lunedì, luglio 27, 2009

Heidi Mon Amour... Quando i sogni aiutano a crescere

Ormai lo sappiamo. I sogni modellano la realtà. O se non altro, influenzano profondamente il nostro quotidiano. Può capitare che personaggi che ci hanno tenuto compagnia nel corso dell'infanzia forzino i propri confini e si trasformino in veri e propri spiriti guida. Figure allegoriche che saranno il sale della nostra esistenza e che peseranno sulle nostre scelte future.
E' quello che accade a Tommaso Speranza, bambino della campagna romana invaghito di Heidi, la tenera pastorella nata dalla penna della scrittrice per ragazzi Johanna Spiry e resa popolare in tutto il mondo dalla seria animata che porta la firma di Hayao Miyazaki. Un simbolo di libertà e spensieratezza che Tommaso afferma più volte di apprezzare anche fisicamente. Una dichiarazione di maturità che solo chi è ancora saldamente avvinghiato all'infanzia sente il bisogno di palesare. E l'amore per Heidi, l'Heidi di carta, l'Heidi che non muterà mai, fa pensare a un disperato aggrapparsi all'innocenza, e alla speranza che questa, con l'infanzia, possa non sparire mai.
Dopo l'esperienza di “Gentes”, Daniele Bonomo, in arte Gud, sviluppa ulteriormente il suo esperimento di sintesi tra il linguaggio della strip e narrazione articolata. Il risultato è “Heidi, mon amour”, edito da Tunué, una sinfonia di emozioni visive e sottotesti agrodolci, dove l'immagine dell'Heidi di Miyazaki, quella più presente nell'immaginario di molte generazioni, è il filo conduttore in un cammino di crescita dalla destinazione incerta.
Tutto inizia con un’apertura che ha del cinematografico. Un campo lungo ci informa che ci troviamo nella capitale per poi zoommare subito su un particolare poco rassicurante. Una figura umana che giace in un letto di ospedale, forse allo stremo. Ma quel che stiamo guardando si rivelerà presto ingannevole, e la strada intrapresa dal racconto ci condurrà su sentieri imprevedibili.
Usando un senso dell’umorismo nerissimo, con l’essenzialità del cantastorie e delle sue immagini dipinte, Gud mette in scena lo sgretolarsi dell’età infantile. L’immaginazione, sembra dire, influenza tutta la nostra realtà, e può arrivare a colpirci. Duramente. Ma solo per ricostruirci in una forma nuova, attingendo alla stessa materia da cui ha preso corpo il nostro iniziale candore. I sogni, veri unici compagni di vita che non vanno mai via. Tommaso Speranza non è un bambino diverso dagli altri. Ha una sorellina di poco più grande, un simpatico nonno, degli animaletti da compagnia. E ha Heidi, la sua musa, la sua oasi per i momenti bui. Nell’Eden, però, compare sempre il diavolo. E il diavolo non è sempre cattivo come lo si dipinge. Può essere ottuso, vanesio, ignorante. Sempre e comunque portatore di caos, e quindi di cambiamento. Gli adulti da cui Tommaso è circondato sono delle figure tutt’altro che esemplari. Il personaggio del vicino di casa, il signor Stroelz, bonario e mefistofelico, è descritto come un bambino cresciuto fisicamente. In comune col piccolo Tommaso ha i sogni cui non ha mai saputo rinunciare. Ed è questo aspetto panico che fornirà a Tommaso, insieme al dolore, la spinta per una prima fase di crescita. E’ affascinante la capacità dell’autore di sintetizzare il dialogo, infondendo con pochi segni un’energia straordinaria alle proprie creature di carta. Nella prima parte del racconto (forse la più riuscita), Stroelz buca la pagina con la forza di una marionetta abilmente animata. Gud riduce gli sfondi all’essenziale per consentire al personaggio recitante di accompagnare accattivanti posture teatrali alle proprie parole. Il risultato è un piccolo palcoscenico di grande forza visiva e sicuro impatto emozionale.
Tommaso, dunque, sarà costretto a crescere. Ma se da soli si cresce, è in compagnia di qualcuno che si vorrebbe invecchiare. Ed è così, secondo le regole della commedia romantica che il giovane Tommaso s’incontra (e si scontra) con Heidi, donna fatale che porta il nome dell’idolo della sua infanzia. La donna che diventerà sua moglie, la madre di sua figlia Anna, bimba che sperimenterà molto presto l’influenza del luciferino Stroelz nei confronti del padre. Heidi, un modello femminile che incarna un sentimento troppo universale per essere fruito da un solo uomo. Perché questo è il problema dei sogni. Sono come la pista di un autoscontro. Fantasie simili, convergenti o discordanti, che ci obbligano a confrontarci con il mondo esterno quanto la realtà di ogni giorno. La Heidi adulta, infatti, è chiamata a interpretare una fiction dove vestirà proprio i panni della pastorella svizzera cresciuta. Un successo pagato con la condivisione del proprio sogno più caro e con una rinnovata solitudine. Ecco tornare così le ombre dell’infanzia, e anche la figura di Stroelz, trasfigurato in un malefico grillo parlante. Naturalmente i guai sono solo incominciati.
Gud porta avanti un racconto che scorre agile, lasciando emergere a tratti frammenti poetici che hanno il sapore di alcune visioni letterarie di Daniel Pennac. Come l’immagine del pesce rosso osservatore dal chiuso della sua boccia. Una creatura silenziosa che tutto vede e tutto comprende senza poter comunicare. Le altre bestie, afferma il diavolo-Stroeltz, sono schiave dell’uomo, pertanto l’unica possibilità sarebbe cercare i propri simili. Ma avvicinarsi ai propri simili, in mare aperto, potrebbe essere un rischio letale.
Rischio che si corre anche leggendo “Heidi, mon amour”. Il rischio di provare una commozione non preventivata, e una sensazione di piacevole sgomento davanti al finale onirico, aperto a più letture. Il tratto che a volte si fa volutamente infantile, e proprio per questo tanto più grande, colpisce al cuore là dove le parole non arrivano. Un libro a fumetti che permette di conoscere un artista italiano che merita attenzione, alla faccia di griglie editoriali ripetitive e approcci grafici fin troppo uniformati.
Con “Heidi, mon amour”, Gud mostra di avere a cuore la propria libertà di uomo come di artista. E più che dirlo, lo affida a disegni dalla vitalità travolgente. Immagini che spesso danzano sulla pagina, comunicando sensazioni quasi fisiche, come l’aroma di un caffè al mattino. La vicinanza tra lettore e personaggio, allora, si fa incantevole. Forse pericolosa. Ma vale senz’altro la pena di correre questo rischio. Infrangere la boccia delle convenzioni e andare in cerca di sognatori come noi. Anche se potrebbero portarci via tutto quello che abbiamo. O mostrarci la strada per la felicità. Come Heidi. Chi può dirlo?

Questa recensione è stata pubblicata anche su FumettidiCarta.

giovedì, luglio 23, 2009

Primeval: non c'è futuro senza il passato

Da tempo lo ripetiamo come una litania. Ormai si è praticamente detto tutto. Fantascienza, fantasy, horror. Questi generi confinanti, spesso confusi tra loro, sembrano aver dato fondo all’intero patrimonio dell’immaginario. Cinema e letteratura, non ultimi televisione e fumetto, hanno bombardato il pubblico fino a spaccargli i timpani, provocargli la cataratta e rimbambirlo a forza di remake e prodotti derivativi di scarso spessore. Chissà, forse siamo davvero alla frutta. Forse le colonne d’Ercole sono state raggiunte ed è prossima una caduta senza fine. O dovremmo aspettarci, anzi, auspicare un ritorno ai primordi?

Molto prima delle invenzioni tecnologiche più complesse, l’intelligenza umana era giunta ad affermare che la forma conta più della materia. Ragion per cui a mettere le ali a un racconto non sono tanto gli eventi descritti, quanto l’efficacia dello stile, la capacità di affascinare l’uditorio e la verità che si sa infondere ai propri personaggi. La televisione britannica non è certo l’ultima arrivata per quanto riguarda i titoli seriali di genere fantastico. Negli ultimi anni ha dimostrato di possedere una freschezza e una capacità di affabulazione sempre più rare nelle produzioni statunitensi. Si ricordi il riesumato Doctor Who, il suo spin off Torchwood, la miniserie Jekyll. Cicli brevi, sottotrame che si sviluppano e concludono nel corso di una stagione, protagonisti simpatici e divertimento a fiumi. Fatichiamo a capirlo in Italia, dove certi titoli possiamo vederli solo sul satellite, e dove la Rai, schiava dell’ordalia chiamata audience, sperimenta programmazioni da manicomio. Questi meccanismi hanno travolto anche Primeval, bella serie anglosassone acquistata dalla nostra tv di stato e presentata con una cadenza psicotica. I primi tre episodi trasmessi da Rai Due in una sola serata non hanno convinto il vasto pubblico, e le seguenti puntate hanno sofferto della sindrome del tappabuchi, relegate a orari impossibili e ballerini. Un vero peccato, perché nonostante l’apparenza di prodotto dozzinale, Primeval è un serial affascinante che merita una visione più attenta.

In fondo è facile sottovalutare una serie televisiva in cui, senza spiegazione alcuna, iniziano ad aprirsi varchi temporali da cui emergono pericolosissime creature preistoriche. Pensare a Stargate è inevitabile, così come pesanti sono i confronti con i vari Jurassic Park, e per certi aspetti anche con Torchwood. Ma gli autori Adrian Hodges e Tim Haines si rivelano due vecchie volpi, e dopo avere messo in mano allo spettatore l’invito per un pranzo dove ogni portata è nota, lo sorprendono con la forza di un racconto dal ritmo impeccabile, che alterna misteri a colpi di scena scioccanti, riuscendo a tenere alto il livello dell’attenzione per tutta la durata dello spettacolo. Primeval si beve come una bibita fresca in un’estate torrida. All’inizio si sorseggia con distrazione, assaporandone senza impegno il gusto leggero. Ma presto si è sedotti da un sapore più profondo che spinge a vuotare il bicchiere d’un fiato e a pretenderne subito un altro.

La trama di Primeval si sviluppa in modo lineare lungo un canovaccio visto mille volte in un’interminabile serie di monster movie. Tutto sembra essere iniziato otto anni prima, quando la dottoressa Helen Cutter, ambiziosa e geniale paleontologa, è scomparsa nella foresta di Dean senza lasciare traccia. E’ a suo marito Nick Cutter, zoologo presso la stessa università, che i servizi segreti si rivolgono quando spaventose creature che non dovrebbero più esistere iniziano a seminare il terrore nei dintorni di Londra. Le creature provengono da misteriosi passaggi luminescenti che ben presto vengono chiamati “anomalie”. Vere e proprie porte nel tempo che sembrano collegare l’epoca attuale con varie ere preistoriche. Non è dato sapere il perché di un fenomeno tanto bizzarro, ma Nick scopre presto che sua moglie Helen potrebbe essere scomparsa proprio viaggiando attraverso uno di questi portali. Le cose si complicano quando, durante una sortita nel passato, il dottor Cutter e i suoi colleghi trovano i resti di una spedizione moderna che li ha preceduti. E tra gli oggetti una macchina fotografica che contiene una foto di Helen, viva e sorridente.

Alla classica avventura sui mostri preistorici si aggiunge quindi un mistery romantico, in cui il personaggio di Helen Cutter muterà ruolo più volte. Da perduto amore a fantasma tornato dal passato. Presenza ambigua tra sogno e realtà, depositaria di una verità ancora tutta da scoprire. In seguito avversario imprevedibile e sensuale, che somma le caratteristiche dello scienziato senza scrupoli al fascino di una dark lady pronta a tutto. L’attrice Juliet Aubrey è magistrale nel ruolo e delinea, di episodio in episodio, la figura di un villain insolito del quale ci si potrebbe innamorare. Il discorso vale anche per gli altri personaggi, caratterizzati in modo efficace pur partendo da spunti dichiaratamente attinti al fumetto popolare. Nick Cutter, l’eroe della serie, interpretato dall’attore Douglas Henshall, è un uomo ferito, afflitto prima dalla scomparsa della moglie, poi dagli enigmi sorti dal suo improvviso ritorno. Di lui piace l’amore incondizionato per il suo lavoro, e il senso di meraviglia quasi infantile per i fenomeni che studia, pur di fronte al pericolo più mortale. Una passione che davanti a un predatore venuto dal passato, da lui conosciuto fino a quel momento soltanto come fossile, gli fa esclamare con occhi sognanti: “E’ bellissimo!”.
Riuscito e simpatico il personaggio di Connor Temple, lo studente dalle conoscenze enciclopediche, prezioso aiuto nonostante l’apparenza di nerd insopportabile. Splendida la giovane zoologa Abby, una sorta di Cameron Diaz anglosassone di rara vivacità, capace di stabilire un’insolita empatia con gli animali. Credibile l’odioso Lester, gelido burocrate e referente istituzionale del team. Stephen, l’ex studente di Cutter, oggi sua guardia del corpo e custode di uno scomodo segreto. E infine Claudia Brown, intermediario del Ministero degli Interni, dolce e decisa, che farà vivere a Nick una nuova storia d’amore prima di diventare protagonista di uno sviluppo inatteso quanto sconvolgente.

Sullo sfondo delle relazioni, dei segreti tra i membri della squadra, e dei molti misteri legati alla scomparsa di Helen, seguiamo le apparizioni ai giorni nostri di molte specie estinte da secoli. E non tutte propriamente amichevoli. Gli effetti speciali sono opera della compagnia inglese Framestore CFC, e basati sull’estro del coautore Tim Haines, già noto per la serie di documentari intitolati Walking with, visti in Italia all’interno della trasmissione contenitore La Macchina del Tempo. Se all’inizio della serie le animazioni in computer grafica sembrano appena sufficienti, queste carburano negli episodi successivi e raggiungono livelli apprezzabili. I velociraptor sono veramente belli e terribili, e tra l’altro sfoggiano un look abbastanza diverso da quello reso popolare da Jurassic Park.
Tra tirannosauri, vermi giganti, mammuth e tigri dai denti a sciabola, il tema centrale di Primeval rimane comunque quello del viaggio nel tempo. Dei paradossi che da questo possono scaturire, degli effetti imprevedibili e devastanti che la manipolazione del passato può scatenare sul presente che conosciamo. Ecco quindi affiorare, nel cocktail servito da Hodges e Haines, persino una traccia del popolarissimo ed enigmatico Lost. Un retrogusto che regala uno dei finali di stagione più avvincenti degli ultimi anni e che fa desiderare di vedere subito la serie successiva.
Di Primeval esistono tre stagioni, due delle quali già trasmesse sul satellite e attualmente massacrate dalla programmazione Rai. La terza, ancora inedita in Italia, sembra per il momento destinata a essere l’ultima, ma gli autori sembrano decisi a cercare nuovi produttori pur di continuare a raccontare le loro storie tra passato, futuro e quanto ci sta in mezzo. Possiamo solo augurarci che ci riescano, e di poter vedere presto in italiano la terza stagione di questo interessante serial. Primeval dimostra che a rendere divertente un’avventura è il modo in cui la si racconta, non i fatti più o meni visti che porta in scena. Gli inglesi, nell’ambito della science fiction e del fantastico in generale sembrano essere un passo avanti a tutti. Forse perché sanno quando smettere di prendersi sul serio e affidarsi al loro caratteristico humor. Forse perché conoscono pregi e limiti della fantasia umana, e sanno che il vino migliore è quello più vecchio. Tutto sta a servirlo al momento giusto, fresco e nel bicchiere adatto. Le condizioni ideali per assaporarlo in pace, sospirare e dire: E’ buonissimo.
La fantasia, l’avventura e la meraviglia sono qualcosa di primordiale. Proprio come le creature belle e spaventose di Primeval. E soltanto guardando al passato si può sperare di costruire il futuro e conquistare qualcosa di veramente nuovo.

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.



lunedì, luglio 13, 2009

Chiron: Rassegna Stampa


Continua l'avventura di Chiron, il mio fumetto autoprodotto giunto già alla seconda uscita. Chi frequenta questo eremo sa già che il menu prevede supereroi, medici con segreti, goliardia, passione per il fumetto classico, underground e tanta voglia di sperimentare.
I colleghi di Fantasy Magazine, che ringrazio, hanno dedicato a Chiron una nuova recensione e intervistato il sottoscritto che per la prima volta toglie la museruola e dice tutto quello che gli ronza nella trebisonda. Va da sé che tutti i lettori di questo blog sono invitati a leggerle sul loro giusto luogo di pubblicazione, cioè Fantasy Magazine.

Ecco quindi la recensione di "Chiron n. 2: La sindrome di Pandora" firmata da Emanuele Manco.

E l'intervista all'autore: Filippo Messina.

Un grazie sentito a chi segue e apprezza il mio lavoro.

mercoledì, luglio 08, 2009

Pluto... o il ritorno di Astro Boy

Il fumetto, come già il cinema, non è nuovo alla pratica del remake. Possiamo chiamarla riscrittura, aggiornamento o versione definitiva. Gli esempi non mancano, soprattutto in terra americana. Ma è con Naoki Urasawa e il suo Pluto che questo genere di rielaborazione acquista una dignità che trascende qualsiasi etichetta e dimostra di avere la personalità necessaria per camminare sulle proprie gambe. Mangaka noto in Italia per i già apprezzati Monster e 20th Century Boys, Urasawa fa centro ancora una volta, dimostrandosi uno degli autori completi di maggior talento sulla scena del fumetto internazionale. E lo fa con una mossa nostalgica, a suo modo anche furba, che suscita interesse a più livelli.

All’origine di Pluto c’è la dichiarata volontà del suo autore di omaggiare Osamu Tezuka, artista conosciuto in tutto il mondo come il Walt Disney giapponese e alle volte chiamato persino il “dio dei manga”. Tezuka, in effetti, inventò il fumetto e l’animazione nel suo paese, definendo manierismi ormai storici e producendo una quantità di capolavori indimenticabili. La fonte illustre scelta da Naoki Urasawa per il suo omaggio è Tetsuwan Atomu, noto in Italia come Astro Boy, e capostipite di tutti i robot nipponici che seguiranno. Protagonista della serie era Atom (in Italia Astro) un piccolo robot costruito da un geniale scienziato a immagine del figlioletto defunto. Una creatura potente e mite che non avrà vita facile nel duro mondo degli esseri di carne e sangue. Abbandonato dal padre-creatore che ha finito col detestare il simulacro del figlio morto, Atom si esibisce come fenomeno in un circo finché non viene riscattato dal dottor Ochanomizu, che riconosce il potenziale “umano” della creatura meccanica e la prende sotto la sua protezione.


Da queste linee essenziali è evidente che anche il progetto cinematografico di A.I. – Intelligenza Artificiale, meditato da Stanley Kubrick e in seguito realizzato da Steven Spielberg, doveva molto al lavoro di Osamu Tezuka. Il tema profondo del manga era la ricerca della sensibilità umana in una macchina autosufficiente. Nel mondo dipinto da Tezuka i robot, per quanto forti, erano portatori di un candore e di un rispetto per la vita ormai raro negli esseri umani. Questo li portava a essere discriminati, spesso perseguitati, in un modo che oggi ci ricorderebbe le tribolazioni dei mutanti Marvel.
Astro Boy è dunque a tutti gli effetti un’opera fondamentale da cui sono germinati parecchi semi, e non solo nella cultura fumettistica giapponese. Naoki Urasawa sceglie un ciclo ben preciso nella sterminata saga raccontata da Tezuka, e rinarra a modo suo l’episodio intitolato Il più grande robot del mondo, lasciando sullo sfondo i combattimenti robotici per imboccare la strada del mistery.


Qualcuno (o qualcosa) sta eliminando i sette robot più forti del pianeta. Più che di distruzione si può parlare di veri e propri omicidi, in quanto gli automi si sono evoluti e integrati con gli umani al punto da rendere ardua la distinzione. Ormai i robot non solo possono avere un aspetto umanoide, ma pensano in termini umani e coltivano le stesse aspettative di vita. Sono in grado di simulare atti quotidiani come mangiare e bere, pratiche descritte come rituali necessari alle intelligenze artificiali per sviluppare sempre più la loro empatia con gli esseri umani. Sentono l’esigenza di sposarsi, di adottare bambini robot per soddisfare gli impulsi genitoriali. Si pongono domande etiche, rispettano l’ambiente e lo amano più delle creature organiche. Inoltre, leggi recenti tutelano i diritti dei cittadini meccanici. Progresso sociale che qualcuno non vede di buon occhio.
Seguendo il meccanismo tipico del giallo, Urasawa mette in scena la progressiva uccisione di queste intelligenze artificiali. Non prima di avere svelato al lettore l’intrinseca umanità di ciascuno, dimostrando che dal punto di vista morale ogni distinzione tra persona biologica e persona meccanica è venuta a cadere. L’assassino lascia anche una firma. Rottami sistemati come corna sulla testa delle vittime. L’emblema di Pluto, divinità degli inferi. Presto cominciano a morire nel medesimo modo anche esseri umani, individuati tra gli artefici delle leggi a favore dei cittadini robotici, e l’ispettore Gesicht, anch’egli un evolutissimo automa, inizia a indagare.


Dell’opera di Osamu Tezuka rimane innanzitutto l’ambientazione di fondo. Una società dove uomini e robot convivono in modo spesso precario, e dove i primi devono dimostrare ogni giorno di essere ormai qualcosa di più di un semplice guscio di metallo deambulante. Rimane inoltre lo spunto del capitolo scelto, cioè l’eliminazione sistematica dei robot più potenti, ma rivisitato in chiave di racconto di indagine in cui le risposte non sono affatto scontate. Urasawa introduce i personaggi celebri della serie poco per volta, rimodellandoli secondo una chiave dark che ricorda molto il bellissimo Monster. Né lesina citazioni e piccole comparsate, con icone del maestro Tezuka estranee al mondo di Atom, ma che fanno una fugace apparizione tra le pagine per salutare quanti tra i lettori sapranno riconoscerle.

Il concetto di automa come erede di una sensibilità perduta dalla maggior parte degli umani ha radici antiche e numerosi parenti illustri. Solo per citarne qualcuno, possiamo ricordare i pulp dedicati ad Adam Link di Earl e Otto Binder. Ma soprattutto Philip Dick (a parte il celeberrimo Anche gli androidi sognano le pecore elettriche) per il racconto breve I Difensori della Terra, dove i robot (come in Tezuka e oggi in Urasawa) hanno a cuore il destino dell’ecosistema terrestre a dispetto degli stessi umani. Naoki Urasawa riesce a recuperare questi archetipi, a intonare un elogio rispettoso dell’opera del maestro, e a mixare tutti questi elementi in un racconto del mistero con un retrogusto filosofico. Forse, a tratti, l’intento di umanizzare gli automi lo spinge a esagerare con la melassa. Ma la forza del racconto prevale su queste sbavature e la lettura corre spedita senza perdere mai di mordente. Dopo Monster, Urasawa dimostra ancora una volta di saper gestire la tensione in modo magistrale. Si vedano gli incontri di Gesicht con Brau 1589, l’unico automa ad avere mai ucciso un uomo. Contrappunto narrativo che ricorda le visite dell’agente Clarice Starling ad Hannibal Lecter nei sotterranei del manicomio criminale ne Il Silenzio degli Innocenti. Tutto procede secondo un meccasimo a orologeria. I dettagli del mistero sono svelati poco per volta, e le vicende private delle vittime si incastrano nel mosaico con tragica perfezione.


Il disegno di Naoki Urasawa (pare dietro richiesta degli eredi di Osamu Tezuka) non tenta neppure di imitare lo stile del maestro, e ci regala un Atom e un Gesicht totalmente rinnovati. Ulteriore motivo di divertimento è l’apparizione in Pluto di volti noti della storia recente, collocati in ambiti che dovrebbero suggerirne le reali generalità. Pluto è un fumetto intelligente, che sa raccogliere il meglio seminato da un pioniere della nona arte per farlo rifiorire in una chiave più matura e consona a una nuova generazione di lettori. Un racconto dai toni adulti, fascinosamente in bilico tra fantascienza e giallo, introspezione e thriller.
In un industria del fumetto che ricicla da anni i supereroi secondo trend commerciali discutibili, Pluto fornisce una diversa interpretazione del concetto di remake. E se non è un capolavoro, ci va sicuramente molto vicino.

Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.


giovedì, luglio 02, 2009

Karl Malden 1912 - 2009

A pochi giorni dalla scomparsa di Farrah Fawcett e di Michael Jackson, il mondo dello spettacolo è di nuovo a lutto. Karl Malden aveva 97 anni (viva Dio!) e una carriera attoriale di tutto rispetto. Non bello, con una faccia che era una maschera tra il buffo e il grottesco, con un prominente naso bitorzoluto e un enorme carisma recitativo. Anche se non è mai diventato popolare al pari delle tante star di cui è stato comprimario, Malden lascia un'impronta profonda nella memoria dei cinefili. In Italia, probabilmente, lo ricorderemo soprattutto per la sua partecipazione a "Il gatto a nove code" di Dario Argento, dove interpretava "Biscottino", il detective cieco che indagava su una misteriosa catena di delitti con l'aiuto della piccolissima Cinzia De Carolis e del giornalista James Franciscus. Altro veicolo di popolarità è stato il telefilm anni 70 "Le strade di San Francisco", al fianco di un giovane Michael Douglas. Ma Karl Malden ha dato moltissimo a Hollywood ed è ricordato per la sua presenza accanto a Marlon Brando e Vivien Leigh in "Un tram che si chiama Desiderio", di Elia Kazan dal dramma di Tennessee Williams. Ruolo che gli valse un premio Oscar. "Fronte del porto", sempre accanto a Brando, con cui girò anche "I due volti della vendetta", "Io confesso" di Alfred Hitchcock, e il pastore del disneyano "Il segreto di Pollyanna", solo per citare una manciata di titoli.
Karl Malden era specializzato in ruoli da burbero benefico, senza lesinare ruoli scomodi ("Baby Doll, la bambola viva") e perversi come in "Pazza" al fianco di Barbra Streisand.
Karl Malden può essere considerato l'icona dell'attore statunitense duttile e refrattario alla facile popolarità presso il vasto pubblico. Un volto a cui ci si poteva affezionare, scoprendo nelle sue performance personaggi sempre umani e credibili.
Un altro frammento di cinema che mancherà a quanti amano veramente la settima arte.