martedì, luglio 27, 2010

Da grande voglio fare il Serial Killer - 2



Se disegnare non mi costasse così tanta fatica, se riuscissi a non perdere così tanto tempo su ogni stramaledetta, singola tavola... Beh, sì! Me ne fotterei. Non importerebbe più di tanto se il risultato finale è più "simpatico" che davvero professionale. Penso che probabilmente produrrei molti fumetti in più. Il vero problema è che semplicemente... non ce la faccio. Su ogni singola pagina sudo, bestemmio, rifaccio daccapo... chiedo consiglio, prendo aspirine, carta bollata, sedute di psicanalisi, interrogazioni parlamentari, terapie del sonno, esaurimenti, file all'ufficio di collocamento, risse in taverna, messe da requiem e maratone da fare invidia alle notti precedenti agli esami di maturità. Ho un'età, devo arrendermi a questa evidenza e scegliere quale strada intraprendere. Il fatto è che disegnare mi piace... Ma cavolo! Evidentemente non abbastanza. Non abbastanza da impegnarmi a studiare, non abbastanza da perseverare più di tanto. E poi... vogliamo dirlo. Io sono uno... che scrive. Non voglio imbrodarmi, e non mi definisco uno "scrittore". Sono uno cui piace scrivere, questo sì. Tanto. Come potrei non ammetterlo? Sarebbe come negare la propria calvizie, il proprio peso corporeo o il colore degli occhi. Sono un maledetto scrivente. Un troll della penna. Un fottuto grafomane. Un vomitatore di parole. Insomma, fate voi. Il perno della questione è che mi piace creare personaggi e raccontare storie, giocare con le parole e con gli intrecci. E che mi riesce molto più naturale fare questo che non disegnare. Sprofondare nella palude del disegno seriale, nel senso di produrre (tutto da solo) una serie a fumetti che aspiri ad avere una certa regolarità, in parole povere mi ammazza. Mi sfianca fisicamente, mentalmente, e sottrae tempo prezioso alle mie attività di recensore, narratore, blogger e quant'altro. Tutte cose che adoro fare e che - sono convinto - mi riescono meglio del disegno. Le tavole in questo post dovevano essere il prologo per un saggio (a fumetti) sui supereroi e sulla loro evoluzione attraverso la storia dell'editoria e i mutamenti sociali. Tutto nasceva da una serie di conversazioni tra amici (un po' nerd, ok) che accarezzavano l'idea (mai veramente realizzata) di scrivere un libro a più mani proprio su questo tema. La mia proposta era stata quella di affrontare l'argomento con il medesimo strumento usato da Scott McCloud per la sue serie di saggi sul linguaggio dei fumetti. Parlare, insomma, di fumetti usando i fumetti stessi come veicolo, e una serie di espedienti surreali per progredire nell'argomento capitolo dopo capitolo. Non se ne fece nulla, ma a me piacque immaginare questo inizio. Una soggettiva in cui l'autore (aspirante fumettista) si trovava a camminare su una banchina costituita da balloon, e a bussare a quella che sembra essere la porta del Cielo. Ad aprirgli è un dio poco conciliante, una sorta di Yellow Kid invecchiato e arcigno sul cui abito compare quel che sta pensando (spesso anche peggio di quel che dice). Una divinità del fumetto che adombra le regole sfuggenti e spesso discutibili dell'editoria. Un totem della fantasia ufficiale, istituzionalizzata, che nel procedere del racconto sarebbe stato abbattuto. Per la precisione decapitato, causando un diluvio universale di sangue color inchiostro da cui si sarebbero sviluppati i capitoli successivi.
Lo realizzerò mai? Completerò mai qualcosa? Chi può dirlo?
Se non ve ne foste accorti, ho ancora tanta voglia di scrivere. Chiaro?

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