David, enigmatico figuro la cui sagoma ricorda The Question, ma con una significativa stella di David disegnata sul viso, è emblematico del fallimento di un progetto che nasce ambizioso ma del tutto privo degli strumenti essenziali per il suo compimento. Vale a dire profondità, accuratezza, e se vogliamo anche capacità di osare davvero. Al lettore è comunicato sbrigativamente che il misterioso personaggio, letale agente del Mossad, è stato anche il mentore di Fixer. Un elemento geopolitico e dietrologico troppo ghiotto per essere presentato e subito fatto sparire dalla trama senza giustificazione. Sarebbe stato meglio, a questo punto, se fosse stato del tutto assente. L'opera di Frank Miller, più che dalle bombe di al-Qaeda, è travolta dalla sua stessa inconsistenza, frettolosità e provocazione d'accatto. Non è un'opera politicamente scorretta, ma un fumetto approssimativo, i cui contenuti sono proposti in modo troppo goffo e ingenuo anche per suscitare scandalo. Tutto si svolge secondo una logica da teatro delle marionette in cui il copione è tutto un cliché collaudato. Fixer e la Gatta non ci mettono molto a diventare tali e quali i loro nemici, belve spietate che non si curano di niente e nessuno, neppure dei loro stessi compagni. I metodi del vigilante, raccapriccianti esattamente come quelli dei terroristi, hanno l'unico scopo di portare in scena la scontata e infantile legge del taglione, e il procedere del racconto non si sposta da questi prevedibili, svenevoli binari.


Sacro Terrore di Frank Miller è un'opera che a suo modo andrebbe letta. Non per godere di una nuova pietra miliare del fumetto (da cercare decisamente altrove), e neppure per sentirsi ispirati o indignati dai suoi contenuti, superficiali e schematici come spesso accade in tutte le posizioni estreme. Eppure andrebbe letta come paradigma dell'enorme ingenuità e del regresso emotivo che una tragedia come l'11 settembre ha potuto generare. Un'ondata di collera comprensibile, ma orfana della razionalità necessaria a comprendere o a chiedersi che cosa sia realmente successo e perché. Viviamo in tempi in cui il concetto stesso di democrazia è stato inquinato da espedienti demagogici di bassa lega.
 Il nobile aforisma di Voltaire «Non condivido le tue idee, ma sono pronto a morire perché tu possa esprimerle» è stato fin troppo spesso trasformato in un grimaldello retorico volto ad livellare ogni argomento e a legittimare qualsiasi sciocchezza, istigazione all'odio o insulto al pari dei ragionamenti più motivati. Il fumetto di Frank Miller si incanala tristemente in questa scia, dove si parla alle pance senza passare per la testa, ed è necessaria questa consapevolezza per accostarvisi in modo sereno. Non è proprio il caso di paragonare Sacro Terrore ai fumetti di propaganda usciti durante l'ultimo conflitto mondiale. Per intenderci, quelli sulla cui copertina Capitan America prendeva a pugni Adolf Hitler. A Frank Miller non interessa parlare di una tragedia internazionale e delle sue mille ambiguità, ma piuttosto di cieco revanscismo americano. E l'accento pesa come un macigno tanto sull'aggettivo quanto sul sostantivo. Dalle 120 pagine di trama confusa e disegni incoerenti non emerge molto altro. Il resto è solo kitsch, e l'eco lontana di un'occasione sprecata.




Questa recensione è stata pubblicata anche su Fumettidicarta.

domenica, marzo 11, 2012

The Goon di Eric Powell



Zombi, stregoneria, licantropi, scienziati pazzi, pulp e... testosterone.

Ma anche... alieni, folletti, troll, ragni giganti, pop e... ancora testosterone.


Esistono fumetti che più americani non si può, tanto sono debitori alla cultura, ai trend e a specifiche fonti statunitensi. E’ il caso di The Goon, di Eric Powell, che la Panini Comics ripropone in questi giorni facendo uscire contemporaneamente i primi tre volumi della versione colorata della serie targata Dark Horse (“Il Giorno dell'Avvoltoio”“La mia infanzia criminale”, “Cumuli di macerie”) già apparsa anni fa in Italia per l’etichetta Magic Press. 
Un fumetto già molto popolare in patria, del quale (dopo un cortometraggio diffuso con la funzione di traino) si sta producendo un film di animazione che conterrà tutti gli ingredienti presenti nelle tavole disegnate. Ne abbiamo elencato qualcuno all’inizio della nostra riflessione: zombi, magia... e tipacci. Perché nonostante le apparenze, The Goon non è un fumetto sull’ennesima invasione dei morti viventi, non ha niente a che vedere con The Walking Dead e neppure con Hellboy (con cui condivide l’appartenenza alla scuderia Dark Horse), nonostante l’apparizione veloce di quest’ultimo in uno dei volumi. No, The Goon è un fumetto fuori di brocca, dove semplicemente va dentro tutto quello che di pulp, di sardonico e spettacolare la cultura americana abbia raccontato o sognato. E’ un fumetto che si rivolge a un pubblico maggiorenne, ma non necessariamente maturo. Non propone una scrittura particolarmente elaborata, e la sua struttura semplice, articolata in episodi per lo più autoconclusivi, lo rende affine (nella forma se non nella sostanza) ad altri universi immaginari come quello disneyano. Un mondo dove la magia esiste e non ha timore di manifestarsi, dove non morti, lupi mannari e vampiri sono all’ordine del giorno, e dove la criminalità organizzata s’intreccia con le farragini di un universo fantastico variegato, ironico e non necessariamente definito. Libero da vincoli e insofferente a qualunque impegno che non sia quello di suscitare divertimento.




The Goon (parola slang che equivale al nostro “sgherro” o “gorilla”) è l’inarrestabile tirapiedi di un invisibile boss della malavita in una cittadina che brulica letteralmente di creature fantastiche. Goon, che ha preso segretamente il posto del suo capo seguitando a simulare di esserne un sottoposto, è un personaggio a due dimensioni che avrebbe potuto esistere già in un cartoon degli anni sessanta. Antieroe apparentemente indistruttibile, Goon è di fatto la nemesi umana (o antropoide?) di tutto ciò che di soprannaturale osa attraversargli la strada. Simbolo di un machismo fuori tempo massimo, figlio della cultura pop statunitense e solo alla lontana cugino del più raffinato Hellboy. Eric Powell, autore completo di grande talento, non ha interesse a tessere complessi archi narrativi, né a conferire epicità alle sue saghe come sceglie (ed è in grado di fare) il più noto (per noi) Mike Mignola. Il suo programma è quello di offrire al lettore una colossale sbronza di citazionismo americano, un tuffo fumettistico nella memoria cinematografica e letteraria della propria cultura, trasformando tutti i mostri e le minacce dell’immaginario horror, e più genericamente fantastico, in caricature da abbattere come birilli. Potremmo dire che The Goon, più che delle sue storie vive dei personaggi che presenta. Come nel caso del sinistro e divertente Avvoltoio, nel primo volume della serie, in cui ci viene raccontata l’origine di una tetra creatura dichiaratamente ispirata ai malinconici cow boy dei vecchi western, ibridati con gli elementi dell’iconografia horror anni settanta. Un gustoso identikit che però ha il gusto dell’aperitivo, lasciando aperto il racconto a più seguiti possibili, ma senza un vero punto d’arrivo. Quel che conta è l’effetto immediato. Elettrizzante ed effimero come le bollicine di una bibita gasata.


Il lavoro di Eric Powell è esemplare (nonché molto caratteristico) nei suoi aspetti formali. Meno nella sostanza, che rimane di grande leggerezza e a tratti un po’ confusa. La festa per gli occhi e il divertimento per il ragazzo che resiste dentro ognuno di noi è però assicurata. E The Goon spacca (sì, come quell’altro della Marvel), affascinando con il suo gusto vagamente retrò e la sua semplicità fresca, ormai piuttosto rara in mezzo a tante produzioni a fumetti di caratura esile ma dalle intenzioni pretenziose. Un piccolo monumento al pop che offre una lettura gradevole e disimpegnata.
E a volte non c’è davvero bisogno d’altro.



Questa recensione è stata pubblicata anche su Fumettidicarta



mercoledì, febbraio 01, 2012

La Guerra Eterna [di Haldeman e Marvano]


La parola fortuna porta male in guerra.
Per questo tra commilitoni e ufficiali ci si saluta mandandosi reciprocamente a quel paese, per sfidare con l’irriverenza una sorte che pare essere già decisa. Una guerra interminabile, fuori dal tempo, combattuta in uno spazio che non è mai sembrato tanto vasto e spietato.
La scienza terrestre fa un balzo in avanti nel 2045, quando la teoria della relatività di Albert Einstein è rimessa in discussione e l’uomo riesce infine a raggiungere la velocità della luce. Questo abbattimento dei limiti fisici dà inizio alla conquista terrestre dello spazio finora inesplorato, ma un confuso incidente dalle parti di Aldebaran causa lo scoppio di un conflitto con la sconosciuta razza dei Taurani. Una guerra feroce che durerà secoli, mietendo milioni di vittime tra due popoli tecnologicamente evoluti, ma che ignorano tutto l’uno dell’altro, né sono in grado di scambiare la minima comunicazione. Sulla terra, le informazioni che giungono dal fronte sono filtrate da una rigida propaganda. Il tempo stesso cambia significato, alla luce delle moderne tecniche di viaggio spaziale. Mesi per le truppe al fronte, decenni per la terra, che nel frattempo muta costumi e norme, rendendo alieni i suoi stessi figli, impegnati in un lontanissimo, insensato combattimento senza fine...


Joe Haldeman pubblica il suo romanzo La Guerra Eterna (The Forever War) nel 1974, vincendo due anni dopo i prestigiosi premi Hugo e Nebula per la letteratura di fantascienza. Haldeman affida al racconto avveniristico le sue memorie di reduce del Vietnam, in una saga che non concede niente all’epica o alla retorica, ma sceglie una chiave intimista e struggente, trasfigurando in una serie di quadri potenti il ricordo di una guerra immotivata e interminabile. L’adattamento a fumetti de La Guerra Eterna, che si giova delle illustrazioni asciutte e nello stesso tempo spettacolari di Marvano, si affida molto alle parole della sua fonte letteraria (pubblicata in Italia nella collana Urania di Mondadori) e dimostra quanto il confine tra narrativa e fumetto possa farsi sottile quando i temi sono fondamentali e il narratore di talento. Monologo interiore e dialoghi sono scelti in modo equilibrato, e La Guerra Eterna, il fumetto, si rivela un’opera autonoma di forte impatto emotivo.

«Sono contro la guerra,» afferma Haldeman, «non contro i soldati.» Soldati le cui vite spezzate, l’autore racconta in modo partecipe, senza mai scadere nel romanticismo o nel racconto bellico di maniera. Se ne La Fanteria dello Spazio, di Robert Heinlein, altro romanzo di fantascienza cui il libro di Haldeman è spesso accostato, emergeva soprattutto il clima di propaganda e di generale esaltazione militare, in La Guerra Eterna prevale il progressivo senso di alienazione dei soldati terrestri. I rapporti affettivi, riassunti con pochi essenziali tratti, appaiono tanto più disperati e convulsi quanto gli stessi protagonisti, poco più che anonimi, risultano icone universali di una parabola antimilitarista che non fa sconti. Marionette in un gioco crudele che annienta le loro vite senza alcuna ragionevole motivazione, in un conflitto secolare le cui cause non sono mai state veramente comprese.

Ma il vero protagonista de La Guerra Eterna, al di là dei suoi attori, è la guerra stessa. Un conflitto mostrato non solo nelle sue folli esplosioni di violenza, ma nelle sue conseguenze devastanti per coloro che riescono a sopravvivere. Viaggi interstellari che per il tempo terrestre durano secoli. Uomini e donne strappati alle loro culture e lanciati in un estenuante prova di forza, mentre il loro pianeta di origine cambia, si evolve, dimentica. Il punto di vista dei reduci, drammaticamente rappresentato da questo scollamento dalla realtà che li attende a casa, è uno dei temi di maggiore interesse del fumetto basato sull’opera di Haldeman, il più disturbante. Una lettura seducente che fa star male, e rammenta con toni mai convenzionali che il prezzo della guerra è l’umanità stessa.



Questa recensione è stata pubblicata anche su Fumettidicarta.


venerdì, gennaio 20, 2012

Brooklyn Dreams - Sogni a Brooklyn


“Momenti che rimangono veri sotto ogni classificazione”.
Sono questi gli istanti fotografati da J.M. DeMatteis, autore noto alla maggior parte dei lettori per il suo lavoro sulle serie Marvel, soprattutto celebri cicli dedicati all’Uomo Ragno (L’ultima caccia di Kraven, Il bambino dentro). Ma anche per aver contribuito a firmare grandi successi della concorrente DC, come Justice League International, insieme a Keith Giffen e Kevin Maguire.
Un nome, quello di DeMatteis, legato per lo più al mondo dei supereroi, e dunque tanto più sorprendente quando propone un graphic novel non di genere qual è Brooklyn Dreams, oggi ripresentato in Italia dalla Magic Press in una nuova edizione in unico volume.

L’intento di DeMatteis va al di là della semplice narrazione autobiografica. Mira piuttosto a estrapolare dai propri ricordi (veri o presunti) eventi e reazioni umane codificandoli in un linguaggio formale che li renda universali, e pertanto assolutamente credibili, proprio perché vissuti nella realtà, con poche varianti, da una quantità trasversale di individui. Non sono pochi i lettori che si riconosceranno in molte delle disavventure di Vincent Carl Santini, ragazzo cresciuto a Brooklyn negli anni settanta, circondato da una famiglia disfunzionale quanto buffa, dove ogni dramma si tinge di grottesco e dove ogni personaggio è caratterizzato con una forza ironica che deve molto alla poetica di Woody Allen.


Vincent Carl Santini, figlio di un irascibile italiano cattolico e di una donna ebrea americana apprensiva e isterica. Un quadretto di complessità familiare nel quale è facile per chiunque identificarsi. Il giovane Santini non è un eroe, non è destinato a compiere imprese memorabili. E’ impacciato, confuso, dedito agli stupefacenti, e attraversa gli anni settanta con le medesime incertezze di tanti uomini e donne della sua generazione. Quella portata in scena da Brooklyn Dreams non è una vicenda di rancori irriducibili e traumi inconfessabili, ma la normale anormalità di una delle tante famiglie incasinate della storia del mondo. Non una delle peggiori. Solo una delle tante. Un paradigma talmente riuscito delle ansie giovanili da risultare come un simpatico specchio per il lettore. Un diario che, per quanto scritto da un estraneo, produce empatia, suscitando emozioni agrodolci.

La sintesi del disagio familiare e adolescenziale realizzata da DeMatteis è resa graficamente in modo molto efficace da Glenn Barr, disegnatore in grado di mutare registro come un camaleonte, passando dal realismo al pittorico e a espressive sequenze cartoonistiche. Un mix di stili che contribuisce a vivacizzare l’epica esistenzialista di DeMatteis e a conferirle quel senso di universalità che tanto preme all’autore. Forse un buonismo di fondo spunta un po’ le armi della satira sociale, e il confuso misticismo della seconda parte neutralizza qualche potenzialità eversiva del racconto. Ma Brooklyn Dreams è quello che è. Un romanzo di crescita, una storia di consuete difficoltà e ordinarie nevrosi, confezionato per colpire il cuore di tanti senza disturbare nessuno. Ed è scritto talmente bene da rappresentare realmente dei “momenti che rimangono veri sotto ogni classificazione”.
Brooklyn Dreams parla di tutti, parla di noi. Magari non dice proprio tutto. Ma per questo potrebbero esserci altri libri, altri fumetti, altri momenti veri sotto ogni classificazione.


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