lunedì, aprile 27, 2009

Corto: Cosa c'è nella scatola?

Un giovane regista olandese, Tim Smit, ha realizzato questo cortometraggio dal titolo "What's in the box" con un sapiente uso di effetti digitali, un lungo piano sequenza che documenta una misteriosa fuga filmata in prima persona ed enigmi assortiti che citano show come "Lost" (la colonna sonora è quella della popolare serie ed è composta da Michael Giacchino), videogiochi come "Half-Life" e film del filone post-apocalittico. Da qualche mese su Youtube, questo inquietante corto fantascientifico si è guadagnato un gran numero di visite. E le teorie sul suo significato recondito sono fioccate. Pare che una grossa major hollywooddiana abbia recentemente contattato Smit interessata al suo lavoro, che potrebbe così diventare un vero e proprio film sul grande schermo. Il fenomeno viral, Internet, Youtube e l'estro personale giocano un ruolo sempre più importante nella selezione dei nuovi talenti.

giovedì, aprile 23, 2009

PUNISHER - WAR ZONE (anzi... Caporetto!)

Sembra che non ci siano santi. Il Punitore fa cilecca per la terza volta. Il passaggio dalla tavola disegnata al grande schermo penalizza il vigilante Marvel senza pietà. Tutte le volte. Puntualmente.
Pur non essendo mai stato una delle punte di diamante di casa Marvel, il personaggio del Punitore gode da anni di una sua cerchia di lettori non proprio ristretta. Tra comparsate e serie regolari, Frank Castle torna sempre a galla, dimostrando tutto sommato una longevità fumettistica non trascurabile. Sarà merito, forse, dei ripetuti restyling. Le avventure del Punisher su carta mutano ciclicamente stile, alternando il pulp tarantiniano e grottesco, firmato da Garth Ennis nella miniserie “Bentornato, Frank”, ai collaudati crossover supereroistici, fino ad arrivare alle atmosfere hard boiled, curate sempre da Ennis, per la “adulta” linea Max. Ed è a quest’ultima versione (si diceva) che il film della regista Lexi Alexander si sarebbe ispirato, proponendo un reboot che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto azzerare i due (mediocri) tentativi precedenti.
Invece no. “Punisher - War Zone” è l’ennesimo buco nell’acqua. Dimostrazione che Frank Castle, su cellulloide, perde del tutto il carisma della sua controparte a fumetti e si lascia sopraffare dal già visto. In America, il film è stato un tale flop da spingere i distributori a cancellare la già fissata data d’uscita italiana. Non vedremo, quindi, il nuovo “Punisher” su grande schermo, ma direttamente in dvd, forse il prossimo autunno. Quel che viene spontaneo chiedersi, è il perché di un fallimento talmente reiterato da sembrare quasi una maledizione. Sarà perché il Punitore è un personaggio di per sé scontato, fornito di origini e motivazioni terribilmente derivative. Senz’altro. Eppure, l’industria cinematografica statunitense sforna da decenni film d’azione fatti con lo stampino, interpretati da cloni di un archetipo che definire frusto è un complimento. Bruce Willis, Schwarzenegger, Vin Diesel. Tutti eroi vendicativi, abili, forti e feroci. Senza dimenticare il vecchio Charles Bronson e “Il giustiziere della notte”, classico cui il personaggio del Punisher è fortemente debitore. Nonostante tutto, tra queste pellicole, per la maggior parte inutili, è possibile trovare di tanto in tanto un titolo che, pur senza particolari meriti, riesce a intrattenere per un paio d’ore e forse addirittura a divertire. Questo modesto bersaglio il Punitore non lo centra neanche stavolta. Colpa dell’assenza di una trama davvero intrigante e di una regia scolastica senza veri guizzi spettacolari.

L’attore Ray Stevenson (visto in “Roma”), che interpreta Frank Castle nel film di Lexi Alexander, avrebbe avuto finalmente il physique du role. Ma gli difetta il copione, e il tentativo di umanizzare l’ex poliziotto trasformato dalla sete di vendetta in un’inarrestabile macchina di morte, finisce ancora una volta col produrre l’effetto di una birra calda. Se l’attore Thomas Jane, nel film del 2004, mostrava un Punitore agli inizi della carriera, ancora provato dall’eccidio della sua famiglia, e lo svedese Dolph Lundgren s’era limitato a prestargli la sua maschera inamovibile, Stevenson se la cava di mestiere, e l’intero impianto filmico non lo supporta più di tanto. Buona l’idea di glissare sull’origine del vigilante (scelta peraltro già adottata dal primo, rozzo “Punisher” del 1989), mostrandolo già in attività e relegando il massacro dei suoi cari a pochi e didascalici flash back. Apprezzabile la volontà (assente nei film precedenti) di introdurre la nemesi del protagonista: il gangster Mosaico (interpretato dall’attore Dominic West) e con questo una dimensione più aderente alla matrice fumettistica. Bel tentativo che però si rivela insufficiente. L’origine di Mosaico è fastidiosamente simile a quella del Joker nel "Batman" di Tim Burton. Billy Russo (ma nel film è chiamato Russotti) cade in un tritarifiuti traboccante bottiglie di vetro (anziché in una vasca d’acido come la nemesi dell’Uomo Pipistrello), ma sopravvive. Successivamente, assistiamo al momento in cui il chirurgo plastico si prepara a togliergli le bende, avvertendolo che il danno era tale da non permettere risultati davvero apprezzabili. E naturalmente andando incontro alla prevedibile furia assassina del mafioso ormai trasformato in mostro. Se un racconto nasce scandendo tappe già talmente sfruttate, le possibilità di vedere un prodotto riuscito sono davvero scarse. Non ha un destino migliore il personaggio di Loony Bin Jim, il fratello psicopatico di Russotti, una specie di Hannibal Lecter sotto acido interpretato dal bravo Doug Hutchison (“Il miglio verde”, “Lost”). Elemento che dovrebbe contribuire alle atmosfere da fumetto iperviolento che si volevano infondere al film, ma che si arena in una performance giggionesca del tutto fine a se stessa. Anche l’idea di mostrare la segreta connivenza della polizia di New York con il Punitore sarebbe stata interessante se non fosse stata inscenata in modo così superficiale. Mostrare gli sviluppi attraverso gli occhi dell’agente F.B.I. realmente intenzionato a catturare Castle, scoprendo le carte poco per volta, avrebbe generato un crescendo del racconto più kafkiano. Inoltre, risulta un passo falso presentare il Punisher in un momento di crisi (ha causato la morte di un agente federale sotto copertura) e il suo melenso rapporto con la neo vedova con bimbetta a carico (interpretata da Julie Benz, che dopo essere stata la compagna di “Dexter” sembra recitare sempre lo stesso ruolo) non aiuta certo a delineare la sagoma del vigilante inarrestabile e maniacale a cui ci hanno abituato i fumetti. Frank Castle, dovrebbe essere un personaggio schivo, che non dà mai vera confidenza al suo pubblico. Un’ottusa, spaventosa macchina di morte simile a un Terminator. E paradossalmente, solo la mascella granitica del bistrattato Dolph Lundgren, in qualche breve sequenza dell’orrido film dell’89, riusciva a rappresentare almeno in parte queste caratteristiche. Il film del 2004, introduceva lo spunto della vendetta “shakespeariana” del protagonista, volta ad annientare psicologicamente il suo nemico attraverso un piano machiavellico. C’era poco del Punitore classico, in questo modus operandi. Ma era un tentativo, sia pure non riuscito, di raccontare una storia dal respiro più ampio. “Punisher - War Zone” soffre, invece, del suo stesso sforzo di aderire al fumetto cui si ispira. E la vicenda anziché mettere le ali si affloscia, stagnando nella prevedibilità più noiosa. Il film di Lexi Alexander fa anche un largo uso dell’effetto splatter. Anzi, un copioso, pessimo uso di emoglobina con risultati ai limiti della farsa. Facce che esplodono non appena colpite da un pugno, schizzi di sangue con effetto fontanella, decapitazioni, corpi che vanno letteralmente in pezzi. Un circo slasher che sembra voler colmare un vuoto narrativo desolante, in cui tutto è prevedibile, e dove la suggestione visiva latita dal principio alla fine.
Se cercate un film d’azione con un eroe bidimensionale, discretamente spettacolare, pieno di violenza, raffiche di mitra ed esplosioni, per passare una serata senza pensieri, la più vicina videoteca trabocca di titoli più papabili di questo ennesimo “Punisher”. E speriamo che dopo questo terzo scivolone, Hollywood si decida a lasciare in pace Frank Castle. Un altro brodino insipido come questo meriterebbe davvero una visita del Punitore.






Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.

martedì, aprile 21, 2009

CHIRON: Il Ritorno

Dopo una lunga, ma giustificata assenza, eccomi tornare sul blog con una notizia definitiva. "Chiron 2: La Sindrome di Pandora" è finalmente terminato. La revisione dei testi (operazione che ha un inizio, ma non sempre una vera fine) ha preso più tempo del previsto. Alcuni dei nuovi personaggi hanno fatto letteralmente pressione sull'autore pretendendo che venisse loro modificato il nome. I dialoghi hanno mutato registro più volte, e i neuroni del sottoscritto hanno dichiarato lo sciopero a oltranza. Ora, per fortuna, la fase più laboriosa si è conclusa. Francesco Gambino ha colorato un'altra copertina psichedelica, e la palla passa adesso al buon Maurizio Clausi che si occuperà anche stavolta di impaginare il tutto. Fatto questo, parleranno i preventivi di spesa, i tempi tipografici, il portafogli e così via.
Ricordiamo per chi si sintonizza solo adesso, che "Chiron" è un fumetto di supereroi descritti secondo una chiave underground, che spigola tra i mille archetipi del genere e li integra in un universo grottesco e fitto di misteri che segue un modello seriale televisivo. L'illustrazione di copertina, anche per questo secondo numero, si rifà allo stile surreale usato da Luigi Corteggi su certe cover dei vecchi albi dell'Editoriale Corno (a loro volta in parte debitori alle copertine di Karel Thole). Stavolta l'argomento sono i chakra, intrecciati con il mito di Pandora (che dà titolo all'episodio). I colori di Francesco Gambino, luminosi e ipnotici, rispettano fedelmente l'iconografia dei "sensi spirituali" della filosofia indiana, che qui vediamo sfuggire dal cranio scoperchiato di un umanoide.

Il numero uno di "Chiron", intitolato "Mali estremi", presentava un ospedale interamente volto alla cura dei superumani e delle patologie collegate alle azioni dei vigilanti. Una sorta di E.R. (ma qualcuno - e forse a ragione - ha notato maggiori similitudini con "The Kingdom") che incontra i supereroi. L'idea di partenza ha riscosso una discreta simpatia, così come alcuni dei protagonisti possono già contare alcuni fans personali. Ma il vero giro di boa avverrà adesso. Non appena il secondo numero andrà in stampa. Un fumetto autoprodotto, soprattutto se si propone come un titolo seriale, deve assicurare una continuità nel tempo per sperare di essere preso sul serio. Che dire, quindi? Che sono stanco morto, ma pieno di voglia di iniziare a lavorare al terzo capitolo. Garantisco a quanti mi seguono che se ne preparano delle belle.

lunedì, aprile 20, 2009

Cammarataaaa!

Dal blog "Rosalio"... un'invettiva sacrosanta, con licenza su "Sincerità" di Arisa fresca di Sanremo.


sabato, aprile 11, 2009

Martyrs: testimoni del vuoto


Quando, da bambino, sentivo il richiamo della foresta che era la mia città, e mi urgeva il bisogno di affrancarmi dalla vigilanza degli adulti per avventurarmi alla scoperta del mondo esterno, mia madre, maestra d'asilo già troppo esasperata dal lavoro per potersi dedicare a un marmocchio in più, aveva sperimentato un metodo tutto suo per tenermi sotto controllo. Mi raccontava episodi raccapriccianti, spiegando con enfasi che il mondo "là fuori" era popolato da mostri crudeli che chiamava semplicemente i "sadici". Per lei, ogni ora in cui imploravo mi si lasciasse uscire da quella porta sempre sbarrata (mattina o primo pomeriggio, non importava) era sempre l'ora dei sadici, il momento in cui i maniaci andavano a caccia di bambini da rapire e torturare a morte. Con
l'intento di spaventarmi e spingermi a rinunciare alla libertà, mi descriveva come il mostro mi avrebbe crocifisso, frustato, scotennato, piantato chiodi nel corpo, eccetera, eccetera.
Non funzionò. Mai. L'errore di mia madre era ingenuo. Difficilmente, infatti, avrei potuto considerare i mostri all'esterno più terrificanti dell'orco che già mi terrorizzava tra le mura di casa. Presto rischiai la mia incolumità evadendo letteralmente da una finestra (per fortuna non troppo alta, ma neppure progettata per simili fughe) e calandomi in strada lungo una provvidenziale grondaia. Una scelta rischiosa della quale, però, non mi sono mai pentito.
Perché questo racconto? Stiamo per parlare di un film particolare. Un film che fa venire gli incubi, che suscita orrore e provoca un senso di vero malessere. Dagli spauracchi infantili usati dalla mia dissennata madre come schermo alle proprie responsabilità, infatti, penso discenda il sottogenere del cinema horror che oggi è definito "torture porn". Un tempo i mostri erano vampiri, licantropi, diavoli o al limite pazzi assassini che ti facevano fuori e la finivano lì. Pellicole come "Saw" e "Hostel" hanno segnato il superamento della semplice paura della morte, e l'hanno sostituita con la più morbosa e ambigua paura del dolore. Insomma, i sadici che tanto comodo facevano alla mammina hanno fatto scuola, e sono diventati i babau di una nuova filmografia di genere. Una serie di titoli più o meno noti il cui meccanismo si è già logorato dopo una manciata di film efferati e ripetitivi. Abbastanza perché guardando distrattamente questi film, io oggi possa dire: “Guarda chi si rivede!”. Fino all'arivo di “Martyrs”, almeno.
Riguardo "Martyrs", del francese Pascal Laugier si è già scritto di tutto. Specialmente nella blogosfera, dove i cinefili amanti dell'horror non sono certo pochi. Difficile, quindi, superate le necessarie informazioni di servizio, riuscire a esporre una chiave di lettura che non risulti ormai scontata. E questo al di là del plauso trasversale che questa durissima pellicola di oltr'Alpe sta riscuotendo. Presentato al Festival del Film di Roma 2008, "Martyrs" tarda ad arrivare nel nostro paese (anche se in rete circola un trailer in italiano), e tutto fa pensare che la mannaia della censura nostrana sia pronta a sfrondarlo di buona parte dei suoi eccessi.
E' stato scritto, ripetuto, dimostrato. La Francia, negli ultimi anni, ha molto da dire quando si tratta di cinema dell'orrore. Lontana dalle patinature statunitensi, ha presentato ultimamente pellicole realmente originali e disturbanti. Pochi generi cinematografici risultano ripetitivi e automatici come l'horror, prodigo di titoli seriali sfornati con la logica di una fotocopiatrice. Tuttavia il racconto di spavento si è dimostrato a volte veicolo di parabole sovversive e di interessanti esperimenti di regia. Tra tutti valga l'esempio de "La notte dei morti viventi" di George Romero, classico caso di horror politico, vera pietra miliare nella filmografia di genere e non solo. Non amo usare spesso le parole "capolavoro" o "gioiello". Ma con "Martyrs" siamo dalle parti dell'horror metaforico, che si presta a letture sociali, e che nel suo devastante pessimismo insinua una pesante critica alla presunzione borghese e a certo misticismo. Le affinità di "Martyrs" con il genere "torture porn", cui in apparenza si ascrive, sono in realtà molto labili. E' vero, si parla di sevizie, si versano litri di sangue, e la violenza rappresentata arriva in certi momenti a livelli intollerabili. Ma non è ciò che si vede sullo schermo a far correre i brividi lungo la schiena, non la violenza estrema stavolta magistralmente filmata. L'orrore, quello vero, scaturisce dal profondo, dalle motivazioni pretenziose e inconcepibili che non hanno niente a che vedere con le pulsioni sadiche dei soliti mostri pervertiti cui siamo abituati. Il film si apre con una bambina mezza nuda, coperta di sangue e lividi che fugge urlando da un luogo fatiscente. Sappiamo solo che si chiama Lucie, e che ha subito violenze inenarrabili delle quali non riesce nemmeno a parlare. Nell'orfanotrofio che la accoglie fa amicizia con un'altra bambina, Anna, che presto si lega a lei con un sentimento che va oltre l'amicizia. Ma c'è qualcun altro nella vita di Lucie. Qualcuno (qualcosa?) che l'ha seguita nella sua fuga. Qualcuno che può vedere lei soltanto e ne condiziona tenacemente le scelte. Dopo quindici anni, Lucie ormai cresciuta ritiene di riconoscere in una normalissima famiglia della borghesia francese i propri aguzzini e ne fa strage, senza che Anna, rimastale vicina per tutto questo tempo, possa far nulla per impedirlo. E' solo l'inizio di un incubo che sembra arrivare al traguardo ogni quarto d'ora per poi spiazzare lo spettatore e cambiare registro, addentrandosi sempre più in un tunnel di orrore malsano e pregno di sottotesti nichilisti. Il racconto è condotto con una tensione che non allenta mai la presa. Il soprannaturale (ma è solo una delle letture possibili) fa irruzione nella storia in modo agghiacciante, citando icone e stilemi del cinema dell'orrore giapponese. Come molte blasonate pellicole del passato, l'arrivo di “Martyrs” è stato preceduto da una serie di voci pubblicitarie dal gusto stantio. Si parla di svenimenti in sala, spettatori che hanno abbandonato il cinema non sopportando la visione, vomiti e così via. E' molto probabile che di vero non ci sia nulla, ma è certo che la visione di “Martyrs” è un'esperienza dura da metabolizzare. Il pessimismo di base, l'assenza di catarsi e la totale disillusione, ne fanno un'opera nerissima e sconvolgente a prescindere dalle efferatezze sanguinanti che lo permeano dall'inizio alla fine. La sofferenza di cui i martiri sono testimoni (“testimone”, questo l'etimo della parola “martire”) non conduce da nessuna parte. Ci sembra di cogliere tra le righe un atto d'accusa contro una società ipocrita e falsamente religiosa, che fa del dolore degli altri una filosofia assoluta che dovrebbe condurre alla verità per eccellenza. Ma quando questa verità è svelata, l'orrore del suo vuoto, della sua insensatezza travolge e abbatte anche l'istituzione che ha preteso di venerarla attraverso la sofferenza degli ultimi. Pascal Laugier ha dedicato il film a Dario Argento, ma scrive bene chi ha detto che la dedica spetterebbe in realtà a Clive Barker, l'autore brittanico cui si devono “Hellraiser” e “Cabal”, noto per la sua poetica del dolore e la sua ferocia iconoclasta.
Martyrs” non sarà un capolavoro, ma sicuramente è un film che si eleva molto al di sopra degli standard attuali travalicando addirittura il genere. Sul versante delle interpretazioni, si può affermare che Mylène Jampanoï è bella e brava, e se giocherà bene le sue carte diventerà una grande attrice. Morjana Alaoui non è da meno, e tratteggia con naturalezza un personaggio che attraversa numerose fasi per la durata tutto sommato non lunghissima del film.
Se siete appassionati di cinema dell'orrore, “Martyrs” è un film che dovete conoscere, con la consapevolezza iniziale di trovarsi lontani anni luce dall'insulsaggine di un qualunque “Hostel”. L'orrore qui scorre sottopelle, avvampa nelle viscere e non dà tregua neppure a film concluso. Per appassionati, allora, consci di cosa stanno per affrontare. Tutti gli altri si astengano. O vedano “Martyrs” a proprio rischio. Questo horror sconvolge sul serio, e lascia una cicatrice sull'anima.