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venerdì, ottobre 04, 2013
Vi racconto un fumetto: Tag Eterna
L'intento è quello di divulgare la nona arte (o perlomeno alcune storie a fumetti poco note) attraverso lo strumento del video. Non so quanto possa piacere, ma è un esperimento che mi intriga. Chissà, fatemi sapere cosa ne pensate. Possibilmente con un commento sul canale Youtube. Buona visione.
Il fascino distorto di Rob Liefeld
Ok, il primo video autarchico (Giorni di un futuro impestato) ha segnato il mio esordio di youtuber con un discreto numero di visualizzazioni. Grazie a tutti quelli che lo hanno visionato e si sono iscritti al canale di Altroquando. Ecco il secondo episodio (in continuity cioè con la sottotrama inserita scherzosamente nel primo video) che tra una riflessione sull'arte (?!) di Rob Liefeld e una nerdata e l'altra, ci mostra che cosa sta succedendo al personaggio di Bearg nel suo futuro da incubo. Buona visione.
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mercoledì, dicembre 05, 2012
Freaks! Le nostre ipotesi...
Approfittiamo dell’arrivo della puntata riassuntiva Freaks! Puntata Recap
(che ripercorre gli eventi salienti della seconda stagione, commentati
fuori campo dal regista Matteo Bruno) per dire la nostra sull’argomento
più scottante che riguarda i Nuovi Mostri di Youtube (e ormai
anche di DeejayTV e chi più ne ha più ne metta): che cavolo sta
succedendo? Qual è la vera trama? Che cosa stiamo guardando?
Come abbiamo sempre detto, noi, nerd di comprovata fama, abbiamo apprezzato sin da subito Freaks! The Series come
un prodotto amatoriale che si avvicinava moltissimo a un titolo
professionista grazie alla passione, alla competenza tecnica e
all’inventiva di un gruppo di giovani talenti riuniti dalla rete.
Operazione che di per sé ci ha reso tutta l’iniziativa simpatica, e di
conseguenza indulgenti verso alcune imperfezioni (le peggiori, a nostro
parere, riguardano la dizione inintelligibile di alcuni interpreti
occasionali, ma vabbuò!). Gli esiti della prima stagione ci hanno fatto
capire che una discreta fetta di pubblico e di critica era d’accordo con
noi. Freaks ha ricevuto premi, contributi professionali, ha ampliato il
suo spazio d’azione… e la cosa ci fa molto piacere. Rimane, comunque,
un nodo gordiano che tuttora pesa come un macigno sul progetto. Un’ombra
dai contorni sfumati simile a quella che ha angosciato gli spettatori
di Lost fino all’atteso e temuto finale della serie. Insomma! Che cazzo
significa? I commenti su Youtube si sprecano, da quelli più feroci e già
delusi a quelli più fiduciosi (o speranzosi). E noi?
Noi ci siamo sparati un trip. Cioè… abbiamo attinto al nostro bagaglio nerd e filtrato gli accadimenti mostrati in Freaks!
per cercare di formulare un’ipotesi di risposta. Un po’ come all’epoca
si faceva proprio con Lost, pratica ch’era diventata una sorta di gioco
di società in cui ognuno si divertiva a cogliere indizi e a elaborare la
propria possibile soluzione al problema.
Specifichiamo (se ce ne
fosse bisogno) che quanto segue non è dunque uno spoiler. Noi non
sappiamo un… tubo (ci sta!) di cosa ronzi nelle menti di Matteo Bruno,
Guglielmo Scilla e Claudio Di Biagio. Ma proprio zero. Quanto diremo
sono soltanto nostre ipotesi che potrebbero essere spazzate via e
sconfessate già dai prossimi episodi. Se qualcuno preferisce non
ricevere suggerimenti e formulare da solo le proprie interpretazioni…
eviti il paragrafo di colore diverso. Noi non ci offenderemo. E speriamo
neppure lo staff di Freaks! Dopotutto è un gioco, e siamo convinti che anche loro si stiano divertendo come pazzi a far fondere le meningi del pubblico.
Ebbene, noi pensiamo che…
E’ dichiarato quanto Freaks! The Series sia debitore alla serie britannica Misfits. Forse più di quanto non sembri a una lettura superficiale. La caratteristica fondante di Misfits è
quella di descrivere i superpoteri come una manifestazione estrema e
metaforica della personalità di ogni personaggio (per cui il disadattato
diventa invisibile, la fatalona fa impazzire di desiderio chiunque la
sfiori, e così via). Il mondo finora rappresentato da Freaks! The Series
è strano, onirico, confuso. E in tanti hanno attribuito la cosa a un
difetto di sceneggiatura. E se invece quello che stiamo vedendo non
avvenisse nel mondo che conosciamo?
Il nostro pensiero è passato per Misfits,
è rimbalzato contro decine di altri serial ed è andato a cozzare dritto
contro un film thriller di qualche anno fa che amiamo molto (ma del
quale sadicamente, non diremo il titolo). Il nocciolo ipotetico sarebbe
questo. E se i freaks non fossero tanti, ma soltanto uno? Forse proprio
Gabriele, il misterioso personaggio interpretato da Giampaolo Speziale,
oggetto di esperimenti in un oscuro (e in parte fatiscente) laboratorio.
Se Marco, Andrea, Viola, Silvio… Giulia… Ma anche altri personaggi
apparsi qua e là, vivessero soltanto nella sua mente, e rappresentassero
diversi aspetti della sua personalità frammentata. Frammenti che in
alcuni casi cercano di coesistere e
cooperare, in altri di eliminarsi a vicenda. Qualcosa sembra suggerire
l’esistenza di un progetto di “purificazione e semplificazione” delle
personalità, volto a eliminare quelle meno controllabili (come Giulia).
In qualche caso tentando di sottometterle, in altri semplicemente di
distruggerle. Da questo punto di vista, l’Uomo senza Volto, lo Slender,
il babau che sin dall’inizio perseguita i freaks potrebbe essere una
sorta di anticorpo, e la sua mancanza di lineamenti potrebbe
simboleggiare proprio questo: la ricerca di una sintesi e la
modellazione di un’unica personalità coerente (o è un agente, una cura
iniettata dall’esterno?).
Non
sappiamo se l’impavido marchettaro ucciso (ma è davvero morto?) fosse
una delle personalità ipotetiche destinate al rifiuto (la strana
preghiera di Andrea suggerisce di sì), e neppure se il laboratorio è
reale o parte integrante di una mente schizzata e potentissima che cerca
disperatamente di rimettere insieme i pezzi della propria identità.
Persino il blackout di mesi e il suo successivo azzeramento fa pensare a
ciclici reboot con cui il mondo-individuo tenta di mettere ordine tra i
suoi incubi, alla ricerca di una vita normale. Gli indizi che mostrano
Gabriele in grado di influenzare la realtà intorno a lui non sono pochi
né nascosti. Di solito li archiviamo come semplici visioni o sogni, ma
se non fosse così?
Ok, sproloquio finito. Ribadiamo che è tutto un nostro flash, e che degli ulteriori sviluppi del mistero di Freaks! The Series non sappiamo niente. Lo seguiremo con tutti gli altri, con la consueta simpatia, e speriamo sinceramente di esserne sorpresi.
Yatta!
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mercoledì, novembre 28, 2012
martedì, settembre 04, 2012
Avvistato Uomo Piccione a Verona
Prima o poi doveva succedere. Anzi, da qualche parte forse era già successo, ma stavolta si esagera davvero. Che qualche scoppiato indossasse una calzamaglia e iniziasse a giocare al supereroe causando più o meno trambusto, è qualcosa che in questi tempi cupi ci attendevamo un po’ tutti. Eppure la realtà supera sempre l’immaginazione, nei toni grotteschi se non altro, presentandoci uno spettacolo che difficilmente avremmo creduto di vedere.
E’ accaduto a Verona, città nota per le sue bellezze architettoniche e per essere stata teatro dell’immortale tragedia di Romeo e Giulietta. Oggi, con buona pace di Shakespeare e del Sanmicheli, sono i fumetti e le loro deliranti influenze sulla realtà quotidiana a fare storia. Nelle scorse settimane, infatti, sono stati in molti a notare le apparizioni di un misterioso Uomo Piccione (sì, avete capito bene). Una sagoma alata avvolta da un abito dal colore sfuggente. Una sorta di Cavaliere Grigio-Topo abbastanza incosciente da saltare da un tetto all’altro. Un Batman italiota un po’ trasandato e anche… poco pulito. E già, perché (non è ancora chiaro se lo usi come arma o semplicemente come firma) l’uomo del mistero sembra lasciarsi dietro inequivocabili tracce di guano. O meglio, una sostanza biancastra e maleodorante, probabilmente artificiale, che ricorda maledettamente il tipico guano dei volatili sia nel colore che nell’afrore e persino negli effetti corrosivi (ne hanno fatto le spese, pare, le carrozzerie delle auto di numerosi passanti). Un vero Kick-Ass (o se preferiamo un Rat-Man) in carne e ossa che ha deciso di infestare i tetti di Verona con una missione tuttora ignota. I veronesi interpellati non sanno bene se essere più divertiti o infastiditi dalle sortite dell’enigmatico figuro che qualcuno ha già battezzato Pigeon Man. Le forze dell’ordine minimizzano riducendo il tutto allo scherzo di un buontempone, ma gli avvistamenti continuano.
La Cyrano Comics, associazione culturale che di fumetti (e di conseguenza di eroi in costume) mastica più di un po’, non s’è lasciata sfuggire l’occasione, e si è prontamente improvvisata cronista di questi bizzarri eventi, realizzando le interviste ai passanti che potrete ascoltare nel video che segue. In attesa di scoprire qualcosa di più sul misterioso Uomo Piccione e sulle ragioni della sua crociata personale in quel di Verona, vi rimandiamo al sito che la Cyrano Comics ha dedicato a questo nuovo, insolito fenomeno metropolitano.
lunedì, giugno 18, 2012
Chronicle... quei bravi superagazzi!
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità…
Qualche volta, forse. O forse mai.
Da grandi poteri derivano grandi incazzature. Visioni distorte del senso della misura. Senso di alienazione, solitudine, frustrazione. Collera. In qualche caso violenza.
I poteri nella realtà? Magari visti attraverso l’occhio obbiettivo e gelido di una videocamera?
Quanto di peggio. Nella realtà basta poco, altro che grandi poteri. A volte è sufficiente un limitato talento o un modesto successo per influenzare in modo massiccio il nostro rapporto con il prossimo. Anche uno spirito di osservazione o una memoria più efficace della norma può condurre a notare un panorama alieno, dove è possibile sentirsi emotivamente soli, e osservare gli altri compiere giorno dopo giorno i medesimi errori. L'equazione, allora, è potere-responsabilità o potere-frustrazione? Di sicuro, la realtà quotidiana è amara, e non è certo necessario guardarla attraverso gli occhi dei supereroi per farlo comprendere a noi miseri umani. Perché, poi, un superuomo dovrebbe aiutare gli altri quando potrebbe fare un gran casino e togliersi finalmente una quantità di spine dal culo?
Certo, i supereroi non esistono. Eppure negli ultimi anni i fumetti, e ormai anche il cinema, insistono a propinarci la stessa insensata domanda: se esistessero, nella vita reale, come sarebbero? Cosa farebbero? Come ci apparirebbero? La risposta è sempre ingannevole se non deludente, e Chronicle, film di Josh Trank del 2012, non sfugge a questa norma. Anzi, produce un tonfo sonoro, e la parola più adeguata a descriverlo è… inutile.
L’espediente del found footage (cioè della ripresa in soggettiva degli eventi attraverso una videocamera traballante) è ormai diventato, più che uno stile filmico, un genere a sé stante. A tratti abusato, in cui la forzatura della soggettiva digitale si fa astrazione fino a perdere di senso. Il proposito di Chronicle, racconto di giovani supereroi calati in un contesto realistico e drammatico, vorrebbe essere quello di guardare a un genere fantastico che attualmente va per la maggiore sul grande schermo proprio attraverso l’occhio impietoso della macchina digitale usata da uno di loro. Una marcia in più, secondo la regìa, per portare con i piedi per terra (per quanto questa espressione risulti fuori luogo nel caso specifico) l’avventura degli uomini dotati di poteri speciali. Nella realtà (ancora più amara di quella mostrata dal film), l’espediente mostra tutti i suoi limiti, generando confusione e dimostrando che l’approccio realistico ai supereroi è sempre una contraddizione in termini.Non ci dilungheremo sulla storia di Andrew, Steve e Matt, i tre giovani liceali che scovano un misterioso minerale luminescente in una buca nel terreno e acquistano straordinari poteri telecinetici. Già altrove, e a ragione, sono state sviscerate le numerose parentele di Chronicle con una sequenza interminabile di pellicole del passato, dove Cloverfield arriva buon ultimo. I riferimenti (annacquatissimi) a Carrie (ma soprattutto al successivo Fury) di Brian De Palama sono addirittura ovvi, così come gli ammiccamenti estetici al nipponico Akira nelle scene finali.
Quel che fa veramente soffrire lo spettatore durante la visione di Chronicle è la tristissima prevedibilità del tutto. Una narrazione che procede per tappe e stereotipi ormai profondamente radicati nell’immaginario collettivo di almeno tre generazioni. L’attesa dell’ovvio sviluppo successivo non può che generare noia, e purtroppo la parte spettacolare non è abbastanza innovativa né visionaria per riscattarne la goffaggine. Ed è piuttosto grave considerata la durata contenuta del film. Inoltre, l’aspetto da reality, il meccanismo complice dell’occhio della telecamera, risulta più pasticciato che altrove. Non dal punto di vista tecnico, ma formale. La decisione iniziale di Andrew di filmare tutto non trova mai una vera giustificazione, e se possibile perde sempre più senso con il progredire della storia. L’idea della videocamera manovrata dalla forza del pensiero permette inquadrature improponibili in altri spettacoli di genere found footage, ma si perde presto per strada, in modo che da un certo momento del racconto non si capisce più chi stia filmando chi e perché (sempre ammesso che a qualcuno fosse rimasta la voglia di farlo). Lo sciame di tablet, videocamere e strumenti elettronici fluttuanti nell’aria durante la scena finale vorrebbe alludere a un’esistenza che ormai trova affermazione solo attraverso l’immagine pubblica, e gli inserti tratti dalle telecamere a circuito chiuso dovrebbero supplire alcuni punti ciechi del plot. Ma il meccanismo del racconto s’inceppa sin dai primi minuti del film, e il caos (visivo e concettuale) è dietro l’angolo.
Il tema del rancore a lungo covato che trova sfogo non appena il potere lo consente non gode del giusto crescendo narrativo, e le citazioni (sia visive che narrative) del cinema di De Palma non sono sufficienti a riscattare un ritmo lento e una trama vista troppe volte.
Alla fine, Chronicle taglia il traguardo per ultimo, dopo numerosissime altre pellicole simili, alcune delle quali vecchie di decenni. Nel complesso, pur in una confezione tecnicamente pregevole destinata a un pubblico mainstream, un film che non sarà dei più brutti, ma che si ricorda soprattutto per quanto è scontato, frusto, irrimediabilmente stucchevole.
lunedì, febbraio 13, 2012
giovedì, settembre 01, 2011
THOR: ovvero quegli strani ordigni cinematografici...
Alla fine anch'io l'ho visto. Ho svolto il mio compito da nerd, e ho fruito il tanto vituperato (non da tutti, ma comunque da molti) Thor di Kenneth Branagh. Che dire? Il mio commento è: «Illuminante!» E sia chiaro che non sto parlando della qualità del film, ma piuttosto dei meccanismi nascosti sotto la superficie dello spettacolo commerciale, delle dinamiche dietro lo sdegno di molti fans di vecchia data del fumetto Marvel, e delle sue varie (ma non infinite) possibilità di lettura.
La mia opinione risulterà probabilmente irritante per molti, ma ultimata la visione del film non riesco a pensarla diversamente. Ho visionato il film dell'illustre regista shakespeariano senza nessuna aspettativa, se non la curiosità di vedere quanto restava di una lettura iniziata nell’infanzia, riscoperta a tratti nell’età matura, e sul cui ricordo si fonda, insieme a tante altre memorie, l’immaginario che oggi mi appartiene. Sicuramente, una cospicua fetta di curiosità s'era nutrita anche dei tanti pareri negativi ascoltati da quanti mi stavano intorno e avevano già affrontato la visione del film restandone particolarmente disgustati. Da sempre, le recensioni più spietate mi fanno l'effetto di un afrodisiaco, e inizio a provare un'attrazione irrefrenabile per il titolo su cui tutti sputano. Forse per conoscere da vicino il volto del Male o per pacificarmi sulla reale esistenza di un orrore cosmico largamente condannato. Gli esiti di queste esperienze da mad doctor non sono sempre gli stessi, ma mi viene in genere confermato che la verità non si taglia mai con l'accetta.Ebbene, quello dedicato al personaggio di Thor, a mio parere, non è certo il più riuscito dei film. Si tratta di un prodotto superficiale pur nella sua diligenza, anche un po’ frettoloso come molte marchette hollywoodiane. Ma non è neppure quel disastro, pessimo e immondo che mi era stato più volte annunciato. Nel complesso, un filmetto fantastico discretamente confezionato, che di sicuro poteva essere migliore, ma la cui realizzazione imperfetta non mi farà gridare al sacrilegio. Thor non è il migliore dei film Marvel finora realizzati, ma di sicuro non è neppure il peggiore. Si attesta, piuttosto, tra i titoli mediamente riusciti, senza infamia e senza troppa lode, scegliendo la strada di una pellicola dal sapore disneyano di genere avventuroso, sostanzialmente destinata a un pubblico di ragazzi e di adulti che non si vergognano di accompagnarli e scherzare un po' con loro.
Ma la verità, per quanto relativa o soggettiva, è un’altra. E non riguarda il film in sé, ma l’intera pratica, relativamente recente, della riduzione dei fumetti in lungometraggi per il cinema. E dei fumetti supereroistici soprattutto.
Esistono materiali, patrimoni fiabeschi, che giungono a noi attraverso svariati media. A volte si prova a trasformarli e a renderli qualcosa d’altro. Ma l’afrore della fiaba è forte, passionale, resistente. E dunque, spesso, permane anche sotto il più sontuoso dei belletti. In alcuni prodotti lo si avverte più che in altri, perché troppo vigorosa (come in Thor) è la componente fanciullesca, fatta di meraviglia e gioia elementare, e il cambio di approccio narrativo, come il differente mezzo di comunicazione, non è in grado di cancellarne il peculiare D.N.A. Più di altri titoli Marvel, Thor è sostanzialmente una fiaba. Ed è bene intendersi che non parliamo di un fantasy letterario dalla struttura più o meno matura, ma di qualcosa (un fumetto supereroistico) che è più strettamente imparentato con un elementare immaginario fiabesco che con la mitologia norrena cui la serie Marvel s'ispira alla lontana. Il film di Thor non altera questa semplice equazione, né si propone l'impresa (ardua e probabilmente inutile) di cavare sangue dalle rape.
Pertanto, viviamo oggi in un'epoca in cui esistono costosi giocattoli che contengono scintille di quell’energia magica che tanto ci entusiasmava da giovani. Un’energia magica che magari tuttora ci affascina sulle pagine di un mezzo più flessibile e soggetto a interpretazioni personali quale la tavola disegnata, ma che – in modo quasi ineluttabile – mostra tutti i suoi punti più deboli una volta imbrigliata in quel meccanismo moderno che è il cinema. Il film supereroistico, dunque, è come una lanterna incantata che troppo di frequente si apre svelando i suoi ingranaggi più segreti, più emotivi, che il fumetto, nel suo mondo a due dimensioni, ancora riesce più o meno a celare. E sono in tanti, in buona fede, a non accettare questa verità di fondo. Una visione scioccante, troppo difficile, per qualcuno, da collocare nella propria biblioteca interiore. Quel che si scorge su questo lussuoso giocattolo, tra un accecante effetto speciale e l’altro, è in realtà il riflesso del proprio io infantile. Il bambino che resiste irriducibile dentro di noi, e che vuole giocare sempre e soltanto... a modo suo. E griderà «Blutto, tu!!!» se qualcuno tenterà di forzarlo a fare altrimenti.
Del resto, scriveva Antoine de Saint-Exupery, gli adulti sono bambini cresciuti fisicamente... ma non tutti se ne ricordano. Un film riuscito più o meno può diventare una sorprendente pietra dello scandalo, suscitando indignazioni ciclopiche e sicuramente degne di cause più pregnanti. A volte non è neppure colpa del balocco, quel complicato ordigno creato per intrattenenerci. La sua superficie, in certi casi, è talmente lucida da mostrare una realtà scomoda. Il bambino che vediamo riflesso ci appare insopportabile non perché ci fa le boccacce, ma perché ci riesce difficile accettare che resterà nostro compagno di viaggio fino alla fine dei nostri giorni. In tanti, non la riconoscono, quella figura infantile. La odiano, le voltano le spalle, e danno la colpa al giocattolo per la frustrazione provata. Ignari di aver solo guardato in uno specchio dalla complessa, spettacolare cornice.
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