sabato, dicembre 03, 2011

Dell'omofobia e altre intolleranze...


«Sei malato! Malato in testa!»

Mi sono sentito dare del frocio per la prima volta alle scuole elementari. Non compresi subito che cosa volesse dire, il che la dice lunga sulla mia storia personale, ma non impiegai troppo tempo a intuire che non si trattava di un complimento. La scuola media svelò definitivamente ogni arcano, e in breve tempo fui un esperto su ogni luogo comune riferito all’omosessualità. Cos’è un frocio? Beh, un frocio è... un uomo senza le palle. Un uomo che non è un Uomo. Un “uomo” che prova piacere nell’essere penetrato da dietro, e quindi è da considerare una donna mancata. Una caricatura. Un traditore del genere maschile. Un essere immondo. Un vizioso. Insomma, un malato.

«Bisogna essere malati, fottuti in testa per fare o non fare certe cose!»

L’omofobia può avere molte facce, ma la sua espressione più grezza, più popolare è quella dello spregio, della derisione e del ricorso al concetto di malattia o di perversione. Insomma, l’omofobia che puoi sentire al bar, quando qualche coglione che scrive azione con due z afferma ridacchiando che ai froci il cazzo non si rizza mai, tanto non ne hanno bisogno. O sono microdotati, un difetto dell’umanità.

«E’ normale reagire così, quando si sente per la prima volta come sei fatto. E’ una cosa dell’altro mondo. Assurda, ridicola e... molesta!»

 

Dopo la scuola, e anni di tormentosa incertezza, è giunto finalmente il tempo della consapevolezza, del sesso e dell’amore. Gli anni della vita insieme con una persona del tuo stesso sesso. I momenti belli e brutti condivisi. Le liti, banali e più serie. E’ venuto il tempo dell’impegno sociale, degli incontri del collettivo Antiomofobia, dei primi Gay Pride. Il tempo degli articoli appassionati sui diritti delle coppie di fatto, sulla costante diatriba riguardo cosa sia naturale o meno. Gli anni della frequentazione politica, e dell’incontro con personaggi molto presenti su questa ribalta sociale. Una volta, durante un incontro, sentii un giovane eterosessuale progressista, dire che a suo avviso l’orientamento sessuale, come concetto, non è molto distante dalle attitudini alimentari. Non ha senso discriminarlo o considerarlo alieno da sé, in quanto si tratta di una delle tante varianti naturali che possono caratterizzare gli individui in un modo piuttosto che un altro. Qualcun altro commentò che in questo ragionamento qualche briciola di vero c’era. Un vegeteriano, diceva, è a volte osservato come un bizzarro animale, cui spesso si rivolgono domande e osservazioni pedanti. Personalmente, pensavo che il paragone fosse un po’ superficiale. L’orientamento sessuale investe anche la sfera affettiva, innescando una serie di problematiche personali e sociali di non poco conto. Era davvero il caso di paragonarlo a delle preferenze alimentari?

«Sei malato! Bisogna essere malati in testa per essere così!»

Questa frase, da me udita nella serata di ieri, non era rivolta a un gay in quanto tale. Non era rivolta a un coprofago, abituato a ingozzarsi delle proprie feci, o a un necrofilo colto ad amoreggiare con un corpo freddo. Non era rivolta neppure a uno dei tanti, irritanti teorici di una presunta pedofilia “morbida” che si permettono in pubblico battute del cazzo, affermando che se non allungano le mani su quel tale minorenne slavato è solo perché finirebbero sui giornali. Battute che fanno soffrire quanti, come il sottoscritto, ha subito atti di pedofilia nell’infanzia, e tuttora li ricorda come un incubo disgustoso.

Questa frase, abbastanza maleducata o quanto meno poco sensibile, è stata rivolta a me. Ieri sera, mentre si parlava banalmente di un invito a cena. E mi ha causato una sofferenza che non mi aspettavo. Un dolore sordo, un senso di solitudine e umiliazione che non provavo da tempo. Forse perché era tanto che non mi sentivo dire certe cose. Ma probabilmente anche perché a pronunciarla era una persona omosessuale. Forse anche perché l’argomento, stavolta, non erano le preferenze affettive o di letto. E sia chiaro che mi rendo ben conto di quanto ai miei cinque lettori questo potrà suonare grottesco, addirittura balordo. Eppure si stava parlava di... attitudini alimentari.

Tutto iniziò con mia madre. Anzi, no, con mio nonno materno e due dei soi figli. Una spontanea idiosincrasia ai latticini, in seguito estesa anche ai salumi. Non un’allergia, badiamo bene. Ma una forma di generica intolleranza, che non causa sintomi visibili come gonfiore, bolle o macchie sulla pelle. Vivere il proprio corpo con una di queste intolleranze è strano e difficile. Vogliamo provare, per una volta a spiegarlo? Il concetto non è sovrapponibile a quello di una pietanza che non piace. A me, per esempio, non piace il baccalà. Ma proprio per niente. Eppure lo posso ingurgitare. Senza piacere, con un po’ di sforzo, giusto per non dispiacere chi lo ha cucinato e servito. Ma posso... perché non succede nulla. Nel caso dell’idiosincrasia ai latticini, la cosa è molto diversa. Il fenomeno si manifesta con una sensibilità patologica già all’odore di certi alimenti. La vicinanza dei formaggi e dei loro “profumi” per chi ha problemi del genere, causa una reazione simile a quella che può avere qualcuno che passi vicino a una maleodorante latrina. Sì, non sto esagerando. La reazione istintiva è un disgusto incontrollabile, una sensazione ripugnante che scuote lo stomaco come se stessimo fiutando degli escrementi fumanti. Provare a mangiare questi alimenti non causa shock anafilattici o disturbi della pelle. Provoca però un’irrefrenabile e immediata nausea che sfocia molto presto in conati di vomito, e a volte nel vomito effettivo. Potremmo dire che certi alimenti, a chi soffre di questo genere di idiosincrasia estrema, fanno un effetto emetico.
Il fenomeno è più diffuso di quanto si possa credere, ed è soggetto a numerose varianti o a situazioni più tollerabili. Nel mio caso, una quantità molto contenuta di formaggio associata ad altri ingredienti dai sapori forti (pomodoro, acciughe) possono far mutare la risposta chimica del mio organismo, facendomi risultare il piatto addirittura piacevole. Non si tratta di coprire certi sapori, ma che in determinate situazioni alcuni sapori oggettivamente cambiano. Una questione di quantità e opportunità che mi fa pensare che origine e struttura di questo disturbo sia legata ai meccanismi chimici dell’organismo, e che di solito sia ereditaria (nonno, madre e zio avevano lo stesso problema).

Questo disturbo, per chi ne è afflitto, si traduce spesso in un handicap sociale di proporzioni non indifferenti. Alimenti come formaggi e salumi sono diffusi a livello popolare, e trovarsi a fare i conti con pietanze che non si possono mangiare senza soffrire in prima persona, ispirando tra l’altro disgusto agli altri commensali con il manifestarsi della propria nausea, è un frangente umiliante quasi all’ordine del giorno. Per questo, da tutta la vita, ogni nuovo invito a cena equivale per me a una cappa di angoscia. Per lo stesso motivo, tanta gente simile a me preferisce mettere le mani avanti e dichiararsi semplicemente... allergica, pur non essendolo esattamente. L’allergia, infatti, è una spiegazione socialmente più accettata, un velo rassicurante dietro il quale rifugiarsi. Un po’ come un gay abituato a fingersi eterosessuale, e che per non farsi portare a puttane dagli amici ignari, con esiti imbarazzanti, inventa questa o quella temporanea malattia.

Può suonare comico, ma nel corso della vita, il mio problema alimentare mi ha seguito, torturato e umiliato con una frequenza forse maggiore della mia omosessualità, in quanto mi ha perseguitato anche all'interno della comunità discriminata cui appartengo. E’ matematico che quando l’anfitrione di turno ti invita a cena e, conversando, salta fuori la questione dell’intolleranza ai latticini, si metta a dire con fare sornione: «Organizzerò una cena a base di formaggi..., di ricotta... di bresaola... di salame... metterò il gorgonzola nel caffè.»
Una performance più vista di Trappola per topi sui palcoscenici inglesi, di Natale in casa Cupiello sui canali Rai, e persino dell’irriducibile Ispettore Derrick, replicato da trent’anni fino allo sfinimento. Impossibile contare le migliaia di volte in cui le mie orecchie hanno patito questa ovvia, puerile e irritante canzonatura. Del resto, che possono saperne? Se incontri un obeso, come potresti immaginare che da tutta la vita si sente dare del ciccione e magari ne soffre? I palermitani, soprattutto, hanno una formula magica per mandarsi assolti da qualunque stronzata facciano. Il classico e musicale: «Ma iu chi nni sacciu?!»

«Bisogna essere malati in testa per non mangiare, apprezzare i formaggi!»

Veniamo adesso al vero punto nodale. E cioè: che cosa... e perché mi ha ferito così tanto?
Sentire per l’ennesima, dolorosa volta, ridicolizzare una parte di me su cui non ho nessun controllo, mi ha finalmente svelato un mondo. Ho scritto tanto su cosa è o non è naturale. Sull’antico e resistente tabù che porta tanta gente, ancora oggi, a ritenere impensabile una coppia formata da persone dello stesso sesso. Ho dissertato sull’omoaffettività, sulle ragione legittime di una manifestazione come il Pride, sul bisogno di combattere l’omofobia dal basso. E soprattutto, in questi anni, ho ascoltato. Molto. Tante persone, omosessuali in prevalenza, parlare di lotta, di diritti, di dignità.


Oggi ho la sensazione che il modo in cui, per l'ennesima volta, mi sono sentito trattare ieri sera, dopo un un lungo intervallo di tempo, affondi le radici nei medesimi meccanismi psicologici che generano l’omofobia. Certo, l’omosessualità è un argomento complesso, che investe gli affetti di uomini e donne, il loro sentirsi famiglia e i loro diritto a essere riconosciuti come tale. Ma torniamo per un momento a parlare di omofobia. Quella più elementare, quella da bar, quella che induce a provare insofferenza nei confronti di qualcuno che percepiamo come diverso. Per l’omofobo di base, un frocio è solo un culo aperto che vuole essere penetrato per goderne. Un malato che non apprezza la figa... Dico: la Figaaaa! La cosa più bella del mondo! Come si fa, dico, a non amare e a desiderare la figa? Se tu, frocio, fossi abbandonato su un’isola deserta in compagnia di sole fighe, non ti ci butteresti a pesce? No? Beh, mi spiace, ma sei un malato. Ti manca qualcosa d’importante per ricevere rispetto, perché per essere completo DEVI amare e godere di una cosa bella come la figa. Ti fa pure schifo? Ihihihi! Ma che problemi hai? E’ un fatto psicologico, fattene una ragione. Prova,  e vedrai che gusto ci prendi! E se proprio ti rifiuti, se proprio non ti piace... sei un vizioso, un malato, una creatura difettosa che vuole soltanto prenderlo in culo. Mi da anche fastidio averti intorno, pensa un po’. Devo per forza riderci un poco su, altrimenti come ti sopporto, frocio?!


«Sei malato! Malato in testa!»

Ci ho pensato per tutta la notte. E ora mi chiedo... c’è davvero tanta differenza?
E’ davvero tanto strano che io mi sia sentito così offeso, così disperatamente solo? E’ poi tanto esagerato, magari nevrotico, che mi ferisca vedermi piovere addosso un atteggiamento di derisione per i miei limiti alimentari proprio da persone con cui condivido un cammino di resistenza nella diversità, e lotte per l’uguaglianza dei diritti? E' proprio necessario che una diversità da poco, come un'idiosincrasia alimentare, susciti reazioni così macroscopiche, addirittura scandalizzate e ai limiti della villania?

Non possiamo dimenticarci che etero o omo, bianco o nero, yin o yang, siamo comunque parte di una gran brutta categoria. Quella categoria contraddittoria e debole che si chiama umanità e sembra non imparare mai dalla storia o dai propri errori. Anche all’interno di una minoranza discriminata non si è al sicuro dai medesimi meccanismi che producono episodi di intolleranza più o meno marcata. C’è sempre qualcuno che è un po’ diverso dal gruppo. Qualcuno le cui attitudini non sono del tutto omologate alla maggioranza, e allora... Beh, che posso farci? E’ naturale reagire così. E’ naturale marcare distanza da ciò che non si capisce, che magari infastidisce perché diverso. E che potrei anche riuscire a tollerare, ma... al prezzo della derisione, della battuta, di una sottintesa affermazione di superiorità. Sia che mi piaccia la figa, o mangi con passione cose che a pochi squinternati suscitano il vomito. Di che si offende, poi? Quello capriccioso... quello bacato... è lui. Se non gli va non ci frequenti, che ci crea pure disagio dover tenere conto dei suoi limiti. E poi... Dai! E’ tutta una questione psicologica. Mi parli di ereditarietà? Di chimica? Ma fammi il piacere, sei soltanto un molesto, viziato rompicoglioni. Anzi, la cosa che dici di non poter mangiare qualche volta te la somministro senza che neppure te ne accorgi. Così ridiamo ancora di più. E... che cosa? Nooooo! L’omosessualità è un’altra cosa. Origine psicologica? Ma vaaaa! Origine genetica? Ma daaaaai! E’ offensivo anche solo chiedersi quale sia l’origine dell’omosessualità. Mi fa incazzare quando qualcuno si chiede perché è frocio! Chi se ne frega? Conta il rispetto! Conta l’uguaglianza davanti alla legge...

Sì, vivo in un ambiente dove l’attivismo sociale e politico si taglia con il coltello. Tanto frequente, tanto ossessivo, da accecare alle volte. Ed è per questo che davanti a dimostrazioni di inaffidabilità, di stupidità, di intolleranza o anche solo di maleducazione, ci rimango così male.

«Bisogna essere malati per non mangiare certe cose!»

Forse non è l’intrinseco contenuto offensivo di questa frase (peraltro infelice nella sua pretesa di essere iperbole). Ma è stata la contraddizione sociale che ne è emersa a ferirmi così tanto, e a farmi attendere, in questo ennesimo invito a cena dove probabilmente sarò percepito come un fardello da tollerare (dovrei aspettarmi qualcosa di diverso dopo certe performance?), con una discreta ansia, aspettandomi le ulteriori, sciocche battute sui... froci alimentari, senza potermi difendere in alcun modo. Non sarebbe il caso, perché risulterebbe esagerato. Per non rovinare la festa a chi amo e perché l’ambiente non mi è favorevole, solidale... almeno in senso alimentare. Che poi... davvero vuoi essere rispettato perché non riesci a mangiare le cose più buone del mondo? Buone come la FIGA?! Ma fammi il piacere! Almeno accetta un po' lo scherzo, che quello difettoso sei tu.


Eppure dovrò andare avanti, continuare a scrivere articoli appassionati contro l’omofobia, partecipando a manifestazioni, ideando comunicati politici e lettere aperte a religiosi cristiani solo di nome. Il mondo, mi diceva qualcuno, non brilla, ma ci si deve pur vivere. In modo pirandelliano, forse, a settori separati, con un pupo diverso per ciascuno. E ricordandosi che l’umanità, anche quella rappresentata da chi ha consacrato la sua vita all’attivismo, potrebbe non essere matura per il rispetto delle differenze in modo genuino e trasversale, pronta com’è a  cadere così facilmente nei medesimi atteggiamenti che ufficialmente condanna.

3 commenti:

fumettidicartarchivio ha detto...

Ma che razza di persone frequenti?
Ma soprattutto: proprio non riesci a fregartene di quel che gli altri pensano di te e di quel che mangi o non mangi?
Sono stato vegetariano rigoroso per 17 anni, non ho mai rotto i coglioni a nessuno, ma quasi chiunque si è sentito in diritto di romperli a me.
Questo fino a che non ho cominciato a:
1. mandare a CAGARE (senza eufemismi né sottintesi) chi aveva qualcosa da ridire o anche solo da dire sul mio essere vegetariano;
2. fregarmene di quel che gli altri pensavano/ non pensavano sul mio essere vegetariano.
Certo, il mio fan club si è di molto sfoltito.
E va davvero bene così!
Un abbraccio
Orlando

orosottolaluna ha detto...

Io detesto "la pappa al pomodoro"per anni ho dovuto subire le stesse ingiurie e incomprensioni per non parlare di una inappetenza cronica prolungata per anni ed anni.
Ora non la rifiuto più
ma i commenti delle persone più vicine mi hanno fatto vomitare più dell'odore di "salsina allungata" che mia madre mi imponeva di mangiare perchè dovevo necessariamente crescere al passo delle altre bambine della stessa età.TVB Ciaoooooooooooo

Perdido ha detto...

Grazie per la solidarietà, ragazzi. Frequento persone... abbastanza normali, direi. Nel senso che la realtà è questa. Il senso profondo del mio post esamina la facilità a cadere nel bullismo (come vorresti definire certi atteggiamenti e battute?) e nella discriminazione (per quanto soft) anche da parte di categorie che dovrebbero essere storicamente vaccinate rispetto a certi comportamenti. Il resto è semplicemente uno sfogo, perché sentirsi dire certe cose, in certi momenti, pesa. Tutto qui.