venerdì, dicembre 29, 2006

"GIA' DELL'APOCALISSE APPARISCONO I SEGNI"...

Palermo, Vucciria. Dicembre 2006, ore 22,30

Finalmente il freddo è giunto anche a Palermo. Senza pioggia, sotto un cielo per ora sgombro e stellato, si è presentato in tempo per la fine dell'anno. Si manifesta a ondate, alla sera, senza decidersi a stabilizzarsi. Non saprei dire se è un bene o un male. Ma ieri sera, davanti alla televisione accesa, ho sentito freddo per la prima volta nell'anno. La temperatura si era senz'altro abbassata, e a tratti il mio fiato si condensava. Tra un brivido e l'altro, una zanzara di enormi dimensioni mi svolazzava ronzando sulla faccia. Io battevo i denti... e la scacciavo.

Non so se ho colto uno dei primi segni dell'Apocalisse o l'alba di una nuova specie.
Ma la cosa mi ha messo ancora più freddo.

"Già dell'Apocalisse appariscono i segni... In giorno di Vigilia non si accettano pegni..."

"Boheme" - Giacomo Puccini - Illica e Giacosa

sabato, dicembre 23, 2006

IL CASO WELBY: VIVA LA CARITA' CRISTIANA!

Il calvario di Piergiorgio Welby si è misericordiosamente concluso.
Sottolineo la scelta della parola misericordia, senza volere in questa sede speculare sui vari “perché”, i vari “chi” o “come" delle modalità con cui la sua tragedia (identificata ormai con un’insopportabile non vita più che con la sua terribile malattia) ha avuto termine. Una misericordia che tra gli uomini è sempre più rara, soprattutto da parte di quanti se ne riempiono quotidianamente la bocca, in un’eterno balletto di ipocrisia e mediocrità morale.

Dunque, la Chiesa ha negato a Welby i funerali religiosi. Non credo, viste le circostanze, che la cosa importasse più di tanto all’interessato o ai suoi familiari. Non interessa neanche all’istituzione cattolica, più motivata con questa scelta a ribadire il suo rifiuto nei confronti dell’etuanasia (ma anche di una ragionevole compassione) che a dialogare effettivamente con qualcuno. No, nessun dialogo. Solo una fede granitica e – ahimé – sempre meno fondata sull’umanità e la volontà di comprendere.

Nessun rito religioso per Welby, dunque. No, mi correggo. Nessun orpello cattolico. E’ molto diverso, dal momento che credere nell’esistenza di un dio, o nei valori fondamentali di pietà e carità, non è prerogativa dei soli cattolici come un tempo non lo era dei soli scribi e farisei. E chiunque abbia letto, anche solo una volta nella vita, il Vangelo, è chiamato a ricordare le parole infuocate di Cristo e a considerare che quegli accenti, ancora oggi, possono avere l’effetto di una colpo di cannone. Anche contro quanti, oggi, fanno un uso irresponsabile e spesso offensivo del concetto di misericordia.

Mi rammento di una lettera indirizzata al quotidiano La Repubblica, a proposito della visita di Giovanni Paolo II in Cile nel 1987. Quando il pontefice si affacciò sorridendo dal balcone del palazzo presidenziale in compagnia del generale golpista e assassino Pinochet, dichiarando poco dopo che “In Polonia (essendoci un governo comunista) si stava peggio”. Purtroppo non ho avuto la lucidità di conservare quel ritaglio di giornale, ma ricordo molto bene il tono della lettera. Il suo autore, diceva pressappoco così: «Il mio matrimonio è finito, e mi sto preparando a divorziare da mia moglie. Un sacerdote mi ha detto che è un peccato gravissimo. Che il matrimonio è un sacramento indissolubile, che andrò all’inferno, eccetera. Bene. Dopo aver visto il Papa insieme a Pinochet ho finalmente capito che cosa devo fare. Non divorzierò da mia moglie. La ucciderò, risparmiando un sacco di tempo e denaro. E forse non sarà nemmeno necessario nascondere la cosa. Magari il pontefice verrà a trovarmi nella mia casa, e insieme ci affacceremo dal balcone per salutare le masse in onore della misericordia e della libertà.»

Piergiorgio Weby non c’è più. Non avrà funerali cattolici. E forse è meglio. Perché a questo punto sarebbe stato un insulto alla sua memoria. Chi crede, conserva comunque il diritto di ringraziare in cuor suo il dio misericordioso, quello vero, quello caritatevole, per aver messo fine al suo strazio al di là della montagna di burocrazia morale che è sempre stata e sarà sempre tra i principali nemici dell’umanità.

giovedì, dicembre 21, 2006

UN NATALE DI MENO

E così anche quest’anno ci siamo arrivati.

Il Natale e le feste che seguono, al di là delle personali convinzioni religiose, sono sempre un appuntamento. Piacevole per alcuni. Indifferente per altri. Molesto per tanti. Stressante per tutti.
Una scadenza che ci fa sentire in dovere, se non di acquistare carrettate di regali per amici e parenti, di scambiarci almeno un augurio. Un saluto, una telefonata o al limite uno striminzito bigliettino.
Certo, bombardati tutti gli anni da campagne commerciali che grondano buonismo e svenevolezza, non è facile difendersi dalla depressione. Né sottrarsi alla tentazione che vorrebbe farci gridare che “Basta! Non ne possiamo più di neve vera o finta, di jingle bells elettronici, di addobbi pacchiani, di telefonate a parenti che sono dei perfetti estranei… e che non vediamo l’ora che le feste siano finite.

Esiste anche un rovescio della medaglia. L’atteggiamento “Antinatalizio” o “Anarcofestivo” da manuale, alla lunga stucchevole e irritante quanto il peggiore “volemoce bene” di fine anno. Quello di chi risponde agli auguri con alzate di spalle, sbuffi o piccole sfuriate. Le esibizioni di formule alternative o neoapagane come il “Buon Solstizio d’Inverno” o il “Buon Anno”, sibilato tra i denti, che sottintende il meno fine “Buon Natale lo vai a dire a tua sorella”.
Sterotipi a parte, il periodo delle feste può essere davvero duro. Ti obbliga a frugarti nelle tasche, a chiederti se ce la farai a sopravvivere per un altro anno. Ti spinge a guardarti indietro e – troppo spesso – ad ammettere che stavolta non hai proprio niente da festeggiare.
La povera insegnante inglese, licenziata per aver rivelato agli scolari che Babbo Natale non esiste, forse avrà peccato di leggerezza. Magari anche un pochino di supponenza, decidendo per tutti quando e come i suoi giovanissimi studenti dovessero rinunciare ai sogni dell’infanzia. Ma di sicuro il suo allontanamento, scelta fin troppo spietata, non ci incoraggia a pensare che la qualità dell’educazione migliorerà tanto presto.

Non ci resta che augurarci che qualcosa cambi davvero. Per quanto questo, oggi, non sembri troppo distante dal credere ancora in Babbo Natale. Possiamo fingerci ottimisti, e dire con educazione: Buon Natale, buon anno.

Che passi… in fretta… nel modo più indolore per tutti, laddove di far festa non si parla proprio.

sabato, dicembre 16, 2006

DOCET - Racconto

[Il racconto che segue l'ho scritto parecchi anni fa (quasi una ventina, accidenti). Da allora, acqua (e inchiostro) sotto i ponti ne è passata parecchia. Anni di lavoro come giornalista, un romanzaccio pulp inedito (che forse è meglio rimanga tale) e infine il ritorno al fumetto, al disegno e alla sceneggiatura, primo amore dai tempi del liceo artistico. "Docet" ha cambiato titolo numerose volte. Provo a ripresentarlo qui, senza apportare nessun ulteriore cambiamento.]

DOCET
Racconto di Filippo Messina


La notte del 16 agosto 1987, alla vigilia del suo settantacinquesimo compleanno, Ambrogio Grattenna, rizzatosi improvvisamente a sedere sul materasso, gridò con quanto fiato aveva in gola che le locuste avrebbero invaso il paese.
Purtroppo, era solo l'inizio di una febbre che avrebbe continuato ad ardere per più di un anno prima di ridurre definitivamente in cenere quella che era stata la mente più brillante del villaggio. Lo sconcerto dei paesani fu grande, giacché Ambrogio era considerato una quercia saggia e spesso i giovani lo additavano quale esempio di vigore e lucidità. Le cose, ahimè, stavano cambiando per sempre. Quell'intelletto sopraffino era tragicamente cagliato e al posto del vecchio maestro restava uno stolido energumeno che presto sarebbe sceso nella fossa.
In un breve elogio, scritto dal notaio Antonio B in occasione dei funerali, il maestro Grattenna fu definito con toni lirici: "Arca spaziosa traboccante dottrina e sagacia, nella quale erudizione e bontà d'animo vivevano concordi a dispetto degli anni grami e dell'ambiente arido in cui vennero a sbocciare."
Parole sincere, che molti vecchi allievi del compianto Ambrogio sottoscrissero con una mano sul cuore. Oggi, nella scuola di Villaggio dei Giusti, tra la carta dell'Europa e l'ingresso allo schedario, un ritratto ingiallito rammenta a tutti il volto austero del maestro. E ogni mattina, al cospetto di quelle basette venerande, scoprono il capo insegnanti e bidelli, tributando un istante di silenzio alla memoria dell'illustre fondatore.

«Io fui il primo dei suoi allievi» dice lo spazzino Ugo P torcendosi un tantino imbarazzato nella tuta sudicia. «Credeteci o no, è con me che iniziò il suo lavoro d'insegnante. In paese incontrerete una caterva di bugiardi che dicono d'essere stati il suo primo scolaro. Sfido! C'è da leccarsi le dita nel poterlo raccontare. Ma io conservo ancora una vecchia prova di scrittura corretta da Ambrogio, con tanto di data e la sua firma. E quella, porcocane, è vera come il Vangelo!
Alla fine della guerra, Ambrogio tornò in paese senza neppure un graffio e si rimboccò subito le maniche. Una sera, rientrai in casa passando per l'orticello e sentii i miei parlare con un estraneo nella cucina. Non riconoscevo la voce, ma mia mamma lo chiamava per nome. Ambrogio. L'uomo stava dicendo di avere studiato lettere, di avere molte idee e di voler provare a trasmettere qualcosa. Diceva anche che i tempi stavano cambiando e che era il momento di ricostruire Villaggio dei Giusti a partire dai paesani. Allora non capivo bene, ma i miei genitori sembravano molto interessati alle sue chiacchiere. Papà non aveva mai imparato a leggere e mia mamma sapeva fare appena qualche conto elementare. Ambrogio era molto persuasivo. Le bombe avevano ridotto il nostro paese uno straccio, diceva, ma ci saremmo rimessi in piedi. E il primo mattone dovevano essere i ragazzi. Alla fine, la mamma baciò Ambrogio su una guancia e papà tirò fuori la bottiglia di vino che teneva nascosta nella stalla. Brindarono. Non so a che cosa, ma lo posso immaginare. Fui affidato alle cure di Ambrogio già l'indomani. Per gli adulti la guerra era finita, ma per me, piccolo somaro, stava per iniziarne un'altra.
Ambrogio mi aspettava ogni giorno alle quattro del pomeriggio. Io avevo sette anni ed ero un cinghialetto ribelle. Me ne sbattevo di leggere, di scrivere, del più, del meno, della storia e di quella lavagna color merda di capra. Quindi me la davo a gambe ogni volta che potevo, ma Ambrogio… Caspita! Era un vero cagnaccio. Potevo correre fin sul lago, accovacciarmi nell'erba alta della campagna o nascondermi tra le fascine nel capanno di mio zio. Giungeva sempre ad acciuffarmi per un orecchio. Si spostava su un calessino in legno d'abete, veloce come il vento e puntuale come il raffreddore. Le lezioni le teneva in casa sua. La stessa vecchia, grande casa che oggi è la scuola dei nostri figli. Si può dire che Ambrogio mi ficcò in testa l'ABC a viva forza, riempendomi di concetti e pizzicotti. Intanto prendeva al laccio altri marmocchi. Giovannino, il figlio del fornaio, mio cugino Melchiorre, Silvestro il pidocchioso. Le lezioni di Ambrogio non duravano meno di quattro ore. Poi ci conduceva nel giardinetto attiguo per farci fare un po' di moto. Per un'altra ora d'inferno ci imponeva una serie di esercizi, flessioni e roba del genere. Sul finire della mattina, ci dava una palla mezza sgonfia e si allontanava un tantino per lasciarci giocare…»

Il maestro è ricordato altrettanto bene dal notaio Antonio B, autore del suo elogio funebre. Il notaio è al centro di un episodio pittoresco. In paese si racconta che Ambrogio, per prima cosa, gli insegnò a riconoscere le stelle. Nel sentirlo ricordare, Antonio ride di gusto. Poi commenta:
«L'astronomia? Che sciocchezza! Ancora gira quella vecchia storia? Beh, il paese è pieno di contafrottole. Ne sentirete raccontare tante, ma fui io il primo fanciullo che imparò a scrivere per merito di Ambrogio. Il maestro Grattenna aveva creato un personalissimo abbecedario. Non si fidava a sufficienza dei testi didattici reperibili in città. Né col senno di oggi potrei dire che si sbagliava. Soleva dare inizio ai propri corsi esortando innanzi tutto l'allievo a disegnare. Ma in verità, pochissimo era lasciato alla fantasia dei bambini. Ogni animale che ci ordinava di ritrarre doveva riprodurre un modello ben preciso che egli stesso disegnava su una lavagnetta. L'orso aveva una grande testa tonda come la O con la quale iniziava il suo nome. La mosca due larghe ali che ricordavano una M, e via su questa traccia con grande inventiva. In questo modo, lettere dell'alfabeto e immagini rimanevano facilmente impresse nella mente dello scolaro e la memoria non faticava ad associare le une alle altre. Diverse contorsioni di una serpe messe in successione davano origine alle lettere della parola S-C-U-O-L-A. Fu la prima parola che imparai a scrivere mediante il sistema dell'alfabeto figurativo ideato da Ambrogio. Quell'uomo aveva l'insegnamento nel sangue.
Conobbi Ambrogio a capodanno. Il nostro incontro fu indimenticabile. Rammento che nel varcare la soglia del suo studio, tremante al fianco di mio padre, non riuscii subito a distinguerne le fattezze. Sedeva a braccia conserte su una modesta poltrona, dando le spalle a un'ampia finestra con le tendine scostate. Sul momento, la luce che inondava la stanza mi abbacinò e pertanto di Ambrogio potei vedere solo la sagoma imponente. Da quell'ombra, ancora senza volto, proveniva la voce che ci invitava a entrare. Restai sorpreso nell'accorgermi che sul suo scrittoio non si trovava neppure un libro o un qualsiasi manuale di grammatica. Solo qualche foglio scarabocchiato, una tabacchiera e una grossa ampolla di scolorina che, per quanto ne so, non fu mai usata. Ambrogio scambiò un rapido saluto con mio padre. Quindi mi fece cenno di avvicinarmi. Nel sentire per la prima volta la sua voce ebbi la sensazione di stare ascoltando il rimbombo di un gigantesco gong. Un vocione che a ritmo quasi regolare si strozzava in una serie di piccoli colpi di tosse secca, tipica di un fumatore incallito. Anche in quel momento, Ambrogio teneva la pipa tra i denti, ma non l'accese mai in presenza dei suoi allievi. Mi strinse la mano in modo energico. Poi mi chiese di scandire per esteso il mio nome e cognome. Rimasi muto per la soggezione. Quando capì che non gli avrei risposto mi pizzicò la guancia talmente forte che vidi le stelle in pieno giorno. Quella sera raccontai l'avventura ad altri bimbi e così ebbe inizio la leggenda sulla lezione di astronomia. Ambrogio riteneva fondamentale che i suoi allievi imparassero a pronunziare correttamente ogni sillaba. Gli accenti tonici segnati in rosso sui quaderni dal suo implacabile pennino non si potevano contare. Fu sempre intransigente a questo proposito. Presto, inserì nella sua didattica anche qualche parola in inglese. Ambrogio affermava che le distanze si stavano accorciando e che un'infarinatura di quella lingua ci sarebbe servita tantissimo. Si era appena usciti dall'ostracismo fascista dei vocaboli stranieri, così per qualche tempo certi vegliardi in paese brontolarono dicendo che Ambrogio ci insegnava le parolacce. Inutile dire che si sbagliavano di grosso.
Ambrogio era un giovane possente, con il naso ingombrante e schiacciato come quello di un pugile. Già allora sfoggiava le sue leggendarie basette rosse. Non poteva dirsi una bellezza, e non è neppure vero che fosse tanto dolce con i suoi alunni. Era assai rigido, invece. Sprizzava da ogni poro l'entusiasmo di insegnare e accarezzava il progetto di trasformare la propria casa in una vera scuola per il nostro piccolo paese. In quel tempo a Villaggio dei Giusti non esisteva niente del genere. I pochi ragazzi che avevano la fortuna di studiare, affrontavano ogni mattina un viaggio in treno fino alla più vicina scuola elementare, alla periferia di Bambera. A sera, tornavano esausti e raramente proseguivano gli studi. Considerando la diffusa indolenza, penso che il nostro paese non avrebbe mai avuto una scuola tutta sua senza l'impegno di quell'omone rude e manesco. Correva il 1946 e Ambrogio aveva trentaquattro anni. Il padre gli aveva lasciato in eredità una dimora spaziosa, a due piani, con un cortile adiacente. Era l'abitazione più grande del paese, un po' trascurata, ma sontuosa a confronto delle nostre catapecchie. La casa era miracolosamente scampata alle incursioni delle fortezze volanti, segno che il progetto di Ambrogio era gradito al buon Dio. La scuola sarebbe stata riconosciuta e aperta a tutti un paio di calendari più tardi, lo stesso anno in cui Ambrogio si sposò. La casa era molto grande, quindi non gli fu difficile rinunziare a qualche stanza per adibirle ad aula, biblioteca e dormitorio. Ambrogio e la signora Clara vivevano al piano superiore, dove oggi si trova la direzione. All'inizio, i bambini delle prime classi trascorsero in casa loro dei mesi, quasi fosse stato un vero e proprio collegio. Ambrogio rispettava le norme disciplinari che imponeva ai ragazzi e a se stesso con spaventevole solerzia e non senza un pizzico di compiacimento. Di frequente, agli albori della giornata, ordinava ai ragazzi di seguirlo nel boschetto, e lì si intratteneva con loro affrontando più temi d'interesse. Dalla botanica generale alle modalità d'uso di specifiche erbe mediche, ottime per curare cefalee e costipazione. Una volta aperta la scuola, Ambrogio portò le lezioni da quattro ore a sei. La signora Clara, infaticabile massaia, cucinava per tutti. Il suo apporto venne meno solo brevemente, quando nacque la piccola Monica. Amici cari, credetemi… Ancora oggi, a pensarci, mi commuovo. Per noi paesani, quello scricciolo di bimba diventò il simbolo dell'ardore di Ambrogio e della rinascita che tutti auspicavamo. Il maestro poteva già contare molti figli ideali, ma questa era la prima a non essere nata mentre intorno scoppiavano le bombe.»

«Quando il babbo mi disse che avrei dovuto passare un intero mese nella casa di quell'uomo, piansi tutta la notte» riprende lo spazzino Ugo. «Ambrogio (venni a sapere dopo) aveva affrontato lunghe imprese legali perché il suo sogno scolastico si realizzasse. Sogno del quale noi piccoli paesani occupavamo una parte importante. Come ho già detto, pretendeva di tenere sotto controllo anche la nostra forma fisica. Di polvere, in quel dannato cortile, ne dovemmo digerire a quintali. I pasti cotti dalla moglie, poi, erano un vero supplizio. Ambrogio era rigorosamente vegetariano e la brava donna faceva del suo meglio per non contrariarlo. Nell'assecondare i gusti del marito, però, finiva spesso col perdere di vista le esigenze alimentari di noi ragazzi. Tanto che anche i nostri sogni erano popolati da legumi, freschi e secchi. La colazione consisteva in un misto di verdure crude e latte freddo. Pasto che Ambrogio ingoiava con vera delizia. A pranzo ci toccava insalata di carciofi e per cena barbe in brodo o cavolfiore bollito. Naturalmente nessuno di noi osava protestare per il vitto. Troppo era il timore che Ambrogio ci incuteva. Questo per non dire che se era irritato menava. E forte! Capitava, alle volte, che la signora Clara decidesse di proporci una bistecca, un cappone o del pesce, ma se non sbaglio questo si verificava soltanto la domenica, giornata che Ambrogio era solito trascorrere nei boschi alla ricerca di uccelli da spiare...»

Le testimonianze in merito non si esaurirebbero mai. Voluminosi libri potrebbero essere riempiti con le rimembranze degli anni in cui Ambrogio trasse alla vita intellettuale dozzine di giovinetti.
Frattanto il tempo passava. Lento, ma inesorabile.
Nel 1979, ormai vedovo e decisamente stanco, Ambrogio si sarebbe visto costretto all'inevitabile resa. Cedute le briglie dell'insegnamento a mani più giovani, abbandonò definitivamente la scuola per trasferirsi in casa della figlia Monica. Il maestro del villaggio adesso si sarebbe riposato. Tuttavia non fu così che la leggenda ebbe termine.

«Mi chiese di diventare sua moglie circa tre mesi dopo la morte della signora Clara» rivela Maddalena G, una simpatica vecchietta che conserva graziosi vezzi da fanciulla. «Capite? Stavo tornando da una commissione e lo vidi ritto davanti la porta di casa, tirato a lucido e impettito come un tacchino. Fino a quel pomeriggio c'eravamo parlati solo poche volte. Di solito, lo incontravo alla messa della Domenica o in casa di certi conoscenti. Non potevo dire di conoscerlo veramente. Quindi fu una grossa sorpresa, per me, la sua improvvisa proposta di matrimonio.
Non mi era mai piaciuto. Fisicamente, intendo. Ma confesserò che quel giorno mi parve ancora più brutto. Solitamente vestiva in maniera sciatta. Non prestava molta cura alla propria immagine. Per diversi anni l'avevo visto portare sempre la medesima giacca di tela, e sentivo dire che odiava i cappelli come un gatto odia l'acqua. Per questo quando lo vidi sotto casa ad aspettarmi, impalato in quel vestito color sabbia, capii immediatamente che qualcosa bolliva in pentola...»

La signora Sofia Z insiste per dire la sua. E' un donnone dalla capigliatura corvina, di una bellezza selvaggia, un po' arrogante. Vive del proprio lavoro di sarta in compagnia del figlioletto e del marito invalido. In paese si dice sia una persona scontrosa e taciturna, ma stavolta scalpita per parlare. Racconta senza nascondere un discreto sprezzo.
«Era successo già molte altre volte» afferma. «Solo una settimana prima, Ambrogio aveva chiesto a mia madre di andare a vivere con lui. Ve lo immaginate? Non voglio negarne i meriti, ma il vecchio Grattenna non era il santo che si racconta in giro. Al contrario, era un uomo molto egoista. Piuttosto ottuso, sia pure intraprendente e colto. Per di più era brutto da far schifo. Una testa di rospo sopra un corpo da scimmione. Non che la cosa lo frenasse. Oh, no. Infatti, si diede da fare pur durante il matrimonio con la remissiva e stupidissima Clara, sempre pronta a compiacerlo quando si degnava di rivolgerle una parola meno brusca del solito. Credo fosse a caccia di un'altra donna che si dimostrasse pronta ad accudirlo. Contava poco il suo nome, la sua età, purché questa gli facesse da serva. Il fatto è che per tutti quegli anni Ambrogio fu attivo solo in funzione della scuola. Non so se sia più corretto parlare di devozione o di mania. Qualunque operazione estranea all'insegnamento, contesto nel quale Ambrogio era avvezzo a muoversi come un re nel suo regno, lo lasciava disorientato. A occuparsi delle faccende domestiche, a procurare il cibo, a riordinare era stata sempre Clara. Ed egli non aveva mai mosso un dito per aiutarla.
Una volta ottenuta la pensione, era andato a vivere in casa della figlia. Però Monica era già sposata. Aveva appena messo al mondo due gemelli. Vivere presso quel focolare doveva pesargli un po'. Quindi prese a infastidire le donne nubili del paese con le sue sciocche profferte. Gli andò sempre male, ma dovette passare un anno prima che si rassegnasse a gravare sulla figlia.»

Maddalena continua:
«Fu molto garbato, e se il mio rifiuto lo addolorò non me lo fece pesare. Negli anni precedenti la pensione, aveva fatto costruire uno chalet fuori del paese dove di tanto in tanto trascorreva il fine settimana con la figlia e il genero. L'autostrada non c'era ancora, e vivere vicino al boschetto doveva piacergli tantissimo. Mi chiese di sposarlo e di trasferirmi con lui là, tra gli alberi. Fui costretta a rifiutare. Che cosa potevo fare...? Non era il mio tipo…»

Giunse il crepuscolo.
Ambrogio visse gli anni della pensione in compagnia della figlia e dei nipotini. Visse in salute, onorando di tanto in tanto la scuola con qualche visita e facendo frequenti e sempre più lunghe passeggiate nella vicina campagna. Era arrivato ai settantaquattro anni in ottima forma. Non era più tanto brutto. Gli anni avevano sparso un po' di miele su quei lineamenti un tempo così rozzi. S'era acchetato anche nel modo di conversare. Non tuonava più con suono grave da trombone. Ora sussurrava gentilmente come un flauto rurale, e se provocato manifestava la sua stizza a bassa voce, scandendo appena le usate imprecazioni. Smise di citare Ovidio e Petrarca, e con il deteriorarsi della sua vista anche di divorare libri. Trascorreva invece una quantità di tempo nei boschi. Sfuggiva la compagnia degli altri anziani e dormiva molto. Anche questo senza più russare, in perfetto silenzio.
Quindi smise di parlare del tutto.

«In principio non ci feci molto caso» ammette Monica, che non si fa mai pregare quando si tratta di ricordare il padre. «In casa era maturata la consuetudine che ogni mattina io entrassi nella camera per destarlo con un bicchiere di latte tiepido e allargare le persiane. Bussavo due volte. Dunque entravo e ci auguravamo la buona giornata. Lui sorbiva il latte e si alzava per recarsi in bagno. Era un vecchio rito.
Sarò più precisa: non è che mio padre parlasse puntualmente ogni volta che entravo nella stanza. C'erano state un'infinità di circostanze in cui mi lasciò capire d'essere desto con un breve grugnito assonnato. Ma fu proprio da quel giorno di luglio, e non prima, che rimase immerso nel più completo e impressionante silenzio. Da diverso tempo in casa eravamo rassegnati a non sentirlo parlare che di rado. Per questo quando ci sedemmo a tavola ed egli non spiccicò parola, né io né mio marito ci preoccupammo. Solo qualche giorno dopo cominciai a notare che in mio padre qualcosa non funzionava più. Era diventato muto come una tomba centenaria.
Ricordo che il suono più udibile proveniente dalla sua persona era il respiro. E anche quello era molto leggero. Non si lamentava più per i reumatismi, non sbuffava e neppure tossiva. Mesi prima il medico gli aveva tassativamente proibito di fumare. Io stessa avevo provveduto a nascondere la sua pipa, ma questa precauzione si rivelò inutile. Non la cercò mai, e il giovamento che ricavò dall'astinenza lo portò a sfoggiare un respiro limpido che rese il suo silenzio ancora più inquietante. Se interrogato non rispondeva che a cenni. Diniego o assenso, e nient'altro. Capitò un certo numero di volte che lasciasse sul tavolo del tinello un biglietto con su scritto dove stava andando o in cui mi chiedeva di cucinare per il pranzo questa o quella pietanza. In seguito perse anche questa abitudine e prevedere le sue mosse diventò impossibile.
Allora feci in modo che non uscisse più di casa senza il mio diretto controllo. Badiamo bene: si mostrava ancora abbastanza tranquillo perché non dovessi temere per la sua incolumità, ma a quell'innaturale silenzio aveva aggiunto una nuova, preoccupante, stramberia.
Fissava i muri del paese per delle ore. Da molto vicino, neppure volesse baciarli. Rubava una seggiola dal tinello, si sedeva in strada e rimaneva lì, la faccia al muro come un bimbo in castigo. Oggi era la parete macchiata all'ingresso del vicolo, domani il muretto bianco della pescheria. Passava così interi pomeriggi. Se provavo a spostarlo, si ribellava pestando i piedi. Ma anche questo nel più completo silenzio.
Lasciai il mio impiego alla merceria appositamente per stargli vicina il più possibile. Ma non era sempre facile. Troppe volte, affacciandomi sulla strada, vidi che la sua sedia era rimasta vuota.»

«Non mi liberai del vecchio fino all'ultimo» riprende Ugo, deciso a vuotare il sacco. «La signora Monica viveva con il marito, i bambini e il padre ad appena una ventina di metri da casa mia, e questo faceva di me la persona alla quale era più comodo rivolgersi nei momenti di allarme. Quasi tutti i loro vicini erano pendolari, impegnati in città. Alberto, il marito di Monica, aveva appena ottenuto un posto di usciere al municipio di Berzagallo e non tornava prima di sera. Io, invece, sbrigavo il mio lavoro nella mattinata ed ero sempre a portata di voce. Per di più ero l'unico negli immediati dintorni ad essere fornito di un mezzo di trasporto. Insomma: Ambrogio mi aveva proprio incastrato.
In paese eravamo già in molti a sapere dello strano silenzio in cui il vecchio si era chiuso. Solo più tardi, invece, si seppe delle sue abituali fughe. Monica correva a chiedermi aiuto almeno due volte la settimana, implorandomi di far presto e di non dire a un'anima dove stessi andando. Ambrogio scompariva, e il suo calesse con lui. Monica non voleva vendere i cavalli, e tenere il padre sottochiave le ripugnava. Frugavamo la campagna a bordo del mio furgoncino. La caccia al maestro fuggiasco, a volte, durava delle ore. Il vecchio non restava mai in paese. Montato sul calesse, spronava le bestie finché non si sentiva esausto. Ma il bastardo era ancora forte e poteva arrivare molto lontano. Al termine della prima ricerca lo trovammo nel bosco. Aveva abbracciato il tronco di un pioppo e piangeva in silenzio senza emettere il più piccolo singhiozzo. Doveva essere rimasto immobile in quella posizione per parecchio tempo perché la resina aveva letteralmente incollato la sua camicia alla corteccia. Monica lo sgridò per essere scappato in quel modo. Gli disse che per colpa sua non aveva fatto da mangiare per i bambini, che Alberto l'avrebbe certamente rimproverata, e tante altre menate. Ambrogio la guardava senza muovere un muscolo e piangeva. Gesù! Era come vedere lacrimare una statua.
La stessa storia si ripeté un fottìo di volte. Monica finì col fidarsi completamente di me. Allora mi toccava rovistare nei dintorni da solo alla ricerca del vecchio deficiente. Poi iniziarono i lavori per l'autostrada. Monica incatenò le ruote del calesse e legò alla cavezza dei cavalli un paio di grossi campanacci. Sarebbe stato davvero imbarazzante se il padre, in una delle sue silenziose febbri, fosse giunto a dare spettacolo di sé davanti agli operai.
Il vecchio citrullo non scappò più. Ma… porcocane se fece di peggio!»

Venne l'ora delle locuste.
Il pescivendolo Rocco M, se interrogato, ne parla volentieri. Lo incontriamo al bar della piazzetta, ciarliero e giocondo come lo descrivono gli amici.
«Quell'estate fu senza dubbio la più calda e fetente che il paese abbia sofferto negli ultimi decenni. L'aria bruciava come in un forno a legna. Tenere il pesce in fresco era un'impresa. Poche ore e già mandava una puzza sospetta. Ci spupazzammo un merdoso scirocco per settimane, roba che ti faceva sentire in Africa. Cazzo, persino le mosche cadevano svenute. In bottega, tenevo la borsa del ghiaccio tra la zucca e la paglietta. La notte dormivo nella vasca da bagno e mettevo la testa sotto il rubinetto ogni mezzora. Ma non c'era scampo. L'afa uccideva.
Personalmente, credo che il caldo bastardo di quell'anno abbia avuto un ruolo importante nella coglioneria del vecchio Ambrogio. Passava giornate intere seduto davanti casa a far nulla. Là, sotto il sole che picchiava, con la canizie che diventava gialla come il piscio. Solo a vederlo c'era da sentirsi male. Una volta pensai di offrirgli un copricapo, ma poi mi sfuggì di mente. Poveretto!
Ambrogio gridò che erano da poco passate le due. Non ero riuscito a prendere sonno quella notte. Il caldo rompeva da pazzi. Quando iniziarono gli strepiti ero immerso in una tinozza d'acqua fredda con la finestrella della stanza da bagno aperta. Così udii tutto forte e chiaro.
All'inizio sentii un lungo lamento. Sembrava il belare di un caprone con la diarrea. Poi arrivò l'urlo. Sul momento non seppi che cosa pensare. Non capii subito che a gridare era il vecchio Grattenna. Stava succedendo qualcosa di terribile e io avevo una strizza boia. Perché non si trattò di un urlo isolato, ma di un vero e proprio quarantotto. Ambrogio ululava come se lo stessero spellando vivo e tra le grida sputacchiava frasi senza senso e certe bestemmie che mammamia!
Saltai fuori dalla tinozza, infilai le mutande senza neppure asciugarmi e corsi fuori a piedi nudi. La luce in casa di Monica era accesa. Dalla strada riuscivo a vedere sulle pareti un putiferio di ombre che giravano impazzite come falene intorno a una lampada. Ci fu un rumore di vetri rotti e altre voci urlanti. Quindi presero a rischiararsi anche le case vicine. Ugo, lo spazzino, saltò fuori armato della sua scopa e mi chiese se alla fine qualcuno stava ammazzando il vecchio. Ambrogio non accennava a chetarsi. Ogni tanto il suo strepito era soffocato, come se stessero tentando di chiudergli la bocca a viva forza. Ma subito riprendeva con maggiore lena. I versacci sonavano all'incirca così: Uuuuuusss... ssssttttttteeeeee! Ghblblbl... blhhhhhh... engonoooooo! Y-alalalalalalalalah... sssssssteeeeeee!!! E giù con una valanga di parolacce.
Anche donna Sofia si unì a noi di corsa, in camicia da notte e con un lume in mano. Bussammo, ma senza ottenere risposta. Quando giunse Argisto, il fabbro, buttammo giù l'uscio ed entrammo. Tutte le luci della casa erano accese. I gemelli sedevano sul pavimento abbracciati e frignanti, mezzi morti di paura. Monica e suo marito, invece, stavano lottando con un toro infuriato. Ambrogio si dimenava sul letto e gridava, ormai rauco, che a Villaggio dei Giusti stavano per arrivare le locuste, che avrebbero divorato tutto, che tutto quello che conoscevamo sarebbe stato ridotto in segatura. La mano di Alberto sanguinava. Era stato morsicato.
Infine il vecchio perse i sensi.»

«Mi accorsi solo l'indomani che si era troncato con i denti la punta della lingua» racconta Monica. «Doveva essere successo all'inizio delle convulsioni. Aveva mandato giù il sangue e anche il pezzettino mancante. Infatti, non riuscii a trovarlo tra le lenzuola.
Il medico ci chiese se mio padre avesse abusato di farmaci antidepressivi o se fosse sua abitudine bere smodatamente. Ma era semplicemente assurdo. Mio padre non aveva mai fatto uso di farmaci del genere ed era sempre stato astemio. Non poteva certo aver preso a bere di nascosto negli anni della vecchiaia, quando lo vigilavo con la massima attenzione.
Gli fu prescritto un sedativo che gli somministravo giornalmente. Non credo, però, che riuscisse a sentirne i benefici. Capitò ancora che si mettesse a urlare nel cuore della notte, e rimase fino alla fine inquieto e imprevedibile. Dalla notte del 16 agosto sentivamo di nuovo la sua voce, ma questo non si poteva definire un miglioramento. Adesso non faceva che parlare degli enormi sciami di locuste che secondo i suoi misteriosi intuiti erano in viaggio per abbattersi su di noi. Previsione, ovviamente, del tutto infondata. Mai dalle nostre parti si è vista una sola di quelle bestie, e comunque c'è ben poco nella zona per attirarle in gran numero.
Papà ricominciò a scappare di casa. Stavolta per aggirarsi in seno allo stesso villaggio. Camminava spettinato e sporco per la piazzetta, bussava a tutti gli usci, fermava la gente per la via e a tutti ordinava di guardarsi: perché le locuste sarebbero giunte molto presto. Non fu mai pericoloso, sebbene l'aspetto che aveva assunto incutesse un certo timore.
Quando si arrampicò sul campanile e per poco non saltò giù, pensai fosse meglio per tutti che ci trasferissimo nello chalet. Ormai in paese non si parlava che della sua malattia, e per me e mio marito la situazione si faceva di giorno in giorno più penosa. In campagna sembrò calmarsi un pochino. Stette in silenzio per due giorni. Poi ripresero le escandescenze.
Nel frattempo i lavori per l'autostrada erano giunti a buon punto. Avevo saputo da una fonte attendibile che nel giro di qualche mese sarebbe stato aperto uno svincolo proprio davanti alla nostra abitazione. La malattia di papà mi aveva costretta a lasciare il lavoro e a trascurare troppo a lungo gli interessi della mia famiglia. L'autostrada, dunque, rappresentò per me una specie d'insperata ancora. Fu allora che decisi di dar fondo ai miei risparmi per trasformare lo chalet in un autogrill…»

Ascoltiamo nuovamente la voce di Rocco, il pescivendolo, che non sta più nella pelle per raccontare gli sviluppi successivi.
«Ambrogio quella volta sembrò davvero essere sparito nel nulla. I lavori allo chalet avevano avuto inizio qualche giorno prima e Monica non aveva potuto fare a meno di ricondurre il padre in paese. Il vecchio uscì di casa verso le undici approfittando di una distrazione della figlia impegnata con i bambini e non fece più ritorno. Lo cercammo per ore senza trovare la più piccola traccia. Era una cosa abbastanza insolita, dato che nell'ultimo periodo Ambrogio aveva fatto ogni sorta di schiamazzo per attirare su di sé l'attenzione dei paesani e annunciare l'arrivo degli animalacci. Il tempo passava. S'erano fatte le tre del pomeriggio e di lui non si vedeva un pelo. Monica si spaventò molto. Il calesse non era stato toccato, nessuno sembrava aver visto suo padre neppure di sfuggita.
Sì, la faccenda era proprio preoccupante.
Allora sonarono le campane. Erano assolutamente fuori orario e facevano un casino della miseria. Padre Albino corse in maniche di camicia, trafelato e bianco come un cencio mentre i cani nella piazzetta giravano latrando tutt'intorno alla chiesa. Sembrava l'apocalisse. Non mi sarei sorpreso se in quel frangente le locuste fossero arrivate per davvero.
Don Albino non fece in tempo ad aprire il portone che già Ambrogio si affacciava dal campanile. Nudo, urlante e incazzatissimo. Resterà sempre un mistero come, alla sua età, fosse riuscito ad arrampicarsi su per quella scaletta ripida che faceva girare la testa al sagrestano. Fu comunque spiegato l'enigma della sua ultima sparizione. Allontanatosi da casa, doveva essersi recato in chiesa per assistere alla funzione di mezzogiorno e con molta probabilità s'era assopito tra i banchi. Padre Albino non s'era accorto di lui e al momento di chiudere l'aveva fatto prigioniero. Da giù lo vedemmo sventolare quel che restava della sua camicia e spenzolarsi nel vuoto con una temerarietà che faceva tremare i polsi. Farneticava come di consueto. Non potevamo sentirlo, ma senza ombra di dubbio stava ancora avvisando tutti dell'imminente arrivo delle locuste.
Quando quattro giovani lo riportarono giù, discutemmo a lungo sul da farsi. La bravata del vecchio, stavolta, aveva incasinato l'intero villaggio. Non che fossimo una massa di stronzi ingrati. Ambrogio era sempre nei nostri cuori, ma la sua malattia faceva al paese l'effetto di un tafano sul dorso di un mulo. La notte, i bambini si spaventavano alle sue urla e i pendolari reclamavano le giuste ore di sonno. Monica decise di portarlo via dal villaggio per qualche tempo. Affittò un appartamento in città dove sperava di riuscire a tenere Ambrogio lontano da tutte le sue ossessioni. Ma durò poco. I lavori per l'autogrill procedevano veloci, e Monica fu costretta a tornare per occuparsi di varie faccende. Naturalmente, con lei rientrò anche Ambrogio, e il casino ricominciò...»

Un attimo di silenzio, prego. Rocco sa che quanto sta per raccontare adesso non sarà affatto allegro. Si raccoglie e continua a narrare con voce commossa.
«Ambrogio morì il primo di novembre. Se ne andò con grande strepito, figliando mille chiacchiere come aveva sempre fatto. I suoi ultimi giorni li passò urlando ai quattro venti la sua profezia, battendo con un legno su una pentolaccia arrugginita. A sentire lui, le locuste erano ormai vicinissime e questo lo rendeva più inquieto del solito. Aveva frequenti crisi di pianto e chiedeva di essere accompagnato nella casetta al limite del bosco, il suo antico rifugio. Povero vecchio! Nessuno aveva il coraggio di dirgli che lo chalet era stato smantellato. Il grill di sua figlia era quasi finito, ma Ambrogio non lo vide mai. Dubito, comunque, che l'avrebbe apprezzato.
Monica in quei giorni era particolarmente impegnata. Adesso era lei che si dileguava sul calessino del padre. Spesso si recava a ispezionare di persona il cantiere e diventava sempre più difficile incontrarla in paese. Ambrogio restava chiuso in casa, accudito frettolosamente dal genero che, dati i suoi impegni lavorativi, non poteva dedicargli che poche ore. Tuttavia, Ambrogio non restò mai solo. Dietro preghiera di Monica, alcune donne andavano e venivano dalla casa durante la sua assenza. Per lo più antiche allieve del vecchio che avevano accettato di prendersene cura. A turno si occupavano dei suoi bisogni e tutti i giorni gli apparecchiavano la tavola. Allora filavo con una di quelle gonnelle, così ebbi modo di vedere da vicino con quanto zelo fosse adoperata la cucina. Era un viavai di massaie esperte riunitesi in un gruppo affiatato. Lavoravano in squadra, chi pelando patate e pomodori, chi mettendo l'acqua sul fuoco. Grazie a quelle sante, il vecchio poteva contare su un lauto pasto a pranzo e a cena, ma anche su un amorevole aiuto a espletare quelle funzioni corporali che non riusciva più a gestire per proprio conto. Faceva bene al cuore vedere che, a dispetto dei recenti guai, Ambrogio godeva ancora di un affetto sufficiente a far di lui un grosso bebè viziato dalla comunità. Lo vidi aumentare di peso mangiando manicaretti d'ogni specie, vezzeggiato e confortato al punto che quasi lo invidiavo. Lo stesso non potrei dire per le sue caritatevoli infermiere, disposte ad accudirlo incuranti delle continue urla, dei piatti rotti, delle mani sul culo e del diluvio di bestialità che zampillavano dal vecchio come da una generosa fontana. Mi capitò di udire qualcuna borbottare che se il grill non fosse stato ultimato presto, avrebbe finito con l'ammattire pure lei. Ma niente più di tanto. Ambrogio era trattato con esemplare dolcezza da quelle pie donne, neppure fosse stato loro padre.
Il giorno in cui venne a mancare, Monica non era in casa.
Lo trovarono che si torceva sul pavimento imprecando e schiumando come un serpente a sonagli. Aveva fatto a brandelli il tappeto della sua camera, fracassato una sedia e mandato in frantumi il vetro della finestra. Si rotolava premendosi lo stomaco e ringhiava come non aveva mai fatto prima. Doveva accusare dei dolori molto forti, ma chi lo soccorse, purtroppo, non distinse questi sintomi dalle solite crisi. Ambrogio moriva, avvelenato da funghi colti con poca attenzione e a lui serviti nel suo ultimo pranzo. Il medico arrivò che già l'infermo si spegneva e non poté fare altro che constatarne la morte.
Prima di evaporare per sempre, Ambrogio lanciò un'occhiata circolare che gelò i presenti. Si sarebbe detto che stesse cercando intorno a sé qualcosa che gli premeva molto. Rimanemmo pietrificati. Tutti avevamo notato che sul suo viso era tornata l'espressione severa del maestro. Ambrogio s'inumidì le labbra e disse:
- …siamo fottuti! -
Roteò gli occhi e… Adieu

Così Ambrogio se ne andò.
La vestizione della salma fu eseguita lo stesso giorno della morte dalla figlia e dalle donne che per ultime avevano assistito il vecchio maestro. Ci si accorse che sotto le unghie dei piedi l'estinto conservava alcuni residui di terra scura e muschio come se di recente avesse corso scalzo per la campagna. Solo che i suoi ultimi giorni li aveva trascorsi chiuso tra le quattro mura di casa, sotto lo sguardo vigile di un'intera squadra di matrone. Nessuno riuscì mai a spiegare il fatto. L'omelia di padre Albino lo ricordò soprattutto come insegnante, l'uomo che aveva donato una scuola al villaggio. I fiori piovvero numerosi sulla bara. Ambrogio: maestro, vecchio saggio e profeta di sventura, si dileguava lasciando una larga impronta sulla storia del paese. L'inchiesta sul decesso durò poco. I rimanenti funghi, una volta esaminati, furono definiti assolutamente innocui. Si giunse presto alla conclusione che l'unico esemplare velenoso fosse finito tra gli altri per pura fatalità. Un mese dopo, la scuola di Villaggio dei Giusti fu battezzata Scuola Ambrogio Grattenna.

L'autostrada fu terminata quell'inverno. Monica aprì il grill e dimostrò di essere una grande lavoratrice. In capo a un anno, l'attività si rivelò molto redditizia. Alberto si licenziò dal suo impiego a Berzagallo e iniziò a lavorare al fianco della moglie. Adesso l'asfalto era percorso da auto e camion, pullman e veicoli d'ogni genere. Chi viveva ai margini del paese sarebbe stato tormentato dai motori rombanti nelle ore notturne, dal discontinuo e allucinante lampeggiare dei fari, dall'insistente squillare dei clacson. Spessissimo furono rinvenuti i cadaveri martoriati di ricci imprudenti che avevano osato avventurarsi sul cemento. Molto presto vi fu un tremendo incidente proprio nei pressi dello svincolo. Due auto e un camion si schiantarono tra loro. Si udirono sirene e grida. Vennero le ambulanze, la polizia, un caos di luci, di strepiti, di fischi. Sull'asfalto c'era un lago sangue.
I primi di giugno ci fu un incendio nella campagna che bruciò un casolare e distrusse una larga fetta di bosco. Bruciarono i pioppi e un bel po' d'erba non sarebbe più ricresciuta. Una perizia stabilì che il fuoco aveva avuto origine dal mozzicone ancora acceso di un sigaro gettato dal finestrino di un'auto in corsa. Di lì a poco iniziarono i lavori per un residence di lusso. Monica, dal canto suo, distribuiva da bere e da mangiare ai viandanti, riforniva di carburante le auto di passaggio e faceva sonare la cassa. Faticava, sudava, guadagnava, dimagriva.
La sera del 12 luglio, Monica e suo marito vennero minacciati e malmenati da un pugno di uomini sconosciuti che li derubarono dell'incasso di un mese. Qualche tempo dopo, una rissa esplosa per un nonnulla produsse gravi danni all'interno dell'autogrill. Ci furono dei feriti. Un avventore si fece molto male, tanto da perdere un occhio.

Ambrogio, non ti dimenticheremo mai.

giovedì, dicembre 14, 2006

I DUE PADRI DI TERENCE

E' strano per un paese come il nostro, più lento di una lumaca a evolversi moralmente, ascoltare una notizia come questa. Ascoltare una canzone come questa. Arriva dall'Olanda, e giunge alle nostre orecchie con discreto ritardo (la manifestazione si è svolta nel Luglio del 2005), ma non importa. Mentre in Italia ancora si discute (e si litiga) su Pacs, unioni di fatto e altre contorte (e parziali) forme di tutela dei diritti civili (quasi non fossimo tutti esseri umani e cittadini che pagano le tasse), là, dove il matrimonio omosessuale è possibile, la cultura di massa produce espressioni di grande civiltà. La manifestazione canora si chiama "Kinderen voor Kinderen", ed è una gara di canto tra bambini, un po' come il nostro "Zecchino d'Oro". Ma la novità è la canzone "Twee Vaders", cioè "Due Padri", eseguita dal decenne Terence. Il brano affronta in modo limpidissimo il rapporto tra un bambino adottato e i suoi genitori, una coppia di uomini gay.

In questi giorni, in rete, se ne sta facendo un gran parlare. Fioccano gli applausi e i commenti omofobi. Bene. Che se ne parli, comunque. Abbiamo molto da imparare dall’esibizione di questo piccolo cantante, lontanissimo dalle demenzialità di “Popoff” e dalle leziosità dei “Quarantaquattro gatti”. Qui non si parla solo di unioni di fatto e matrimoni omosessuali, ma dell’essere capaci di far comprendere a dei bambini l’alto valore della dignità umana attraverso mezzi popolari, come le canzonette. Se ne ricordino gli educatori italiani, in un paese dove il bullismo nelle scuole prospera senza freno.

Di seguito, il video (sottotitolato in inglese) dell'esibizione di Terence e il testo della canzone.


Terence - Due padri
Traduzione in Italiano

Abitiamo in una villetta a schiera
Abbiamo un sacco di belle cose
Viviamo ben normale tutti e tre assieme
Bas lavora al giornale
E Diederik è ricercatore
Sono stato adottato quando avevo solo un anno

Sono ancora figlio unico
ma la cosa mi sta bene
così posso avere tutta l'attenzioni e l'amore di entrambi.
Bas mi porta sempre a scuola
Con Diederik suono il violino
e tutti e tre assieme guardiamo le telenovele in TV

Io ho due padri
due padri veri
a volte in gamba, a volte rigidi
ma ci divertiamo un sacco assieme.
Io ho due padri
due padri veri
che quando occorre, sanno
farmi anche da madre.

Quando vado a letto
Diederik mi controlla i compiti
e Bas lava i piatti o fa il bucato.
Quando sto male oppure ho la febbre
non c'è nessuno al mondo
che mi sta vicino come Diederik e Bas.

A volte vengo pestato a scuola
e certo non è bello
"i tuoi genitori sono gay!"
lo trovano assai strano.
Io alzo le spalle, dico
"e allora? Sono loro figlio!"
Per gli altri non è usuale
ma per me va più che bene.

Io ho due padri
due padri veri
a volte in gamba, a volte rigidi
ma ci divertiamo un sacco assieme.
Io ho due padri
due padri veri
che quando occorre, sanno
farmi anche da madre.

mercoledì, dicembre 13, 2006

IL DIRITTO DI VIVERE IN PACE... E RICORDARE

Solo poche righe, per un senso di urgenza che non posso frenare. Poche righe e un rimando a una voce di Wikipedia che vorrei leggeste.

Voglio ricordare Victor Jara, artista cileno ucciso il 16 Settembre 1973, nei primi giorni dell'esplosione liberticida orchestrata dal segretario di stato americano Henry Kissinger (che vinse il premio Nobel per la pace lo stesso anno!) e amministrata sanguinosamente per decenni dal generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte.
Victor Jara era un cantautore. Victor Jara era un poeta. Victor Jara era la voce di un popolo. In un modo distante, quasi alieno, dalla nostra cultura musicale. Quella latino americana è una realtà dove musica, poesia e impegno sociale si fondono in un'unica impetuosa opera d'arte. Da una ricchissima tradizione musicale etnica, alle sperimentazioni di Violeta Parra fino al fenomeno della Nueva Canciòn Chilena, l'anima musicale e politica del Cile diede origine a Victor Jara. La sua canzone "El derecho de vivir en paz", scritta durante gli anni del Vietnam, ha travalicato il suo contesto storico per diventare un inno alla pace senza tempo. Così come "Manifiesto" era l'espressione candida e risoluta di un uomo che avrebbe cantato la libertà fino alla fine. Fine giunta allo stadio Chile di Santiago, quel maledetto Settembre del 1973.

Oggi Pinochet non c'è più. Un vecchio malandato ha smesso di vivere senza che nessuna vera condanna morale sia mai stata emessa dalla comunità internazionale. Oggi assistiamo, in Cile, a manifestazioni nostalgiche del regime dittatoriale. Ci tocca sentir dire da qualcuno che "quelle cose" non sono mai accadute.

Mi sembrava doveroso, in questi giorni, ricordare la figura di Victor Jara, a emblema delle migliaia di vittime di una tirannia ancora osservata con troppa distrazione.

http://www.nuevacancion.net/victor/mp3.html


martedì, dicembre 12, 2006

IL CARATTERE D'ACCIAIO DI MARK MILLAR

Odio Mark Millar.

Sì, lo so. Questo è lo stesso inizio usato da Fabio Licari per la sua prefazione a "Wanted", pubblicato questa settimana nella collana Dark Side, edita dalla Gazzetta dello Sport. Lo aveva già usato in un precedente volume della collana firmato da Millar, quello dedicato a "Vampirella". La mia, quindi, è una citazione, ma presenta una sostanziale differenza dal punto di vista di Fabio Licari.

Io lo odio sul serio.

Sono consapevole che questa confessione mi renderà impopolare presso una larga fetta di lettori di fumetti, soprattutto i più giovani. Non posso farci nulla, la penso in questo modo, per cui - se le mie aspettative non saranno contraddette – non mi resterà che accettare il crucifige. Prima di ascoltare la condanna, però, vorrei dire la mia nero su bianco, e spiegare una volta per tutte le vere ragioni della mia antipatia nei confronti di questo autore che proprio con "Wanted" ha espresso al massimo la sua personalità. L’invettiva non sarà breve, e questo servirà di certo a scremare la potenziale schiera di interlocutori.

Una piccola digressione necessaria. Vorrei ricordare un noto spot pubblicitario che negli ultimi mesi ci ha invitato ad acquistare una possente automobile allo scopo di sviluppare un “Carattere d’acciaio”. La trama dello spot presenta una situazione tipica. Il classico suicida indeciso, in piedi su un cornicione, scruta il vuoto che metterà fine alla sua esistenza. Una donna in carriera (il look e il piglio, almeno, ci suggeriscono che è così) nota il tapino dalla strada e si precipita nell’appartamento per fermarlo. Fatto rientrare il suicida, lo fa subito uscire dalla finestra che dà sull’altro lato del palazzo, su un cornicione altrettanto pernicioso. Quando la “signora” scende di nuovo in strada, sollevata e soddisfatta, comprendiamo le vere ragioni del suo gesto. L’uomo rischiava di sfracellarsi sulla magnifica auto della donna, parcheggiata proprio sotto il cornicione. La finestra cui lei lo ha condotto, invece, gli permetterà di completare il suo gesto disperato senza nuocerle minimamente. Il “carattere d’acciaio”, declamato dallo slogan come una qualità altamente apprezzabile, consisterebbe quindi nel saper difendere la propria proprietà privata senza lasciarsi turbare né tantomeno coinvolgere dalle tragedie altrui. Un spot altamente educativo che riassume il succo dell’attuale trend del fumetto supereroistico.
Trend, di cui Mark Millar è il principale alfiere.

Dopo i supereroi revisionisti, tutti discendenti del grande “Watchmen” di Alan Moore, è iniziata una nuova era per questo genere del fumetto popolare. Il tono cupo e realistico delle storie è andato privilegiando sempre più gli aspetti oscuri dei personaggi un tempo presentati come eroi secondo un’ottica manichea. O erano buoni (e quindi eroi) o erano malvagi (e quindi erano il nemico). Dopo “Watchmen”, “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” e altre pietre miliari che hanno ridisegnato il modo di raccontare i personaggi in tuta, siamo stati velocemente traghettati sulla sponda opposta. Tutto era iniziato ponendo delle domande scomode, mostrando limiti e contraddizioni al fine di rendere verosimili quei personaggi ormai non più credibili. Già da qualche tempo, però, il confine è stato superato, e gli eroi (intesi qui nel senso di “protagonisti”) hanno finito con l’arenarsi in una caratterizzazione che è ancora più manichea e schematica del modello precedente. Se prima l’eroe era senza macchia, oggi è una carogna integrale. L’industria dell’immagine ha stabilito che viviamo nell’era del figo emergente a discapito dei poveri fessi idealisti. Il carattere d’acciaio ha perciò trionfato su quasi tutte le serie a fumetti più recenti. Addio, caro Uomo Ragno, tormentato paladino della giustizia. Hai fatto il tuo tempo, e alcuni giovanissimi più che “eroe”, oggi, ti chiamano “pipparolo” e “perdente”.

I tempi sono cambiati: il supereroe, per essere apprezzato dalle nuove generazioni, deve essere cinico, corrotto, magari anche ottuso. Deve possibilmente coltivare un gran bel vizio, essere spietato e incline al tradimento. E’ il nuovo che avanza, ma è anche un totale, noioso rovescio delle icone del secolo scorso. Se l’eroe puro oggi può sembrarci ipocrita, l’eroe corrotto è una macchietta. Se negli anni sessanta Stan Lee e soci avevano lanciato i “supereroi con superproblemi”, oggi spopolano quelli che potremmo definire i “supereroi con i supercontrocazzi”. Uniforme cucita su misura per gli adolescenti del nuovo millennio, destinati a crescere in una società dove gli unici ideali celebrati dai media sono il culto dell’immagine e il successo a tutti i costi.

Mark Millar ha conquistato la sua attuale popolarità scrivendo su numerose testate. Si è fatto un nome con “Authority”, serie sulla quale è subentrato a Warren Ellis, estremizzandone i temi anarchici e sociali. Peccato che molto presto si sia abbandonato anche alle smargiassate più gratuite, costruendo intorno ad Apollo e Midnighter (celebri per essere la prima coppia di supereroi gay del fumetto) una serie di gag di grana grossa, destinate al pubblico eterosessuale più tradizionalista. In “Ultimates”, riscrittura dei personaggi classici dei “Vendicatori” (grosso successo di pubblico negli ultimi anni), ha inacidito uno dopo l’altro le icone più nobili del pantheon supereroistico, seguendo un programma di incarognimento che, dopo il divertimento dei primissimi numeri, è diventato prevedibile quanto volgare. Ma Millar è veramente un genio. Anzi, è il Verbo dell’industria del fumetto popolare moderno che si è fatto uomo. Normale che non sbagli un colpo agli occhi dei suoi fans. Difficile resistere alle tentazioni del conformismo più cool. E difficile anche dimenticare le sue performance. Come la famosa splash page in cui Capitan America, in risposta all’alieno che gli intima di arrendersi, indica la “A” stampata sulla sua maschera gridando: «Credi che questa lettera significhi Francia?!!!»

A suo tempo, non sono stati pochi i lettori che hanno interpretato questa tavola come un’accusa di vigliaccheria a quella Francia che non aveva voluto prendere parte al conflitto in Iraq. Qualcuno ha voluto giustificare l’episodio con la caratterizzazione fanatica che Millar stava dando di Capitan America. Altri, in modo davvero infelice, hanno voluto rammentare a quanti s’erano detti turbati che “Millar è inglese, non americano”. Come se Tony Blair e George W. Bush non fossero entrati a braccetto in questa insensata avventura bellica. Si è parlato anche dell’orientamento politico di Millar, uomo di sinistra e quindi automaticamente innocente da quasiasi intento filoamericano. Questo trascurando il principio sacrosanto per cui un autore andrebbe valutato esclusivamente per quello che scrive. Qualcuno obietta dicendo che quella di Millar sono iperbole, volte a criticare il cinismo e la miseria di cui parla. Beh, può anche darsi. Ma se è così, diaciamocelo, ragazzi: sta raccontando da anni la stessa storia. Dite di no? Insomma, Millar può contare su un’inesauribile riserva di difensori. Piace. Forse perché le sue trasgressioni sono il prodotto di una griglia editoriale sempre più omologata, e le opere migliori, nel sentire comune, sono quelle che ci raccontano quel che già stiamo pensando. Importa poco che la “corruzione degli eroi “ abbia già fatto la muffa. Sono in pochi a notare l’attuale rifrittura di espedienti e personaggi che non vedevamo su un fumetto di supereroi dalla fine della guerra fredda. Siamo stati portati culturalmente indietro di anni, e per farlo si ricorre a dei simboli molto elementari. Ma ancora è come se non ce ne accorgessimo, e percepiamo prodotti reazionari fino al buco del culo come una grande novità.

Ma veniamo a “Wanted. La miniserie che lo staff responsabile di Dark Side (come ci informa la prefazione di Fabio Licari) era incerta se pubblicare, in quanto “avrebbe potuto turbare i lettori più sensibili”. Personalmente, penso che “Wanted” sia veramente il capolavoro di Mark Millar. O almeno l’opera in cui più che in altre è riuscito a sintetizzare la tendenza (non solo fumettistica) di cui si è trovato a essere il portavoce.
Sono sempre stato contrario a ogni forma di censura, e di questo non mi pento. “Wanted” è un fumetto che si deve leggere. L’importante è che lo spirito del lettore resti critico e non si lasci ubriacare dagli elogi, francamente esagerati, che imbellettano questa nuova edizione. Non perché “Wanted” sia un fumetto poco curato o perché non possa comunque risultare divertente se letto con lo giusto stato d’animo. Ma perché è l’emblema di una deriva fumettistica che (con buona pace di Diabolik e dei suoi epigoni) non fa che sguazzare nel torbido di un’idea ormai stagnante da anni.
Con “Wanted”, l’orefice Millar sfoggia la sua gemma perfetta. Un mondo dove regna solo malvagità, egocentrismo e un’esaltazione che, più che liberatoria, fa pensare al delirio di un adolescente arrapato sotto cocaina. Sì, perché i presupposti psicologici di “Wanted” sono tagliati con l’accetta, e la stessa struttura del racconto presenta dei buchi notevoli.

Partiamo dal titolo “Wanted”, particolarmente fuorviante. La parola “Wanted” vorrebbe evocare l’idea dei fuorilegge, e suggerisce che una volta aperto il fumetto seguiremo le gesta dei criminali, osservando il mondo dei “super” dal loro – pressoché inedito – punto di vista. Ma è un inganno. Quelli di cui leggeremo la storia non possono nemmeno definirsi supercriminali. Non ci sono i presupposti drammatici. I Supercriminali sono tali in quanto si contrappongono ai Supereroi. E in un mondo dove gli eroi sono stati definitivamente cancellati dalla loro controparte malvagia, queste definizioni perdono di senso. Non c’è la caccia al fuorilegge, non c’è il confronto tra due mentalità divergenti, due stili di vita in contrasto. Tutte cose che il titolo “Wanted” annuncia in modo illusorio.

In realtà “Wanted” è un bizzarro cocktail tra “1984” di George Orwell e “Le 120 giornate di Sodoma” del Marchese De Sade. Giuro. Vi sembra incredibile? Vediamo un po’.

“Wanted” narra di un sistema autoritario (formato da caste di superesseri senza scrupoli) che si spartisce la torta su scala mondiale. Una dittatura occulta che manipola le percezioni e i ricordi della gente, modifica la storia e controlla ogni singolo meccanismo amministrativo. In primis, la giustizia. Il clima è quello del romanzo antiutopistico, dove i comuni cittadini sono solo bestiame senza speranza di riscatto. Tipico affresco apocalittico e deprimente nella sua gelida ineluttabilità.

Abbiamo poi dei personaggi dotati di superpoteri che si sono una buona volta liberati degli eroi. Il mondo intero, adesso, è il loro parco giochi. E perciò uccidono, violentano, torturano, distruggono, si ubriacano, scopano e fanno quel che cazzo gli pare alla faccia di qualunque morale. E naturalmente finiscono con l’annoiarsi. Né più né meno dei libertini (e dei lettori) di De Sade. Esemplare, in questo senso, il percorso di formazione seguito dal protagonista. Un programma scolastico degno della “Filosofia nel Boudoir”. Il futuro superfigo è preso a pugni finché non impara a reagire e viene fatto scopare fino allo sfinimento con una “bad girl” disegnata sulle fome della Catwoman di Halle Berry (quindi più una porca che una gatta). Ci si chiede se dovrà diventare un supercriminale o semplicemente un debosciato? Anche in questo segmento di storia si attinge abbondantemente a un repertorio di fantasie da adolescente frustrato. Siamo sempre sicuri che il povero Uomo Ragno sia quel pipparolo di cui parlavamo? A me non sembrava poi tanto male.

I supereroi, allora, non ci sono più. Ma i supercriminali che cavolo vogliono? Il mondo? No, ce l’hanno già. La ricchezza? Sono tutti ricchi sfondati. Infatti, neanche rubano più. Al massimo ammazzano qualcuno per il puro gusto di farlo impunemente. E poi, che se ne fanno del denaro in un mondo dove possono prendere tutto quello che vogliono? Ma se questi superstronzi sono l’unica forma di super rimasta al mondo, che cazzo gli facciamo fare? Beh, si ricorre all’espediente delle dimensioni alternative. In cerca di avventure, o di prestigio o altre ricchezze (non si capisce!), i nostri antieroi si concedono delle escursioni in dimensioni parallele dove i vigilanti mascherati esistono ancora. Non che quest’aspetto del racconto sia approfondito più di tanto. E infatti ci chiediamo a che diavolo serve.

Dunque, siccome stiamo parlando pur sempre di superesseri, ed è d’obbligo lo scontro, non resta che un’unica, trita soluzione. I cattivi si contendono il controllo della piazza e iniziano a farsi fuori a vicenda. Ma che originalità, signor Millar. No, pardon. Dimenticavo, lei innova tutto quello che fa. E del resto c’è un esercito di imberbi bulli pronti a portarla in trionfo pur di dimostrare di avere anche loro un “carattere d’acciaio”.

Lo stesso Millar annaspa quando mostra la crisi del protagonista. Davanti all’ennesima abbuffata di violenza gratuita (perpetrata con l’unico scopo di appagare una pulsione sadica), l’antieroe entra brevemente in crisi. Tanto potere, tanta lussuria e assoluta mancanza di confronto svuotarebbero l’esistenza di chiunque. E allora subentrano la depressione e il bisogno di qualcosa di più. Peccato che proprio quel contenuto che avrebbe potuto rendere “Wanted” realmente interessante sia stato soltanto sfiorato da Millar. In verità, avrebbe dovuto essere l’argomento principale: che cazzo faccio in un mondo in cui non ci sono più veri obbiettivi?

Qualcosa di simile Millar la presenta nel finale, quando il protagonista afferma (fingendo) di voler rinunciare al suo manto di supervitaiolo senza scopo. Ma la crisi si rivela solo uno sberleffo, una secchiata d’acqua su un corpo tormentato con l’elettricità giusto per fargli patire di più lo shock. E tutto si dimostra speculare con la scena che apre il fumetto, quando un personaggio, mentre si prepara a far sesso con due giovanotti, dice: «Io non sono gay. Ma faccio il gay un anno sì e uno no per fami venire più voglia di donna».

Millar finge dunque di donare barlumi di umanità al suo protagonista affinché risulti ancora più disturbante la sua non-caratterizzazione di manichino supercattivo in un mondo senza scopo.

Se Garth Ennis ha esaurito la sua forza provocatrice perdendosi in una deriva di vomito, sangue e luridumi a discapito di un racconto equilibrato, Mark Millar ha raffinato progressivamente il suo manifesto del Maschio Moderno (è la nuova definizione del supereroe?) amorale e fascinosamente egoista. Per questo “Wanted” è un prodotto particolarmente omologato e commerciale. La sua trasgressione è liofilizzata, al servizio di logiche industriali che oggi vendono fumetti alla maniera di un capo d’abbigliamento sexy con la promessa che ti renderà irresistibile. O come un’automobile di lusso, che meriterai solo se diventerai spietato. Una volta capito il meccanismo non rimane nulla. Tranne una sensazione di inaridimento, i cui sintomi principali sono l’annichilimento dei valori e la celebrazione del cinismo. Millar stesso svela il trucco nella pagina finale del suo racconto, ricordando ai lettori che nel mondo di “Wanted” i super ti inducono a credere che esistono solo nei fumetti. Invece esistono davvero. Controllano la tua realtà, ti dicono a che cosa credere e te lo mettono nel culo.

Il punto è che Mark Millar riesce a far gridare “Che bello!” anche al più omofobo.

Succede anche troppo spesso di sentire censori improvvisati tuonare contro opere underground colpevoli di mescolare il sesso a violenze che non hanno niente da invidiare a quelle di tante altre pubblicazioni blasonate. Per questo non invito a disertare “Wanted”. No, tutto il contrario. “Wanted” è importante in quanto prodotto definitivo di una tendenza fumettistica (e non solo) che conduce a un totale appiattimento delle idee, del concetto di umanità. E’ l’esempio ben realizzato di quanto il conformismo possa mascherarsi da trasgressione.

Ed è per questo che andrebbe letto. Va conosciuto. Meditato. Se ci riuscite, criticato.

lunedì, dicembre 11, 2006

VUCCIRIA: DOPO LA CADUTA (...della "Cattedrale" di Piazza Garraffello)


Continua la saga di Uwe Jantsch a Palermo, l'artista austriaco che qualche settimana fa ha visto rimuovere forzatamente la sua monumentale installazione realizzata con i rifiuti a piazza Garraffello, nel cuore della Vucciria. Come era facile prevedere, il blitz che ha visto all'opera Vigili del Fuoco e operatori Amia, ha suscitato un coro di polemiche. In effetti, al di là di qualsiasi considerazione di carattere artistico, l'azione di pulizia si è concentrata sulla "Cattedrale" di Uwe, continuando a ignorare le discariche (altrettanto abusive) nelle vicinanze. Accanto alla solidarietà non è mancato tuttavia qualche malumore, in quanto le iniziative artistiche di Uwe avrebbero attirato fin troppa attenzione sul quartiere Vucciria e sulle attività abusive svolte nei suoi vicoli.
Alla fine della scorsa settimana, Uwe è comparso anche in una puntata di "Striscia la Notizia", al microfono di Stefania Petix. Deluso, spaesato, pieno di domande per l'inatteso quanto curioso blitz del mese scorso.

Le polemiche su questo evento (la rimozione dell'Eversetrash che era sorto, dopo anni di lavoro, sulla struttura diroccata di Palazzo Lo Mazzarino Merlo (che, in quanto rudere, continua a essere ignorato dall'amministrazione cittadina) sono destinate a moltiplicarsi nel tempo. Intanto, inizia a circolare il catalogo artigianale realizzato da Uwe sull'opera scomparsa. Unico modo, ormai, per conoscere (attraverso un dettagliato dossier fotografico) l'installazione spazzata via dalla mano inflessibile dell'antiabusivismo.

E poi?

Riflettiamo. Al di là di qualsiasi considerazione artistica, l'installazione di Uwe, la sua "Cattedrale", nasceva in una condizione di assoluta precarietà. Abusiva o no, era un'installazione che troneggiava da un edificio in rovina, irta di rottami e materiali certamente non inossidabili. Sarebbe stato ingenuo illudersi che potesse restare lì, immutabile, a tempo indeterminato. Lo stesso arrivo dell'inverno e delle pioggie avrebbe messo a rischio l'integrità dell'opera e prodotto anche un ragionevole pericolo di stabilità.
Io penso che, sorvolando per adesso sulle possibili denunce per occupazione di suolo demaniale, questo strano e concitato episodio di rimozione forzata, non porterà che fortuna a Uwe Jantsch. Gli regalerà tanta visibilità in più. Gli sta portando una marea di solidarietà da parte di chi già conosceva il suo lavoro precedente, e senz'altro sta suscitando la curiosità di quanti ancora non gli avevano prestato attenzione. I lavori futuri di Uwe potranno contare su un'eco cittadina decuplicata, e la sua popolarità crescerà in modo esponenziale.
Ne sono praticamente sicuro.
Considerando, quindi, l'ineluttabilità di una fine che per la "Cattedrale" sarebbe dovuta prima o poi arrivare, possiamo dire che "non tutti i mali vengono per nuocere". L'Everestrash non potrebbe essere più immortale ora che non c'è più. E la platea già rumoreggia nell'attesa di nuove performance di Uwe Jantsch.

domenica, dicembre 03, 2006

LA STERILITA’ DELLE IDEE



«Che libro potrebbe mai scrivere un cappellano del Diavolo sulle goffaggini, gli sprechi, l'orrenda crudeltà della natura...»
CHARLES DARWIN - L'ORIGINE DELLE SPECIE


Se sfogliamo un dizionario dei sinonimi, cercando la voce “Natura”, potremmo essere spiazzati dalla quantità di varianti che i linguisti più preparati assegnano a questo termine. Tra queste troviamo anche “animo”, “istinto”, “predisposizione” e “ambiente”. Sì, perché la “Natura”, in verità, è qualcosa di complesso ed estremamente ambiguo.
Torniamo a parlare della “Natura” e del suo ruolo in relazione con il fenomeno dell’omosessualità. Farlo è inevitabile, e continuerà a esserlo finché il concetto di Natura, svilito al punto di suonare come una bestemmia, verrà usato come argomento insindacabile per affermare quanto, a questo mondo, dovrebbe essere giusto o sbagliato.
Viviamo in tempi tetri. Tempi in cui la parola “Natura” non potrebbe suonare meno spontanea. E’ più simile a una bandiera nazionalista, un espediente retorico buono per facilitare accenti offensivi o comunque discriminanti. Per molti è addirittura scontato. L’omosessualità è contro natura. Da due persone dello stesso sesso, per quanto innamorate, non può nascere nulla. E questo non rientra nei programmi di quel meccanismo perfetto che è la Natura. E’ un tormentone. Lo sentiamo ripetere al bar, al lavoro, in televisione, sui giornali e su Internet con la stessa ottusa impudenza di chi abbraccia una fede calcistica, non per amore della competizione sportiva, ma unicamente per l’impulso cieco a sostenere la propria squadra contro tutto e tutti al di là dei suoi effettivi meriti agonistici.
Il concetto, apparentemente inossidabile, è enunciato come una verità rivelata, un principio filosofico inattaccabile. Dimenticando che le cosiddette “leggi” della Natura, non è stata la natura a scriverle. Ma bensì l’uomo, e tutte a sua convenienza a seconda del frangente storico. Pensiamoci bene. Spesso cerchiamo di giustificare alcuni eventi (condannandone altri) sul metro di ciò che esiste in natura. Solo che la Natura, di per sé, non è né buona né cattiva. E’ soltanto quello che è: un gigantesco labirinto di cause ed effetti che si ripetono all’infinito alla faccia di qualunque morale. Un fatto (non una legge) fondamentale della Natura è la sopravvivenza del più forte. Il predatore si ciba dell’animale più debole, realizzando una catena alimentare dove i concetti di pace, convivenza, collaborazione, sono del tutto assenti. Basandoci su questo potremmo arrivare a dire che la prevaricazione (e di conseguenza la dittatura) è una realtà “benedetta” dall’ordine naturale delle cose. Né mancano, purtroppo, individui che la pensano realmente in questo modo.
Le stesse malattie sono un fenomeno naturale. Suona macabro a dirsi, ma non c’è niente al mondo che sia più vivo, vitale e prorompente del cancro. Un’esplosione di cellule vive che crescono rigogliose, espandendosi, colonizzando. Peccato che il corpo ospite finisca col morirne. Beh, anche questo è un fatto naturale, e se non vogliamo lasciare che la perfetta Natura faccia il suo corso, siamo costretti a ricorrere alla scienza. Con chemio e radio, praticamente uccidiamo le cellule tumorali (così vive, così carine) che stanno prendendo il controllo dell’organismo secondo le modalità che la natura stessa gli detta. In parole povere, per sopravvivere compiamo un atto “contro la natura”, tentando di correggerla a nostro beneficio. Lo stesse vale per l’eterna lotta contro virus e batteri, contro gli acciacchi dell’età e così discorrendo.
E’ inutile nascondersi dietro un dito. “Natura” uguale “Vita” non è che uno sterile slogan, che s’impone solo là dove non è previsto il dialogo. L’uomo moderno, quello civilizzato, non vive secondo natura dall’inizio della storia. Anche nelle società di caccia e raccolta, sviluppatesi per peculiari ragioni storiche a maggior contatto con il loro habitat naturale, prevalgono insiemi di norme prodotte dall’uomo. Il vero “uomo naturale”, quello mosso dagli istinti, vivrebbe solo per nutrirsi e accoppiarsi, non si sposerebbe, non andrebbe in chiesa un solo giorno in vita sua. Sarebbe violento e brutale. Se malato, spesso, non sarebbe in grado di curarsi. E, dal momento che la natura ha sempre manifestato questo fenomeno tanto tra gli uomini che tra gli animali, spesso, praticherebbe anche l’omosessualità.
Sentiamo dire che l’omosessualità è da condannare perché contraria alla Natura. Questo pur avendo sotto gli occhi che gli omosessuali non hanno alcun bisogno di figliare, giacché è la natura stessa a produrre una quantità di loro simili a ogni generazione. Potremmo parlare, dunque, di Cultura, non più di Natura. La Natura è soltanto la base di partenza, generica e caotica, dalla quale tutti emergiamo. La cultura dei popoli nasce in un secondo momento, ed è la vera realtà con cui siamo chiamati a misurarci ogni giorno.
Sentiamo ripetere anche che l’omosessualità è patologia perché, a differenza del sesso etero, non dà vita a nulla. Beh, siamo sicuri che questo sia sempre un male?
In primo luogo, sarebbe molto più maturo (ma anche molto meno “naturale”) preoccuparsi di quanto c’è di patologico (per quanto “naturale”) nelle guerre, nel degrado, nelle folli faide tra etnie, nella fame nei paesi più poveri e negli interessi sfrenati delle multinazionali che continuano a fabbricare e vendere armi in tutto il mondo. Una domanda destinata a restare senza risposta, vista l’estrema “naturalezza” con cui continuamo a sentirci dire che l’unica famiglia possibile è quella tradizionale. Che il pargolo ha bisogno di quelle figure sante che sarebbero Padre e Madre. In parole povere, qualsiasi coppia di imbecilli, purché siano un maschio e una femmina. Non dimentichiamo che, a rigor di logica, anche un pezzo di sterco, se adeguatamente esaminato, potrebbe dimostrare di avere il nostro stesso codice genetico. Da qui a meritarsi l’appellativo di padre o madre ce ne corre. L’idea di genitori in grado di svolgere il proprio ruolo in modo responsabile resta confinata a margine. Questo, lo sappiamo, è solo un optional. Del resto, quel che conta è la fede nella maglia della squadra. Che giochi bene o male è del tutto secondario. E caverò gli occhi a chi osa fare il tifo per chi gioca contro i miei beniamini.
Dunque, amatevi e moltiplicatevi, gente. Non preoccupatevi del resto, non scervellatevi sulla pace e il progresso delle culture. E’ roba da froci. Non date la Vita, quella vera. Non tentate d’infondere negli altri le vostre idee più nobili. Non spiegate ai vostri figli che i concetti di “Pace” e “Carità” si riassumono nel parlare con tutti senza insultare nessuno. E’ troppo faticoso e richiede un notevole sforzo intellettuale reiterato negli anni. Chiamiamo le cose con il loro nome, limitatevi a riprodurvi. E’ facile, e anche piacevole. Mettete al mondo un marmocchio e insegnategli a odiare chi è diverso da lui. Vedrete che grand’uomo diventerà. Educatelo sul valore fondamentale dell’intolleranza, del dileggio dei diversi e dell’orgoglio virile, affinché cresca secondo gli istinti più benedetti dalla Natura. Quella dei cavernicoli. Sarà il più forte, sarà il migliore e avrà sempre ragione. Niente è più invicibile dell’ottusità. Insegnategli che l’importante nella vita è essere maschi, è che se non ci si riproduce si è solo spazzatura. Ricordatelo, gente. Il mondo, per andare avanti, ha bisogno di nuovi consumatori. Persone che acquistino pannolini, omogeneizzati, che paghino rette scolastiche, e poi l’affitto, le tasse e tutto il resto. Gente che sappia vivere l’orgoglio di riprodursi ancora, e se ne vanti. Fate così, in modo che questa nobile visione dell’umanità ("riprodursi" e non "evolversi") possa perpetuarsi.
Non a caso, a ricorrere agli argomenti “Natura” e “Vita” sono le menti più reazionarie. Peccato siano tanto concentrati sulla forza del proprio sperma da non rendersi minimamente conto della desolante sterilità delle loro idee. E ogni insulto, ogni volgarità, ogni sputo da parte di costoro, sarà sempre come una medaglia sui nostri petti.