venerdì, gennaio 18, 2008

CHIRON 2: di nuovo in pista

L'esperimento è riuscito. Senza ubriacature o rodomontate fuori luogo, il primo numero di "Chiron", autoprodotto sotto l'etichetta "Freak Show", è stato apprezzato. I misteri del Chiron Center, controversa struttura sanitaria dove si curano supereroi e si indaga su patologie fuori dal comune, sono riusciti a sedurre un numero sufficiente di lettori perché mi rimettessi al lavoro. Non parliamo ovviamente di tirature vertiginose, ma di un risultato abbastanza incoraggiante da proseguire l'avventura. "La sindrome di Pandora", questo il titolo del secondo episodio, è attualmente tra le mie priorità. Rivedremo in azione Tregenda, il "Batman" del "chironverso", sapremo qualcosa di più su medici, infermiere e sui loro antagonisti. Cominceremo a capire meglio chi è il nemico che si annida nell'ombra, ma soprattutto debutterà un nuovo personaggio a cui tengo moltissimo.
Chi? Niente da fare, è ancora top secret.
Se da un lato mi è toccato sentirmi dire da qualche grillo parlante svaporato che il momento per esordire nel campo dei fumetti è sbagliatissimo (chi pensa che a quarant'anni suonati io mi illuda di vivere così, è più visionario di me), l'incoraggiamento è venuto da quanti mi hanno detto di essere rimasti conquistati dalla trama labirintica e dalla fattura dei dialoghi. Un po' "E.R.", un po' "The Kingdom" e tanti riferimenti ai classici supereroistici di casa Marvel e DC. Con mia grande sorpresa, ci sono stati lettori che hanno apprezzato anche il mio strano modo di disegnare.
Beh, naturalmente ne sono felice. Non ci credo ancora del tutto, ma sono sulla buona strada.
Tutto sommato, nonostante i limiti, credo di avere un vantaggio. Sono un totale outsider. Scrivo e disegno quello che mi va. E non credo sia poco.
Questo post è per ringraziare quanti hanno acquistato e letto il primo numero di "Chiron". Se la saga dei "super-medici" andrà avanti, è soprattutto merito loro.

giovedì, gennaio 17, 2008

Nel silenzio... un NO. Ed è tempesta!

In questi giorni stiamo ascoltando una martellante campagna di "snaturamento" dei fatti, che parte (cosa gravissima) dai principali notiziari delle televisioni generaliste. Usare nel sommario l'aggettivo "assurdo" davanti al "No" dato al pontefice dal movimento studentesco dell’Università La Sapienza, fornisce una direzione personale alla notizia di cui non si sentiva alcun bisogno e che contribuisce a sobillare gli animi meno consapevoli e più inclini a digerire bieca propaganda. Viviamo in un paese dove i politici di destra e sinistra manifestano un servilismo vergognoso nei confronti della chiesa, con il principale risultato di produrre un cortocircuito nella crescita morale e sociale del paese. Una realtà dove l'unica identità confessionale (quella cattolica, per l'appunto rappresentata dal papa) gode di una tribuna quotidiana in televisione, sottraendo sempre più spazio alle categorie meno tutelate e remando contro un reale progresso civile e pluralista. Si vedano le questioni della fecondazione assistita e delle coppie di fatto, affossate da ingerenze che in paesi più evoluti non sarebbero nemmeno concepibili.
Il vittimismo del Vaticano (e dello sterminato coro di prefiche che in questi giorni si chinano a baciare la parte offesa) è quanto di più irritante si possa ascoltare in questi giorni bui. Ma ancora più costernante è la solerzia di tanti personaggi pubblici (appartenenti alle più diverse fazioni) a farsi ripetitori di segnali menzogneri. Insopportabile anche l’intervento del cantante Jovanotti, al notiziario di Rai 1, che snocciola banalità buoniste dando ragione di credere che nessuno lo abbia informato su quanto è veramente accaduto. Ci tocca sentire menzogne vergognose, come l’ottusa (ma non per questo meno applaudita) affermazione di Tremonti a “Ballarò”, che vomita uno slogan già vecchio e notoriamente falso: “In Italia può parlare un musulmano. Al papa viene chiusa la bocca”.
Ogni sviluppo del nostro costume, delle nostre leggi, del nostro quotidiano, è ostaggio del cattolicesimo da tempo immemorabile. Non c’è traccia nei nostri mezzi di informazione di voci provenienti da confessioni che non siano riconducibili alla santa sede. Non esiste contraddittorio né rispetto per chi attende da secoli che si ripari a disparità sociali perpetrate da secoli. Tutto è immutabile e sigillato in nome di un misticismo più pertinace nei divieti che nella misericordia. Eppure c’è chi grida che “nel nostro paese la democrazia è a rischio” solo quando viene toccato personalmente. Non prima, né dopo. Con buona pace delle minoranze non tutelate e dei vuoti legislativi che rendono l’Italia il paese meno affidabile nell’ambito della comunità europea.
Se il dialogo e il confronto sono concetti sacri tanto per i credenti quanto per i laici, è necessario guardare al quadro generale e ai passi che sono stati fatti per stabilire il giusto peso degli eventi. Invitare il pontefice è stato un errore. E ricordiamo che l’invito non prevedeva una semplice visita o un confronto con gli studenti, cosa che sembra emergere dalla maggior parte dei dibattiti in onda in queste ore. Ma una vera e propria cerimonia che avrebbe dovuto aprire l’anno accademico. Un insegnamento ex catedra che avrebbe dovuto infondere il crisma ideologico (e il segnale mediatico sarebbe stato molto potente) su tutti i successivi lavori dell’ateneo. Formulare l’invito è stata una scelta diplomaticamente infelice, e alla luce dei fatti contingenti, delle lotte sociali in corso e del dispotismo ideologico dimostrato negli ultimi anni, il segnale di un risoluto “No” da parte del movimento studentesco era non solo necessario, ma è anche un sintomo di buona salute intellettuale da parte delle nuove generazioni.
Non c’è insulto, non c’è offesa. Non c’è neppure ostilità. E’ un atto politico che merita rispetto, là dove una figura istituzionale del mondo cattolico, onnipresente e intoccabile per definizione, viene fatta avanzare in un territorio che non desidera (legittimamente) raccogliere le sue direttive morali. Nel servile silenzio cui siamo abituati è risuonato un rifiuto, e questa, amici miei, è una cosa dell’altro mondo.
Stracciarsi le vesti, con tanto di tam tam mediatico martellante, è solo un altro segno della sudditanza trasversale della nostra classe politica all’influenza vaticana. Ed è inevitabile, a maggior ragione, schierarsi con il movimento degli studenti della Sapienza.

sabato, gennaio 12, 2008

Killer Condom: Il Film

Non è facile trovarlo, ma la visione vale la fatica della ricerca. E' "Kondom des Grauens" ("Killer Condom" il titolo per l'edizione internazionale) tratto ovviamente da "Il Condom Assassino", divertente romanzo a fumetti di Ralf Konig, edito in Italia da Mare Nero. Il film è una produzione tedesca del 1996, diretto da Martin Walz e interpretato, tra gli altri, da Udo Samel (bravo attore dal curriculum di tutto rispetto, presente anche nel recente "Palermo Shooting" di Wim Wenders) che incarna il personaggio dell'ispettore Luigi Mackeroni in modo semplicemente perfetto. Il film, che racconta la lotta di un ruvido poliziotto siculo-americano gay contro un misterioso e vorace preservativo carnivoro, fu distribuito sul mercato internazionale dalla famigerata Troma, che lo diffuse anche nel nostro paese direttamente in videocassetta con sottotitoli in inglese. Inutile dire che reperirlo non è facilissimo.
Oggi, dopo qualche giorno di fatica del sottoscritto, i sottotitoli italiani di questo bizzarro film hanno visto la luce. Finalmente ho potuto gustarlo, e posso dire che il giudizio è positivo. La pellicola è briosa, Udo Samel carismatico e tutto il cast affiatato. La curiosità più succulenta consiste nel fatto che il "mostro" e parte delle scenografie portano addirittura la firma illustre di H.R. Giger, artista noto anche per essere il "creatore" del mitico Alien.
La pellicola ripropone abbastanza fedelmente le situazioni e i personaggi visti nel fumetto di Konig, ma si prende nello stesso tempo delle significative libertà, approfondendo l'origine della creatura (cosa che nel fumetto rimane avvolta nel mistero) e impostando il racconto come un pamphlet contro l'omofobia, sia pure attraverso la lente della commedia grottesca. Sforzo apprezzabile anche oggi, visti i tempi di intransigenza cattolica e di moralismo d'accatto, che fanno risultare questo film degli anni 90 una pellicola incredibilmente attuale. L'ambiente gay e del sesso estremo è descritto con toni surreali e farseschi che infondono alle trasgressioni mostrate un tocco di divertita innocenza.
Una menzione particolare merita il protagonista, l'attore Udo Samel, volto noto del cinema tedesco. Bravo, intenso, ironico e affascinante. Leggete il fumetto, vedete il film, e non riuscirete più a immaginare un detective Mackeroni diverso. Il portale del cinema "MyMovies", nella biografia dedicata all'attore, a proposito di "Killer Condom" si esprime così: "...nel 1996 prende parte a uno dei film peggiori di tutta la storia del cinema: Killer Condom / storia di un preservativo assassino (sob!)". Il tono del commento, compreso quell'irritante "sob!" tra parentesi, tradisce un sottotesto decisamente snob per non dire omofobo (successivamente, viene detto che l'attore per "ripulire" la sua immagine torna a girare film d'autore). Ne emerge anche una discreta superficialità. E' evidente che chi scrive non ha idea di chi sia Ralf Konig, dell'importanza del suo ruolo nell'ambito della cultura fumettistica (non solo a tema gay) e dei contenuti sociali celati nell'opera. Viene sottovalutato il messaggio metaforico del racconto grottesco (la paura dell'Aids, la paura del sesso, il fanatismo puritano, l'odio irrazionale contro i diversi) per arenarsi in un atteggiamento intellettualoide che equipara "Killer Condom" a prodotti molto più modesti come "Il ritorno dei pomodori assassini". Triste.
"Kondom des Grauens" non sarà un capolavoro, ma è un film godibilissimo, che diverte e si fa ricordare.
Consigliato, in questo periodo zeppo di remake inutili e pomposi action movie statunitensi.

venerdì, gennaio 04, 2008

Crisi per l'Uomo Ragno

In America si è appena conclusa. Eppure gli echi di “One More Day”, la saga in quattro parti che ridefinisce il mondo dell'Uomo Ragno, stanno rimbalzando nel nostro paese con la forza di una fucilata. Critica e lettori sembrano essere d'accordo su tutta la linea. La saga scritta da J. Michael Straczynski (l'ultima della sua gestione ragnesca) e disegnata dallo stesso Editor-In-Chief della Marvel Joe Quesada, è la peggiore di tutti i tempi. La decisione di Quesada di azzerare anni di continuity riportando il personaggio a una dimensione giovanile più vicina alle atmosfere delle prime storie, non è stata per niente gradita dai fans, e le reazioni non si stanno facendo attendere. Straczynski (apprezzabile in altre sedi, sia pure eccessivamente affezionato a temi mistici) era già caduto in disgrazia presso i lettori quando, con un espediente di narrazione retroattiva, aveva trasformato la mitica Gwen Stacy da romantico fantasma di un amore passato a donna promiscua con segreti e figli illegittimi, tra l'altro concepiti con il peggior nemico del suo fidanzato ufficiale. Il canto del cigno dell'autore di Babylon 5 è suonato, dunque, come il gracchiare di una cornacchia nelle orecchie dei ragnofili statunitensi. Non se la passa meglio il direttore Quesada, qui coinvolto anche come illustratore. In questi giorni, in America, si firmano petizioni per chiedere le sue dimissioni dai vertici della Marvel, mentre vengono prodotti gadget e magliette che lo insultano apertamente.
Insomma un putiferio che più esagerato non si può.
Di questi tempi, è difficile che i contenuti essenziali di “One More Day” non abbiano già raggiunto i lettori italiani. Tuttavia, è corretto inserire la segnalazione SPOILER, qualora qualcuno si fosse perso il tam tam mediatico che ha già sputtanato la saga anche nel nostro paese.
In verità, non intendo perdere tempo a elencare i mutamenti che cancellano quasi trent'anni di storie del ragnetto. Non mi interessano. Come non mi interessa giudicare lo stratagemma narrativo messo in atto da Quesada e Straczynski per fare piazza pulita degli ultimi avvenimenti (ma non solo) nei quali l'amichevole Uomo Ragno di quartiere era rimasto impantanato allontanandosi sempre più dalla caratterizzazione (riuscitissima) che l'aveva reso celebre.
Dopo gli eventi de “L'Altro”, l'ingresso del personaggio nei “Nuovi Vendicatori” e il ciclo di “Civil War”, Quesada pare aver deciso che lo snaturamento dell'Uomo Ragno aveva raggiunto un punto di non ritorno. Eroe incompreso, cane sciolto, personaggio tragico e solitario nonché paradigma perfetto del supereroe schiacciato dalle miserie umane, l'Uomo Ragno – ritiene qualcuno – aveva cominciato a mostrare segni di cedimento quando la Marvel di allora aveva deciso di farlo convolare a giuste nozze con la rossa Mary Jane Watson. Un grosso cambiamento nello status quo del personaggio, che congedava una grossa fetta di ingredienti di matrice soap operistica. Niente più altri amori, quindi. E agli struggimenti sentimentali della gioventù si sarebbero sostituiti gli inevitabili momenti bui lungo gli anni del matrimonio. Ma al di là di questo, altri profondi cambiamenti degli ultimi anni sono stati rappresentati dalla scoperta dell'identità di Peter da parte della zia May (per decenni ignara fino alla stupidità del segreto del nipote) e dall'alleanza stabile di Spidey con altri eroi del cosmo Marvel, fino all'ufficializzazione del suo ruolo all'interno dei Vendicatori e lo smascheramento (inutile e voluto) durante Civil War. Tutti questi elementi devono essere sembrati un ciarpame ormai troppo invadente agli occhi di Joe Quesada, attento alle nuove generazioni di lettori e intenzionato a restituire il personaggio alla dimensione giovanile che era rimasta sepolta sotto tonnellate di argomenti eterogenei alle premesse di partenza della serie, come divintà totemiche, atti di registrazione, supersquadre dove l'eroe risulta inserito a forza e caotici crossover. Tanto più che, dopo essere già morta e resuscitata una volta, la zia May (comprimario del quale l'Uomo Ragno sembra non poter proprio fare a meno) versa in gravi condizioni dopo essere stata centrata da un proiettile destinato al nipote. Come venir fuori da un casino simile?
E allora via. Colpo di spugna. Ed ecco...


SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER

...il demone Mefisto (il Diavolo ufficiale di casa Marvel) entrare nella vita di Peter per proporre un farraginoso patto faustiano. Zia May vivrà, in cambio non dell'anima di Peter (forse, col passare dei secoli, al diavolo è venuto a uggia giocare con il fato ultraterreno degli umani, e oggi si diverte di più a sfasciare le famiglie come una pettegola da due soldi), ma del matrimonio, anzi dell'amore tra Peter e Mary Jane.

Le conseguenze, pare, sono le seguenti. Peter e Mary Jane non sono mai stati sposati. Forse non si conoscono neppure. Zia May sta benissimo e non ha mai scoperto l'identità di Peter. Peter non è rimasto coinvolto negli eventi di Civil War così come ci è stato raccontato, e di conseguenza la sua identità segreta è ancora tale. Inoltre, il personaggio ringiovanirà, tornando a lavorare come fotografo per il Daily Bugle (almeno così sembra) e ricominciando a vivere le sottotrame quotidiane di un tempo.
Questo, in linee generali, il menu che ha suscitato l'indignazione dei lettori statunitensi. Da qui, le ingiurie contro Quesada e il ribollire degli animi nerd più affezionati al tessiragnatele.

Il mio parere?
Trovo che tutto questo can can sia decisamento esagerato. Chissà, forse anche montato a bella posta per motivi di carattere commerciale. Non ho letto “One More Day” in lingua originale e non posso esprimere una critica attendibile. Date le premesse, è più che probabile che la qualità della miniserie sia davvero discutibile. Ma c'è da ricordare che la maggior parte delle storie ragnesche degli ultimi anni hanno seguito una china infausta. L'uso del personaggio all'interno di un cosmo pletorico e confuso, goffi tentativi di modificare in modo “sconvolgente” elementi che lo avevano caratterizzato per lungo tempo e altri passi falsi, hanno progressivamente (è la mia opinione) reso il fumetto dell'Uomo Ragno una sorta di abito vecchio che si indossa ancora per affetto nonostante tempo e intemperie lo abbiano visibilmente logorato. Né è detto che il giro in lavatrice orchestrato da Joe Quesada sia sufficiente per riportarlo agli antichi splendori.
Non riesco comunque a condannare gli intenti di base. L'idea, cioè, di cancellare dalla storia sviluppi ormai ingestibili e di ripartire quasi da zero, reintroducendo gli spunti classici che gli anni avevano annacquato. Non mi entusiasma, ma neppure mi sento di condividere la collera dei lettori americani.
L'intervento di Mefisto? Dalle mie parti (in Sicilia) si usa la parola “tascio” per indicare qualcosa di cattivo gusto, sciocco e dozzinale. Ma riflettendoci, non era facile trovare una medicina diversa per il male che si intendeva curare. Il concetto di riscrittura degli eventi può essere affidato solo ad agenti di tipo soprannaturale, e in fin dei conti la Marvel non è nuova a questo genere di exploit.
La domanda che mi pongo, in definitiva, è questa. C'è poi tanta differenza (come espediente) tra quanto succede oggi al solo (per ora!) Uomo Ragno in “One More Day” e quanto successo tempo fa all'intero cosmo DC, quando l'evento “Crisi nei Mondi Infiniti” ridisegnò passato e caratteristiche di tutti gli eroi della distinta concorrenza?
Pur tenendo conto che “Crisis”, intesa come miniserie, ha i suoi estimatori, e che là si mirava a ridefinire un intero pantheon di personaggi, in cosa differisce, dopotutto, la svolta voluta da Quesada? A noi lettore preme davvero la qualità delle storie? Desideriamo un cambio di rotta di una serie nonostante tutto amatissima? O ci limitiamo ad arricciare il naso davanti alla scelta di fermarsi davanti al baratro narrativo e ripartire da un capitolo precedente?
E' un'operazione che è già stata eseguita altrove. Forse meglio, non so. Ma lo spirito del progetto mi sembra tutto sommato identico. Il nodo gordiano, che nessuna riusciva a sciogliere, fu tagliato dalla spada di Alessandro Magno. Una soluzione drastica e forse poco elegante. Ma inevitabile quando ci si vuole liberare di un nodo inespugnabile. Non mi preme certo parlare in difesa di una miniserie che non ho neppure letto. Penso soltanto che l'Uomo Ragno aveva preso una piega noiosa e terribilmente omologata. Lui, il più riuscito tra i supereroi con super-problemi. Confido solo che la scelta chirurgica di Quesada, per quanto sospetta nella forma, possa ripresentare a noi, invecchiati lettori degli anni settanta, un Peter Parker credibile, un Uomo Ragno solitario e amletico, una serie di sottotrame intriganti. Di quanto è avvenuto prima, negli ultimi controversi anni, me ne fregherò volentieri, se i futuri sceneggiatori inizieranno a scrivere in modo più responsabile.
E' solo una speranza. Da parte di chi non ha mai visto di buon occhio smascheramenti, atti di registrazione e incroci narrativi sempre più incoerenti.
Il dubbio più grosso, semmai, consiste nel come potranno essere rettificati i tanti snodi narrativi che hanno coinvolto nelle vicende del ragno dozzine di altri personaggi della presunta “Casa delle Idee”.
E qui, più che altrove, la Marvel sarà chiamata a tener fede al suo appellativo storico e a tirare fuori qualche idea decente.
Buona fortuna. Soprattutto a noi lettori.

(Informazioni più dettagliate e curiosità sulla miniserie "One more Day" possono essere lette su ComicUS cliccando su questo link).