giovedì, novembre 30, 2006

IL WESTERN E' MORTO? VIVA IL WESTERN!

Una piccola sorpresa, questo primo numero di "Garrett", fumetto scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Riccardo Burchielli per la collana Alta Fedeltà delle edizioni BD. "Ucciderò ANCORA Billy the Kid" non avrà forse il respiro del capolavoro, ma sorprende abbastanza positivamente chi (come me) riteneva che sugli zombi e sul West non fosse più possibile dir nulla. Certo, la sceneggiatura presenta qualche pecca, ma la confezione seriale del racconto fa ben sperare in un miglioramento. Non è tanto l'idea di ambientare l'epidemia che risveglia i morti nel vecchio west (chiamando gli zombi, con esplicito intento allegorico, "pelleossa") a essere il punto di forza di questa prima uscita. Non lo è neppure la scelta di evocare i morti viventi di matrice romeriana, quelli resi popolari dal cinema e già oggetto di numerose versioni cartacee. Pregio di questo fumetto sono i dialoghi scattanti, una discreta caratterizzazione dei personaggi e l'uso di un linguaggio che riesce a essere moderno senza enfasi. Elementi da non sottovalutare.
Di sicuro, la calamità degli zombi (principale minaccia alla vita dei coloni) potrebbe sconvolgere la storia che conosciamo e i tradizionali rapporti tra indiani e visi pallidi. Ma siamo solo all'inizio. Pat Garrett ha ucciso Billy the Kid. E fin qui tutto uguale. Solo che il Kid, adesso, è tornato. E non è (ma non sappiamo perché) uno zombi come tutti gli altri. E' vispo, intelligente, furbo, agile. E non ha nessuna intenzione di farsi ammazzare di nuovo. Ad ogni modo, gli interessi che l'hanno voluto morto una prima volta sono ancora in ballo. E Garrett (un tempo suo amico, divenuto poi sua nemesi) è nuovamente chiamato a completare il lavoro.
Lo spunto è molto divertente, soprattutto nella caratterizzazione sporca e disincantata del personaggio che dà il nome alla serie. Un po' meno riuscita, finora, la presentazione del Kid (più simile a un fascinoso vampiro che a uno zombi vero e proprio). E' probabile che i prossimi episodi ci riservino qualche spiegazione in più sulla natura di Billy come zombi sapiente in grado di guidare orde di morti senza cervello. Il personaggio, infatti, risulta il più contradditorio e meno riuscito di questo primo capitolo. Forse la sua entrata in scena risulta un po' affrettata e troppo ammiccante ai canoni del western classico. Magari il racconto avrebbe potuto acquistare mistero introducendolo in modo più subdolo. Il rapporto del Kid con la moglie viva che continua ad amarlo (anche fisicamente) da morto sarà di certo approfondito nelle puntate successive. Il punto nevralgico sta nel non aver potuto fare a meno di conferire ad alcuni zombi il dono della favella. Se ne "La Terra dei Morti Viventi", ultima fatica di George Romero, abbiamo visto che gli zombi possono imparare, organizzarsi e addirittura seguire una strategia d'attacco sotto la guida di un leader astuto, l'uso della parola ottiene un effetto spiacevole su questi personaggi. Scavalca il limite e li rende fin troppo umani. Se la scintilla dell'intelligenza accesa dal grande Romero nei suoi cari morti rende sempre più palese la metafora sui derelitti affamati di giustizia, il dono della parola li rende meno morti, meno alieni e di conseguenza meno inquietanti.
Non a caso, il momento più debole di questo primo numero di "Garrett" è proprio il dialogo tra il Kid e il suo luogotenente, entrambi zombi "svegli" dalla lingua sciolta. Qui la schiuma trasgressiva che mixa in modo gustoso horror e western finisce con lo stagnare, e ci rimanda ad atmosfere più scontate. E' difficile notare la differenza tra i due banditi non morti e un qualunque altro fuorilegge del pulp più tradizionale. Qualcosa di simile accadeva anche in "Undead", il fumetto statunitense di Brian Pulido, dove zombi-manager in doppiopetto snocciolavano massime machiavelliche ai danni di un'umanità del dopobomba ridotta allo status sociale di puro alimento.
Il racconto di Recchioni è comunque alle prime battute, e l'indiscutibile fascino dei dialoghi, così come l'inserimento di alcune intriganti sottotrame, lascia ampi margini di miglioramento. Peccato che il racconto "Parla alle ombre", firmato da Matteo Casali, sia stato fatto esordire con un primo segmento tanto breve (sei pagine). Credo che anche altri lettori avrebbero gradito qualche tavola in più al posto del lungo (e già letto) articolo sugli zombi nel cinema e dintorni.
"Garrett" è dunque un fumetto da tenere d'occhio. Forse, non resterà negli annali delle invenzioni più inedite, ma promette molto, molto divertimento.
E scusate se è poco.

lunedì, novembre 27, 2006

VELENO PER L'UOMO RAGNO!


Fioccano in rete anticipazioni e immagini di "Spider-Man 3", il terzo seguito della saga cinematografica dedicata all'Arrampicamuri di quartiere firmata dal regista Sam Raimi.
Nei progetti iniziali, le pellicole ispirate al popolare fumetto Marvel dovevano essere tre. Oggi, quel traguardo pare essersi spostato in avanti, e gli incassi incoraggiano la produzione di un ciclo fluviale, senza un termine stabilito.
Non so. Personalmente ho amato il primo film. Ma, in verità, non sono stato del tutto persuaso dal secondo capitolo, che a detta di molti sarebbe finora il migliore della serie. La durata superiore alla media di un film non è, a mio parere, necessariamente sinonimo di qualità. Anzi... "Spider-Men 2" mi è parso un tantino prolisso. Già nel primo episodio ero rimasto leggermente infastidito dall'autocitazione di Raimi nel finale. Praticamente identico a quello di "Darkman", ma senza lo stesso impatto teatrale. Inoltre, avevo trovato scontata la caratterizzazione schizofrenica di Octopus, decisamente troppo simile a quella già voluta per il personaggio di Goblin. Entrambi i criminali soffrono uno sdoppiamento di personalità. Octopus dialogava con i suoi tentacoli, simbolo del suo lato oscuro. Goblin conversava con la sua immagine riflessa in siparietti da psycho-thriller di cui le scene del dottor Piovra sono la copia carbone. Mary Jane è rapita da entrambi gli avversari, e tutte e due le volte precipita da vertiginose altezze per consentire all'eroe di esibirsi in un acrobatico salvataggio a mezz'aria. Fastidioso anche il buonismo, già presente nel primo film (i cittadini di New York che difendono l'Uomo Ragno in lotta con Goblin) e portato alle estreme conseguenze nel secondo (i passeggeri della metropolitana che proteggono l'eroe, stavolta da Octopus). Insomma, Raimi e i suoi sceneggiatori dovrebbero (o potrebbero) sforzarsi un pochetto in più.

Ammetto di non fare salti di entusiasmo quando sento fare le pulci a film non ancora usciti nelle sale. E' successo con il primo episodio dei "Fantastici Quattro", vilipeso in modo irritante nonostante della pellicola si sapesse ancora poco o nulla. Si sentivano battute come «Il nuovo film sui FQ ci farà sicuramente rimpiangere il vecchio film trash prodotto da Roger Corman", e altre perle di saggezza nerd. Di norma, certi commenti suonano inutili e dettati da un attaccamento fanatico alla matrice cartacea dei personaggi. Nondimeno, davanti alle anteprime di "Spider-Man 3" mi rendo conto di covare a mia volta qualche perplessità.

I trailer diffusi in rete fino a oggi promettono meraviglie dal punto di vista meramente spettacolare. Su questo niente da dire. Per quanto, gli effetti speciali stiano, di anno in anno, diventando sempre MENO speciali. Nel senso che siamo talmente esposti all'avanzare degli effetti digitali (nelle serie TV, nei videoclip, persino nella pubblicità) da cominciare a restare indifferenti di fronte a scene che un tempo ci sarebbero sembrate mirabolanti. Parliamo della sceneggiatura (ancora un mistero, sotto molti aspetti), o meglio di quella che potrebbe essere la trama del nuovo capitolo dell'Uomo Ragno cinematografico.

Troppa carne al fuoco, sono le parole giuste per descrivere i miei dubbi. C'è l'introduzione del personaggio di Gwen Stacy, prima fiamma dell'eroe, uccisa nei fumetti dalla mano omicida di Goblin. Un'apparizione di cui non credo si sentisse la necessità. L'episodio della sua morte (con la modifica del lieto fine) è stato citato già nel primo film, mettendo al posto della sfortunata bionda, la rossa e inossidabile Mary Jane. I trailer ci mostrano Harry Osborn trasformarsi nel secondo Goblin per vendicare la morte del padre. Il potere dell''Uomo Sabbia, reso magistralmente dalla tecnologia digitale. Ma soprattutto... Venom! Il simbionte color catrame... Peter posseduto dall'influsso maligno della tuta nera... le campane (il simbionte è vulnerabile alle onde soniche, ricordate?) ... E, in quest'ultimo video, per un attimo (ma proprio un lampo!) scorgiamo finalmente le fauci spalancate di quello che diventerà il peggiore incubo del ragnetto di quartiere.


Da un altro filmato, ci sembra di capire che il terribile alieno nerastro arriverà sulla terra con un meteorite, ma non abbiamo idea di come si legherà a Peter, mentre il nuovo trailer ci mostra la goccia nera che trasformerà il giornalista Eddie Brock nel familiare Uomo-Veleno. Interessante! Ma come starà tutto questo stipato in un unico film? Non lo so, ma i dubbi sono legittimi. Negli anni 80-90, il ciclo di film dedicati a Batman è stato penalizzato dalla scelta di produzone di presentare a tutti i costi ben due avversari a episodio. Idea che, in realtà, comprometteva la profondità della trama, ed era ispirata solo dalla riuscito del secondo episodio, dove le vicende di Catwoman e del Pinguino erano state discretamente orchestrate da Tim Burton.

Riuscirà a salvarsi l'Arrampicamuri dall'ennesima sbronza degli incassi? O stramazzerà sotto il peso di ingombranti citazioni?

Beh, staremo a vedere. La curiosità non manca.

domenica, novembre 26, 2006

LITTLE MISS SUNSHINE: QUANDO PER VINCERE SI DEVE PERDERE


Certi piccoli film non si giovano dell'orchestra mediatica dei kolossal più blasonati. Appaiono brevemente sugli schermi italiani e quasi nessuno, tranne qualche critico illuminato, riesce a notarli. Film come questo "Little Miss Sunshine" che ci parla della presunta divisione del mondo tra "perdenti" e "vincenti", mettendo in scena i primi e le loro vicissitudini per conquistare la loro piccola vittoria nella vita.
Una famiglia allo sbando, ricca solo di tribolazioni, trova la propria carica vitale nell'ultimogenita: Olive, una deliziosa e saggia bambina che, vinte le selezioni locali, concorrerà al titolo di Piccola Miss California (come da doppiaggio italiano). Il viaggio, intrapreso da tutta la famiglia su uno sgangherato pulmino, riserverà molte sorprese e il finale sarà tutto da vedere. Più che tra "perdenti" e "vincenti", sembra dire il film, il mondo si può classificare tra quanti vincono e quanti davvero lo meriterebbero. E che quel che conta veramente è il non arrendersi di fronte alle avversità, ma lottare per il proprio sogno.

Per una volta, solo poche parole. Non una recensione, non un'analisi, ma solo lo spassionato consiglio di vedere questo bellissimo e sconcertante film. Un mix tra dramma e commedia grottesca che lascia senza fiato. Indimenticabile, in mezzo a una ciurma di attori tutti al massimo, un anziano e strepitoso Alan Arkin in grandissima forma.

Vedete "Little Miss Sunshine". Lo merita assolutamente.

venerdì, novembre 24, 2006

CIAO, PHILIPPE... (1930-2006)


Così, anche lui se n'è andato. A pochi giorni dalla scomparsa di Robert Altman, ci lascia il grande Philippe Noiret. 76 anni, malato di cancro già da tempo, ha concluso la sua corsa ieri, 23 Novembre 2006. Certamente, nelle prossime settimane, non mancheranno le consuete retrospettive e celebrazioni per ricordare quello che, a mio avviso come di molti altri, è stato uno dei più grandi attori cinematografici del secolo trascorso. In tante sedi, internautiche, cartacee e televisve, si potrà lodare l'immenso Philippe molto meglio di quanto possa fare io in questo misero blog. Ma voglio ugualmente salutare un personaggio dello spettacolo che aveva messo da tempo radici nel mio immaginario e tra i miei affetti. Dal primo "Amici miei", passando da "Il Giudice e l'Assassino" e "L'Amico di Vincent", per arrivare a " Nuovo Cinema Paradiso" e "Il Postino", Philippe Noiret si è dimostrato un interprete duttile e profondo, di grande carisma scenico e mai di maniera. Una gemma che merita un posto d'onore nella storia del cinema.

Ciao, mio caro omonimo. Ci mancherai.

mercoledì, novembre 22, 2006

VUCCIRIA, PALERMO: SPARISCE L'EVERESTRASH!


Brutte nuove per l'artista austriaco Uwe Jäntsch e tutti i suoi sostenitori.

E' successo ieri mattina. Amia, Vigili del Fuoco e Polizia municipale hanno unito le forze per smantellare in tempo record la grande installazione di piazza Garraffello. Si ricorderà, che il lavoro di Uwe consiste nella raccolta e la rielaborazione di rottami e rifiuti del quartiere Vucciria per la creazione di sculture e altre espressioni artistiche che negli ultimi anni lo hanno reso noto al pubblico palermitano. Da quel che riporta Rosalio, il Blog di Palermo, sembra che Uwe adesso rischi una denuncia per occupazione abusiva di spazio demaniale.
Non ero in casa quando l'operazione è scattata, e accorgersi che il grande Baal di spazzatura era del tutto sparito è stato veramente surreale. Che solerzia, l'Amia, quando vuole!

Ma è un sacco strano! Che cosa ha messo in moto, d'un tratto, questo giro di vite? La cultura della legalità e dell'igiene funziona dunque così? Come un raptus?

Dico... Uwe ha impiegato mesi (se risaliamo alle origini, addirittura anni!) nella creazione del suo personale Everest del trash. Ci sono state inaugurazioni e feste abbondantemente pubblicizzate in città. Partecipazioni, presentazioni, tante foto scattate e frotte di visitatori. E' difficile credere che l'amministrazione si sia accorta soltanto ieri di cosa succedeva nel quartiere Vucciria. Ed è irritante considerare che l'intera operazione sia stata tacitamente tollerata per lungo tempo, salvo intervenire d'un tratto, quando i giochi e l'eventuale trasgressione erano ormai consumati.

Dietro questo improvviso blitz sembra esserci un nuovo afflato di lotta all'abusivismo. In effetti, non ricordo di avere mai visto prima piazza Garraffello e i ruderi del palazzo Lo Mazzarino Merlo tanto sgombri e lindi. Certo, un brutto sviluppo per Uwe, per la sua fatica e i progetti fatti.

Staremo a vedere gli sviluppi, e se dalla spazzatura, anche stavolta, nascerà qualcosa.

domenica, novembre 19, 2006

Wicker Man: Il Sacrificio delle Idee


Continua la mia scoperta di piccoli classici del cinema di genere. Pellicole dimenticate, o comunque poco note nel nostro paese. Stavolta è il turno di "The Wicker Man", film inglese del 1973 diretto da Robin Hardy e visto in Italia solo sporadicamente su canali satellitari.
Questo piccolo film horror ebbe problemi con la censura in patria e non fu distribuito in terra italica, reo di descrivere i riti orgiastici di un culto neopagano in contrapposizione alla rigida morale cristiana britannica. A far tornare alla ribalta questo curioso film è l'occasione fornita dall'ennesimo remake prodotto da una Hollywood ormai in caduta libera per quanto riguarda le idee. Infatti, è in uscita sugli schermi il nuovo "The Wicker Man - Il Prescelto", con Nicolas Cage. Tipico esempio di minestra annacquata (oltre che riscaldata), che pare allontanarsi abbastanza dal racconto originale, sostituendo alle pratiche pagane la descrizione di una società matriarcale che asservisce gli uomini usandoli come bassa manovalanza. Sparito del tutto il confronto tra religioni, segno che la capacità di osare (sia pur nei limiti degli anni settanta) si è andata diluendo col passare del tempo.

Un avvertimento doveroso. Le righe che seguiranno sono ad alto contenuto SPOILER. Rivelerò, insomma, elementi importanti della trama non di uno, ma di ben due titoli. Quindi gli appassionati che non hanno ancora visto il film e desiderano gustarlo per la prima volta sono avvisati.

Il "The Wicker Man" originale merita senz'altro la sua fama. E' un film di spavento insolito, che sostituisce agli effetti esplicitamente violenti un'inquietudine più sottile: quella che nasce dal confronto tra due etiche totalmente diverse. Il sergente Howie, poliziotto dalla inossidabile cultura cristiana, riceve una lettera anonima che gli segnala la scomparsa di una bambina sulla piccola isola di Summerisle, dove vige l'autorità dell'omonimo Lord, interpretato da Christopher Lee. L'indagine lo porterà a scontrarsi con l'insolita vita del luogo. Una comunità fuori dal tempo, dove gli antichi riti celtici non sono stati cancellati dall'avanzata planetaria del cristianesimo. A essere oggetto di fede sono la forza primordiale della natura, il sesso e la fecondità. I bambini sono educati a culti priapici e sono frequenti i riti fecondativi svolti alla luce del sole per lo scandalo del bigottissimo tutore dell'ordine. Sotto certi aspetti, il film è anche uno strano musical. Il racconto è scandito dalle numerose canzoni che accompagnano i riti pagani, pare ispirate ad autentici motivi celtici. I numeri musicali (possiamo anche chiamarli così) sono avvincenti quanto inquietanti e contribuiscono al clima di estraneità e disagio costruito dal racconto.
Il film è un riconoscibile prodotto degli anni settanta, in cui il cinema scopriva provocazioni oggi del tutto innocue, come la scena del rito di fertilità svolto dalle giovani accolite che danzano nude intorno al fuoco, e il celebre balletto in abito adamitico di Britt Ekland, vista come una moderna dea dell'amore. Alcuni aspetti della comunità sembrano trarre ispirazione dalla Wicca, la più diffusa (soprattutto in America) tra le religioni neopagane contemporanee. Ma al di là degli aspetti antropologici più o meno affidabili, il film rimane pur sempre un thriller, ed il filo rosso del suo svolgimento è quello più prevedibile nei racconti del terrore: il sacrificio umano.

Un ultimo avvertimento SPOILER.

Dopo aver riesumato invano quella che sembrava essere la tomba della bambina scomparsa, il protagonista intuirà che questa è viva e sta per essere sacrificata il primo giorno di Maggio affinché le divinità della terra garantiscano un migliore raccolto alla comunità, appena uscita da un'annata particolarmente magra. A nulla serviranno gli sforzi dello sfortunato tutore della legge. Il sacrificio si terrà, ma la vittima predestinata non è la piccola, che è in effetti viva, vegeta e perversa quanto i suoi apparenti carnefici. Il sergente Howie scoprirà di essere stato adescato sull'isola e manovrato con una serie di sotterfugi affinché egli stesso compisse i passi preparatori al rito che lo vedrà bruciare vivo all'interno del totem di vimini creato per l'occasione: il Wicker Man del titolo (L'uomo di Vimini).

Il finale lascia interdetti sui reali significati del racconto. Il protagonista, poliziotto religioso e integerrimo dalla spiritualità bigotta, che si conserva vergine per il matrimonio e si rigira in bocca il nome di Gesù quasi fosse un chewing-gum, è descritto per tutta la durata del film come un personaggio decisamente irritante. Di contro, i neopagani dell'isola, per quanto sinistri, non mancano di un vaga simpatia, ispirata dalla gioia di vivere, dalla libertà dei costumi e dal profondo rispetto per la natura. Le scene finali (abbastanza agghiaccianti) mostrano la fine della vittima sacrificale che - ormai sconfitta - recita un salmo mentre intorno a lui echeggiano gli inni empi alle divinità della terra. Un rovesciamento di ruoli che, a mio parere, risulta inquietante e ambiguo. Si presta infatti a due letture. Un'apologia del cristianesimo, irriso con arguzia per tutta la durata del racconto, ma rivalutato in un finale che sembra dire allo spettatore: il cristianesimo non prevede violenze rituali, quindi teniamocelo stretto. Oppure una metafora sul fanatismo religioso che, alla fine della fiera, si dimostra distruttivo anche quando parte da presupposti che potrebbero essere condivisi. E a pagare il prezzo delle estremizzazioni è il concetto di umanità. Sia quando sopprime le pulsioni naturali dell'uomo riducendole a peccato, sia quando perde la misura del rispetto per la vita.

Oggi, le ricostruzioni storiche ritengono che nella realtà i Celti non praticarono mai sacrifici così cruenti, e che molta della cattiva fama dei loro riti fosse dovuta ai pregiudizi dell'Impero Romano che li asservì. Dubito, inoltre, che gli attuali adepti della Wicca amino molto "The Wicker Man", che rimane - ricordiamolo - soprattutto un film del terrore.

La riflessione che mi intriga, però, ha a che vedere più con la geometria del racconto che con i suoi aspetti estetici più palesi. E sono giunto a ritenere che un remake non accreditato di "The Wicker Man" fosse già stato prodotto. Glissando sui temi neopagani e sul confronto di religioni, ma riproducendo in modo piuttosto fedele i meccanismi narrativi che conducono il film verso il finale.

Il secondo film a cui mi sto riferendo è "Darkness", pellicola spagnola del 2002. Distante dalle ambientazioni gotico-rurali di "The Wicker Man", anche "Darkness" è il racconto di un culto stregonesco risoluto a compiere un sacrificio umano che si prepara da lungo tempo. Le motivazioni dei personaggi sono ben diverse (la liberazione di un oscuro demone e non il propiziarsi un buon raccolto), ma il gioco del racconto di spavento sono molto simili. Anche in "Darkness" i protagonisti si adoperano per prevenire la celebrazione di un rito di sangue che vedrà come vittima uno di loro. Ma anche qui scopriranno, in un finale concitatissimo, che era tutto un abbaglio, che la vittima prescelta era tutt'altra, e che le loro azioni sono state influenzate affinché essi stessi diventassero gli inconsapevoli complici dell'orribile stregoneria.

Vi ricorda niente? Sia in "The Wicker Man" che in "Darkness", vediamo ribaltare la regola base del racconto giallo. Praticamente, ci viene subito mostrato chi sono gli assassini, ma il vero enigma è l'identità della vittima, che alla fine risulterà non essere il personaggio che credevamo.

E' questo il vero nocciolo del film. Già rifatto nel 2002, per quanto riguarda i meccanismi ad orologeria della trama, e pare completamente distorto dalla nuova pellicola del 2006.

Visto l'attuale trend del remake, che pare travolgere in modo particolare il genere horror, diventa sempre più difficile dire qualcosa di nuovo. E anche dirlo bene. Né servirà sacrificare classici del cinema al dio profitto per scongiurare la galoppante crisi delle idee.

giovedì, novembre 16, 2006

WOOF! CI SALUTA


Doveva succedere. Niente è per sempre. Fa male, ma bisogna accettare i fatti. Ormai è ufficiale: WOOF!, la nostra fanzine "per una cultura degli orsi", si congeda dal suo pubblico dopo quasi sette anni. Sette anni densi di contenuti, di aggregazione, di articoli bizzarri, arte grafica controtendenza e molto altro. Un vero peccato! La crisi delle nostre tasche sommata a una crescente indifferenza ha avuto la meglio sulle migliori intenzioni. Così, la nostra amata rivista autoprodotta (la più longeva tra le iniziative volute dalla libreria AltroQuando di Palermo) cessa le attività.
Non ho ancora abbandonato la speranza che possa in futuro risorgere, magari trasformata in un blog collettivo. Chissà!
Il nostro comunicato ufficiale, inviato ai lettori, è il seguente.

***

Sapevamo già da un po' che questo momento sarebbe giunto, e abbiamo fatto quanto era nelle nostre forze per rimandarlo il più possibile. Le circostanze, però, incalzano, ed è ora di fare chiarezza, sebbene la cosa ci risulti molto difficile. Nel momento in cui scriviamo, non sappiamo ancora se sarà possibile produrre un ultimo numero per congedarci ufficialmente dalla nostra rivista ursina. Quel che sembra essere certo, purtroppo, è che il viaggio di WOOF!, fanzine autoprodotta per una cultura degli orsi, è giunto al capolinea. Già in passato riviste ursine con un ciclo vitale più o meno lungo erano state costrette a capitolare davanti alle condizioni avverse. Lo storico bollettino degli Orsi Italiani, nostro principale ispiratore, e la rivista belga Fat Angels, del gruppo Girth and Mirth. WOOF! può vantare il traguardo di quasi sette anni di vita. Un’impresa non da poco, viste le numerose difficoltà. Alla fanzine, in questi anni, si è affiancato il sito www.portorso.net , sua controparte nel web e principale strumento di promozione della rivista. Anch’esso destinato presto a oscurarsi. Il movimento ursino in Italia non è più una novità. Tanti siti a tema gay bear hanno proliferato negli ultimi anni. Molti di questi più curati e organizzati del nostro. Il principale rimpianto va dunque a quella che era rimasta l’unica rivista su carta dedicata agli orsi.
Le ragioni dell’armistizio sono due, strettamente correlate tra loro. La prima è stata la dispersione di collaboratori che producevano materiale per il sommario della fanzine. Per quanto, negli ultimi anni, gli argomenti a tema ursino si siano andati moltiplicando, il numero dei cronisti che si erano dedicati a documentarli, viceversa, si è assottigliato fino ad azzerarsi. Principale ragion d’essere di WOOF! era dar voce a una comunità e facilitare l’aggregazione tra persone con interessi comuni. Motivazione esaurita nel momento in cui è venuta meno la presenza di quanti scrivevano materialmente i contenuti della rivista. Sfortunatamente, nel nostro paese è facile incontrare persone in grado di organizzare raduni e feste, ma di individui disponibili a fare uso della parola scritta per sostenere una causa c’è grande carenza.
Seconda, ma non ultima ragione, è la questione economica. Pubblicare WOOF! non costa poco, e nel corso di questi sei anni sono stati fatti veri salti mortali per tenerla in vita. Da campagne di abbonamento a ricerche di sponsor. L’ultimo sforzo è stato anche quello che ha suscitato il definitivo colpo di grazia alla rivista. Pare, infatti, che vendere una pagina di pubblicità a un gruppo ursino, abbia causato il disappunto di certi operatori del settore. E’ stato molto triste sentirsi accusare di voler trasformare WOOF! in una rivista commerciale, e ricevere suggerimenti demenziali, come quello che, in assenza di risorse economiche, avremmo fatto meglio a risparmiare, evitando di spedire copie della fanzine a gruppi ursini che – a parere di qualcuno – non meritavano ascolto. Va da sé che tutto questo ci ha definitivamente demotivato a proseguire.
In Italia, purtroppo, a livello trasversale, le cose funzionano così. La divisione vince sempre, e a farne le spese è la passione. Davanti a un panorama così desolato, senza collaboratori né moneta, siamo costretti a guardare in faccia la realtà, e a sospendere, con grande dispiacere, la nostra iniziativa. Non saranno pertanto accettati ulteriori abbonamenti, né annunci personali. Ci sono decine di altri siti web per questo. WOOF!, ci piace pensare, più che morire va in letargo. Sì, in letargo come gli orsi. Nella speranza che il tempo porti consiglio, l’intelligenza prevalga, e che un giorno qualcuno dalla mente vigile possa raccogliere il nostro testimone. Non voglio escludere che tempi migliori possano ridare vigore e motivazione alle stesse persone che nel Dicembre del 2000 hanno dato vita a WOOF! Ma sarebbe una splendida sorpresa anche vedere che qualcuno ha tratto ispirazione dai nostri sforzi.
L’archivio di WOOF!, con il materiale attualmente disponibile, resterà a disposizione fino a esaurimento. Il sito Porto Orso, con l’inizio del nuovo anno, potrebbe non essere più on line. L’avventura è (per il momento) terminata. Ma non ci sentiamo sconfitti. Abbiamo portato avanti qualcosa in cui abbiamo fortemente creduto, e in tanti ci hanno seguito. Speriamo di aver lasciato una piccola impronta nella storia del mondo gay ursino italiano. Per il futuro, chi vivrà vedrà.
Grazie a tutti, quindi. Un abbraccio e come sempre… WOOF!

mercoledì, novembre 15, 2006

COME SI PUO'... EVITARE IL PEGGIO?


Ho visto ieri sera il film "Quien puede matar a un nino?" (Come si può uccidere un bambino?), horror spagnolo del 1976, da tempo assente nelle programmazioni italiane e solo di recente editato in dvd.
La pellicola del regista Narciso Ibáñez Serrador, al pari di altri titoli di genere prodotti negli anni settanta, ha fama di cult maledetto, ed è annoverato dagli appassionati dell'horror tra i piccoli capolavori di una cinematografia malsana che ha infuso nuova linfa al racconto di spavento.
Beh, di solito c'è molta leggenda in certi miti d'annata della cinematografia horror. Ma stavolta non è così. Questo film è DAVVERO terrificante.

Il plot è semplicissimo. Una coppia di turisti americani, durante un viaggio di piacere in Spagna, approdano su una piccola isola nota per la sua quiete. La donna aspetta un figlio, e desidera sfuggire allo stress delle mete turistiche più affollate. Sotto il sole cocente di un affascinante villaggio irto di case bianche, scopriranno che il silenzio del posto nasconde qualcosa di tremendo. Gli adulti sono tutti morti, massacrati da un esercito di bambini improvvisamente impazziti. I pochi superstiti si nascondono come possono, braccati dai piccoli assassini che uccidono le loro vittime con aria innocente e divertita, proprio come se stessero giocando. A mano a mano che il racconto incalza, scopriamo che gli abitanti del luogo sono morti increduli, senza neanche tentare una difesa contro lo sconcertante nemico. Perché - per l'appunto - chi potrebbe uccidere un bambino?

Il film si apre con una serie di immagini documentaristiche che mostrano i principali orrori del secolo appena concluso con un particolare accento sulla sofferenza e la morte di migliaia di bambini. La follia dell'olocausto, la fame nel terzo mondo, il Vietnam..
Gli sviluppi del racconto ribaltano l'orrore storico ricorrendo a un contrasto classico nell'immaginario horror: il bambino, di norma simbolo di innocenza, trasformato in incarnazione del male assoluto. Che sta succedendo? E' forse in atto una rivolta dell'infanzia contro l'ottusità degli adulti? Follia collettiva? Un crudele capriccio dell'evoluzione? O si tratta dell'inizio di una subdola invasione aliena?
Il film ci mostra una cruda rappresentazione della pulsione più primordiale dell'essere umano. Quella violenza che, priva dei freni inibitori dell'età adulta, non ha bisogno di alibi politici per iniziare una guerra, sguazzando nella prevaricazione e nel sangue per il puro gusto di farlo.

Lontano dagli eccessi ultrasplatter di altre pellicole (ma di sangue ne scorre ugualmente!) "Come si può uccidere un bambino?" si basa sulla trasgressione a un antico tabù: nuocere a una creatura nel suo primo stadio di vita, quando dovrebbe essere più innocente e indifesa. Dopo un inizio lento e ossessivo, il ritmo del racconto diventa a un tratto serrato, stringendo lo spettatore in una morsa di angoscia. L'uso dei silenzi, dei rumori improvvisi e di colpi di scena abilmente distribuiti, preparano a flash di orrore psicologico realmente disturbanti.

Giustamente, certi critici hanno accostato alcune sequenze di "Quien puede..." a "Gli Uccelli" di Hitchcock. Stessa assenza di risposte, stesso crescendo da incubo e scene memorabili in cui la schiera di terribili pargoli in silenziosa attesa ricordano lo stormo di volatili pronti ad attaccare l'uomo. Ma non mancano anche parallelismi con un altro cult: "La Notte dei Morti Viventi". Come nel film di Romero siamo in presenza di una parabola sociale portata alle estreme conseguenze. Anche qui gli effetti speciali sono praticamente inesistenti, mentre viene dato spazio a un parossismo di tensione, e soprattutto una sequenza, significativa e amarissima, ci rammenta la forza trasgressiva del padre di tutti gli zombi-movies.

La visione di questo film (veramente un bell'horror!) lascia nello spettatore una sensazione di disagio e di genuino raccapriccio. E' anche un'occasione per rivedere la bella e compianta Prunella Ransome, apparsa nei primi anni ottanta nello sceneggiato televisivo "L'Isola del Gabbiano". Ma tutto il cast (pochissimi attori) è semplicemente splendido. Il film pone una quantità di interrogativi sulle vere radici della violenza, sulla sua gratuità, e sulle connessioni che questa può avere con gli aspetti più spontanei e in apparenza innocenti della natura umana.
Ci ricorda, infine, la cronaca di questi giorni. Il caso del video diffuso in rete che mostrava i soprusi a un giovane down da parte dei compagni di scuola, tutti minorenni. Un atto di violenza e vigliaccheria vissuto, da quanti lo hanno perpetrato, come un fatto talmente normale da ricorrere impudentemente alle nuove tecnologie affinché anche altri potessero goderne.
Forse questo insolito horror spagnolo vuole ricordarci anche che i bambini, per crescere, hanno bisogno della presenza costante degli adulti. Del loro esempio, della loro guida illuminata. E che troppo spesso, questi ultimi, sottovalutano gli eccessi selvaggi dell'infanzia e della prima adolescenza, ripetendo a se stessi e ad altri che "sono solo bambini... e bisogna lasciarli fare". Forse perché anche gli adulti, dopotutto, non sono che bambini cresciuti fisicamente. E detestano essere interrotti mentre stanno giocando.

Una leggerezza che, col passare degli anni, può rivelarsi tragicamente colpevole.

lunedì, novembre 13, 2006

LOST... anche la pazienza!


Per quanti, come me, seguono la serie televisiva "Lost" in lingua originale, l'adrenalina comincia a cedere il passo a un certo tedio. Diciamolo: sull'isola misteriosa, si sta "perdendo" anche la pazienza degli spettatori più affezionati. "Lost" è senz'altro una delle serie più avvincenti degli ultimi anni, ma dopo due stagioni e sei puntate della terza, i nodi - temo - stanno iniziando a venire al pettine.

Tranquilli. Non ho intenzione di fare spoiler.

Ho appena visto l'ultima (per ora) puntata andata in onda negli Stati Uniti. La sesta, per l'appunto, della terza stagione. La serie è tutt'ora in fase di produzione e i fans dovranno attendere il mese di Febbraio per conoscere gli ulteriori sviluppi. Naturalmente, il racconto si è interrotto come sempre nel modo più traumatico e incerto possibile. Divertente, d'accordo. Ma... per quanto ancora?

Due stagioni di misteri hanno aggiunto una quantità spropositata di carne al fuoco fornendo pochissime risposte ai tanti enigmi. Lost, in fondo, è un grande crogiolo pulp in cui possiamo trovare tutti i generi della narrativa popolare. La soap-opera, il mistery, il poliziesco, la fantascienza, l'horror. Dai tempi del celebrato X-Files non si assisteva a un caso televisivo di tale portata mediatica. La recente notizia che J. J. Abrams, ideatore della serie, lascerà la Abc per migrare in altri lidi, ha gettato nel panico gli appassionati con l'eventualità spauracchio che la serie possa essere troncata senza avere la dovuta conclusione.
Balle, a mio parere. Troppi gli interessi commerciali che ungono gli ingranaggi dello show. Il reale pericolo è che il finale sia sciatto e deludente. Possibilità, questa, che è comunque esisista fin dall'inizio. Secondo le indiscrezioni fatte circolare dalla produzione, Lost dovrebbe consistere in quattro stagioni e... (orribile idea!) in una pellicola cinematografica che ne rappresenterebbe l'epilogo.

Ma è davvero necessario? Adesso che so che cosa c'era nella botola, chi è sopravvissuto, chi è morto (almeno fin'ora), ora che ho visto Lostzilla (il mostro) in azione, che m'hanno mostrato che cosa è successo alla giovane mamma rapita, eccetera, gradirei vedere che il racconto inizia a fluire verso delle risposte convincenti. Invece il mistero e il gioco di fatalità si infittiscono, allontanando la conclusione e anche le speranze di uno sviluppo soddisfacente.

Intendiamoci: lo spettacolo a base di suspence e di colpi di scena è ancora a un discreto livello, ma la ricetta inizia a sapere di stantio e rischia di passare presto alla successiva fase della stucchevolezza.

Ricordo con apprensione una battuta di Beniamino Placido su "La Repubblica" quando andò in onda per la prima volta "I segreti di Twin Peaks" di David Lynch.

«Per tante puntate mi sono chiesto chi avesse ucciso Laura Palmer... Arrivato a metà della serie ho trovato la risposta: Non me ne frega niente!»

E sarebbe un peccato se la storia si ripetesse.

Buona visione a tutti.

domenica, novembre 05, 2006

UN’OSCURA, SPLENDIDA, VISIONE

"A Scanner Darkly - Un Oscuro Scrutare" di Richard Linklater, è sicuramente uno dei film più bizzarri dell'attuale stagione cinematografica. Tratto da un romanzo di Philip K. Dick, autore di una fantascienza politica e personalissima, è anche uno dei pochi titoli che non tradiscono le atmosfere malate e deliranti della propria fonte letteraria. Elemento che forse sta un po' penalizzando la pellicola presso il pubblico più giovane, abituato alle edulcorazioni spielberghiane di "Minorty Report", anche questo ispirato (stavolta a un racconto breve) di Dick.
Il film è interamente realizzato con la tecnica del rotoscoping. Gli attori sono cioè stati trasformati in cartoni animati, conservando fisionomie ed espressività proprie degli interpreti. Il risultato è straniante e non sempre gradevole. L'intento non sembra essere quello di inaugurare una nuova frontiera del cinema d'animazione, ma di generare un'atmosfera in perfetta sintonia con la trama labirintica e allucinata concepita da Dick.
Philip K. Dick scrisse "A Scanner Darkly" per dedicarlo agli amici scomparsi o rimasti gravementi lesi a causa delle droghe pesanti.
Il film, come già il romanzo, può infatti essere visto come un pamphlet sugli stupefacenti (in particolare la cocaina) e un'analisi sui perché sociali che conducono l’individuo a farne uso.
Un tema è sempre stato cardine nella poetica di Dick, ed è la percezione della propria identità, frantumata e svilita dai mille condizionamenti del mondo moderno. Per Dick, le meccaniche sociali, le tecnologie, i farraginosi interessi politici, manipolano e distruggono l’unicità dell’individuo minandone ogni certezza. Dai replicanti di “Blade Runner” ai giochi mentali di “Total Recall – Atto di Forza”, avevamo conosciuto il dramma di un’esistenza vissuta in bilico tra più identità incerte, metafora di una deriva morale che fatica a riconoscere il proprio posto nell’universo. Tuttavia, finora, i meccanismi hollywoodiani avevano inserito molti elementi avventurosi e d’azione che stemperavano in parte la forte carica angosciante dei racconti cui erano ispirati.
Per “A Scanner Darkly” il discorso cambia. Tanto per cominciare, la particolare tecnica di “quasi animazione” che lascia comunque intravedere le performance degli interpreti sotto i colori sgargianti da fumetto, catapulta lo spettatore in un vero incubo a occhi aperti. I presupposti della storia sono presto detti. Bob, un agente di polizia è infiltrato in una banda di tossici per indagare sulla produzione della Sostanza M, una nuova e letale droga il cui uso si sta diffondendo a macchia d’olio. Il corpo investigativo cui Bob appartiene, fa uso tra l’altro di una particolare tuta per nascondere la propria identità. Un involucro tecnologico dalle potenzialità psichedeliche, che alterna continuamente le caratteristiche fisiche di ogni tipologia umana esistente rendendo irriconoscibili gli agenti celati all’interno. Un vero incubo per lo spettatore, costretto a una concentrazione oggi rara nelle sale cinematografiche. Il gioco di inganni, i deliri ispirati dalla droga, lo stesso inumano sistema di mimetizzazione, finirà col minare in modo devastante la mente di Bob.
Quella di Philip K. Dick è una parabola sulla perdita di se stessi e sulla fragilità dell’identità dell’uomo moderno, oltre che un poderoso atto d’accusa sia contro la diffusione delle droghe pesanti che contro i metodi spietati adottati dalle istituzioni per combatterle. Come spesso accade nelle pagine di Dick, la demarcazione tra bene e male, giusto e sbagliato si fa molto vaga quanto più ci si avvicina al finale. L’intero film è basato sul dialogo. Un teatro dell’assurdo a tratti comico, spesso spiazzante, che gronda una sconfinata, intelligente tristezza.

“A Scanner Darkly” non sarà un capolavoro. Ma è sicuramente un film fuori dagli schemi, e non solo grazie alla trovata visiva, peraltro affascinante. Una pellicola che, grattata via per una volta la patina degli action movies, ci restituisce un Philip K. Dick paranoico, onirico e criptico. Molto più vicino al paladino della controcultura che emerge dalle pagine memorabili dei suoi libri.