mercoledì, ottobre 29, 2008

Grande Jack Black

MTV, con le sue parodie, e l'attore Jack Black, con la sua irriverenza, hanno colpito ancora. Stavolta la "vittima illustre" è la celebrata trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson. Che dire? E' tutta da
vedere.

lunedì, ottobre 27, 2008

Ricordiamo: La Linea di Osvaldo Cavandoli

La Linea nasce nel 1969 come protagonista di un celebre spot di "Carosello" (per le pentole Lagostina, esattamente) dalla fantasia del cartoonist Osvaldo Cavandoli. Il concetto surreale alla base del plot è semplicissimo. Una linea su un fondo scuro e un omino che è parte integrante di essa. La mano del disegnatore aggiunge dettagli e ostacoli tirandoli fuori direttamente dall'unica linea che attraversa lo schermo. L'omino, doppiato dalla voce dell'attore Carlo Bonomi (una parlata fatta di suoni inintelligibili e onomatopeici) spesso si rivolgeva al proprio demiurgo per protestare o chiedere la soluzione ai suoi problemi. Superato l'esordio pubblicitario, la Linea diventò un vero cult. Raramente un'idea così semplice è riuscita a essere anche tanto geniale e fucina di interminabili gags comiche.

domenica, ottobre 26, 2008

Watchmen: Il nuovo trailer

Mentre sulla stampa e i blog di mezzo mondo si continua a scrivere quella che potremmo definire la "cronaca di un sacrilegio annunciato", il cammino produttivo del "Watchemen" cinematografico firmato dal regista Zack Snyder va avanti. E va avanti inesorabile, nonostante le frenate dovute a dispute legali, le contestazioni, l'immancabile ricusa del bardo Alan Moore, e l'allarmante rumor sull'eventuale stravolgimento del finale di quella che è la graphic novel supereroistica più amata di tutti i tempi. Ecco arrivare un nuovo trailer che sembra annunciare, con la sua estetica da videoclip, l'unica certezza del film in arrivo: cioè l'enorme merchandising che sarà legato ai personaggi protagonisti della pellicola. Tra tagli, riscritture annunciate e promesse di integrazione in dvd, anche "Watchmen" si prepara a salire sulla croce del commercio internazionale. Sarà solo il tempo, e la visione del film, a dirci se dal costato dell'immensa opera di Moore uscirà più sangue che acqua. Buona visione.

lunedì, ottobre 20, 2008

Solidum - Racconto

SOLIDUM

Racconto di Filippo Messina


Mi avete offerto una cena, ed è giusto che mi sdebiti con una bella storia. Volete sentirmi raccontare, vero? Siete impazienti di ascoltare quella strana e in fondo anche buffa avventura. Beh, sganciate una sigaretta, e sentirete come questo grammofono sa mettersi a cantare.
Sapete già chi sono. M’incontrate a ogni angolo di strada. Non c'è netturbino che non sia stato tentato di spazzare con i rifiuti anche il sottoscritto. Dalla morte di mio padre, quella canaglia, non ho più un tetto sulla testa. Il padrone di casa mi ha buttato fuori a calci in culo. Che posso farci se il lavoro mi sfugge tra le dita? Ho bruciato il mio diploma di ragioniere tempo fa, durante una litigata con il babbo. Oggi penso di essere stato precipitoso, ma ero giovane e ancora più selvatico di adesso. I miei affari non vanno esattamente per il meglio. Non vedo mio figlio da mesi. Mi chiedo se mi perdonerà per avere rovinato la faccia di sua madre. Vivo per strada, mangio quando capita, e se nessuno mi rompe le palle prendo sonno ai giardini. Altrimenti rimedio un cartone in qualche vicolo. Una volta, hanno provato a darmi fuoco. Ho avuto fortuna. I miei vestiti erano fradici di pioggia. La fiamma s’è spenta, e me la sono cavata con qualche giorno di ospedale.
Tutti i bottegai della periferia di Bambera (per i quali svolgo un lavoretto ogni tanto) conoscono la mia storia. Anzi: le mie storie. Giacché cambio sempre almeno un paio di dettagli, tanto per aggiungere pepe. Dipende da chi mi sta a sentire. Le coppie vogliono che condisca la storia con un pizzico di romanticismo. Gli uomini d’affari gradiscono una buona dose di sesso. I più giovani, tanto mistero. Sono in gamba, accontento tutti. Dite di voler ascoltare la semplice verità? Bene, ve la servirò al dente. Offritemi un altro bicchiere di Porto, e vi racconterò pure di come ho venduto l'anima al diavolo.
Ma non fu lui a chinarsi su di me quella notte, mentre giacevo ubriaco su una panchina del parco. Era stata una giornata di merda. Nove ore di questua non m’avevano fatto scendere nelle tasche neppure un soldino. Alla fine avevo accettato di pulire la latrina di un bar in cambio di una bottiglia di vino scadente. Me l’ero scolata d’un fiato, ed ora volevo soltanto dormire. Una vecchia rivista mi proteggeva gli occhi dalla luce del fanale. L’alcool che avevo in corpo mi cullava dolcemente sprofondandomi poco per volta in un sonno consolatore. Stavo per dire arrivederci al mondo quando uno squittire improvviso mi ferì le orecchie peggio del fischietto di un vigile urbano.
«Si sente bene, giovanotto?»
Lo sconosciuto mi aveva scostato la rivista dal viso. Una lama di luce mi filtrò dolorosamente tra le palpebre. Gesù, che rottura! Ci mancava pure il samaritano coglione. Quello schifo di giornata non voleva proprio terminare.
«Sto benone, grazie!» grugnii con voce impastata. «Fino a un momento fa stavo anche meglio. Cerca di farti gli affari tuoi, porca troia!»
L’altro ridacchiò senza vera allegria. «L’ho strappata dalle braccia del sonno, eh! Mi rincresce. Vederla così, esanime, con questo freddo... Capirà, mi sono un tantino allarmato.»
Il seccatore era un ometto di statura molto bassa, avvolto in un largo cappotto nero. Non si trattava di un nano, ma dava ugualmente l’idea di essere un prodotto malriuscito. Non aveva neppure un centimetro di collo. La testa calva stava in equilibrio sul busto come una palla sul muso di una foca. Il suo naso, simile a una grossa melanzana deforme, occupava la faccia quasi per intero. Un paio di occhietti azzurri mi fissavano vitrei attraverso le lenti spesse.
«Chiedo umilmente scusa per averla infastidita,» disse.
«Perdonato. Adesso smamma. Voglio dormire.»
Rimisi la rivista sulla faccia. Trascorse un minuto durante il quale tentai di riguadagnare il sonno perduto. Ero convinto che lo gnomo fosse andato per la sua strada. Mi sbagliavo. Poco dopo sentii di nuovo la sua voce accanto a me.
«C’è un divano letto a casa mia,» squittì svegliandomi definitivamente. «Se vuole approfittarne, sarei lieto d'ospitarla. Non è il massimo della comodità, ma è senz'altro meglio di una panchina. Allora, vuol venire?»
Mi strappai la rivista dalla faccia bestemmiando. Vedevo fuggire il sonno sopra un trenino variopinto che s’allontanava a tutta birra lanciando un allegro fischio d’addio. Lo sconosciuto mi stava ancora fissando. Sembrava non rendersi conto che mi preparavo a fargli ingoiare i denti.
«Fa freddo,» insisteva. «A casa ho una bella stufa a gas. Forza, mi dica di sì.»
Mi rizzai a sedere. Quel tipo doveva essere un matto. Oppure una checca in vena di farsi montare. Ad ogni modo, non mi andava di sopportare né l'uno né l'altra.
«Fratello, mi hai svegliato di brutto,» dissi. «Ti ho già ringraziato per esserti interessato alla mia sorte. Però questa è la MIA sorte! Non cerco nessuna merdosa carità. Non stasera, almeno.»
«Ho l’auto posteggiata dietro l'angolo,» proseguì come se non mi avesse udito. «Purtroppo abito distante, ma se partiamo subito arriveremo a destinazione prima della mezzanotte.»
«Ci arriverai da solo, amico,» feci io incazzato marcio. «Sono stanco e non voglio storie. Nessun genere di storie! E se...»
Ragazzi, per poco non mi feci la pipì addosso. Dalla tasca del cappotto l’uomo aveva estratto un bigliettone di grossa taglia, e ora mi stava solleticando il naso con quello.
«Il suo fiato puzza come una cantina,» riprese pacatamente. «Ma non m'importa che lei beva. Nossignore. Desidero solo che risponda con un conciso sì. Vede, ho una discreta fretta.»
Dicendo questo, mi aveva messo in mano la banconota e con gran disinvoltura mi stava trascinando verso la macchina. Non era uno scherzo, il denaro sembrava autentico. Le mie gambe si mossero prima ancora che avessi preso una decisione. Dopotutto, per una mancia così generosa, potevo stringere i denti.
«Salga,» disse aprendo lo sportello di una piccola utilitaria. Indugiai un momento squadrandolo dalla testa ai piedi. Immaginai di trovarmi sotto le lenzuola in sua compagnia. La sola idea mi fece correre un brivido lungo la schiena.
«D'accordo, amico, ci sto!» tossicchiai. «Però sia chiaro. Certe cose non le faccio neanche per un milione, intesi?»
L’ometto aggrottò le sopracciglia. Poi sorrise sornione. «Lei non ha capito. Non sono in cerca di sesso. E' un lavoro lecito e pulito che le offro. Ma si sta facendo tardi. Prego, si accomodi.»
«Un lavoro ha detto?»
Presi posto in macchina, più confuso che persuaso. L'ometto armeggiò con lo starter. Il motore scatarrò un pochino e partimmo. Quella piccola trappola era veloce. In breve correvamo sulla statale verso la campagna.
«Che cosa dovrei fare?» chiesi dopo qualche minuto di silenzio.
«Oh, un po' di tutto,» rispose allegro. «Se ha la patente, potrà anche guidare per mio conto. Di tale mansione sarà meglio parlare quando sarà sobrio, amico mio.»


«Dico! Non ci saranno dei cani, lì dentro?!»
Sceso dall'auto, m’ero trovato davanti a un cancello oltre il quale non si vedeva nulla eccetto il nero inchiostro della notte. L'ometto rise tirando fuori di tasca un gran mazzo di chiavi.
«Nessun cane. Tranquillo,» disse aprendo il cancello cigolante. «Semmai, faccia attenzione a dove mette i piedi. Le potrebbe capitare di inciampare in un gatto. Ce ne sono parecchi nei dintorni. Faccio in modo che trovino sempre qualcosa da mangiare. La loro presenza tiene lontani i piccioni, e questo per me è fondamentale.»
Nonostante l'avvertimento, per poco non incespicai in una massa di pelo. Il piccolo felino diede un miagolio e svicolò nell’oscurità.
«Sono subito da lei,» squittì lo gnomo. Sentii che richiudeva il cancello. Poi una forte luce squarciò quel buio pesto.
«Per l'anima mia!» balbettai proteggendomi gli occhi. «Abbassa quella torcia. Ci vedo meno di prima!»
«Mi scusi.»
Puntò la torcia sulla casa. Sacramento! Quello era davvero l’edificio più brutto che avessi mai visto. Uno chalet a due piani, con il tetto a punta come in un disegno da bambini. La casa aveva finestrelle quadrate molto ridotte e un portoncino stretto fino all’inverosimile. Le mura erano di mattoni rossi, velate da un pesante strato di sporcizia. Il canto dei grilli immergeva quella stramba casetta in un clima poco rassicurante.
«Niente, paura,» disse lo sconosciuto. «Non è una casa stregata. Lo so, non è una bellezza. Ma le assicuro che dentro è confortevole, se non proprio una reggia.»
L’ingresso era talmente angusto che persino l’ometto faticò a entrare. Quindi l’interno si rischiarò e anch’io m’incastrai di profilo nella porta stretta. L’ambiente era polveroso, puzzolente di rinchiuso. Le pareti erano tappezzate con una carta da parati a fiori macchiata in più punti. In un angolo vidi una vecchia pendola. Contro il muro c’era un divanetto sfondato da cui sfuggivano riccioli di lana e l’estremità di una molla rotta.
«Non si preoccupi. Non intendo farla dormire lì sopra,» fece lo gnomo liberandosi del cappotto. «Su quel coso non mi seggo più neppure io. Avrei dovuto disfarmene da un pezzo, ma ho avuto altri guai per la testa.» Lasciò cadere il cappotto su una sedia. «Venga. L’accompagno al suo lettuccio. Ah! Mi rammenti di accendere la stufa. Io non soffro il freddo, e potrei dimenticarmene.»
La sbornia m’era quasi passata. Avevo seguito quello strano tipo come un cagnolino obbediente, ma ora volevo fiutare al più presto il vero odore della faccenda. Temevo che avrebbe saputo maledettamente di marcio. Lo agguantai per un braccio.
«Veniamo al sodo. Davvero non vuoi che mi apra i pantaloni?»
«Credevo d'essermi spiegato,» disse lo gnomo liberandosi dalla mia stretta. «Non voglio attentare alla sua virtù. L’ho portata qui perché sia il mio factotum. Mi aiuterà in alcune semplici operazioni che il mio stato di salute non mi permette di svolgere da solo. Sto riordinando un capanno, qui vicino. E’ pieno di oggetti che io non ho la forza di spostare. Tra l’altro nei prossimi giorni dovrò assentarmi spesso, e ho bisogno di qualcuno che porti avanti il lavoro al mio posto. In qualche circostanza (a proposito: è provvisto di patente?) mi servirò di lei come autista. Va da sé che in quelle occasioni dovrà astenersi dal bere. La pagherò con due biglietti da cento ogni giorno. Naturalmente pernotterà qui, ma i pasti dovrà prepararseli da solo. Sono sempre in giro, pertanto sarà difficile che possa pranzare con lei. Dietro la casa, a un platano è incatenato uno scooter. Lo consideri suo. Nei momenti di libertà potrà servirsene per andare dove più le piace. Esigo, anzi, che seguiti a vivere come la natura le detta.»
«Perché me?»
«Oh bella! Perché qualcun altro, signor…?»
«Faustino. Il cognome lo tengo per me.»
«Io mi chiamo Centuri,» disse tendendomi la mano. «Ermete Centuri. E sarò suo amico, se me lo permetterà.»
Non sapevo più cosa dire. La vicinanza di quel mostriciattolo dai modi gentili mi metteva in corpo una certa apprensione. Mi sentivo come un marmocchio adescato nella magione di un orco. Forse mi avrebbe messo all’ingrasso per poi farmi saltare in padella. Da qualche parte, tra il cuore e lo stomaco, una vocina mi bisbigliava di fare attenzione. Ma molto più forte abbaiava il vocione della fame.
«C’è un frigorifero... da qualche parte?» chiesi senza perder tempo in cerimonie.
«Sicuro! L'ho riempito stamattina. Venga, è tutta roba sua.»
Mi guidò in una piccola stanza da pranzo. Sia il frigorifero che la cucina erano vecchi e sporchi. L'unto sui fornelli era secco e faceva schifo guardarlo. In compenso nel frigo trovai della carne congelata, frutta e perfino una crostata di prugne. Feci onore al mio ospite sbafando tutto in dieci minuti. Lui mi fissava soddisfatto accarezzandosi il mento. Dunque aprì lo sportello di una piccola madia e ne tirò fuori una bottiglia che posò sul tavolo davanti a me.
«Grappa!» disse. «Non mi guardi in quel modo. Beva pure.»
Non mi feci pregare. Era un’ottima grappa. Me ne versai un bicchiere dopo l'altro spiando di sottecchi il mio ospite. Pensavo che presto mi avrebbe sottratto la bottiglia gridando: «E' pazzo? Badi a non esagerare!». Macché. Rimase a contemplarmi mentre scolavo fino all'ultima goccia, e continuò ad accarezzarsi il mento con occhi scintillanti mormorando: «Perfetto...! Perfetto...!»

Così ebbe inizio il periodo che trascorsi nella casetta. La prima notte, dopo aver scolato l'intera bottiglia di grappa, mi buttai sul divano e dormii beato fino alle undici del giorno seguente. Il mio datore di lavoro non se la prese. Anzi, non era neppure presente. Al mio risveglio trovai in cucina un bricco di caffè e un biglietto in cui mi dava istruzioni per il primo incarico: sgombrare il capanno dietro la casa. Bevvi il caffè in santa pace. Poi curiosai un pochino per la casa. La trovai disadorna in modo irritante. Senza un quadro, un ninnolo. Alcune stanze erano completamente vuote. I mobili contenevano soltanto vecchi abiti e una quantità di biancheria sporca. Niente argenteria, neanche l’ombra di uno spicciolo. Se non altro, il cesso era uno splendore. Sedermi sulla porcellana immacolata mi sembrò quasi sacrilego. Al piano di sopra c’era una stanzetta con uno scrittoio. Lo studio di Centuri. Anche quello era terribilmente spoglio. Non c’era traccia di scaffali, né di libri. I cassetti traboccavano di carte piene di calcoli matematici incomprensibili. Chissà! Magari il tappo era uno scienziato in procinto di fare una scoperta importante.
Tra quelle mura non avrei trovato niente di utile. Tanto valeva, quindi, che mi mettessi al lavoro. L'interno del capanno era ingombro di vecchi arnesi da giardinaggio, scatoloni vuoti, sedie azzoppate e altro ciarpame. Centuri m'aveva chiesto di ammucchiare gli attrezzi da un lato del giardino e dall'altro tutta la spazzatura. Impiegai circa quattro ore a mettere ordine in quel casino. Il capo tardava a farsi vedere, ed io avevo fretta di godermi i centoni che m'aveva anticipato. Nel biglietto mi si diceva anche dove trovare le chiavi dello scooter. Le pescai da un cassetto della cucina e me la filai a tutto gas a cavallo del motorino.
Non entrai in città. Mi fermai nel primo borgo che incontrai lungo la strada. M’infilai in una taverna e mangiai in modo abbondante. Comprai anche delle sigarette di marca. Non dover chiedere l’elemosina, per una volta, mi faceva sentire da Dio. Cazzo, potevo farci l’abitudine a quella vita. Poteva darsi che Centuri fosse un angelo inviato per rimettere insieme i miei cocci. Beh, l’amico avrebbe dovuto sudare.
Rincasai alle dieci di sera, completamente ciucco e con una bottiglia di Sangiovese mezza vuota in una tasca della zimarra. Il capo era rincasato. Lo trovai immobile davanti alla soglia, le piccole mani sprofondate nelle tasche. Non so perché, ma rivederlo alla fine di quella giornata mi fece sentire a disagio.
«Bene,» disse con un largo sorriso. «Ha fatto un ottimo lavoro. Mi scuso per essere mancato tutto il giorno, ma ho avuto anch'io il mio bel da fare. La informo che ho noleggiato un furgoncino. Ci servirà per fare piazza pulita di tutta quest’immondizia. C'è una discarica non distante da qui. La roba è tanta. Dovremo fare più viaggi. Domani dovrà guidare, pertanto la prego di mantenersi sobrio. Termineremo il lavoro nella mattinata. Poi dovrò allontanarmi di nuovo. Ah, dimenticavo! Ho acquistato il necessario per una completa pulizia del capanno. Lo troverà in cucina, sotto il lavatoio. Avrà intuito che domani sarà impegnato in una nuova corvè.»
«Sì,» risposi un po’ scocciato. Ero allegro, non mi andava di sentir parlare di lavoro. Girai intorno alla casa per lasciare il motorino dove l'avevo trovato. Centuri mi seguì con il suo passo leggero.
«Si è divertito, stasera?» mi chiese. «Caspita! Dal suo fiato direi di sì. Non mi fraintenda. Sono solo affari suoi. Ecco.» Mi mise in mano due biglietti da cento. «Mi raccomando,» disse ritirandosi. «Domani, usi molto lisoformio. Distrugga tutte le ragnatele, e se le capita a tiro un ragno lo uccida.»
Girò l'angolo della casa. Non lo vidi più fino al mattino dopo.
Alle sette venne a svegliarmi scrollandomi per una spalla. Come uscii dal sonno sentii l’odore del caffè provenire dalla cucina. Centuri aveva cambiato abbigliamento. Adesso indossava una tenuta sportiva color sabbia con sopra un giubbotto in finta pelle.
«Signor Faustino, buongiorno!» squittì. «Si vesta, veloce. In cucina l'aspetta il caffè. Il furgoncino è davanti alla casa. Ho cominciato a caricare gli oggetti più leggeri, ma temo di non farcela con il resto. Si sbrighi, per favore.»
Si precipitò fuori senza aggiungere altro. La seconda giornata di lavoro fu indubbiamente più dura della prima. Centuri mi disse di sistemare sul furgone i rottami più ingombranti. Provò ad aiutarmi a sollevare un vecchio televisore rotto. Notai così che la sua forza era davvero modesta. Per di più, le sue dita corte e deformi avevano una pessima presa. A un certo punto mi disse di salire sul furgone.
«Per cominciare guiderò io,» disse ansante. «Faccia attenzione alla strada. Dopo dovrà mettersi al volante.»
La discarica non era lontana. Memorizzai il percorso. Rovesciammo il nostro carico tra i rifiuti e tornammo a casa nel giro di mezzora. Caricammo e scaricammo per cinque volte di seguito. A partire dal secondo viaggio guidai io. Durante il tragitto, Centuri aveva tirato fuori da una cartella un grosso quaderno e scribacchiava formule borbottando tra sé. Quando tutto il ciarpame fu stato scaricato, mi disse: «Riposi pure un'oretta. Poi si dedichi alla pulizia del capanno. Ho lasciato la sua paga sul mobile nell'ingresso. Finito il lavoro, beva alla mia salute. Io restituirò il furgone. Mi tratterrò fuori fino a tardi. Buona giornata.»
Partì subito, tutto preso dai suoi calcoli.
Non riposai. Preferivo affrontare subito la pulizia del capanno. Tra gli arnesi che avevo tirato fuori il giorno prima, c’era una vecchia pompa antincendio. Riempii il bidoncino con una soluzione d'acqua e lisoformio ed entrai nel capanno spruzzando schiuma dappertutto. Due gattacci saltarono fuori dalle finestre con un miagolio di protesta. Distrussi una dopo l'altra tutte le ragnatele. Non ci avrei mai creduto, ma lavorare mi divertiva.
A lavoro terminato, lasciai le finestre aperte per disperdere l'odore del disinfettante. Corsi a intascare la paga, infilai la zimarra e saltai sul motorino felice come un moccioso alla fine della scuola. Stavolta andai in città. Avevo voglia di chiacchierare. Il denaro che m'era piovuto in tasca mi metteva allegria e sentivo il bisogno di condividerla con qualcuno. Incatenai lo scooter a un divieto di sosta, ed entrai baldanzoso nel bar di Jacopo. Il padrone si stava asciugando le mani dietro il bancone. Non appena mi vide strillò.
«Attento a quello che tocchi, razza di cane! Stavolta ti spedisco in galera passando per l’infermeria.»
Sventolai un biglietto di banca. «Datti una calmata, amico. Potrei decidere di cambiare bar. Versami una grappa, e magari ti perdono. Ma datti una smossa!»
Nel vedere il denaro, gli occhi di Jacopo si ridussero a due fessure sottili. Agguantò la banconota e la esaminò per bene.
«Non avrai fatto secco qualcuno!» disse. «Ragazzo, dove li hai presi? Raccontami tutto. Prometto che non m’incazzo.»
«Piantala, Jacopo. Li ho guadagnati quelli!» sputai. «Ho trovato lavoro. Non fare quella faccia, è vero. Roba facile. Devo solo fare qualche favore a un tizio. Mi allunga due bigliettoni al giorno, più vitto e alloggio.»
«Stai dicendo che ti ha preso in casa?»
«Fico, vero? Ho pure un ciclomotore per scorrazzare a mio piacere. Se non è fortuna questa!»
Jacopo fissava la banconota mordendosi il labbro. «E tutto per ciucciarti il birillo! Questo tipo dev’essere pazzo.»
«Non è come pensi, Jac. Gli staccherei la mano se solo provasse a toccarmi. Lui è una specie di fisico. Passa il tempo a scrivere formule. Mi ha fatto rassettare un magazzino. Gli faccio da autista, se serve. Tutto qui. »
«Confermo che è matto,» sogghignò Jacopo. Fece cenno al suo garzone di riempirmi il bicchiere. Mi guardò di nuovo e il suo sorriso diventò una smorfia. «Amico, la tua puzza mi fa lacrimare gli occhi. Il principale non ti ha chiesto di farti una doccia?»
«Se ne fotte, quello. Non è mica mia madre.» Puntai il dito su un pezzo di rosticceria. «Dammi uno di quegli affari fritti. Figurati se si accorge che puzzo! Ha sempre il naso immerso in un quaderno pieno di numeri. E poi non c’è mai. Quella è praticamente casa mia.»
«Ah sì? E dov’è?»
Diego entrava nel bar in quel momento, pallido e allampanato come sempre. Mi si avvicinò ammiccando. Non lo vedevo da mesi.
«Ehi! Credevo fossi dentro.»
«Ho fatto il bravo. Mi hanno rimesso in circolazione. Beh, amico… Potresti dividere la tua piccola fortuna con un fratello, no? Anch’io ho un certo languorino.»
Potevo mostrarmi generoso. Diego addentò una ciambella in mio onore. Jacopo lo guardò con antipatia e per il momento si tolse dai piedi.
«Perciò, compare… Dov’è la tua reggia?»
«Reggia? E’ una vecchia casetta, ridotta piuttosto male. Penso che uno di questi giorni il capo mi chiederà di darle una verniciata.»
«Distante?»
«Una quarantina di chilometri fuori città. In aperta campagna. Ci si arriva prendendo a destra al bivio per Acquapazza. E’ praticamente dirimpetto alla vecchia discarica.»
«Davvero una bella veduta!»
«Già. Non so perché il capo continui a tenere quella bicocca. Pranza altrove, dorme altrove. Sicuramente ha un appartamento decente da qualche parte. E’ la mia cuccia, quella.»
Dopo aver divorato due ciambelle, Diego voleva annaffiare la gola. Avevo già speso abbastanza, ma mi sentivo un porco a dire di no. Lasciai che ordinasse una vodka.
«Magari ti vengo a trovare,» disse a un certo punto. «Se mi va bene un certo affare, possiamo fare festa. Ci spariamo un paio di spinelli da novanta.»
«Non mi sembra una bell’idea. Ho appena cominciato a lavorare. Se al signor Centuri girano le palle e viene a darmi un’occhiata… No. Lasciamo stare.»
Diego sorrise. Le sue orecchie a sventola si agitarono in modo birbone. «E’ così che si chiama? Centuri? Senti, compare, per adesso tu stai al caldo. Io dormo sopra una panca alla stazione dei pullman. Quella troia di Gilda in casa non mi prende più. Che ti costa farmi accomodare per una notte? Ti pago il pedaggio, se vuoi. Mi conosci, trovo tutto quello che ti serve.»
«Trovati un lavoro, allora!» risposi scocciato. «Io l’ho fatto!»
«Sai, Faustino, sei davvero uno stronzo,» disse Diego tra i denti. «Gli fai anche da cane da guardia, a quel frocio?! Che cosa tiene in casa? C’è della roba interessante?»
«Non rompere, okay?»
Pagai la mia consumazione e quella di Diego. Il mio amico fece per infilarsi nel bagno, ma il garzone del bar gli sbarrò la strada. Uscì per farla contro un muro. Mentre stavo per raggiungerlo, Jacopo mi bloccò.
«Ragazzo, per te le cose iniziano a funzionare. So che non te ne importa un fico, ma per una volta ascolta il consiglio di chi ha i capelli grigi. Stai alla larga da quel tizio, okay? Potrebbe mandarti tutto quanto in vacca nel giro di cinque minuti.»
Diego mi stava aspettando fuori del bar.
«Mi dispiace, amico. Sono stato invadente. Però ascolta… Lo so che vuoi tenerti stretto il lavoro. Ma non è poi una gran conquista! Presto quel tipo ti rispedirà sulla strada. Fatti furbo. Possiamo fregarlo per primi.»
Montai sul motorino. Diavolo, perché non m’ero morso la lingua in tempo?
«Diego, non c’è un cavolo in quella casa. Niente di niente. Lo so, ho già guardato. Né soldi, né oggetti preziosi. Non c’è neppure il televisore.»
«Beh, avrà delle sedie su cui posare il culo. Dei mobili. Saprei come piazzarli. Con quello che ci daranno potremo tirare avanti per qualche mese.»
«Scordatelo! Non voglio seccature.»
Diedi gas partendo di volata. Non l’avrei mai creduto, ma per la prima volta nel bar di Jacopo m’ero sentito un estraneo. L’incontro con Diego m’aveva messo davanti agli occhi uno stile di vita al quale non avevo nessuna fretta di ritornare. Porca puttana, la sola idea di ritrovarmi al verde, a rabbrividire su un marciapiede mi faceva cacare nei pantaloni. Accelerai. Avevo fretta di tornare a casa. Sì, "casa". Un paio di notti m’erano bastate per ambientarmi. Correvo verso la tana stregata che cominciava a darmi sicurezza. Non ero neppure ubriaco, e giuravo a me stesso di non confidare mai più le mie avventure a chicchessia.
Quante promesse, nella mia vita, ho infranto. E anche stavolta non mi sarei smentito.


La sera in cui Centuri mi chiese di raggiungerlo nel capanno, ero strafatto. Durante la giornata non m'era stato affidato nessun servizio, così l'avevo trascorsa nel migliore dei modi: bevendo e facendo la nanna. Centuri comparve sulla soglia del tinello, silenzioso come un fantasma.
«Prego, mi segua nel capanno. C’è qualcosa che voglio mostrarle.»
Detto questo, girò sui tacchi. Poco dopo udii il rumore dei suoi passi sull’erba. Gli andai dietro barcollando. La porta del capanno era socchiusa. Vidi Centuri curvo sopra uno dei molti secchi che il giorno prima m’aveva fatto disporre lungo il perimetro del magazzino. Non avevo idea di che cavolo stesse facendo. Sentendo i miei passi, alzò gli occhi e sorrise.
«Non abbia paura, si avvicini,» disse. «Stanotte, amico mio, faticherà a prendere sonno. Ne sono desolato, ma è necessario che la istruisca su alcune questioni della massima importanza. La prego, innanzitutto, di non impressionarsi. Le ho sempre detto che non l'avrei coinvolta in niente di pericoloso. Non mentivo. Prego, si sieda.» M'indicò una sedia impagliata. Obbedii. «Guardi quello scaffale,» continuò additando un angolo del capanno. «Mi dica? A che cosa la fa pensare?»
Oh bella! In un angolo era stata sistemata un’imponente libreria a più scaffali. Ero talmente ciucco che non l'avevo notata. Il legno era dipinto di un colore insolito. Una strana sfumatura di rosso magenta.
«Allora?» Centuri si accarezzava il mento aspettando la mia risposta.
«Sta forse per darmi il ben servito?» chiesi. «Ha assunto qualcun altro, vero? Non basterebbero due persone a trasportare un mobile come quello. Ma perché quel colore? E' veramente brutto!»
Centuri ridacchiò. «E' vero! Nessuno dotato di buon gusto lo vorrebbe nel suo studio. Non le richiama alla mente nient'altro?»
«Che vuole che richiami? Libri. Vocabolari. Testi scientifici…»
«Molto bene!» commentò Centuri fregandosi le mani. «Adesso gli si avvicini. La tocchi. Anzi... Aspetti!» Mi trovai tra le mani un grosso volume. Un manuale d'ingegneria. Me lo porse. «Sistemi questo su un ripiano. Uno a suo piacere.»
Senza capire il senso di quel test balordo, presi il libro, camminai fino allo scaffale e lo posai in verticale sul primo ripiano che mi capitò a tiro.
«Ecco!» continuava Centuri eccitato. «S'allontani, ora. Sì, perché sta per succedere qualcosa. Penso sia meglio che torni a sedere.» Mi lasciai cadere un’altra volta sulla sedia. Lo gnomo ghignò con l'aria di chi sta tramando una burla. «Osservi,» bisbigliò. «Forse dovrei recitare una formula magica. E’ così che fanno certi maghi, no! Allora… Abracadadra!»
Per prima cosa, il libro cadde con un tonfo sul pavimento. Fu come se la libreria, stanca di sopportarne il peso, avesse deciso di sputarlo. Tanto fu sufficiente a farmi scattare in piedi allarmato. Centuri mi fece cenno di tacere. Dunque accadde l'incredibile.
Quello che fino a pochi istanti prima era un solido scaffale iniziò a sgretolarsi, frammentandosi in centinaia di oggetti più piccoli che sciamavano nell'aria fredda del capanno. In breve il mobile non c’era più. Un vortice rosso, formato da migliaia di corpuscoli volanti, mulinava al centro del magazzino. Mi spaventai parecchio. Centuri rimaneva immobile e ripeteva incessantemente: «Va tutto bene! Va tutto bene!» Contento lui! Io morivo per la sorpresa e la paura. La nuvola si diradò improvvisamente. Impiegai qualche secondo a capire che gli esseri volanti s’erano rifugiati nei numerosi secchi di plastica distribuiti per tutto il capanno.
«Sono innocui insetti!» disse Centuri nel silenzio. «Lontani cugini dei comuni coleotteri.»
Ero pietrificato dallo schifo. Vidi Centuri infilare la mano in un secchio e tirarne fuori una di quelle bestie. Fui scosso da un brivido violento.
«Guardi,» disse esibendo la bestia sul palmo della mano. «E’ facile scambiarli per delle grosse coccinelle. La loro corazza però e ben più resistente. Prego, lo prenda in mano.»
«Magari un’altra volta, okay?»
Centuri rise. «Amico mio, le chiedo molto, lo so. Ma è indispensabile che lei prenda confidenza con questi fratellini. Via, si faccia coraggio. Le prometto un bel regalo per il fine settimana.»
«Che cosa mangiano?» chiesi tremando.
«Zucchero, un po' d'acqua. Non molto di più. La maggior parte delle sostanze nutritive le aspirano direttamente dall'aria. Suvvia, fate conoscenza.»
Mi concentrai sul compenso che avrei ricevuto e tesi la mano. Centuri lasciò che l'insetto passasse dal suo palmo al mio. Centuri aveva ragione. Sembrava una coccinella, ma era di un rosso più scuro, senza macchie. Nella mia mano, l’insetto fece frullare le ali.
«Il suo fiato da bevitore è ricco di aromi zuccherosi,» spiegò Centuri. «Per quella creaturina è come una tavola imbandita. Non la vizi troppo. Possono affezionarsi quanto un cane.»
Il pensiero di una simile eventualità mi sconvolgeva. «Allora sarà meglio che sloggi. Non vorrei ritrovarmi coperto da questi cosi.»
Neppure avesse inteso le mie parole, l’insetto si alzò in volo. Mi girò intorno un paio di volte, quindi si rituffò in uno dei secchi.
«Dove… Dove li ha trovati?»
Centuri aprì le braccia giulivo come un giocoliere cui è riuscito un numero particolarmente difficile. «Sono una stirpe molto unita, che ha un profondo senso della concordia e del patrimonio collettivo. Lei non può saperlo, ma volandole intorno quella creatura intendeva esprimerle la sua gratitudine. Ha raccolto quanto più zucchero poteva dall'esalazione del suo respiro e adesso ne sta facendo partecipi gli altri. Stasera, ragazzo mio, si è fatto molti nuovi amici.»
Mi mossi in fretta verso la porta. «Non ci capisco niente,» dissi. «Voglio solo uscire di qui.»
Ho quasi vergogna a dirlo, ma l’esibizione delle bestie di Centuri m’aveva sconvolto al punto di farmi star male. Il mondo s'era capovolto e il mio stomaco stava per imitarlo. Riuscii a guadagnare la porta del capanno appena in tempo per cadere in ginocchio nell'erba e liberarmi dal macigno che mi opprimeva le viscere. Mi parve di vedere cento stelle danzare intorno e dentro la mia testa. Ed erano tutte stelle rosse.
«Povero amico,» sussurrò pietosamente Centuri porgendomi un fazzoletto di carta. «Non credevo che si sarebbe impressionato tanto. Farò in modo di rimediare. Riesce a rimettersi in piedi? Forza! Ecco, bravo. Si appoggi a me. Andiamo a casa, adesso.»
Mi ritrovai seduto in cucina. Mi reggevo la testa con entrambe le mani. Attraverso una fitta nebbia intravedevo la sagoma di Centuri che armeggiava sui fornelli. Dovevo aver perso i sensi per qualche istante. Presto il profumo del caffè caldo cominciò a diradare i fumi di quella sbornia sfortunata. Centuri mi porse un vassoio con una tazzina fumante e qualche biscotto all’anice.
«Ecco,» sorrise. «Beva il suo caffè. E perdoni la mia orrenda mancanza di tatto.»
Portai la tazzina alle labbra. Centuri intanto tirava fuori del portafogli alcune banconote di grossa taglia. «Non mi voglia male,» sussurrò mettendole vicino al vassoio.
«Che cosa sono quelle bestie?» domandai rauco. «E chi è lei? Una specie di… domatore?»
Centuri si sedette dall’altra parte del tavolo guardandomi paziente. Emise un profondo sospiro. «Vedo che si è ripreso. Avrei dovuto prepararla a dovere. Invece mi sono lasciato prendere dall'entusiasmo. Eppure era necessario. Loro adesso la conoscono. Stanno imparando a distinguere il suo odore, la sua figura. E’ indispensabile che abbiano fiducia in lei per il lavoro che ci attende.»
«Basta scusarsi. Si spieghi!» L’avevo detto con tono brusco. Me ne pentii immediatamente. Ma Centuri non se la prese. Puntò l'indice verso la finestra aperta.
«Non posso essere più chiaro,» disse. «Ma è praticamente certo che quelle creature non sono di questa terra. Sono viaggiatori, filtrati dalle stelle. Purtroppo nel loro viaggio qualcosa è andato storto. Sono approdati nei boschi circostanti molti, molti anni or sono. Ed è stato un vero e proprio naufragio.»
«Mi prende in giro? Quelli sono insetti!»
«Naturalmente. Ma quante specie di insetti terrestri, amico mio, sono in grado di mimare perfettamente un oggetto inanimato tanto da farlo sembrare autentico? Imparerà presto che il trasformismo è il loro unico sistema di difesa. Le ripeto: sono assolutamente innocui. Nel medesimo tempo sono incredibilmente potenti.»
Stringevo con forza la tazzina del caffè. Avevo un gran bisogno d'attaccarmi a qualcosa di reale.
«Lei è il primo cui racconto questa storia,» disse Centuri abbassando il tono della voce. «Ho vegliato su di loro per parecchio tempo. Temendo alle volte di non vivere abbastanza per compiere il mio dovere. Grazie al cielo, sembra che i tempi siano maturi. Accadde la notte seguente al terremoto che distrusse la vecchia Bambera, nel 1969. Oh, ero giovane allora, ma già dedito allo studio degli insetti. Fu un’esperienza tremenda. Le due scosse avevano distrutto completamente il centro storico della città e nelle ore successive si verificarono crolli anche in periferia. Si paventava una terza scossa. In tanti c’eravamo rifugiati nella vicina campagna. Stavamo accampati in una radura e pregavamo che quel brutto momento passasse presto. Mio fratello era rimasto schiacciato sotto le rovine di casa nostra. Naturalmente ero sotto shock. Non riuscivo a prendere sonno, così m’allontanai dal campo e incominciai a vagare tra gli alberi con il naso per aria. Ancora non avevo accettato il fatto che non avrei più rivisto Oreste. Parlavo da solo, mi rivolgevo a lui, e tenevo gli occhi incollati al cielo stellato. Non ero mai stato religioso, ma in quel momento avevo un gran bisogno di credere in qualcosa di confortante. Allora m’accorsi di quello strano fenomeno.»
«Che genere di fenomeno?» Sentii un rumore sospetto provenire dalla tazzina che stringevo tra le dita. Allentai la presa prima di farmi male.
«La stella cadente,» spiegò Centuri. «O meglio: quello che dapprima scambiai per un corpo celeste in movimento. Vidi un oggetto brillante precipitare dall'alto a una velocità straordinaria. Ed era molto, molto vicino. Avevo studiato astronomia, ma non riuscivo a interpretare il fenomeno in nessun modo. L’oggetto atterrò in un campo poco distante, e la mia innata curiosità ebbe la meglio sulla prudenza. Mi avvicinai deciso a saperne di più. La cosa sorprendente era che l'impatto era avvenuto senza il minimo rumore. Solo avvicinandomi potei udire un lieve frinire, leggermente diverso da quello delle cicale.»
«E vide quelle cose!» anticipai.
«No, non subito. Riconobbi il punto della caduta dai fumi che si sprigionavano dal terreno. La zona dell’impatto era ancora rovente, ma non trovai traccia dell’oggetto. Feci luce con la mia torcia illuminando la vegetazione. Impiegai alcuni minuti ad accorgermi che tra i funghi selvatici n’erano cresciuti parecchi di uno strano colore rossastro.»
«Loro,» balbettai.
«Sì, amico mio. Impauriti dal mio arrivo, erano ricorsi immediatamente alla loro unica arma: la mimesi. Avevano assunto la forma della vegetazione locale. A parte il colore, i funghi che esaminai erano identici a quelli veri. Fin nei più piccoli dettagli. Solo quando tentai di coglierne uno questo si sciolse in una legione di coleotteri.» Qui, Centuri si strinse nelle spalle e si alzò guardando il passato con occhi persi. «Corsi via pieno di angoscia. Sapevo d'avere scoperto qualcosa di magnifico. Dovevo dirlo a qualcuno. Certo non ai miei compagni terremotati. Erano troppo turbati dal recente dramma per darmi aiuto. Pensavo che una volta superata la tragedia, forse, avrei avuto modo di tornare sul posto con un entomologo esperto. Recuperare i misteriosi insetti alieni per studiarli come si deve. Invece mi bloccai di colpo. Non so dire se tra i talenti di questi stranieri ci sia anche una forma di telepatia. Provai una stretta al cuore che m'indusse a fermarmi. Tornato sui miei passi vidi che il violento impatto con il terreno stava sortendo un effetto nefasto. I coleotteri stavano morendo a decine, rovesciati sulla schiena come scarafaggi. In me si fece strada la certezza che le creature erano vittime di un brutto incidente. Un oscuro evento celeste doveva avere travolto gli esploratori, ed essi erano precipitati sul nostro pianeta senza nessun controllo. A quel punto feci qualcosa di folle. Un irrefrenabile sentimento di pietà ebbe il sopravvento sull’interesse scientifico. Cominciai a scavare con le mani per seppellire i piccoli corpi. Impiegai delle ore a ultimare questo triste compito. I superstiti mi volavano intorno, studiandomi, forse influenzando le mie azioni. Quando ebbi finito, si riunirono in un liscio sasso rosso e parvero morire anch'essi. Senza capire le ragioni della mia condotta, misi in tasca il sasso e tornai al campo. Non raccontai a nessuno che cosa avevo visto quella notte. E nemmeno nei giorni seguenti.»
La sbornia mi era ormai passata del tutto. Avevo un mal di testa gigantesco.
«Fossi stato nelle sue scarpe,» commentai, «avrei venduto quell’affare a peso d’oro. Ma ci pensa? Sarei diventato famoso in un baleno. Magari avrei scritto un libro. La televisione m’avrebbe imbottito di soldi solo per sentirmi ruttare.»
«No, no…» sorrise Centuri coprendosi gli occhi. «Per favore, non mi critichi. So che sembra ridicolo. Io stesso non sono in grado di spiegare la mia condotta. Dentro di me era scattata una forte solidarietà per quegli esseri. Anch’io stavo soffrendo un grave lutto. Un disastro naturale aveva distrutto la mia casa, e non sapevo se qualcuno dei miei cari era rimasto in vita. Decisi di serbare la pietra e nascosi a tutti la mia avventura. Sentivo che il mio sodalizio con i piccoli naufraghi avrebbe dato risultati preziosi. La città fu ricostruita, e i miei studi giunsero a termine. Mi specializzai in entomologia l’anno dopo.»
«Che cosa fece del fottuto sasso?»
«Rimase in un cassetto per molto tempo. Avevo notato che col passare degli anni alcuni frammenti se ne staccavano, dissolvendosi in polvere finissima. Stranamente, il sasso manteneva la sua forma originale. Avrebbe dovuto ridursi fino all’esaurimento. Invece no! Restava uguale a se stesso. Quasi potesse rigenerarsi come le teste dell'Idra.»
Non sapevo di che cosa stesse parlando. Mai avuta familiarità con la mitologia. Gli palesai la mia ignoranza e lui si spiegò meglio.
«Un giorno,» concluse, «quella strana reliquia prese vita. Sotto i miei occhi si sciolse in uno sciame di coleotteri rossi sani e vispi. Compresi che mi trovavo di fronte ai pronipoti di coloro che avevo raccolto quella lontana notte. Mi avevano giudicato maturo per chiedermi aiuto. Nel corso degli anni in cui avevano mantenuto la forma di un sasso, erano stati in grado di contenere le nascite in modo che il loro numero non aumentasse. Fu... impressionante!»
«Non fatico a crederci,» dissi. Era chiaro che mi trovavo alla mercé di un pazzo. Un mentecatto che aveva rinunziato a onori e fama per una generica simpatia con quelle creature ripugnanti. Dopo quanto avevo visto, non sapevo se avrei avuto il coraggio di rimanere al suo servizio.
«Ha detto che chiesero il suo aiuto. In quale cazzo di modo? Non vorrà dirmi che quegli affari sanno pure parlare?»
Centuri si rabbuiò d'un tratto. Prima ancora che aprisse bocca intuii che l’ora delle confidenze era finita. «Ci volle molto tempo,» disse asciutto, «perché io e i miei piccoli amici imparassimo a comunicare. Nell'arco di questi anni il loro numero è notevolmente aumentato. I poveri naufraghi sono stati costretti ad assumere più volte l’aspetto di oggetti d'uso comune per celarsi a occhi meno benevoli dei miei. Siamo stati costretti a cambiare rifugio ripetutamente. Intanto, io progredivo nello studio della loro natura. Tutto con il massimo riserbo. Un modo per comunicare esiste! La loro intelligenza è ricca di risorse stupefacenti. Vedo, amico mio, che l'argomento le risulta ostico. Tuttavia, sono certo che imparerà molto prima che la nostra missione sia terminata.»
«Quale missione?»
«Rimandarli a casa,» disse.


«Ehi! Non ci saranno dei cani là dentro?!»
Diego spiava i dintorni, nervoso e completamente sobrio. Io invece dondolavo allegramente sulle gambe. Era già tanto che non avessi fatto finire il motorino fuori strada.
«Nessun cane. Cavolo, ti avevo detto di portare un giornalista!»
«Piantala con questa stronzata! Per cominciare diamo un’occhiata, va bene? Se c’è un mobile decenti, so dove fregare un camioncino.»
«Non ti porto qui per i mobili. C’è molto di più lì dentro!»
«Ma certo! Il tesoro della corona,» bisbigliò Diego inquieto. «Insomma! Questa maledetta chiave ce l’hai o no?»
«Buono, eccola qua. Non c’è bisogno di sussurrare. A quest’ora non c’è mai. Possiamo fare i nostri porci comodi.»
«Magnifico! Ma spicciati.»
Lo stronzetto non smetteva di mordersi le unghie lanciando occhiate nervose a destra e a manca. M’accorgevo solo ora che il mio amico non era in forma. Una vita disgraziata e la droga avevano ormai espugnato la fortezza. Diego era l’ombra del tanghero impudente che avevo conosciuto. L’ardimento del topo d’appartamenti era scemato. Adesso c’era soltanto un rudere pauroso. Cominciavo a pensare di non essere furbo come credevo. Coinvolgerlo in quella storia sperando che potesse aiutarmi, era stata una colossale cazzata. Ma ero ancora troppo ubriaco per ammetterlo.
Superammo il cancello. Diego osservò la casa con una smorfia.
«Caspita, è un vero orrore! Sai, credevo esagerassi. A guardarla da qui, sembra quasi una casa giocattolo. Mi sa che andiamo in bianco.»
«Me ne frego della casa. Vieni, il capanno è da quella parte.»
Un gatto bianco ci attraversò la strada.
«Sei andato fuori di testa? Ma dì: ci godi a fare la figura del coglione? Stasera, da Ugo, hai fatto ridere tutti raccontando quella storia.»
«Me ne sono accorto. Non rideranno più quando il mio nome sarà sui giornali. Ricorda! Sono io quello che li ha scoperti. Il pazzo li avrebbe tenuti segreti per sempre.»
«Gesù Cristo, Faustino! Sapevo che eri scemo… Se mi porti vicino a un alveare, ti faccio un culo così!»
«Non sono api. Sono marziani. Credo… Beh, non so da dove cazzo vengono, ma… Insomma, devi vederli al lavoro.»
Nel frattempo eravamo giunti al capanno. Non mi faceva più paura. Giorni e giorni di esperimenti al fianco di Centuri mi avevano abituato a quella stramberia. Gli alieni erano davvero innocui. Centuri si preoccupava molto della loro incolumità, e si dava da fare perché imparassero a imitare un gran numero di oggetti. Erano allievi svegli. Bastava che dessero un’occhiata all’originale per mimarlo alla perfezione. Sotto i miei occhi, quelle cose, avevano assunto la forma di una panca, di un telefono, di un attaccapanni. Persino di vari tipi di piante. Per un lungo pomeriggio, avevo osservato quegli esseri imitare le illustrazioni di un volume di storia dell’arte. Molti scultori si sarebbero mangiati le mani nel vedere le loro opere copiate con tanta fedeltà. Avevo aiutato il capo in qualche trucco e sentivo che potevo riuscirci anche da solo.
«Entro io per primo. E’ meglio, mi conoscono.»
«Ti leccano la mano?» fece Diego alle mie spalle. «Se lì dentro c’è qualcosa come una falciatrice o un piccolo trattore, forse non va proprio buca. Ma voglio vedere l’interno della casa.»
«Si fotta, la casa. Ora vedrai.» Mentre giravo la chiave nel catenaccio, m’accorsi che Diego stava pisciando contro una parete del capanno. «Merda! Non potevi farla sul viale?»
«Non posso farci niente. Ho un problemino con i reni.»
Nel capanno c'era molto buio. Sgattaiolai dentro e cercai tastoni l'interruttore. Feci segno a Diego di seguirmi e richiusi la porta in fretta. Diego si guardò intorno sconsolato.
«Questo posto è più vuoto della tua testa. Si può che sapere che…»
S’azzittì di colpo. Le creature dovevano aver riconosciuto la mia voce. Quasi subito, una delegazione si alzò in volo dai secchi e iniziò a girare intorno alla mia testa come un’aureola. Il mio socio era bianco come un cencio. Indietreggiava verso l’uscita con gli occhi sgranati.
«Per l'anima mia! Mordono quegli affari?»
«Non ti faranno niente,» lo rassicurai. «Sta’ a vedere. Il capo li saluta così.» Mi picchiai sul petto con la mano aperta. I cosi si unirono prendendo la forma di un cuore rosso.
«Cristo santo!» esclamò Diego. «Come diavolo hai fatto?»
Mi avvicinai a lui con la sagoma a forma di cuore tra le mani. Diego fece un salto indietro.
«No! Stammi lontano! Ti credo, ma tienili lontani!»
Lasciai cadere il cuore nel secchio più vicino. Subito si disfece in centinaia di coleotteri.
«Okay. Usciamo di qui.»
«Aspetta, idiota. Possono fare di più. Questa roba è una cannonata.»
Quel pomeriggio avevo acquistato una cartolina in una tabaccheria. Raffigurava una fontana con putti, pesci e altra roba del genere. La tirai fuori dalla tasca e m’avvicinai alla nuvola degli insetti tenendo l’illustrazione bene in vista. Le creature non si fecero pregare. Al centro del capanno sorse un perfetto duplicato della fontana nella foto. La mano dell’artista non avrebbe potuto essere più precisa. La vasca era tanto solida da far venire voglia di entrarci. I culetti dei puttini, anche se rossi come quello di una scimmia, erano torniti a dovere. Mancava solo l’acqua. Diego si tappò la bocca, ma uno strillo ne sfuggì lo stesso. Bello forte.
«Non fare la donnicciola. Ti ho detto che sono buoni. Pensa! Persuadi un collezionista a comprare un’opera d’arte. Una statuetta o che so io. Poi quella si scioglie in mille bestioline e torna da te. Non è forte?»
Diego non rispose, non ascoltava neppure. La sbronza m’aveva reso più facilone del solito. Il poveretto se la stava facendo sotto, ma io ero felice. La mia credibilità s’era accresciuta.
«Sicuro di non volerli toccare?» scherzai.
La cartolina mi sfuggì dalle dita. Cadde ondeggiando sul pavimento del capanno. La bellissima fontana con putti si sgretolò in un baleno. Diego strillò di nuovo, ma non si mosse. Adesso sul pavimento c’erano due copie del cartoncino postale. Identiche, tranne per il fatto che una delle due era rossa.
«Basta! Io me ne vado…»
Diego aveva pronunciato queste parole con forza, facendo un timido passo avanti. Quelle stronze cose spaziali dovettero interpretare il movimento in un modo tutto loro, perché si misero subito in azione. Frullarono un’altra volta formando una nube densa. Quando si fermarono, in mezzo alla stanza galleggiava una riproduzione rossastra della testa di Diego. Una faccia volante di somiglianza sconcertante. Il poveraccio riconobbe il suo naso rotto, gli occhi porcini, le grandi orecchie sporgenti. Lo spettacolo era sorprendente quanto spaventoso. Forse la meraviglia l’avrebbe avuta vinta sulla paura se a quelle bestie immonde non fosse saltato il ticchio di strafare. La faccia che avevano plasmato ammiccò. Quindi schiuse le labbra e ci regalò un sorriso sdentato.
«Merda!»
Diego corse fuori urlando. Non appena abbandonò il capanno, il suo ritratto si disfece riversandosi nei secchi. Ero sbigottito quanto lui, nondimeno l’abitudine m’aiutava a resistere. Prima di seguirlo diedi una rassettata e recuperai la cartolina. Non m’incuriosiva sapere come avrebbe reagito Centuri se avesse scoperto la mia bravata. Richiusi il capanno col catenaccio e m’incamminai verso il cancello chiamando Diego a gran voce.
«Allora, coglionazzo! Te la sei fatta nei pantaloni? Non sono il cacciaballe che dicono, eh!» Ma Diego non si vedeva da nessuna parte. Cacchio, la fifa doveva avergli fatto crescere le ali ai piedi. «Diego! Oè!»
Lo ritrovai oltre il cancello, steso sul viale d’ingresso. Il povero stronzo aveva scavalcato la cancellata di furia. Doveva essere saltato giù alla cieca, dritto sulla pietra che gli aveva spaccato la testa. Provai a rianimarlo, a implorarlo, a schiaffeggiarlo. Niente da fare, non respirava più. All’inizio pensai che mi stesse tirando un brutto scherzo. Poi la sbornia sfumò senza pietà. Diavolo, stavolta l’avevo fatta grossa.

Quando tornai verso casa, la luce nella stanza di Centuri era accesa. Percorsi il viottolo in punta di piedi. Potevo ancora cavarmela. Diego non aveva perso molto sangue. Avevo trascinato il suo corpo sotto la luna per almeno un chilometro. Poi l’avevo lasciato in un agro solitario, nascosto dalle erbacce. Povero sciocco, in che guaio m’aveva cacciato! Adesso ero perfettamente sobrio, impaurito dalla testa ai piedi. Speravo solo che nessuno m’avesse visto.
«Venga su, presto! Ho bisogno di parlarle.»
Centuri s’era affacciato facendomi saltare il cuore in gola. Che avrei fatto se si fosse accorto di qualcosa? Salii le scale tremando e bussai alla porta dello studio.
«Entri pure.»
Centuri era ancora alla finestra. Vicino a lui, retto da un treppiedi, c'era un lungo cannocchiale astronomico.
«Santo cielo, amico mio! Lei ha una pessima cera.»
In effetti, mi cedevano le ginocchia. Centuri s’affrettò a mettermi una sedia sotto il sedere. «Si accomodi, prego. Non mi riguardano i suoi svaghi, ma non dovrebbe strapazzarsi così. Sono tante le cose che vorrei dirle. E' finita, sa? Domani porteremo a termine il lavoro.»
La sua faccia bislacca si riaffacciò davanti a me con lo stesso effetto di un pupazzo in un baraccone degli spaventi. Notai che sulla sua fronte c’era un piccolo segno rosso, come una puntura di zanzara.
«Si sente bene?» chiese. «Desidera un’aspirina?»
«No, grazie!» risposi tra i denti. «Finita, dice? Che significa? Che cosa succederà domani?»
Si accarezzò il mento con il gesto untuoso che ormai conoscevo bene. Sembrava contento, ma anche terribilmente stanco. Il suo brutto muso era coperto di rughe profonde.
«Un mese fa le ho detto che il nostro compito è aiutare i piccoli alieni a tornare a casa. Bene, il momento è giunto. Naturalmente si sarà chiesto come faremo. Venga, guardi qui.» Mi fece cenno di guardare nel cannocchiale. Gli dissi che mi girava la testa. Lui non insistette. «In verità,» riprese, «i nostri amici sarebbero in grado di viaggiare a battito d'ali verso la loro abitazione. Stupefacente, vero? I loro corpi sono già delle navi stellari altamente evolute. Ad ogni modo, un problema c’è.» Sbirciò nel cannocchiale senza interrompere la lezione. «Il loro nido sarà su di noi esattamente all’una di domani. E' un indefinito corpo vagante che non risponde ai normali criteri del nostro sistema solare. Infatti, non si tratta di un vero e proprio astro. E’ piuttosto l'unione solidale delle loro comunità. Un pianeta vivente composto da migliaia di creature intelligenti, organizzate in un tutto funzionale. Praticamente, un alveare nomade.»
Era una follia, questa, che non avevo la forza di sopportare. Avrei voluto alzarmi in piedi, ma le emozioni della nottata mi avevano spompato fino al midollo.
«Non riesco a capire. Amico: giunga al sodo, per favore.»
«Sì, sì. Dal giorno del loro arrivo, la casa dei nostri fratellini ha attraversato l’orbita terrestre una volta all’anno. Ha atteso pazientemente che portassero a termine la loro missione. Finalmente è giunto il momento di recuperarli, e di riprendere il viaggio tra le stelle.»
«Missione? Quale missione?»
«Memorizzare le forme più interessanti della natura e delle arti terrestri,» rispose Centuri con soddisfazione. «E’ questo il fine del loro peregrinare per il cosmo. Conoscere la bellezza, attingendo alle culture aliene che visitano per amore della sapienza. Sono i custodi dell'arte infinita, amico mio. Gli archivisti del creato. E molto di più. Abbiamo a che fare con una razza di progrediti architetti. Essi sono al contempo creatore e creazione. Una stirpe e un solo corpo.»
«Compare, lei chiacchiera troppo,» dissi prendendomi la testa tra le mani. «E dice troppo poco. Se non mi spiega che cazzo sta succedendo, penso proprio che me ne andrò.»
Centuri rise. «Lei è il primo!» disse. «E sarà anche l'ultimo dei disperati che in qualche modo è riuscito a tenermi dietro. Vive da vagabondo, beve come una spugna, ma possiede un vocabolario assai più ricco dei suoi predecessori. Mostra un'intelligenza desta, nonostante i veleni che si ostina a ingurgitare. E tradisce di avere studiato, anche se poco.»
«E’ per questo mi ha scelto, vero? Un beone cencioso, talmente sporco da far cambiare strada a chi lo incontra. Un relitto con l’alito di un drago e una volontà di burro. Basta poco a comprarlo. E poi… chi presterebbe fede alle storie che racconta?»
«Non aggiungerò una virgola a questo ritratto così spietato. Ma lasci che le spieghi tutto.»
Lo vidi frugare in un cassetto della scrivania. Poco dopo mi si avvicinò reggendo una scatola di cartone. L’aprì delicatamente. «Guardi. La Regina.»
Sul fondo della scatola c’era qualcosa che ricordava una pigna secca. Stavolta l’oggetto aveva un colore leggermente diverso. Tendente al porpora.
«Regina?»
Centuri mi fissò senza battere ciglio. «Sì. Regina è la parola più adatta a indicare questo particolare collegio di creature. Ed è il nocciolo del problema, amico mio. Quello che sta osservando è un’assemblea di saggi eletti tra i membri anziani della comunità. Sono i massimi pensatori dei loro clan riuniti in una sola forma. Essi speculano su quanto i loro sudditi hanno appreso e lo elaborano producendo architetture che la mente umana non arriva a concepire. Negli ultimi anni, il collegio si è rinnovato infinite volte. Infatti, la vita d'ogni membro dura in media sette mesi. Ma neppure un grammo del loro sapere è andato perduto. Di generazione in generazione tutto è stato scrupolosamente tramandato. Adesso il nido sta per passare ancora una volta tra la terra e la luna, e il grande sciame tornerà finalmente a casa. Qui sarà necessaria la sua collaborazione. L'ultimo servizio che lei svolgerà per me. Dopo dovremo salutarci. Ma non sia triste: sarò molto generoso.»
«Sa che cosa penso?» mormorai. «Che lei sia matto. Che le piaccia giocare, fare degli scherzi. Tutto qui. Forse sta scrivendo un racconto. Inventa tutto senza porsi troppi problemi. Dice di aver studiato questi cosi per gran parte della sua vita. Solo che non c’è modo di comunicare con essi. Come può sapere tanto di loro? No, è solo frutto della sua fantasia. La sua storia fa acqua, amico. Uno tosto come Asimov non l’avrebbe scritta una simile stronzata.»
«Può darsi,» sorrise Centuri. «Ma non le costa niente starmi a sentire, visto che la pagherò profumatamente. Ora devo mostrale qualcosa. Venga qua, faccia un piccolo sforzo.»
La mia mente si era snebbiata. Ascoltavo le parole di Centuri e riuscivo, sebbene a fatica, a comprenderne il significato arcano. Lo scienziato era tornato alla scrivania, aveva posato la scatola e ora mi stava indicando uno strano arnese metallico. Una specie di bocca da fuoco lunga circa mezzo metro, lucida, montata sopra una cassetta nera da cui spuntava un groviglio di fili elettrici. Mi alzai faticosamente in piedi.
«Non ha idea di quanto tempo ho impiegato a costruirlo,» disse. «Loro mi hanno impartito istruzioni dettagliate, guidandomi passo dopo passo. Certo, ho commesso una quantità di errori prima di riuscire nell'impresa. Ma la genialità dei viaggiatori è sconfinata. Il lavoro ha avuto buon esito anche se affidato a un operaio mediocre come me. Quello che vede è un propulsore astrale. Un congegno sofisticato in grado di proiettare un oggetto solido a miliardi di chilometri di distanza. Le risparmio i dettagli tecnici. Io stesso non mi capacito di essere riuscito a realizzare una macchina così complessa, ma sento che funzionerà. Domani notte, introdurrò nel dispositivo una capsula con dentro la Regina. Mi premurerò di orientare l’apparecchio nella traiettoria dell’alveare. Lei, scoccata l’una, lo azionerà premendo qui.» Sfiorò una levetta su un lato dello strano meccanismo.
«Cosa!» esclamai. La storia diventava sempre più surreale.
«Sì,» confermò Centuri. «Come le ho spiegato, la Regina è l'insieme degli esemplari più anziani della comunità. Col trascorrere dei mesi la loro forza declina fatalmente. Per questo necessitano di una spinta che permetta loro di acquistare velocità. Una volta fuori dell’atmosfera, la minore gravità renderà il loro viaggio più agevole. Senza il nostro aiuto, i saggi non riuscirebbero mai a levarsi in volo, né a sciogliersi dall’ultima forma che hanno assunto.»
«E… tutti quegli altri?» balbettai.
«Tabù!» fu la risposta di Centuri. «Non potrebbero mai partire senza la Regina. Il giorno in cui arrivarono sulla terra, purtroppo, si trovarono a contatto con un'atmosfera che limitava molto la loro capacità di movimento. Specie per una comunità di anziani debilitati. Per anni ho cercato con loro la migliore soluzione al problema. La Regina dovrà essere la prima ad abbandonare il pianeta. Grazie al mio propulsore, potrà farlo. Allora tutti gli altri la seguiranno. In caso contrario, non si sposterebbero di un centimetro.»
«Allora sono stupidi. Se fossero saggi come dice lei, avrebbero atteso tanti anni e corso tanti rischi per... per un grumo di vecchi prossimi alla morte?!»
«Non stupidi,» s'accigliò Centuri. «Semplicemente solidali!»
Rimasi zitto a pensare. Sentivo una grande rabbia montarmi nel petto. Alieni o no, Centuri era matto. Doveva credersi il padrone del mondo, pappa e ciccia com’era con quelle mostruosità. Mi mossi velocemente. Cacciai le dita nella scatola e le chiusi intorno alla Regina. Centuri diede un grido. No, uno squittio. Si gettò su di me. Le sue mani piccole e tozze tentavano invano di raggiungere l’oggetto prezioso che tenevo alto sopra la testa. Sulla sua faccia vidi affiorare il panico. Farfugliò qualcosa di incomprensibile. Dunque si mise a implorare.
«Caro figliolo, perché fa così? Basterebbe stringere il pugno...»
«...per ridurli in polvere! Quindi, se non mi hai preso in giro, il viaggio dovrebbe essere rimandato di qualche altro anno. Niente regina, niente partenza.»
Finsi di voler lasciare cadere l'oggetto. Centuri strillò di nuovo. Poi riprese il controllo.
«Va bene,» ansimò. «Ho capito! Vuole di più? Parli pure. Stabilisca lei la somma. Le darò ciò che desidera. Ma per l'amor di Dio, non lo faccia!»
«Vuoi pagarmi, brutto stronzo?» ringhiai. «Certo, puoi coprirmi d’oro se vuoi. Peccato che tu non abbia un soldo! Mi hai usato, brutto finocchio squinternato! Come un servo senza cervello! Che cosa mi resta, adesso? Pensavi di prendermi per il culo fino in fondo, eh! La verità, caro scienziato, è che sei in bolletta. Probabilmente hai speso tutto per i tuoi fottuti esperimenti. Per colpa tua, domani potrei trovarmi in galera!»
«No,» piagnucolò Centuri. «Le assicuro! La cartamoneta è la simulazione che meglio riesce ai loro piccoli. Non assumono il colore rosso prima della quarta settimana di vita, e nessuno può accorgersi che non si tratta di banconote autentiche. A quest'ora essi sono già tornati al capanno. Chi li ha ricevuti in forma di valuta suppone di averli smarriti. Non potrebbero mai...»
«Ah!» La rabbia mi esplose nell'anima con la forza di una bomba. Ero stato la pedina di un gioco folle. Un mio amico era morto stupidamente e adesso davanti a me non si apriva che il vuoto. Mi preparai a spiaccicare l’oggetto chiamato “Regina” sulla testa di Centuri. Lo gnomo non tentò neppure di scansarsi. Nascose la faccia tra le mani. Ma non portai a termine il mio gesto. Una vocina, flebile, che proveniva dal mio pugno mi intimò di fermarmi. Nello stesso tempo il dolore d'una puntura m’incendiò il palmo. Vacillai andando a sbattere con la schiena contro il muro mentre il sangue mi si faceva ghiaccio nelle vene. Schiusi la mano e la Regina cadde tra le zampe protese di Centuri.
«Gesù!» dissi con un filo di voce. «Ha parlato... Hanno parlato! E mi hanno morso.»
Vidi che Centuri rimetteva la Regina nella scatola e chiudeva il coperchio. Io scivolai lungo il muro finché non mi trovai accasciato sul pavimento. Centuri mi sedette accanto.
«Non abbia paura,» disse. «Non sono arrabbiato. So che tutto questo è molto difficile per lei. Le chiedo solo di fidarsi per qualche altra ora. Mi aiuti a portare a termine l'impresa, e le prometto che non uscirà da questa avventura senza la ricompensa che merita.»
Stavo male, la vista mi si annebbiava. «Che cosa… vuoi… che faccia?»
«Semplicemente spingere quella piccola leva. Io regolerò il dispositivo. All’una, lei dovrà azionarlo.»
«Perché… diavolo… non lo fai… da solo?»
Centuri scosse il capo. «Sarò impegnato in altre faccende che richiedono la mia presenza.»
«E poi...?» chiesi mentre scivolavo nel nulla.
«Poi, amico mio, ci saluteremo.»
Il suo sorriso fu l'ultima cosa che vidi prima di lasciar cadere le palpebre.


La luna piena mi trovò istupidito dal lungo e profondo sonno. Nel pomeriggio Centuri m'aveva svegliato perché lo aiutassi nelle ultime operazioni. Come un automa, avevo portato fuori del capanno tutti i secchi dove vivevano i coleotteri. Avevo anche fatto una catasta dei vari volumi d'arte e, dietro ordine del capo, li avevo incendiati. Non so che cosa mi fosse successo. Ogni mio impulso di rivolta a quella pazzia era stato cancellato. Volevo solo che tutto finisse. La rabbia nei confronti di Centuri era sbollita. Mi dicevo che in fondo il mio stomaco era stato riempito, la mia ugola bagnata. Avrebbe dovuto importarmi se il denaro non era mai esistito veramente? Stavo seduto a luci spente nello studio di Centuri. La finestra era spalancata, la canna del propulsore orientata in direzione delle stelle. Per quello che ne sapevo, la Regina si trovava già in posizione di partenza, pronta a schizzare tra gli astri. Ignoravo perché Centuri non volesse svolgere di persona un’operazione tanto importante, ma avevo rinunziato a cercare una spiegazione. Sapevo che all'ora zero si sarebbe trovato sul viale. Forse avrebbe fatto da vigile agli insetti in partenza. Bah! Andassero pure all'inferno.
«E' quasi l'una.»
Sobbalzai. Centuri era apparso al mio fianco nel buio della stanza.
«Centuri,» dissi senza guardarlo. «Quello che fai… è davvero una tua scelta? Ne sei sicuro? Sono ore che mi chiedo che cavolo faccio qui!»
«Temo di non capire.»
«Hai messo al loro servizio metà della tua vita. Che cosa farai dopo che saranno partiti?»
Meditò qualche istante prima di rispondere.
«Esattamente quello che farà lei, amico mio. Mi sforzerò di andare avanti.»
I suoi passi risuonarono frettolosi sulle scale. Guardai l'orologio. Era l'una meno due minuti. Centuri era sceso in giardino a svolgere il suo lavoro segreto. Strinsi la levetta del propulsore tra indice e pollice e mi tenni pronto. Tutto andava come previsto. Una sagoma scura simile a una piccola nuvola stava per attraversare il disco lunare. Lanciai un'altra occhiata all'orologio e tornai a guardarla attraverso il cannocchiale. Sacramento! Era lui, l’alveare vagante!
«Adesso!»
La voce di Centuri giunse dal giardino un istante prima che la soneria della sveglia si mettesse a trillare. Abbassai di scatto la levetta e mi trovai tra le dita una bacchetta di metallo contorto. Negli attimi che seguirono mi sentii morire. Il complicato congegno che era costato tanta fatica al benefattore spaziale si stava smontando tra le mie mani. La canna dell’ordigno si piegò in avanti di scatto. La parte centrale franò con un cupo tintinnio rovesciandomi una cascata di materiale elettrico sulle scarpe. Porca puttana, che disastro! Il fallimento era totale. Ma dov'era finita la Regina?
Guardai il cielo. Il grande sciame si allontanava rapidamente in direzione del candore lunare. Una nube enorme, ormai più nera che rossa. L’operazione era perfettamente riuscita. Quando avevo azionato il propulsore m’ero aspettato un lampo di luce, un rumore sibilante. Invece tutto si era svolto con la massima discrezione. La Regina era stata proiettata lontano, ed ora la macchina stava eseguendo il suo secondo incarico: annientarsi.
Il vero spettacolo cominciò pochi secondi dopo.
L'intera casa prese a tremare. Le pareti scricchiolavano forte, il pavimento oscillava. Cristo santo! Quelle bestie schifose erano arrivate con un terremoto. Adesso le circostanze si ripetevano. Era dunque questa la mia fine? Sarei rimasto spiaccicato sotto le macerie di quella casetta del cazzo!
Mi lanciai verso le scale in preda al panico. La scossa era molto violenta. Il tetto si stava disfacendo come un biscotto andato a male. Il chiarore del plenilunio filtrava attraverso le enormi spaccature nelle pareti. Metri e metri di carta da parati si afflosciarono su di me mentre il pavimento mi cedeva sotto i piedi. Urlai, pensando di essere sepolto vivo. Ma una parte del pavimento mi resse. Scivolò giù delicatamente, adagiandomi sulla nuda terra. Infine udii un rumore tonante. Qualcosa come un gigantesco risucchio. Quindi, finalmente, tornò la pace.
Strisciai alla cieca sotto la carta da parati. Per poco non picchiai la testa contro il frigorifero. Vidi che questo era collegato a un lungo filo che attraversava i campi. Probabilmente rubava elettricità a qualche rete vicina. Della casa restava qualche sedia, la pendola, un paio di cassettoni e il divano letto. Appuntata a un cuscino trovai una busta con sopra scritto il mio nome. C’era dentro la mia ultima paga. Soldi veri, stavolta. Almeno credo. Intorno a me, le cicale cantavano con la voce gioconda dell’aperta campagna. Nessuna traccia dello chalet a due piani. Nessun tetto a punta, nessun portoncino stretto. Neanche l’ombra di quelle mura di mattoni rossi. Rosso magenta!
Mi era stato detto. Erano numerosi, e dovevano ricorrere a trucchi fantasiosi per nascondersi a occhi indiscreti. Doveva essere stato terribilmente faticoso, per le creature, mantenere la forma di un intero edificio tanto a lungo. Per questo la casa era così sgraziata.
Non mi stupii troppo quando trovai nell'erba la camicia e i pantaloni di Centuri perfettamente abbottonati. Nemmeno quando raccolsi la dentiera e i due occhi di vetro. Il sospetto m’aveva già sfiorato la sera prima, quando avevo visto la chiazza rossa sulla sua fronte. Un piccolo buco nel travestimento. Centuri aveva sempre avuto un colorito curioso, ed emanava un odore dolciastro di cipria, di trucco. Il suo corpo doveva essersi disfatto nel momento in cui la Regina spiccava il volo.

Questo è tutto, amici miei. Pagate il conto, che s'è fatto tardi. Ma prima di separarci, offritemi una sambuca. Voglio essere del tutto sbronzo quando andrò a dormire sulla panchina. Non angustiatevi per me, starò benone. Tornate a trovarmi, piuttosto, e portate i vostri amici. Racconterò anche a loro la mia avventura. Li divertirà. Almeno spero. Il tempo incalza, ragazzi. Ormai sono l’ombra del torello che ero. Il mal di schiena mi piega in due, la vista mi tradisce, e non m'è rimasta altra risorsa che la mia storia. Questa storiella balorda da barattare con un pasto decente e uno zinzino di solidarietà.
Prosit.

venerdì, ottobre 10, 2008

I Love Sarah Jane

"I Love Sarah Jane" è un cortometraggio horror segnalatosi al "Fantastic Fest". Diretto dal regista Spencer Susser e prodotto dalla Blue Tongue, questo interessante corto sta emergendo in rete anche grazie alla presenza della giovane attrice Mia Wasikowska, l'interprete scelta da Tim Burton per il suo "Alice nel Paese delle Meraviglie", attualmente in lavorazione.
" I Love Sarah Jane" è un breve racconto dell'orrore ambientato nello scenario apocalittico narrato più volte da George A. Romero nella sua celebre saga dei morti viventi. Il corto ci regala 10 intensi minuti che ci mostrano che cosa succede ai margini della catastrofica epidemia esplosa quella notte in cui i cadaveri si alzarono dalle tombe per divorare i vivi. Una storia di orrore, violenza giovanile, disperazione, amore romantico, forza d'animo e... naturalmente zombi affamati di carne umana.
Mia Wasikowska, in questa breve prova, dimostra di avere già un discreto carisma, ma anche gli altri giovani interpreti non sono affatto male. "I Love Sarah Jane" è un ottimo biglietto da visita per il suo regista, e ci fa pensare che presto sentiremo di nuovo parlare di Spencer Susser.
Il cortometraggio è in lingua originale, ma (sorpresa!) è sottotitolato in italiano.
Buona visione.

mercoledì, ottobre 08, 2008

Chiron... in progress!

E’ già trascorso un anno. Lo so, è tanto. Un’eternità. E alcuni tra quelli che hanno apprezzato il mio lavoro sono anche un po’ incazzati. Non hanno torto, ma tant’è. Un ex giornalista che si inventa autore di fumetti dopo i quarant’anni e si sforza di disegnare una saga supereroistica attingendo all’underground e al pop, necessita di tempi generosi. Del resto faccio tutto da solo, e conciliare sceneggiatura e disegno con i ritmi della sopravvivenza non è sempre facile. Ad ogni modo, il secondo capitolo di “Chiron” è a metà strada. Il bambino cresce e già scalcia nella mia pancia pelosa. Il pupo non vede l’ora di andare per il mondo sulle sue gambe. Quindi, tranquilli, c’è già chi mi sta col fiato sul collo. Come ho già scritto in passato, non ho particolari aspettative né inseguo chimere. Desidero solo raccontare una storia, parlare di supereroi come piace a me, flirtando col grottesco e col noir, citando, storpiando e baloccandomi con situazioni classiche del genere. Ho iniziato questa avventura escludendo a priori l’ipotesi di una pubblicazione on line. In effetti, la narrativa e i fumetti da leggere su Internet sono talmente numerosi da essere quasi invisibili. Questo mi ha spinto a optare per un’autoproduzione cartacea, e così sarà anche per questo secondo numero. Poi chissà! Potrei sempre cambiare idea, e invito tutti a farmi sapere cosa pensano al riguardo. Il Chiron Center, l’ospedale per metaumani sta per riaprire le porte, e i misteri sono ancora là che attendono. L’enigma sul passato del severo dottor Cristobal Sanchez è fitto, ma che diavolo sta combinando il buon Nishikawa? Chi ha assassinato Santi Asgard, e per chi lavora veramente il vendicativo Gervasio Blitt?
Le piccole anteprime che corredano questo post non risponderanno a nessuna domanda, ma spero facciano ugualmente cosa gradita a chi guarda con interesse alla mia produzione fumettistica. “Chiron n. 2: La Sindrome di Pandora” sta prendendo forma, e divulgare queste prime immagini è un impegno a continuare il lavoro in modo costante.
Un grazie di cuore a tutti quelli che mi leggono con interesse e affetto.

mercoledì, ottobre 01, 2008

IMPREVEDIBILE - Racconto

[Illustrazione di Saverio Messina]
IMPREVEDIBILE
Racconto di
Filippo Messina

All'età di nove anni, quando servivo la funzione, il parroco mi disse:
«Simone, l'unica cosa di cui dovrai avere sempre paura, è di averne tanta da non riuscire neppure a pregare.»
Non avevo più pensato alle parole del buon vecchio, ma le ricordai quella notte d’ottobre, quando misi sotto un cane con il mio camion a pochi chilometri dall'abitato.
Non saprei dire perché, ma per un istante tremendo fui convinto di avere investito un bambino. Forse a causa del modo in cui la povera bestia gridò, o magari per la sua improvvisa impennata davanti ai fari. Frenai energicamente riuscendo a fermarmi soltanto cinque metri più avanti. Rimasi immobile, abbattuto sul volante, boccheggiando per parecchi minuti. Ero atterrito per quello che sarebbe potuto avvenire. Nella mia fantasia il dramma si era svolto vivido come in un luminoso teatrino. Mi ero visto ammanettato, a ricevere le invettive disperate di una delle tante famigliole residenti nella periferia. Il padre, un muratore dalle basette grigie, mi minacciava mostrandomi il pugno. Lo seguivano da vicino una moglie in lacrime e due figlie mutate in furie. Addosso mi piovevano maledizioni e sassi.
Ero in ritardo sulla consegna, e avevo superato il limite massimo di velocità previsto sulla strada. Come se non bastasse, ero distratto a sufficienza da scambiare un povero randagio per un essere umano. Stavo ascoltando un brano jazz alla radio e me ne infischiavo del mondo intero.
Mi ripresi dallo spavento solo dopo qualche minuto. Scesi dal camion per rimuovere la carcassa della bestia dall'asfalto. Non si vedeva arrivare nessun altro veicolo, ma mi sentivo ugualmente umiliato. Adagiai il cadavere del cane sull'erbetta corta oltre il ciglio della strada e sostai un attimo a contare le luci del sobborgo. Mi dispiaceva per l’animale, ma ringraziavo Dio per avere scansato il peggio. Quel tratto di strada era molto pericoloso, ed io ero stato dannatamente imprudente. Sapermi in galera era l’ultima cosa di cui mio padre aveva bisogno. Dopo tutti gli sforzi fatti per darmi un’istruzione, il mio lavoro di camionista bastava ad amareggiargli la vita.
Si faceva tardi. Tornai a mettermi al volante e stavolta guidai con cautela. La radio rimase spenta.
Giunsi al deposito alle ventuno. Sorbii rassegnato la lavata di capo per il ritardo e mi rimboccai le maniche per aiutare a scaricare le casse. Non conoscevo il ciccione che ispezionava la merce. Si trattava di un nuovo impiegato, assunto il giorno prima. Un tipo isterico, calvo e zelante. Probabilmente anche un po' sordo, visto che non riusciva ad aprire bocca senza strillare come un’aquila. Scoprì che un paio di bottiglie del mio carico si erano rotte. Doveva essere successo mentre frenavo con l'angoscia nel sangue. Inventai che un altro camion mi si era stretto a sinistra facendomi sbandare e che le bottiglie dovevano aver cozzato l'una contro l'altra. Non avevo nessuna responsabilità del modo sciatto in cui le casse erano state confezionate. Salutai tutti e andai via che erano già le ventidue.
Sulla via del ritorno pensavo ancora all'incidente.
Nell'abitacolo del camion, sebbene fossimo in ottobre, s'era messo un caldo che mi faceva sudare. Non si prospettava una bella notte. Mio padre era andato a trovare suo fratello in città, pertanto a casa non mi aspettava nessuno. Giulia non voleva più saperne di me, e il mio baracchino era ancora guasto. Cavolo, mi sentivo solo da matti! Provai ad accendere la radio, ma incontrai soltanto voci stridule, troppo simili a quella del nuovo impiegato del deposito. Cominciavo anche a patire una fame robusta. Se tutto fosse andato liscio avrei potuto mandare giù qualcosa di freddo soltanto intorno alla mezzanotte.
Decisi che ero troppo depresso per tornare in una casa vuota e mettermi a frugare nel frigorifero. Sterzai al primo bivio e rallentai appressandomi alla stazione di servizio.
Posteggiai nel solito spiazzo. Notai subito che il grill non era troppo affollato. Nel parcheggio, oltre al mio camion, contai una Ferrari e un paio di altre auto. Davanti all'ingresso un punk con i capelli verdi stava infastidendo una giovane coppia, credo per ottenere uno strappo fino in città. Vidi il ragazzo spingere da parte lo scocciatore e muoversi con la sua amica in direzione del piazzale. Il punk sputò sulla strada dietro di loro, borbottò qualcosa in una lingua straniera e rientrò nel locale sbattendo la porta. Attesi che i giovani giungessero a prendere l'auto. Ero curioso di scoprire se la Ferrari apparteneva a loro. Quando montarono su un maggiolino bianco, gettai il mazzo delle chiavi in una tasca del giaccone e m’incamminai spedito verso il grill.
Ma non vi entrai. Non subito. Rimasi ritto a guardare attraverso la porta a vetri mentre il cuore mi balzava in gola.
L’uomo sullo sgabello dall’altra parte del vetro aveva una faccia tonda, con degli occhi piccoli, semichiusi per il sonno. Una mano dalle dita corte sosteneva quel volto paffuto e pallido che sembrava il ritratto della stanchezza. La bocca aveva un’espressione imbronciata sotto i folti baffi neri. Era una strana faccia, difficile da dimenticare. Anche la luce al neon sembrava averla notata. Infatti la corteggiava, dipingendone i lineamenti di una limpida tristezza lunare. La sagoma era tozza, vestita di scuro. Blu il maglione, blu il cappotto con il bavero alzato.
Questo era l'uomo seduto al tavolino. Una fredda notte di luna, la cui unica stella era il luccicore sulla bottiglietta d'acqua tonica che aveva davanti. Una notte fredda e infreddolita. Sedeva vicinissimo al calorifero, ma il tepore di questo non doveva essergli di conforto perché ad ogni istante rabbrividiva stringendosi sempre più nel cappotto.
Avevo già veduto quella faccia altrove. Sì, me l'ero trovata di fronte una quantità di volte in passato. La conoscevo e mi era cara, per quanto adesso mi stesse riempendo di sgomento. Il mio primo impulso fu di voltare le spalle, correre al camion e ripartire veloce verso casa. Rintanarmi sotto le coperte con le luci accese e ripetere avemaria fino al mattino.
Invece rimasi lì. A guardare.
La faccia aveva un nome. Forse tentai di pronunziarlo, senza riuscire a emettere nient'altro che uno sconcio verso. Scandii nel mio intimo il nome di Martino, e ricordai.
Soltanto un anno prima, mi trovavo seduto sopra una roccia mentre Martino, poco più in là, gettava la lenza nel lago. Allora, il mio amico era in una forma più gagliarda. Sempre grasso, ma con le guance rubizze, animato da un buonumore incontenibile. Aveva la pelle cotta dal sole e portava uno striminzito cappello di paglia. Era una gran bella giornata. Domenica, credo. Sì, era domenica l'ultima volta che Martino ed io andammo insieme a pesca. Martino rise per tutta la mattina. Che risata, la sua! Come sentire agitare un salvadanaio pieno.
Quella sera, invece, la vista del suo viso attraverso la vetrina del grill mi riempì di paura. Ero atterrito e affascinato. Rimanevo immobile e mi domandavo che cosa stesse facendo Martino là, dove il buon senso mi diceva che non avrebbe mai potuto trovarsi.
Sì, perché Martino era morto. Da parecchi mesi, ormai.
Per quanto mi sforzassi non riuscivo a definire vaga la somiglianza dello sconosciuto con il mio amico. Anche lui aveva un mento piccolo, disegnato sopra una rotella di grasso che pendeva sotto la mandibola. Anche lui aveva una figuretta tarchiata, inconfondibile.
Improvvisamente, l’uomo alzò lo sguardo e mi fissò attraverso il vetro. Che si fosse accorto della mia attenzione indiscreta? Lo vidi scrutarmi, aprire le braccia e abbandonarsi sullo schienale della sedia con un'ombra di spavento sul volto. Mille supposizioni attraversarono il mio cervello. Forse era un poco di buono, reduce da un furto, che notando il mio interesse si sentiva in trappola. Oppure un mentecatto, malato a sua volta di timori incomprensibili.
Finalmente riuscii a scuotermi. Spinsi avanti la porta del grill ed entrai cercando di guardare altrove. Da dietro il bancone, Monica mi vide e mi salutò agitando un tovagliolo. Tolsi il berretto accomodandomi su uno sgabello.
«Hai fame o sete?» mi chiese Monica asciugando il piano del banco con la stessa salvietta con cui mi aveva dato la buonasera.
«Fame,» risposi. «Ma anche da bere non ci starebbe male. Che cosa prevede la carta?»
Mi porse il menù della serata. Lo scorsi velocemente.
«Prenderò il pollo,» dissi. Mi sembrava il piatto più sostanzioso.
«La solita porzione?»
Ci pensai su. Ero davvero affamato.
«Fammela doppia,» dissi «Puoi riscaldarlo?»
Monica lanciò un'occhiata al marito intento a lavare bicchieri all'altro capo del banco.
«Lascia stare,» disse piano. «Il pollo è di ieri.»
Si sfiorò le labbra con l'indice e tornò a occuparsi delle stoviglie. Suo marito ci stava osservando.
«Andrà bene un panino,» decisi. «Purché sia caldo. Con salsiccia. E mettici molta senape.»
Monica sorrise dandosi da fare. Presto mi trovai di fronte la mia cara birra e cominciai a sorseggiarla in attesa della cena. Da quando ero entrando nel grill, mi sforzavo di non guardare lo sconosciuto. Non era tanto facile. Inoltre stava succedendo qualcosa di nuovo. Adesso era lui che spiava me. Mi girai ripetutamente nella sua direzione, e tutte le volte fummo costretti a distogliere i nostri sguardi incrociati. Avevo notato un altro particolare. L'uomo teneva una valigetta di finta pelle ai piedi del tavolino. Ogni tanto allungava una mano e la avvicinava ulteriormente alla sedia. Pensai che avrebbe finito col mettersela sulle ginocchia.
Quando Monica mi portò il panino non potei fare a meno di afferrarle delicatamente il polso.
«Non ti ricorda qualcuno?» le chiesi sottovoce.
«Chi?»
«A quel tavolo...»
Mi voltai, rimanendo deluso. Lo sgabello era vuoto. Monica scrollò le spalle e si allontanò senza capire. Mi sentivo stupido. Non ero neppure sicuro che Monica avesse conosciuto il povero Martino. Iniziai a mangiare. Ero ancora turbato, ma una parte di me desiderava che lo sconosciuto rimanesse al suo tavolo fino al momento in cui avrei lasciato il grill. Mi ero quasi abituato alla sua presenza. Averlo vicino mi suscitava un’ondata di cari ricordi.
Martino non era una grande intelligenza. Rideva troppo e si arrabbiava facilmente. Era anche terribilmente sbadato. Camminava col naso per aria facendosi spesso male. L’energia del mio amico era pari alla sua imprudenza. Nessuno era in grado di correre tanto in fretta dietro a una palla nonostante le gambe corte e la pancia sporgente. Un’estate, calciò in rete e si afflosciò come un sacco di patate sotto gli occhi di tutti. Ci prendemmo una bella strizza, ma era solo un malore passeggero. Il medico gli parlò chiaro. Continuasse così. Uno di quei giorni, il cuore gli avrebbe detto ciao. Martino, però, aveva il dannato vizio di contraddire tutti per il semplice gusto di farlo. Una settimana dopo era venuto giù di schianto dalla scala a pioli, nella sua bottega di cartolaio. Era rimbalzato sul pavimento e s’era rotto l’osso del collo.
«Qualche moneta, signore. Per un bicchiere.»
A parlarmi era stato un uomo di media statura, con la barba mal rasata e una giacca unta sulle spalle. Non era vecchio, ma la sua faccia era ugualmente coperta di rughe. Frugai nelle tasche.
«Spiacente, amico. Non ho spiccioli,» dissi.
Non insistette, andò a mendicare più in là. Inghiottii l'ultimo boccone pensando di congedarmi subito. Il piccolo fantasma non c’era più, né vedevo nel grill qualcun altro con cui avessi voglia di conversare. Adesso volevo solo alleggerire la vescica, montare sul camion e tornare a casa per buttarmi sul materasso. Mi avviai con le mani in tasca verso la toilette, allontanai la porta con un colpo di pancia ed entrai nella stanza dalle pareti bianche.
Allora lo vidi. Si stava avvicinando all'uscita a piccoli passi, con la valigetta tra le braccia. Pensai che doveva averla portata con sé per paura di non trovarla più al suo ritorno. Mi passò accanto serrando la testa tra le spalle come un pulcino infreddolito. Lanciò una rapida occhiata al mio indirizzo e sgattaiolò fuori.
Imprecai dentro di me. Ardevo dalla curiosità di sentire se la sua voce mi fosse sonata familiare. Sarebbe bastato poco. Avrei potuto chiedergli senza parere che ora indicava il suo orologio. Avevo sprecato un'ottima occasione per rompere il ghiaccio.
Quando lasciai la ritirata, vidi che il suo sgabello era ancora libero. Adesso stava in piedi davanti alla vetrina e fissava con impazienza l’area di sosta della corriera. La sua testa ciondolava per la stanchezza.
Dovevo dare un taglio alla faccenda. Quell’uomo avrebbe avuto tutte le ragioni per fraintendere le mie occhiate insistenti. La cosa non mi garbava per niente. Basta così, dunque. Monica stava servendo un altro cliente. Le mostrai da lontano il pollice alzato. Lasciai una banconota vicino al mio piatto, misi in testa il berretto e infilai l'uscita.
M’incamminai in direzione del parcheggio, frugando nella tasca alla ricerca delle chiavi. Non appena fuori, avevo sentito che dietro di me la porta del grill si apriva di scatto e sbatteva un’altra volta. Uno scalpiccio sull'asfalto fece eco ai miei passi mentre una voce mi chiamava.
«Signore! Signore, aspetti!»
Mi girai pronto a dire che non avevo più un soldo. Ma non era stato il mendicante a chiamarmi. L'ometto baffuto mi aveva rincorso. Mi stava davanti ansante, sempre con la valigetta stretta tra le braccia. Notai che anche lui, come Martino, mi giungeva con la fronte all'altezza del petto.
«Bu... buonasera,» tartagliò. «Perdoni se la importuno. Vorrei soltanto liberarmi di un dubbio che mi tormenta da quando l'ho vista... po… poco fa. Ecco, io...»
Lo ascoltai in silenzio. Parlava velocissimo, impastando le parole. La sua voce era flebile, molto diversa da quella del mio amico.
«Per caso,» riprese, «il suo… il suo cognome è… Spurio?»
Lo guardai trasecolato. «No. Perché?»
Il viso dello sconosciuto s’illuminò di una luce bizzarra. Non riuscii a capire se si trattava di sollievo o di delusione. Sorrise debolmente passandosi una mano sul cuore.
«Oh mamma!» disse. «Mi perdoni. L'ho presa per... per qualcun altro, ecco! Le faccio una montagna di… di scuse.»
Fece per andarsene. Lo vidi indugiare davanti all'ingresso del grill senza risolversi a entrare. Tornò di corsa sui propri passi. Eravamo di nuovo l'uno di fronte all'altro.
«E' stupefacente!» esclamò «Davvero stupefacente!»
Non sapevo in che modo reagire. L’ometto mi esaminava da capo a piedi come se fossi stato una bella donna discinta o una rarissima opera d'arte.
«Avrebbe la bontà di togliersi il berretto?» mi chiese. «Solo per un momento. Per… per favore.»
Lo accontentai. L'uomo spalancò la bocca.
«Avevo visto bene,» disse. «Gli stessi lineamenti. La medesima età. La stessa forma della testa. E poi… la barba. Buon uomo, lei è addirittura un miracolo!»
Lasciò cadere la valigetta spalancando le braccia. Ebbi la sensazione che stesse per buttarmele al collo.
«Ha qualche problema?» riuscii finalmente a dire.
Si fece serio di colpo. Strinse di nuovo il manico della valigetta e si scostò da me tradendo un certo imbarazzo. «Mi scusi,» disse. «Non volevo in… infastidirla. Vada pure se deve. Non mi serve n… nulla.»
«Si direbbe, invece, che muoia dalla voglia di parlarmi,» affermai deciso a non lasciarmelo sfuggire.
L'uomo serrò le labbra e si mordicchiò la punta di un baffo tentando di spiegarsi.
«Ecco,» incominciò. «Volevo dirle che... assomiglia molto a… a qualcuno, sì. Ma...»
«Ma?» sollecitai.
«La prego,» disse un po’ più spedito. «La prego, non se la prenda. La persona che lei mi rammenta non è più tra noi da tempo e... Insomma! Non mi pareva bello dirle… così su due piedi… che quando l'ho vista... Lei capisce, ve… vero? Per favore, non si offenda.»
«Per carità,» dissi. Passai il mio braccio sotto il suo e m’avviai verso l'insegna luminosa del grill. Passeggiammo amichevolmente a braccetto lungo il piazzale.
«Qual era il suo nome?» gli chiesi.
«Lui?» disse svegliandosi dalla confusione nella quale era caduto. «Si chiamava Ciro. Oh, detestava quel nome. Non so perché, ma lo odiava. Così tutti lo chiamavano per cognome. Era un meccanico molto in gamba. Un brav'uomo, davvero. Lo conobbi durante la naia, la nostra fu una bella amicizia. Morì due anni or sono. Una trombosi, mi hanno detto. Allora mi trovavo in Austria. Al mio ritorno, ho saputo che non c’era più. Lo avevano già sepolto da un mese, poveretto.»
Stringevo il braccio dello sconosciuto tentando di contenere la mia emozione. Che strano, imprevedibile frangente! Avrei voluto parlargli di Martino, ma me ne mancò il coraggio. Avrebbe potuto pensare che intendevo deriderlo. Certo, era solo una meravigliosa fatalità. Eppure...
«E' suo quello?» chiese additando il mio camion.
«Lo guido,» risposi. «Gli automezzi sono proprietà della compagnia. Mi ha visto arrivare?»
«Oh, no,» disse. «L'ho dedotto dall'aria. Per la precisione, dall'odore che l'aria prende intorno alla sua persona. Odore di fumo, di benzina. Avrei scommesso tutto quello che ho di trovarmi davanti a un camionista. Come vede, non sbagliavo.»
«Naso fine,» commentai ridendo.
«Solo un certo intuito.»
Mi tese la mano aperta.
«Mi chiamo Leo,» si presentò. «Sono qui per un puro capriccio della sorte. Attendo la corriera.»
«Io sono Simone,» dissi. «Il mio fiuto, purtroppo, è scadente. Se vuol farsi conoscere, dovrà darmi qualche indizio. Di che cosa si occupa?»
Alzò la valigetta facendola oscillare.
«Rappresentanza,» svelò «Ma ancora per poco, mi creda.»
Indietreggiai di qualche passo appoggiandomi con la schiena contro uno dei quattro lampioni che illuminavano il piazzale. La conversazione si era fatta meno tesa, ed io non avevo più tanta fretta di andarmene.
«Padelle? Elettrodomestici, o altro?» domandai.
«Magari!» Si chinò a frugare nella valigetta. «Guardi.»
Mi trovai in mano un piccolo oggetto di forma cubica avvolto in una sottile pellicola rosa. Non riuscivo a decifrare la scritta stampata su una delle facce, ma qualunque cosa fosse emanava un nauseante odore dolciastro. Lo allontanai dal viso infastidito.
«Puzza, eh?» ridacchiò lui. «E' il peggiore sapone alle erbe prodotto negli ultimi anni. Se la sua ragazza le è venuta a noia, e non sa come dirglielo, faccia una doccia con quello. Le garantisco che non la vedrà mai più.»
Riprese il cubo dalle mie mani e lo lasciò ricadere tra gli altri campioni. Mi annusai il palmo della mano e non potei frenare un colpo di tosse.
«Mi creda,» disse. «Me ne sbarazzerei volentieri. E lo farò. Domani, nel congedarmi dalla ditta. Ha la curiosità di vedere un'altra porcheria?»
Tirò fuori un vasetto color senape. Agitai la mano per dirgli di lasciar perdere. Lo rimise al suo posto.
«Non fa per me,» disse tornando serio. «Troppe sciocchezze da strombazzare, troppi piedi nella porta. Non sono bravo a spiegare agli altri di cosa hanno bisogno. Mi si annoda la lingua anche quando chiedo un bicchiere d’acqua. Poi mi vergogno come un ladro. Non so cosa farò. Ma chi ha bisogno di questa roba?!»
Posò la valigetta sull'asfalto e la allontanò da sé con un leggero calcio. Quella ruzzolò con un cupo tintinnio. Strano! Per tutto il tempo m’era sembrato che nutrisse per quella valigetta una grande reverenza. Ad ogni modo la raccolse, la spolverò alla buona e tornò a stringerla al petto.
«Mi dica, la trattengo?» domandò. «Un momento fa stava andando via.»
Scossi il capo. Cercai nelle tasche la busta del tabacco e cominciai ad avvolgermi una sigaretta.
«E' passato da Villaggio dei Giusti?» gli domandai mentre leccavo l'orlo della cartina.
«Dove si trova?» chiese rispondendo indirettamente alla mia domanda. «Siamo stati in giro con il pullman per tutta la giornata, a presentare campioni nelle botteghe di barbiere e nelle sale di bellezza dei comuni vicini. Abbiamo attraversato un paio di frazioni. Ma ricorderei un nome come quello. E’ là che vive?»
«Già. E’ un posto simpatico.»
Bella sfiga! Se fosse passato per il paese, dove tutti rammentavano Martino, con ogni probabilità avrebbe fatto degli ottimi affari. Gli porsi la sigaretta confezionata. La rifiutò ringraziandomi. Allora la misi tra le labbra. Per tutta la durata della cicca ebbi la sensazione di stare fumando il maleodorante sapone che avevo toccato.
«Ha detto di aver viaggiato in pullman,» meditai ad alta voce. «Con un gruppo di lavoro, giusto? Però è qui tutto solo, se non sbaglio. Dove sono i suoi colleghi?»
Si strinse nelle spalle. «Mi hanno mollato qui,» disse.
Non compresi. Ma ugualmente sentii avvamparmi dentro un improvviso accesso di collera.
«Che significa "l'hanno mollata" ?»
«Non si agiti,» mi chetò lui. «Non è come può sembrare. Si è trattato certamente d'una semplice dimenticanza. Capita. Specie dopo una giornata faticosa come questa. Un po' di stanchezza, la fretta di rientrare, ed è possibile qualunque svista. Dovevamo sostare solo il tempo per fare benzina. Io ho indugiato nella toilette. Quando sono uscito, non li ho più trovati. Vede, è colpa mia. Non ne combino una giusta.»
«Ma potevano tornare a prenderla,» scattai irritato da quanto mi sentivo raccontare.
«Perché?» m’interruppe. «C'è una corriera che porta in città, no? Inoltre può essere un vero problema per l'autista di un pullman a noleggio fare marcia indietro quando incombe l'ora del rientro. Mi creda, non c'è ragione di prendersela. Domani, in ditta, mi chiederanno dove m’ero cacciato, e tutto sarà finito.»
Per qualche minuto restammo in silenzio a contemplare la strada. Io ascoltavo le cicale e riflettevo. Mi sarebbe piaciuto dire una parola ai responsabili di quell’assurdo incidente. Il mio amico si sforzava di non darlo a vedere, ma la disavventura lo aveva ferito. Ricordai che non molto prima mi aveva confidato che intendeva licenziarsi.
«Ci sono solo due corriere,» lo informai. «La prima partiva alle venti. La seconda non si fa vedere che a notte inoltrata. Possono sembrare orari bislacchi, ma vede... E’ molto poca la gente che fa la spola tra qui e la città.»
«Lo so,» rispose rauco. «La signora del grill me ne ha parlato. Comunque...» Batté le mani ridendo. «Non mi sembra di avere molta scelta, le pare?»
Scossi il capo spegnendo la cicca sotto una suola.
«Vado in città,» mentii. «Vuole tenermi compagnia?»
L’espressione con cui mi guardò era quella di chi ha vinto alla lotteria. Barcollò per un momento come se la mia offerta gli avesse rammentato che era sfinito.
«Dovrei... salire sul suo… sul suo camion?» balbettò. «E' sicuro di… di potermi sopportare?»
Risi, e nuovamente lo circondai con il mio braccio avviandomi con lui verso il parcheggio. Anche il punk che avevo visto prima era riuscito a rimediare un passaggio in città. Due attempati signori stavano lasciando l’autogrill. Lo straniero li seguiva conversando in un italiano stentato. La Ferrari non c'era più. Al suo posto era parcheggiato un furgone giallo.
Montai sul camion e tolsi la sicura allo sportello di destra. L'ometto si aggrappò alla maniglia, esitando. La tromba bitonale aveva appena fatto sentire il suo vocione. Subito dopo vedemmo spuntare la corriera con a bordo il solo conducente. La guardai passare sotto l'insegna del grill, fermarsi nello spiazzo riservato e attendere che qualcuno salisse. Finsi di non essermene accorto. Allontanai il berretto dalla fronte spingendolo su con l'indice e fissai il mio amico. Questi sembrava smarrito. Respirava pesantemente sbirciando sia me che la corriera.
«Le va di ascoltare la radio?» chiesi nel silenzio. «Se preferisce, ho delle cassette jazz.»
Si lasciò cadere sul sedile accanto al mio.
«Sa, suono la tromba,» disse chiudendo lo sportello.
Lasciai il parcheggio infinitamente più sereno di quando vi ero giunto. Mi sentivo vispo, e non m'importava di fare le ore piccole. L'ometto, ora non più sconosciuto, si era addormentato sul sedile due minuti dopo la partenza, e russava sonoramente. Spensi la radio e feci in modo di evitare le buche. Non somigliava più al mio vecchio amico. Mi ricordava molto più me stesso, che lo superavo in altezza ed ero ben diverso in tutta la figura. Assomigliavo forse più a lui che all'uomo defunto che non avevo conosciuto. Ben altra affinità ci avvicinava l'uno all'altro. Entrambi, quella sera, c’eravamo scontrati con i nostri limiti. Adesso, in qualche modo, li stavamo superando insieme.

(1986)