venerdì, novembre 23, 2007

Chiron: Pillole 2

Eccoci giunti alla seconda somministrazione delle "pillole di Chiron". Brevi flash ambientati prima dell'inizio della serie di cui è disponibile il primo numero stampato sotto il marchio "Freak Show". "Chiron", ricordiamo, è una serie supereroistica in cui i protagonisti sono un'equipe medica specializzata nella cura delle patologie legate alle attività dei superesseri. Fanno loro da contorno una vasta schiera di comprimari, ciascuno con la propria storia.
Buona lettura.

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lunedì, novembre 19, 2007

IO VEDO... Non parlo... Non sento

Una cosa che trovo sempre irritante quando si parla di fumetti, è sentire un lettore (non importa di quale età) affermare che sceglie i suoi acquisti esclusivamente in base a quanto gradisce i disegni. La trama? Non conta. I dialoghi? Trascurabili. L’importante è la presenza di immagini spettacolari, possibilmente di stampo mainstream (Jim Lee, Bryan Hitch, e così via discorrendo). Di norma, quando sento parlare in questo modo, devo reprimere l’impulso di chiedere al mio interlocutore se ha l’abitudine, non appena giunto a casa con i fumetti acquistati, di staccare le pagine degli albi per farne quadretti. Non posso farci nulla, è un atteggiamento estetico troppo distante dal mio. E lo ametto: mi suscita una punta di rabbia.
Sono abituato a considerare il fumetto un mezzo di comunicazione (è qualcos’altro?) composito. La sua stessa ragion d’essere è data, non tanto dalla fusione di testo e immagini, quanto dalla funzione di veicolare (con il giusto equilibrio tra i due elementi) un racconto. L’immagine pura e semplice è una manifestazione artistica che può prendere più strade. Possiamo trovarci davanti alla perfezione formale di un’illustrazione del tutto priva di contenuto concreto, così come possiamo assistere a un film che si sviluppa lungo una serie di effetti speciali senza il supporto di una trama degna di questo nome. Odio doverlo dire. Ma anche questi prodotti privi di reale ragion d’essere hanno i loro estimatori.
Spunto per tornare su questo spinoso argomento, è stata in questi giorni l’uscita del primo numero di “Sandman” della Planeta DeAgostini. Collana che ristamperà in albi il capolavoro di Neil Gaiman che ha contribuito a cambiare per sempre il modo di intendere (certi) fumetti. La fila di clienti della fumetteria che, vedendosi proporre il primo numero della serie, illustrato da un Sam Kieth agli inizi della carriera, ha declinato l’offerta dicendo: «No, grazie. I disegni non mi piacciono.» o «I disegni sono proprio brutti», si allunga ogni giorno che passa.
Senza esagerare, la cosa mi fa soffrire un po’. La bellezza del lavoro di Neil Gaiman, quell’universo magico complesso e affascinante, rischia di rimanere ignorato dalle nuove generazioni (come età anagrafica o anche solo come approccio al media fumetto) solo perché i disegni surreali dell’ancora inesperto Kieth non posseggono l’immediatezza di un Ethan Van Sciver.
Ed è solo il capitolo più recente di una serie di sconfortanti exploit. Prendete altri capolavori come “Maus” di Art Spiegelman, e “Persepolis” di Marjane Satrapi. Due gemme che travalicano il genere fumetto per potenza espressiva e capacità di emozionare. Due autori immensi, liquidati spesso con la frase desolante: «Sono belle le storie, ma i disegni fanno schifo!»
Mi sembra chiaro che ci manca la cultura del “bello perché vario” a vantaggio del prodotto più omologato. Ci manca la maturità per usare parole diverse, come: «Non mi piace... Non è il mio genere... Non lo capisco». Quanto è più facile (e cazzuto, secondo alcuni) tagliar corto dicendo che qualcosa fa semplicemente "cagare”.
Oppure il gusto generale è in caduta libera. Fuorviato dal kitsch e dall’ignoranza dilagante, che penalizza le scelte classiche e non comprende quelle innovative, solo per restare in adorazione del trend più sfacciato.
Per chiudere, una chicca. Un giovane cliente di fumetteria si sfoga. Chiacchiere in libertà su chi (a suo parere) sa disegnare e chi no. Gli andrebbero bene tutti. Tranne quello lì. Come si chiama? Quello fa proprio schifo. Non sa disegnare per niente. Un fallito! Se lo avesse di fronte gli direbbe di andare a zappare e scordarsi la matita. Eppure spunta dappertutto, questo incapace, con i suoi disegni da zero tagliato. Ecco... Ecco un suo fumetto. Guarda, che schifo...
Si chiama Steve Dillon.

Per favore, Morfeo... dimmi che presto mi sveglierò.

sabato, novembre 17, 2007

A proposito di Eroi...

La prima stagione di “Heroes” si è da poco conclusa portandosi dietro uno strascico di polemiche legate alla pessima programmazione di Italia 1, ma anche numerose considerazioni da parte dei fans che (a dispetto dei dati auditel che hanno quasi determinato la cancellazione della serie nel nostro paese) sembrano avere ancora molto da dire su questo telefilm. Non è da meno il sottoscritto, che ha voluto attendere la conclusione per esprimersi. Quindi, chi ancora deve recuperare gli episodi finali è avvertito. Dopo qualche riga di premessa mi scatenerò con una sarabanda di SPOILER.
Il primo giudizio sulla serie è abbastanza positivo. Il racconto avvince e riesce a trattenere l’attenzione fino alla conclusione. Esagerata l’etichetta (giunta a noi dall’America) di telefilm “Anti-Lost”. Infatti, al di là degli aspetti fantastici in comune, i due serial hanno poco a che spartire per temi e struttura. A “Heroes” manca la forza destabilizzante di “Lost”, caratteristica che rende quella dei naufraghi una serie più originale di altre. Inoltre, alcune incertezze di sceneggiatura rendono “Heroes” un prodotto più prevedile e standardizzato rispetto alla saga dell’isola misteriosa.
Considerati i limiti di quella che rimane comunque una serie piacevole, “Heroes” s’impone all’attenzione come uno show dalle particolari peculiarità sociologiche. In questi anni stiamo assistendo a un rinnovato interesse per il mondo dei supereroi, complice la veloce evoluzione degli effetti digitali che oggi rendono possibile qualsiasi impresa sul grande schermo. Il cinema, dopo essersi nutrito per un secolo di letteratura, ha scoperto l’universo popolare dei fumetti dando il via a una scorpacciata commerciale senza fine. Neanche a dirlo, gli eroi con poteri regnano su una vasta area di quel territorio e si prestano alle letture più spettacolari. Media come cinema e televisione hanno da sempre goduto di una maggiore trasversalità rispetto a libri e fumetti, quindi è comprensibile che nell’alchimia dalla carta alle immagini in movimento alcuni temi si stiano imponendo a una fetta di pubblico molto più variegata di un tempo. Gli ex ragazzi della mia generazione ricordano lo scalcinato “L’Uomo Ragno” del 1977 con Nicholas Hammond (in realtà pilota di una serie televisiva, mai andata in onda in Italia) come una piccola conquista “nerd” ante litteram. Vedere l’Uomo Ragno muoversi sullo schermo cinematografico (sia pure con l’ausilio di mezzi poverissimi) rappresentava per noi fumettofili del tempo una sorta di sdoganamento del proprio immaginario presso il consesso degli adulti. Quello che riempie i cinema o che sorseggia il caffè davanti alla TV. Non che gli eroi in tuta fossero più infantili di film seriali in cui l’omone e lo smilzo distribuivano cazzotti dall’inizio alla fine, o di molte volgarissime gag televisive. Ma la figura del supereroe, come tipo narrativo, era considerata espressione della fantasia più puerile, e quindi relegata ai margini della cultura popolare.
Oggi i tempi sono cambiati. Complice, sicuramente il cinema, ma anche operazioni editoriali volte a svecchiare il modello originale. In alcuni casi con risultati discutibili, in altri con esiti non malvagi. L’intento comune a molti di questi prodotti di nuova generazione (al di là della pretenziosa lettura “adulta”), è quello di collocare il racconto di superpoteri in una dimensione drammatica e più vicina al quotidiano del lettore. “Heroes” si incanala proprio in questo filone, traghettando il genere dal cinema alla serialità televisiva, forse più congeniale ai temi che si propone di trattare. E centra il bersaglio, riuscendo a conquistare anche una frangia di spettatori di norma estranei a uomini volanti e invulnerabilità. “Heroes” può essere visto come un compendio di topos narrativi che sintetizza gli elementi più epici del genere supereroistico e li propone allo spettatore sotto il belletto del più attuale trend televisivo. Si comincia dal titolo. “Eroi”, dove la qualifica “Super” viene fatta cadere, ma rimane maliziosamente sottintesa. Quasi tutti i protagonisti, tutti gli sviluppi della trama, non sono che citazioni illustri, riconoscibili dal lettore attento. Il racconto di base attinge senza reticenze alle linee fondanti di “X-Men” (il sorgere della razza mutante) e si dipana ammiccando a saghe storiche. Prima tra tutte “Giorni di un Futuro Passato” (citata dichiaratamente da Hiro Nakamura all’inizio della serie), in cui una versione più matura di Kitty Pride tornava indietro nel tempo per avvisare i suoi amici di un’imminente catastrofe planetaria. Il machiavellico piano che prevede un’immane ma necessaria tragedia affinché i cittadini di New York si affidino ciecamente a una cura autoritaria è ispirato all’intrigo che muove la trama del celebre “Watchmen”. E le visioni di scenari futuri in cui i personaggi hanno svolto cammini differenti è parente stretto de “L’Era di Apocalisse” (sempre nella serie dedicata agli X-Men). L’intero cast dei protagonisti è popolato da controfigure di personaggi classici e amatissimi. A partire da Peter Petrelli, che potremmo definire il protagonista quasi assoluto della serie.
Personalmente, sono sempre stato affascinato dallo “zelig”, cioè il personaggio il cui potere è quello di assorbire e replicare le abilità altrui. Nei fumetti (targati sia Marvel che DC) esempi del genere non mancano. Lo zelig più famoso di tutti è sicuramente Rogue degli X-Men. Ma non bisogna dimenticare il Mimo (sempre nella serie X-Men e attualmente Exiles), Synch di Generation X, il Parassita (nemico storico di Superman) e tanti altri. Lo “zelig” è un personaggio in cui più di altri è possibile l’identificazione del lettore. In un certo senso è l’emblema stesso del fan supereroistico che si identifica ora in questo ora in quell’eroe mimandone le caratteristiche. Nello stesso tempo, è una figura tragica e nevrotica. Vive stralci di vita sottratta ad altri, alla ricerca di una propria identità. Spesso il suo potere si accompagna a qualcosa di pericoloso e ingestibile (l’impossibilità di Rogue di toccare gli altri senza assorbirne la personalità, l’instabilità dei poteri ancora ignoti assorbiti da Peter). La figura dello zelig è ambigua per definizione. Non a caso, alcuni dei personaggi citati hanno esordito come avversari degli eroi (replicare i poteri è una metafora del furto) mutando caratterizzazione solo successivamente.
In “Heroes” lo zelig è stato promosso al ruolo di predestinato, contrapponendolo al cattivo della situazione. Il serial killer mutante che a sua volta acquista i poteri di altri cibandosi del loro cervello. Soltanto chi mima le capacità altrui può tenere testa a un essere così potente e crudele. Peccato che anche in “Heroes” siano stati commessi i soliti errori formali. Rendendo, con l’incalzare delle puntate, il personaggio troppo potente (sottraendo drammaticità al confronto con il nemico. Quanto sarebbe stata più emozionante la volatilità dei poteri di Peter) e inserendo il solito (e tedioso) motivo messianico con dovizia di visioni mistiche e compagnia danzante.
Un intrigante mix di eroi è stato presentato dal personaggio di Nicky Sanders-Jessica, la spogliarellista dalla doppia personalità il cui alter ego malvagio è dotato di una forza sovrumana. Per un Marvel-Fan è palese il riferimento a Typhoid Mary (ricordiamo che la dolce Mary non ha alcun potere, mentre Typhoid, quella cattiva, è una mutante pirocinetica) con una spruzzatina di Hulk (la doppia personalità fortissima e incontrollabile). Al chiaroveggente Isaac Mendez è attribuito il ruolo di Destiny, mutante cieca che “vede” il futuro. E ai profetici quadri del pittore eroinomane della serie TV è affidato un ruolo simile ai diari della veggente visti in “Extreme X-Men”. Interessante l’aver voluto assegnare il potere rigenerante del trucido Wolverine a una creatura dolce e delicata: la cheerleader da salvare, Claire Bennet. Giocando su un contrasto simile, i poteri di Kitty Pride (giovanissimo e leggiadro folletto) sono stati affidati a un fuorilegge dal cuore d’oro, padre responsabile e marito devoto: D.L. Hawkins. Curioso che per caratterizzare uno dei villain della serie, il gangster Lindermann, ideatore del complotto che prevede la distruzione della città di New York, sia stato scelto il benevolo potere di guarire con il solo tocco. Una capacità che apparteneva a X’Ian (insieme a quella di disintegrare) capo degli X-Men del 2099, ma anche al venerabile Guaritore dei Morlock, nella serie regolare degli X-Men. Al giovane Micha, è stato affidato il potere di dialogare con le macchine, abilità di Mitchell Hundred, eroe della serie “Ex Machina” della Wildstorm. Hiro Nakamura, eletto a icona definitiva del nerd redento, somma caratteristiche di Legion (il terribile figlio di Charles Xavier) e di Lacuna (personaggio visto in X-Statix in grado di manipolare il tempo). Ne seguono tanti altri, telepati, telecineti, uomini radioattivi. L’insinuante Candice, alla sua prima apparizione sembra ricordare (per poteri e ruolo) la mutaforma Mystica. Ma più avanti ci viene svelato che in realtà è una rilettura di Mastermind, signore delle illusioni. Non manca neppure Cerebro, la macchina cercamutanti del professor Xavier, qui trasfigurata nella piccola Molly.
La spezia in questo gradevole frullato in cui decenni di storia fumettistica vengono somministrati tanto a spettatori ignari e vergini quanto a nerd smaliziati e divertiti dal gioco delle citazioni, è rappresentata dal personaggio del cattivo: Sylar. La scelta di caratterizzare il supercriminale come un serial killer (figura babau di gran moda) si è dimostrata vincente. Nessun piano per conquistare il mondo, nessuna brama di ricchezza senza fine. Ma il mero revanscismo di un mediocre cui il destino ha concesso il potere di comprendere all’istante il funzionamento di qualunque meccanismo fisico o meccanico (come Forge, lo scienziato-sciamano degli X-Men). E un delirio di onnipotenza che ne fa la copia speculare dello zelig, con la differenza cruenta che per acquistare nuovi poteri deve uccidere orribilmente altri mutanti.
Certo, il grande gioco perde acqua in alcuni punti. Soprattutto nel finale di stagione. Risulta inutile, per esempio, il sacrificio di Nathan. Se Peter aveva già assorbito dal fratello il potere di volare, che bisogno c’era che questi lo portasse con sé nella stratosfera per farlo esplodere senza danni per la cittadinanza? Nel futuro alternativo visto qualche episodio prima, abbiamo appreso che l’esplosione non è stata sufficiente a uccidere Peter, sopravvissuto grazie ai poteri di guarigione assorbiti da Claire. L’uscita di scena di Nathan risulta forzata quanto funzionale al cliffhanger di fine stagione. Possiamo supporre che i due eroi, entrambi volanti, si siano salvati e che li rivedremo tutti e due quanto prima. C’è grande attesa per il nuovo, temibile villain appena nominato da Molly. Una minaccia che, finora soltanto sussurrata, già fa pensare al mitico Re delle Ombre.
“Heroes” con tutti i suoi comprensibili limiti, è riuscito a riassumere una quantità ciclopica di temi e caratteri che hanno deliziato i lettori di fumetti per generazioni. La mia stessa sorella, da sempre refrattaria a supereroi e affini, ne è rimasta conquistata, seguendo le avventure di Peter e compagni fino all’ultimo episodio. Il tentativo già effettuato da “Smallville” (con risultati a dir poco altalenanti) e da “4400” (praticamente una sorta di cugino di “Heroes”, ma senza gli stessi meriti) si può dire riuscito. I supereroi possono vivere al di fuori dei fumetti, senza calzamaglie aderenti e senza traumi che li rendano vigilanti assetati di vendetta. Lo sdoganamento presso il grande pubblico (a dispetto dai fragili e contestabili dati auditel) è ormai storia. I supereroi hanno rialzato la testa, e reclamano il posto che spetta loro nella cultura di massa. Non ci resta che attendere la seconda stagione (o vederla in lingua originale, a seconda degli arbitri delle nostre televisioni commerciali) e osservare quali ulteriori mutamenti, stavolta nel costume, ha in serbo per noi l’immaginario collettivo in perpetua evoluzione.

lunedì, novembre 12, 2007

CHIRON: Pillole 1


"CHIRON: PILLOLE" è una produzione parallela alla serie "Chiron", del quale è fresco di stampa il numero uno, autoprodotto sotto il marchio "Freak Show". Si tratta di vere e proprie "pillole" fumettistiche. Cioè storie brevissime (due tavole o una soltanto) legate al mondo e ai personaggi della serie madre, ma ambientate prima dell'inizio della saga.
Queste "pillole" hanno la funziona di un antipasto e nello stesso tempo di una nota a margine. In questi flash a fumetti potremo vedremo che cosa facevano i medici e i collaboratori del Centro di Igiene Metaumana prima degli eventi narrati nell'episodio pilota. Farci un'idea più dettagliata dei loro segreti, dei loro caratteri e delle loro relazioni. Sappiamo che queste persone sono addestrate a curare i supereroi. Ma chi si prende cura di loro? E come appaiono nel loro privato, quando i camici sono stati riposti? Un poco per volta, complice una semplice pillola, sbirceremo dalla serratura dei dottori, delle infermiere, e osserveremo più da vicino la folla di ambigui personaggi che li circonda.
"Chiron" è apparso a Lucca 2007 e può attualmente essere richiesto alla fumetteria AltroQuando di Palermo.


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domenica, novembre 11, 2007

Piccole soddisfazioni

Il cammino del primo numero di "Chiron" continua con tutte le incertezze e le piccole grandi gioie tipiche per un fumetto autoprodotto. Tagliato il traguardo di una veloce apparizione a Lucca Comics 2007, limitata - aimé - dalla forzata assenza dell'autore, che non ha potuto così seguire e sostenere la propria creatura personalmente. Le vendite cittadine presso la fumetteria AltroQuando di Palermo sono piuttosto incoraggianti, mentre si sta pensando a una distribuzione nel nord Italia.
Ad ogni modo, la soddisfazione più grande, finora, m'è venuta da un'acquirente che non conoscevo. Una giovane cliente della fumetteria che, ignorando di parlare con l'autore, ha detto di apprezzarne i disegni, aggiungendo candidamente di trovarli "belli".
Può sembrare scontato, ma non lo è. Considerandomi prima di tutto uno scrittore, mi sono dedicato al progetto "Chiron" con molte incertezze. Il mio disegno è naif, ammiccante all'underground e per molti versi in contrasto formale con le linee basi del racconto (supereroistico) che sviluppa. Ero infatti abituato a sentirmi dire che il mio disegno è "interessante", "particolare", "alternativo". La parola "bello" riferita al mio lavoro, non l'avevo ancora sentita. E merita pertanto di essere registrata in questo diario di viaggio.
Dopotutto, "bello" è ciò che ci emoziona, al di là dei canoni omologati della nostra cultura di massa. Realizzando "Chiron", e immaginando un mondo di supereroi e di medici addestrati a curarli, mi sono chiesto quali strade potevano essere percorse per tentare lo svecchiamento di un genere così sfruttato. Alla fine ho pensato che se la linea "Ultimate" della Marvel aveva scelto la cattiveria e il cinismo per vestire di "realtà" i propri eroi classici, un aspetto altrettanto intrigante poteva essere la chiave grottesca. Non una lettura parodistica, ma un ritratto agrodolce (e un po' goliardico) dei temi epici che già conoscevamo.
Riflettiamo. Nel mondo reale, i superumani, con i loro costumi strampalati, i nomi di battaglia e compagnia danzante, oscillerebbero inevitabilmente sul filo della comicità, mischiando spesso dramma e ironia in modi imprevedibili. E allora perché no? Perché non mostrare gli eroi da lontano, visti da chi li cura, da chi li spia, ammirandoli o detestandoli, e rappresentare i loro tic con tutte le deformazioni del caso? Questo senza rinunciare all'avventura, al mistero e all'azione. Mi è stato anche chiesto come mai, nelle pagine di "Chiron" quasi tutti i personaggi maschili fossero di taglia corpulenta. Beh, ho risposto che, a pensarci bene, non mi sembra più strano di un fumetto di supereroi standardizzato, dove uomini e donne sono tutti body builder e top model. Guardandomi intorno, per la strada, nei grandi magazzini, alla stazione, ritengo di scorgere più personaggi somiglianti al cast di "Chiron" che alle silhouette di Psylocke o di Gambit. Qualcuno insinua che tutti i personaggi del fumetto assomiglino alla stazza del sottoscritto. Può darsi, ma il punto cruciale è questo: la nostra realtà è un continuo mix di serietà e ironia, a volte esplosivo e incontrollabile.
Questo volevo rendere con il mio strano disegno elettronico. Spero di essermi avvicinato all'obbiettivo. Sentir dire da una lettrice occasione che le mie tavole sono "belle", è quindi un piccolo grande premio che accetto con gratitudine.