martedì, giugno 05, 2007

L'IMPROBABILE GULP - Racconto

Un po’ di tempo fa, pubblicai su questo blog la mia prima riflessione sull’universo Ultimate Marvel, identificando nella rilettura del personaggio di Hulk il trionfo nei fumetti della stereotipizzazione più volgare e superficiale. “L’improbabile Gulp” è invece un racconto che scrissi nel 1999. Fa parte di un ciclo di novelle (molto!) pulp (chiamiamolo pure pornazzo, va!) intitolato “Rubrum” e tuttora (giustamente) inedito. Bene! Rileggendo questo mio vecchio lavoro (a metà strada tra la fanfiction e una parodia alla Mel Brooks con qualcosina di Charles Bukowski), ho scoperto di aver anticipato di qualche anno l’etichetta Ultimate e l’invereconda riscrittura del buon vecchio gigante verde. Con la scusante che la mia voleva essere solo una burla, una caricatura che gioca con i personaggi del fumetto per imbastire uno scherzo goliardico (il nucleo del racconto fu concepito, per gioco, addirittura ai tempi del liceo). “L’improbabile Gulp” è inoltre il racconto più pudico, meno spinto e sfacciato dell’intero ciclo. Lo dico a onor del vero. Poi, potete anche non crederci.


L'IMPROBABILE GULP
Racconto di Filippo Messina

Il commissario Campana non smetteva di torchiarmi. Sulla scrivania qualcuno aveva lasciato una copia del giornale del mattino. Una foto indistinta mostrava una confusa massa simile a un gorilla sullo sfondo dei giardini comunali. Senza occhiali non riuscivo a leggere per intero il titolo dell’articolo, ma indovinavo abbastanza chiaramente la parola inglese GULP. In sei ore, il poliziotto aveva consumato quattro penne a sfera. Non l’avevo visto prendere appunti neppure una volta, si limitava a tenere le Bic tra i denti per rosicchiarne lentamente la canna. Seguivo quel rituale abbandonato su una sedia scomoda, inebetito dal sonno e dalla preoccupazione. La sera prima, un agente m’aveva prestato un vecchio cappotto macchiato di caffè, ultimo gesto gentile prima di quell’interminabile maratona. Nella stanza accanto, qualcuno batteva a macchina senza sosta.
«Riproviamo, professore! Vuole?»
«Per favore, no! Mi lasci dormire. Dieci minuti su questa sedia. E’ chiedere troppo?»
«Mi rincresce, ma dovrà rimandare il suo riposino. La interrogherò ancora, e stavolta registrerò ogni parola. Se farà il bravo, le fornirò una branda dove potrà dormire qualche ora sottochiave. Ma dovrà essere più loquace. Affare fatto?»
«Che cosa vuole sapere che già non le abbia detto?»
«Professore Bizzarro, lei non ha detto proprio un cazzo di niente. Stanotte alla periferia di Berzagallo è scoppiato l’inferno. Un edificio è stato raso al suolo. Un convento di monache profanato. Una donna uccisa, e una manica di imbecilli, tra cui un foruncoloso paparazzo in erba, sostiene di avere visto un essere inumano mettere a soqquadro il quartiere. Lei, professore, è stato ritrovato dai vigili del fuoco tra le macerie del convento di Santa Brigida da Cibeca. Completamente nudo e in stato confusionale. Si ostina a dire che è del tutto estraneo a questo bel casino?»
«Sì. Non ricordo nulla. Non è colpa mia, sono malato.»
«Può darsi,» grugnì lo sbirro addentando un altro pennino. «Ma il suo malore, ieri notte, potrebbe aver causato una caterva di guai. Se non ricorda che cosa ha fatto tra le 21 e la mezzanotte, forse la dottoressa Gulisano potrà darle una rinfrescata alla memoria. L’ho fatta chiamare, sta arrivando.»
Scattai in piedi in preda al panico. «Perché ha convocato Renata? Non aveva alcun motivo di coinvolgerla. La richiami subito! Le dica di non venire.»
«Si rimetta a sedere, professore! La dottoressa Gulisano è già invischiata in questa brutta storia, le piaccia o no. Mi dica: che cosa stava facendo ieri sera intorno alle 21?»
«Avevo appena staccato dal lavoro. Il laboratorio era stato chiuso con un’ora di anticipo. Mi trovavo a casa, credo. Forse ero ancora per strada. Vado al lavoro in bicicletta, ma devo attraversare una provinciale molto frequentata. Procedo in modo prudente. Posso metterci anche mezz’ora.»
«Glielo dico io. Si trovava a casa. Era al telefono con la dottoressa Gulisano.»
«Dio! Non ricordo! Non ricordo!»
«La dottoressa Gulisano l’aveva chiamata per una comunicazione di lavoro. Poi vi siete intrattenuti per qualche minuto parlando del più e del meno. Ed è allora che la sua amica l’ha sentita farneticare...»
«Farneticare?»
«Sì. Avrebbe balbettato qualcosa riguardo alla luna. Una luna quadrata! Più altre parole incomprensibili. La quadratura della luna, per lei, sarebbe stata completa alle 12 di oggi. Quindi la linea è caduta. La dottoressa Gulisano ha provato più volte a richiamarla, ma lei non rispondeva più. Allora la sua collega ha pensato di venire a vedere se stava bene. E ha trovato il suo appartamento sottosopra come se una mandria di bufali l’avesse attraversato. Ci ha subito avvisati. Nel frattempo, al convento scoppiavano i casini.»
Mi presi la testa tra le mani.
«Che cosa posso fare? Che cosa posso dirvi?»
«Semplicemente la verità, professore Bizzarro. Il profilo che la dottoressa Gulisano ha fatto di lei è piuttosto lusinghiero. Vi conoscete dai tempi dell’università. E’ un tipo tranquillo, tutto casa e lavoro. Moderatamente ambizioso, educato e senza grilli per la testa. Mai una parolaccia, mai una lite. Eppure ci risulta che lei non è nuovo a episodi come quello di stanotte.»
Mi mostrò la fotocopia di un ritaglio di giornale. Nella foto c’ero io con qualche capello in più. «Ferruccio Bizzarro, biochimico. Giusto, no? Tre anni fa, lei si trovava in Svizzera. Lavorava al medesimo progetto che la impegna oggi. A proposito, di che si tratta?»
«Sa benissimo di che si tratta. Il progetto è noto a tutti. I giornali ne hanno parlato diffusamente.»
«D’accordo, ma voglio sentirlo da lei.»
Mi raschiai la gola. «E’ un progetto sperimentale sovvenzionato personalmente da dieci premi Nobel con la supervisione del Ministero della Sanità. L’intento è di elaborare in provetta un ormone sintetico che sia in grado di rallentare l’invecchiamento delle cellule. I lavori procedono lentamente. Ogni nostro progresso è documentato da un bollettino semestrale. Subiamo continue ispezioni… Ma che cosa c’entra questo con me?»
«C’entra eccome, professore! Non è forse vero che tre anni fa, a Lucerna, nel suo laboratorio si verificò uno scoppio? Una negligenza mai accertata provocò l’incidente, e lei fu esposto a esalazioni chimiche di dubbia natura.»
Mi corse un brivido lungo la schiena.
«Sì. Sì, è vero. Ma ebbi fortuna. La quarantena dimostrò che stavo bene.»
«Ma una settimana dopo essere stato dimesso, lei scomparve. Esattamente come ieri sera, lasciando come uniche tracce il suo camice da lavoro e una rivista pornografica dalla quale era stata ritagliata un’immagine. Nelle ore che seguirono, un maniaco energumeno mai identificato irruppe in una casa di riposo delle vicinanze. Una dozzina di vecchiette furono costrette a pratiche festaiole non adeguate alla loro bella età. Per non parlare del trauma subito dagli anziani di sesso maschile. Il mattino dopo, lei ricomparve in un piccolo bar. Malfermo sulle gambe e vestito soltanto di una casacca rubata da un filo per il bucato.»
«Non ho mai rubato niente, io! Ho soltanto preso in prestito quella casacca. Non potevo andare in giro per Lucerna con le palle al vento.»
«Va bene, non è un ladro. Ma queste sue sparizioni sono alquanto strane.»
«Ho un disturbo neurologico piuttosto raro. Non capita di frequente, ma quando succede non ricordo nulla delle ultime dodici ore.»
Il commento del commissario Campana fu preceduto dal rumore stridente dei suoi incisivi intorno alla penna. «Per altri è più difficile dimenticare! In questo caso, per quaranta giovani suore. Per il padre confessore e la madre superiora. Sono tutti in ospedale. Eccetto la badessa. Quel che ne è rimasto è attualmente in viaggio per la dimora del suo sposo celeste. Tutti i testimoni oculari sostengono che lo sfacelo sia stato opera di una creatura mostruosa. Un mastodonte dalla pelle color porpora che un giornalista coglione ha battezzato Gulp. Dalle prime ore del mattino i nostri telefoni squillano raccogliendo nuove segnalazioni di questo essere improbabile. Secondo le chiamate, nell’ultima ora, il nostro amico avrebbe fatto irruzione in un fast food, divorato tutti gli hamburger, sbancato la slot machine e rapito un’intera scolaresca riunita sopra un pullman. Io non ho voglia di scherzare! Non sono credente, professore Bizzarro, ma mi viene acido allo stomaco quando qualcuno tocca le suore. La Sorellanza del Sacro Cuore Infranto esige che il colpevole sia fermato al più presto. Tutta la cittadinanza scalpita, ed io intendo fare il mio dovere. In parole povere, lei è nella merda. Se desidera un altro termos di tè glielo farò portare. Ma non ho intenzione di lasciarla dormire neppure per un minuto se prima non mi avrà detto che cavolo faceva al convento.»
«Cristo! Come faccio a spiegarle che non ricordo?! Mi hanno trovato là, dice? Io fino a stamattina non sapevo neppure che esistesse quel maledetto convento!»
«Stamattina era lì! Svenuto e a culo scoperto! E lo è ancora, professore! Quanto è vero Iddio!»
Mi piegai in avanti di colpo. La sola idea che Renata stesse per arrivare mi riempiva di terrore.
«Devo vomitare!» strillai. «Mi lascia andare in bagno prima che le allaghi la scrivania…»
Campana non si scompose per niente. Mi guardò annoiato continuando a succhiare il pennino.
«Non attacca, professore! Nelle ultime due ore ha già avuto due scariche di diarrea. Tre conati, un deliquio e dei falsi crampi. Non conti di vedermi mollare. Se andrà al cesso ci verrò pure io. Vivo immerso nella puzza tutto il santo giorno e non mi lascio intimidire.»
«Ricordo soltanto la voce della mia collega al telefono,» singhiozzai. «Un ronzio nelle orecchie. Molto forte. Poi mi sono svegliato su dei rottami. I suoi uomini mi stavano gettando addosso una coperta. Ignoro dove ho passato la notte. Non ho avuto modo di leggere i giornali. Non mi è chiaro neppure di che cosa sono accusato. Lo capisce, questo?»
«Allora dovrò farle un riassunto!» fece lo sbirro spazientito afferrando alcuni fogli dal piano della scrivania. «Le poche monache in grado di raccontare i fatti hanno avuto molte difficoltà a esprimersi. Il sacerdote è il più traumatizzato, ma anche lui ha pasticciato qualcosa che assomiglia a una testimonianza. Il risultato è una valanga di cazzate che mi ha sepolto fin sopra i capelli. Io penso che ieri sera, insieme a lei, ci fosse un’intera ciurma di pazzoidi. Magari un manipolo di ricercatori abbrutiti che avevano fiutato la provetta sbagliata. Non ci sono ancora pervenuti i risultati delle analisi, ma sono certo che quelle povere suore in ospedale siano state tutte drogate. In che modo, Bizzarro? Chi ha architettato questo raid abominevole?»
«Lei non sa quello che dice. Il nostro è un personale molto ben selezionato. Tutti soggetti serissimi.»
«Ma davvero? Ascolti! Il primo ad avvistare quell’essere è stato il gestore della tabaccheria dirimpetto al suo appartamento. Verso le 21 e 30 di ieri sera stava chiudendo la sua bottega quando ha sentito un fragore tremendo provenire dall’edificio di fronte. E’ corso in strada e ha fatto in tempo a vedere il portone del numero 36 (dove lei vive) andare in mille pezzi. Subito dopo una massa enorme di colore viola è balzata fuori ringhiando. L’uomo sostiene che in quell’istante la strada si è riempita di un insopportabile tanfo di gatto in calore. Il gigante si è fatto una passeggiata sopra una fila di auto parcheggiate riducendole a un mucchio di rottami e il testimone si è pisciato nelle mutande per la fifa. Il colosso però non gli ha torto un capello. Lo ha guardato per un istante, deglutendo forte. Quindi è corso a tutta birra in direzione del convento di Santa Brigida da Cibeca.»
«Per pietà, la smetta! Non voglio sentire!»
«Ascolterà tutto, invece! Le povere ancelle del Sacro Cuore Infranto erano convinte di poter dormire sonni tranquilli. Dopo alcuni piccoli furti nel frutteto del convento, Madre Osvalda Mogogon, loro badessa, era corsa ai ripari. I muri di cinta erano alti cinque metri, disseminati sui bordi di cocci taglienti. Il convento era stato fornito di porte blindate molto solide e anche di un efficace dispositivo antifurto. Un intero commando di teppisti non avrebbe potuto espugnare il loro fortino benedetto. Perché così, fino a ieri sera, lo chiamavano quelle malcapitate monache. Sicuramente non si aspettavano un ospite che bussasse alla loro porta con la forza di un uragano. Suor Marcella Astragalo ha testimoniato che la comunità era riunita per la recita del rosario quando la novizia Teresina Cucù ha fiutato per prima quella tremenda puzza.»
«Che Cristo di puzza?»
«Ancora di gatti! Piscio fetido di bestia eccitata. La prima cosa che le sorelle hanno pensato è stata che qualche ragazzaccio, non riuscendo più a scavalcare il muro, si fosse vendicato lanciando all’interno un gatto morto. Solo che il fetore era tale che di gatti dovevano essercene cento. La novizia si è offerta di andare a vedere in cortile. Sulle prime, le ancelle non hanno dato troppo peso all’inconveniente, sia pure fastidioso. Hanno ringraziato Teresina e continuato a pregare con il naso turato. Devo andare avanti?»
«Mi dica soltanto di che cosa sono accusato!»
«Ma la novizia non è tornata per finire il vespro. La ragazza era appena uscita quando la sirena dell’antifurto ha cominciato a strepitare. Di lì a poco le sorelle hanno udito uno schianto terribile, un grido di terrore e un ruggito animalesco. Sono subito corse nel patio e hanno trovato... Vuole continuare lei, professore?»
«Non saprei che cosa dire.»
«...una breccia enorme nel muro. Il portone esterno sfondato, un cumulo di detriti e una gran puzza. Teresina Cucù giaceva in mezzo al cortile, pietosamente priva di sensi, con la veste strappata. Su di lei si curvava qualcosa che Sorella Marcella, con fede irriducibile, ha definito “un demone impudico”. Una creatura orripilante, alta quasi tre metri, gonfia di muscoli come chi ha ciucciato anabolizzanti dalla tetta di mamma. La suora descrive i suoi lineamenti come un grugno da cinghiale adornato da una barbaccia da satiro. Il cranio schiacciato, in parte calvo, ma anche irto di lunghi ciuffi neri che ricadevano sulle spalle come fasci di serpi. Le rammenta qualcuno che conosce?»
«La faccia finita!»
«Suor Marcella riferisce che il mostro era nudo e che la sua pelle aveva un immondo colorito porporino. Ma la cosa che maggiormente ha riempito di orrore quelle menti caste, è stata la raccapricciante esibizione dell’attrezzatura creapopolo dell’essere. Una bocca da fuoco di cinquanta centimetri, grossa come un cocomero, incazzata marcia! La creatura s’era impadronita della novizia e stava tentando di introdurre la sua arma tra le cosce della poveretta. Mi schifa il solo pensare che c’è riuscito. Le sorelle non hanno potuto impedire il mostruoso stupro. Ritenevano, in verità, che con quel siluro nella pancia, la loro amica fosse già finita in braccio al creatore. Con un concerto di strilli, sono corse a rifugiarsi dentro il convento. Sprangate tutte le porte, hanno provato a chiamare soccorso telefonicamente. Oh, non che fosse necessario! Il fracasso d’inferno dell’effrazione aveva già allertato tutto il quartiere. Stavano comunque per comporre il numero del pronto intervento quando le pareti dell’edificio hanno cominciato a tremare...»
«Perché mi racconta questo? In nome di Dio! Perché?»
«Perché sono un chiacchierone, professore. Mi piace parlare. Lei ha recitato la parte della mummia per tutta la notte. Se non parla lei, lo farò io, e starò a vedere quali sono le sue reazioni!»
  «Butta via il suo tempo!»
«Non credo proprio. Le mura del convento si sono letteralmente sbriciolate. La cosa là fuori aveva fatto due buchi nel cemento, agguantato un pilastro e strappato il telaio dell’ingresso come si apre un pacchetto di sigarette. Io penso che in realtà sia stato usato dell’esplosivo al plastico. Ci sono anche un paio di testimoni che confermano di avere udito l’esplosione. Il risultato resta comunque lo stesso. Pietre e polvere sono piovute sulle monache, e il mostro ha fatto irruzione nel convento. Lì ha cominciato la sua orribile caccia. Unico intento: scopare quante più suore possibile. E’ probabile che aspirasse a un primato, e se davvero si fosse trattato di un solo individuo, sarei quasi tentato di complimentarmi con lui prima di sparargli in fronte. Non appena dentro, ha acciuffato la monaca più vicina, le ha strappato il velo, la gonna, tutti i suoi paludamenti, e zaffete! Su e giù come una molla impazzita. Le copule della creatura erano molto brevi, trenta secondi o giù di lì. Ma dopo ogni fottuta il maledetto dimostrava un’ineffabile capacità di ricarica. Da quando è piombato nel convento le suore non hanno visto il suo cazzone ammosciarsi neppure per un istante. Qualche bella spinta con la pancia in fuori. Una spruzzata puzzolente e via! Addosso a un’altra. E intorno era terrore, urla, disperazione...»
«La finisca! Mi sta distruggendo!»
«Perché, Bizzarro? Che cosa sa lei di questa tristissima storia? Che cosa ci faceva nel convento?»
Un agente c’interruppe. Mostrò al commissario alcune carte da firmare. Finalmente lo sbirro poté usare la penna rosicchiata per il suo scopo originale. Quando fummo di nuovo soli, la sostituì tra le labbra con una penna a scatto.
«Quaranta, professore! Quaranta suore selvaggiamente violentate. Le poche che sono riuscite a fuggire sono ancora sotto shock. Per quanto rassicurate, si ostinano a credere di essere state violate come le altre. Deve essere stato un vero inferno, lì dentro. Sorella Pucci racconta che Suor Marcella è stata ghermita nel refettorio. Il mostro ha giocato con lei né più né meno fosse una bambolina. L’ha impastata fino a ridurla una polpetta e l’ha infilzata sul suo spiedo fetente. Le povere disgraziate hanno tentato di raggiungere le uscite di sicurezza. Ben poche ci sono riuscite. Al sacripante bastava percuotere il pavimento con un piede perché le suore cascassero a terra come birilli. Dopodiché andava per funghi. Il suo fulmineo (ma devastante) sistema di accoppiamento non ha lasciato tregua alle prede. Ne scopava una e già agguantava la prossima per il velo. Lungi dal placarsi, l’eccitazione di quel bastardo cresceva. Sorella Pucci dice che il terribile tanfo emanato dal mostro aveva finito con lo stordirle tutte. Giravano come impazzite senza riuscire a trovare l’uscita. Credevano di fuggire, invece si gettavano in pasto al leone. Pucci è stata deflorata in biblioteca, sopra un montarozzo di volumi di teologia. Ha testimoniato che il Golia di porpora s’è intrattenuto con lei per tre sessioni consecutive. Un minuto e mezzo per un charleston indimenticabile. Quando le è stato chiesto se disponeva di un cronometro, ha perso i sensi e non ha parlato più. Sospetto che si tratti della vanità di una monachella ancora giovane. Ma è conciata piuttosto male.»
«Come osa parlare così? Quella poverina potrebbe essere rovinata per tutta la vita!»
«Com’è sensibile tutto a un tratto! Ascolti questa. Padre Giovanni Scempio, il confessore delle ancelle, si trovava al convento. Un uomo di sessant’anni, piuttosto duro d’orecchi. Pare fosse in bagno quando l’attacco è iniziato. Dapprincipio ha pensato a un terremoto. Ha alzato l’orlo del talare ed è corso a perdifiato verso l’uscita principale per mettersi in salvo. Là si è trovato davanti a una scena raccapricciante. Una dozzina di suore seminude, ammucchiate per terra come fette di pane tostato sul vassoio della prima colazione. Il mastodonte ne tirava su due per volta spruzzandole di senape a più non posso. Terrificato, il prete ha tentato la fuga, ma il mostro non l’ha lasciato andare via indisturbato. Lo ha inseguito lungo il corridoio delle camera da letto percuotendo più volte il pavimento. Il padre confessore è stramazzato privo di sensi sul linoleum a pochi metri da un’uscita di sicurezza. Al suo risveglio s’è ritrovato defraudato dell’unica verginità che ogni vero uomo conserva per tutta la vita. E’ anch’egli ricoverato con prognosi riservata. Da stanotte si trova steso a pancia in giù sul suo letto d’ospedale. Fissa il muro e ripete incessantemente l’atto di dolore.»


«Basta! Non sono obbligato a starla a sentire!»
«Sbagliato! Ora viene il meglio. Dopo i primi minuti di terrore, l’energica Madre Osvalda è tornata padrona di sé, ed è passata al contrattacco. Il mostro si spostava tanto velocemente che raggiungere l’uscita senza incontrarlo era praticamente impossibile. Così, la superiora ha deciso di ricorrere a una risorsa imprevedibile. Sorella Muzio afferma che la corpulenta badessa ha tirato fuori un mazzo di chiavi dalla sottana, si è precipitata nello scantinato e n’è uscita pochi istanti dopo armata fino ai denti come un autentico marine. Madre Osvalda è stata vista correre incontro al mostro e girare l’angolo del refettorio. Subito dopo sono iniziate le detonazioni. Anche questo particolare della vicenda è decisamente oscuro, e richiede tutta la nostra attenzione. Che le ancelle del Sacro Cuore Infranto disponessero di un arsenale da guerra, è un fatto certo. Sorella Muzio (una delle pochissime a essersi salvate dalle attenzioni del bruto) ha testimoniato che né lei né le sue consorelle erano a conoscenza della presenza di armi nel convento di Santa Brigida. Le autorità ecclesiali non si sono ancora sbottonate, ma qualche indiscrezione fa supporre che l’arsenale facesse parte di un piano fanatico per fronteggiare le offensive dell’anticristo al momento dell’Apocalisse. Uno stronzo di giornalista investigativo ha tirato fuori dal cappello il “progetto delle Sette Trombe”. Un piano di guerra che la chiesa starebbe preparando contro la Bestia 666 dall’inizio del ventesimo secolo. Tutti gli enti religiosi si sono chiusi a riccio, ma se ci sono altri conventi militarmente attrezzati, lo scopriremo presto. Dicono che Madre Osvalda Mogogon fosse l’unica custode delle armi. Io ci credo poco. Fucili e bazooka necessitano di una manutenzione costante per funzionare al momento del bisogno, la superiora non poteva essere l’unica a occuparsene. Quel che sappiamo con discreta certezza, è che la badessa ha imbracciato una carabina da guerra ed ha affrontato il mostro nella sala ricreazione. La Muzio, che ha seguito la superiora in quest’impresa disperata, dice di aver visto la creatura ricevere in pieno petto una raffica che avrebbe steso King Kong. A quanto pare, le ferite dell’essere sembravano espellere spontaneamente le pallottole e cicatrizzarsi nel giro di pochi secondi. L’essere non ha gradito affatto quel diversivo, e ha ripreso a demolire il convento. Madre Osvalda (più furiosa di lui, me lo lasci dire) ha consumato due interi caricatori. Visto che la purga non sortiva alcun effetto, ha urlato alle sorelle ancora in piedi di trascinare in salvo quelle a terra, e s’è lanciata in un corpo a corpo con la creatura.»
«Ammirevole! Veramente ammirevole!»
«No. Semplicemente imbecille. La badessa ha dimostrato di conoscere varie forme di arti marziali. E’ stata vista saltare ripetutamente colpendo la creatura agli occhi e ai coglioni. E’ anche riuscita a fargli piuttosto male. Madre Osvalda pesava quasi duecento chili e aveva il cuore di un leone. Ma era anche pericolosamente pazza. L’ultima volta che Sorella Muzio l’ha vista, prima di abbandonare il convento con le donne ferite, la badessa era abbracciata al mostro e ballava con lui un tango delirante. La creatura le stava strappando il braccio dalla spalla e lei gli schiacciava l’uccello sotto il calcagno. Dunque quella fanatica ha tirato fuori dai mutandoni una granata, e ha strappato la sicura con i denti facendo saltare in aria quel che restava dell’edificio.»
«Santo cielo! E’ così che è andata?»
«Due suore affermano di aver visto la badessa con la granata in bocca mentre a gesti le esortava a fuggire. Per me è un bel pastrocchio! Il Santa Brigida da Cibeca, per tutti in città, era un pio convento. Scopriamo ora che era un fortilizio che preparava la resistenza alle forze delle tenebre. Il mondo della politica è in subbuglio. La curia dovrà rispondere a molte domande riguardo ordigni esplosivi e soldatesse col velo. Se questa è una religione di pace, capisco i recenti successi del misticismo orientale.»
«E sì!»
«Ma non è finita! Quando il polverone si è diradato, il mostro era ancora lì. Accucciato tra le macerie. Senza neanche un graffio. C’è chi afferma di averlo visto banchettare con i resti di Madre Osvalda. Leccarsi i baffi mandando giù le trippe e spolpare per bene una coscia come se fosse stata quella di un tacchino.»
«No! E’ troppo! A questo non crederò mai!»
«E perché, dopotutto? Finito il pasto, la creatura si è alzata. Invece del ruttino ha emesso un sonoro rumore di deglutizione che ha fatto tremare il quartiere una seconda volta. Per questo, un cronista imbecille ha deciso di chiamarlo Gulp. Dunque si è rifugiata lentamente tra i pochi ruderi ancora in piedi. I nostri sono arrivati poco dopo. Non c’era traccia di mostri porpora, ma hanno trovato lei, Bizzarro. Lei con il pisello di fuori, svenuto tra le macerie.»
«Se le cose sono andate così... Potrebbe spiegarmi come mai non mi trovo anch’io all’ospedale con tutte le altre vittime?»
«In primo luogo perché sta benissimo. E soprattutto perché non aveva alcun motivo di trovarsi al convento. Lei sa qualcosa, Bizzarro. E adesso me la dirà! Dovessi svitarle le braccia dal tronco.»
«Stia attento a quello che fa. Non esiterei a denunciarla.»
«Faccia pure. Quaranta suore! Che schifo! Sa che cosa penso, professore? Che lei, in compagnia di qualche altro pervertito laureato in biologia, abbiate introdotto un allucinogeno nelle riserve d’acqua del convento di Santa Brigida. Quindi, siate riusciti a introdurvi tra le suore terrorizzandole a morte con i vostri giochini depravati. Quello che non potevate aspettarvi era la reazione guerresca della badessa.»
«E tutte le persone che hanno visto quella creatura attraversare la città? Qualcuno ha scattato una foto, no?»
«Non dica cazzate. Le foto si possono truccare, e la gente ha sempre sparato stronzate esplosive. Non provi a scaricare le sue responsabilità su quell’improbabile babau. Quello che mi preme sapere, professore, è quanti eravate ieri notte! Che cazzo vi siete bevuti per fare un simile macello?»
«Giù le mani! La avverto!»
«Sono io che avverto te, stronzo! Se me li fai girare, ti riempio di botte!»
Un poliziotto in borghese interruppe provvidenzialmente l’interrogatorio. Campana mollò il bavero del cappotto ed io ricaddi a sedere. Tutto a un tratto non avevo più sonno.
«La signora Gulisano è arrivata,» disse lanciandomi un’occhiata assassina. «E’ molto preoccupata per il suo collega. Insiste per vederlo. Che cosa devo fare?»
Il commissario Campana sputò la penna rosicchiata. Le sue mani corsero d’istinto a ravviare il nodo alla cravatta. Per un attimo colsi un accento civettuolo nel granitico piedipiatti, ma fu soltanto una scintilla nella notte.
«Accompagnala qui. Non c’è ragione per farla aspettare. Anche lei vuole vederla, vero?»
Si sbagliava. Le mie mani tremavano come pure le ginocchia. Campana non poteva immaginare il pericolo. La presenza di Renata nella stanza poteva avere un esito semplicemente disastroso.
«Non desidero incontrarla!» dissi di getto. «Tenga la dottoressa Gulisano fuori da questa storia. Mi metta pure in cella! Se la fa entrare qui, io non dirò più una parola.»
«Sono proprio curioso di mettervi a confronto, invece. Stia seduto, “professore”. La lezione sta per incominciare.»
Renata entrò. Io mi sentivo morire. Che Dio mi aiutasse! Nonostante il leggero sovrappeso, Renata è il tipo di donna che migliora con gli anni. Persino l’espressione angustiata di quella mattina le conferiva un’avvenenza non comune. Anche lei aveva trascorso una notte insonne. I riccioli biondi, un po’ arruffati, sparsi sul viso pienotto la rendevano dolcemente selvatica. Non appena mi vide, i suoi occhi si riempirono di sollievo.
«Stai bene?» mi chiese subito. «Mi sono tanto preoccupata.»
Il commissario Campana si schiarì la gola.
«Dottoressa Gulisano, le auguro una buona giornata. Devo pregarla di sedersi. Ho qualche domanda anche per lei.»
«Prima di tutto vorrei capire!» Squillò Renata. «Mi è stato detto che avete trattenuto il professore per tutta la notte. Quando vi ho chiamati ero spaventata a morte. Ma nessuno si è degnato di avvisarmi che era stato trovato se non stamattina. Voglio sapere che cosa succede. Di che cosa è accusato il mio collega? Ha avuto modo di consultare un legale?»
Non potei fare a meno di sorridere. Conoscevo bene il carattere eroico di Renata. Eravamo una squadra già nei campus universitari, e non avevo mai avuto problemi ad ammettere chi tra noi fosse il capo. Pensavo a Renata come all’unica donna della mia vita. Contava poco il fatto che ci scambiassimo solo formali baci sulla guancia. Ero consapevole che le mie brevi relazioni amorose non erano state che il pallido riflesso di un sentimento più profondo. La generosa rotondità dei seni di Renata sotto la blusa celeste era un balsamo per il mio spirito fiaccato. Nel medesimo tempo mi riempiva di un terrore devastante.
«E’ tutto perfettamente in regola, dottoressa. Si accomodi, ora. E mi dica: ha rammentato qualche altro dettaglio riguardo ieri sera?»
«Che cosa intende dire?»
«Ha sentito il suo collega dare i numeri per telefono. Non ha notato se tirava su con il naso? Aveva la voce impastata, o roba del genere?»
Renata mostrò i denti simile a una leonessa che difende il cucciolo.
«La pianti con le stronzate! Tutti i componenti del nostro staff sono sottoposti a regolari check-up all’inizio di ogni anno. Sono previsti anche dei test per verificare eventuali presenze tossiche nei loro organismi. Qualunque soggetto non in grado di svolgere lucidamente il suo incarico sarebbe immediatamente allontanato. Il professore Bizzarro è astemio. Tanto meno fa uso di stupefacenti.»
«Il professore afferma di avere un generico disturbo neurologico. Suppongo che questo risulti anche dai vostri controlli.»
Mi morsi il labbro. Quel figlio di puttana mi stava inchiodando. Renata mi guardò e per un istante la sua maschera di sicurezza scivolò rivelando il volto sgradevole dell’incertezza.
«No, non esattamente. Il professore è stato vittima di un incidente sul lavoro circa tre anni fa. Dei contenitori di liquidi sperimentali sono esplosi e il suo corpo ha assorbito una parte dei vapori. L’unica anomalia segnalata dalla quarantena è stato un lieve scompenso ormonale che gli provoca occasionali vertigini. Un problema che si può facilmente tenere a bada con i farmaci.»
«Il suo collega ha parlata di un problema a livello cerebrale.»
«Deve averlo sicuramente frainteso.»
«Dottoressa Gulisano, vorrei che mi parlasse di quanto è successo in Svizzera tre anni or sono. Lei c’era, no? Il professore Bizzarro scomparve anche allora. Negli spogliatoi fu rinvenuto il suo camice lacero e un magazine per soli uomini.»
«Ah, quello! Non me ne parli.»
«Perché?»
«Allora spopolava una ragazza copertina. Come diavolo si chiamava? Una bionda tettosa, un quarto di manzo assolutamente indigesto. Mi capitò di sentir dire tra i colleghi maschi che quella specie di bambola mi assomigliava. In quei giorni feci un occhio nero a un paio di sporcaccioni. Sa, circolava un servizio fotografico disgustoso. Quella donna, nuda e unta di maionese, che faceva giochi strani con una coscia di pollo. Non so dire se quella cretina mi somigliasse per davvero, ma certo è spiacevole sapere che tutti gli uomini intorno ti immaginano mentre ti contorci a chiappe nude tra lenzuola di lattuga.»
«Mimì Fucsia. Durò solo una stagione. Poi si diede alla politica con un piccolo partito di destra.»
«Prego?»
«Mimì... Il nome di quella spogliarellista. Sì. In effetti, le somiglia molto.»
«Se lo dice lei. Ma tutto questo che c’entra?»
«Non molto. Comunque il professore Bizzarro scomparve.»
Renata si mise più comoda sulla sedia assumendo un’espressione di sfida. Accavallò le sue belle gambe con la consueta eleganza. I miei peggiori terrori stavano diventando realtà. Per l’amor di Dio! Purché non le saltasse in mente di parlare di cibo...
«Non ho nulla da dire a questo proposito. Il giorno in cui accadde avevo lasciato Lucerna per degli affari personali. So comunque che il collega aveva avuto un malore. Probabilmente i postumi dello stress subito nelle settimane seguenti all’incidente. So anche che si riprese in modo perfetto.»
«Forse... fino a ieri sera. Stavate parlando quando ha sentito il suo amico perdere il controllo.»
«Ho detto di aver sentito il mio collega stare male. Ed ora basta! Non intendo aggiungere altro.»
Renata si alzò. Mi fu vicina prima che potessi accorgermene. Il tocco della sua mano sul mio viso mi rincuorò un poco. Nello stesso tempo mi sconvolse come uno scolaretto. C’era qualcosa di nuovo nel suo sguardo. La paura per la mia sorte aveva messo a nudo un elemento che non ero mai riuscito a cogliere. Per la prima volta pensavo che l’affetto di Renata nei miei confronti andasse al di là di quanto non avessi osato sperare.
«Ora ti porto via,» disse a labbra socchiuse. «Dammi il tempo di chiamare l’avvocato Malatasca.»
«Spiacente, dottoressa,» gracchiò il commissario Campana. «Ma non finisce qui. Può rivolgersi a chi vuole, ma non potrà portare via il suo amico ancora per un bel po’. Rappresenta il principale indiziato di una tristissima storia.»
«Ci crederò quando lo dirà il mio legale. Provvedo subito a chiamarlo.» Tornò a rivolgersi a me. Il suo tono era dolce. «Hai mangiato qualcosa? Posso portarti delle ciambelle, se vuoi. Più tardi, a casa... (perché ti riporto a casa, ci puoi giurare!) potrei farti delle lasagne. Mia madre mi ha appena dato la ricetta di un ragù di carne veramente ottimo. Vedrai, ti rimetterò in piedi in un baleno. Il tuo appartamento è ridotto a un campo di battaglia. Ma non devi sforzarti di ricordare cos’è successo. Non ora, almeno...»
Il respiro di Renata sul mio viso era caldo. Le sue labbra rosse, tanto vicine alle mie, erano una minaccia. Dio, ti prego, no! Non ora, non qui! Renata non conosceva il suo potere su di me. Un potere esclusivo, devastante. Non c’era mai stata un’altra donna in grado di portare la mia passione a livelli tanto elevati. Per un lungo periodo ero riuscito a imbrigliare la mia sensualità tuffandomi a capofitto nel lavoro, ma adesso cedevo. Cedevo come già la sera prima. Il seno di Renata era poca cosa in confronto alle seduzioni della sua voce, così musicale e insinuante. Anche quando giungeva attraverso il filtro impersonale del telefono. Cristo santo, aiuto! Renata, non ripeterlo! Taci. Taci, adesso!
«Se preferisci, potremmo recuperare il programma di ieri sera,» snocciolava il mio sole personale. «Potremmo andare in centro a mangiare una pizza. Ma sì! Birra, patatine... Una bella Napoli! Pomodoro, tante acciughe e poca mozzarella. Così ti svagherai. Se ti va, dopo potremmo prendere delle crêpes. Al cioccolato. Sono le tue preferite, no?»
Non sapeva che cosa stava facendo. Intendeva rincuorarmi, invece mi straziava. Potevo sentire il mio inguine pulsare in modo innaturale. Perché, Renata? Quale mistero ti rende così sexy ogni volta che progetti i piaceri della tavola? Non m’inganno, è vero! La prospettiva di mordere una salsiccia ti rende vacca più di cento carezze in mezzo alle cosce. Il tuo respiro si fa pesante, la tua voce di velluto. Allora anche in me si accende un appetito delirante...
«Oh Dio! Ferruccio, ti senti bene?»
L’ultima cosa che vidi prima di perdermi nelle nebbie fu l’orologio a muro che segnava mezzogiorno. Il mio sguardo si perse fuori della finestra. Nel cielo avrebbe dovuto sorridermi il bel sole di maggio, invece vedevo un largo quadrato argenteo scintillare pallido contro uno sfondo blu. Intanto un ronzio opprimente mi invadeva le orecchie soffocando i richiami preoccupati di Renata e le imprecazioni del commissario Campana. Inutile opporsi, ormai lo avevo irrimediabilmente duro. Il mio ultimo pensiero razionale fu il timore che Renata potesse vedere l’erezione sbucare tra i bottoni del cappotto. La sua voce continuava a solleticarmi da capo a piedi come una tiepida doccia afrodisiaca. La coltre purpurea calò davanti ai miei occhi e Ferruccio Bizzarro abbandonò la scena.
C’era qualcosa di diverso, stavolta. La metamorfosi fu rapida, ma in qualche modo conservai un barlume di coscienza. La bestia generata dalla passione e dai vapori sperimentali del laboratorio, emerse dalle mie carni lacerando il cappotto e riempiendomi in pochi istanti di muscoli possenti. Renata mi guardava con occhi dilatati, ma senza un filo di paura. Credo che avesse sempre sospettato un mio legame con il mostro di Lucerna. La creatura che adesso era chiamata Gulp. Quando il membro si alzò dal mio inguine, immenso come l’albero maestro di un veliero, nei suoi occhi di scienziata vidi danzare abbracciate la curiosità e la concupiscenza.
Il commissario Campana, strillava come un ossesso. Non ero più in grado di capire che cosa stesse dicendo. Vidi che si turava il naso con una smorfia disgustata e impugnava la pistola d’ordinanza. Arrivò di corsa altra gente e iniziò la sparatoria. Sentivo frizzare addosso i proiettili come piccole punture, fastidiose ma sopportabili. Sbattei il tallone con forza. I vetri delle finestre andarono in pezzi e gli omuncoli caddero frastornati sul pavimento. Con due sole dita, sollevai la scrivania del commissario e gliela scaraventai addosso. Quindi sentii il bisogno di deglutire.
Campana mi puntava ancora contro la pistola squittendo in una lingua incomprensibile. Esplose due colpi, forse tre. Non dovetti far altro che allungare una mano e agguantare quel dispettoso ranocchio per i capelli. Scalciò come un forsennato mentre lo sollevavo dal pavimento. Il cranio del microbo era molle come una focaccina. Meditavo di dare una nuova forma alla sua testa, ma la donna bionda protese disperatamente le mani verso di me. Capii che non lo avrebbe trovato carino. Scagliai il piedipiatti urlante attraverso la stanza. Atterrò contro il distributore d’acqua con un tonfo fragoroso. Giacque per terra privo di sensi in un caos di carte, di liquidi e bicchieri di plastica.
Renata ripeteva implorante una sola parola. Non riuscivo a decifrarla, ma certamente si trattava del mio nome. Sollevai tra le braccia quella creatura impavida ricevendo estasiato le sue carezze. Ricordavo confusamente di avere cercato a lungo quell’essere adorabile, e di avere ripiegato, in sua assenza, su alcuni scialbi surrogati. Essa mi parlò dolcemente sfiorandomi con le dita il petto e le cosce, indugiando sulla tumescenza maestosa del pene. Pur senza capire ogni parola, potevo percepire nel suo tono tutta la musica dell’amore, ma anche una fervida esortazione a fuggire. Suoni stridenti che giungevano dalla strada preannunciavano l’arrivo di nuovi insetti molesti.
Sfondai la parete con una testata. Decine di pidocchi urlanti si sparpagliarono in tutte le direzioni mentre saltavo sopra l’isolato. Un secondo balzo mi portò fuori dell’abitato. Allora sfrecciai verso il confine e quindi alla volta delle montagne. Vedevo ancora davanti a me la bella finestra argentata. Il quadrato lunare di mezzodì che mi attirava verso un destino d’amore infinito. Lo inseguii per parecchie leghe stringendo al petto il mio tesoro. Le rocce e l’odore degli animali annunciavano a gran voce il trionfo della libertà. Presto avrei trovato una grotta. Là, io e la mia donna, avremmo dimorato felici negli anni a venire.
La natura ci apriva benevola le sue braccia. Nel nostro futuro vedevo fiumi di diletto e un’allegra nidiata di scoppiettanti gulpini.

[1999]


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