lunedì, ottobre 30, 2006

UN NODO ALLA LINGUA (PASSANDO PER LA GOLA)


«Ai giovani che mi avvicinano dicendomi che vorrebbero scrivere, ormai rispondo: Lasci perdere, non scriva. Telefoni!»

La battuta è di Umberto Eco, rilasciata durante un'intervista nel corso del "Linux Day", giornata dedicata al Software Libero svoltasi il 28 Ottobre 2006. Una freddura divertente, che viene da uno stimabile uomo di lettere che ha conosciuto la trincea del lettore professionista di manoscritti inviati a una casa editrice. Esperienza senz’altro devastante, che ha impresso in modo evidente un forte trauma nella memoria dell’illustre filosofo. Di battute come questa, ad ogni modo, ne esiste un intero repertorio. Ricordo il tormentone adottato qualche anno fa dall'attore Giorgio Albertazzi, il quale diceva spesso di voler dar vita a una scuola in cui, piuttosto che insegnare, si dissuadessero i giovani dall’intraprendere la strada del teatro.
Alla radice di tanto disincanto c’è sicuramente un dato di fatto. Oggi tutti scriviamo. Un po’ tutti, almeno una volta nella vita, ci abbiamo provato. In tantissimi produciamo racconti, saggi e composizioni poetiche, destinandone alcune al cassetto, altre all’autoproduzione, talune a un sito in rete o agli occhi diffidenti del lettore di qualche casa editrice. Un imponente magma di parole dove talento e velleità assoluta si fondono in un brodo dal gusto dubbio di cui è difficile distinguere gli ingredienti.
Perché così tanta gente scrive, spesso selvaggiamente e senza alcuna cura tecnica? Forse il principale motore di questo fenomeno potrebbe essere il fatto puro e semplice che, all’inizio di questo nuovo secolo, ormai tutti riteniamo di saperlo fare. Già, perché in Italia l’analfabetismo è ormai una percentuale discretamente bassa. La maggior parte di noi completa almeno la scuola elementare, e di conseguenza impariamo a leggere e a… scrivere. Si suppone, se non altro, che sia così.
L’avvento di Internet ha aperto le braccia a chiunque ritenesse di aver qualcosa da dire, in un tripudio di siti letterari di matrice amatoriale, home page di aspiranti autori, comunità di esordienti e infine di blogger. Qualche tempo fa, una giovane scrittrice siciliana commentò in modo molto superficiale: «Oggi, con Internet, i modi per un autore di acquistare visibilità sono tali e tanti che se nessuno ti nota significa che non vali proprio niente.»
Qualcuno avrebbe dovuto far notare alla signorina che pubblicare su Internet equivale ad appendersi al collo un cartello con una scritta e vagare per un’affollatissima metropoli dove tutti gli abitanti fanno lo stesso sperando che qualcuno si fermi a leggere proprio il nostro slogan. Una metropoli che cresce a dismisura, mentre proliferano inutili corsi di scrittura e giornalismo disconosciuti dai professionisti del settore.
E’ normale. Se per fare della musica è necessario avere una certa predisposizione, imparare a suonare uno strumento e studiare un bel po’ di anni, è pur vero che chiunque, oggigiorno, è in grado di tenere in mano una penna e mettere giù qualche pagina. E’ l’equivoco più squallido in cui sia mai incorsa l’arte della parola scritta. Un malinteso che, sdoganato dal sentire comune, rischia di diventare una pericolosa realtà.

Oggi, conoscere la lingua italiana non è più una virtù. Non è un bagaglio culturale apprezzabile e non è uno strumento di lavoro che può suscitare rispetto. Anzi, tutto il contrario. I tecnici della nostra lingua, al di fuori del mondo accademico, non hanno il benché minimo ascolto. Dimostrare di saper distinguere tra i diversi tipi di accento, conoscere il senso delle virgole, sembra essere diventato più che altro motivo di scherno. Sempre più spesso ci si sente dire frasi stolide come «La sola cosa importante è farsi capire!» o «Soltanto tu fai caso se l’accento è giusto o no!», e anche «Ma che differenza fa? Sei solo un pedante!» e ancora «Me ne frego se è sbagliato! La mia è scrittura creativa!», fino ad arrivare al demenziale: «Mettere l'accento alle vocali è un vizio che mi sono finalmente tolto!»

Pare che in Italia, negli ultimi decenni, sia andato prendendo piede un generale ripudio della lingua e di buona parte delle sue regole. Una perfetta antitesi di quello che conosciamo come l’orgoglio linguistico di certi paesi anglosassoni, dove se non sei in grado di formulare una discreta pronuncia dell’inglese fingono di non capirti. Noi italiani sembriamo avere introiettato un’immagine al negativo del nazionalismo linguistico britannico. Stiamo sviluppando un totale disprezzo per la nostra lingua, o quantomeno un’imperdonabile strafottenza che tende a generare ulteriore ignoranza, travolgendo anche lo studio delle lettere e della storia. Una catena di cause e di effetti nell’ambito dell’istruzione che non si dovrebbe sottovalutare. Un vero e proprio nodo alla lingua, che perdurando pregiudicherà la nostra crescita interiore.

Alla luce di questi fenomeni, e della relativa pessima scrittura che ne deriva, non è facile dar torto a Umberto Eco. Tuttavia…

Quello che vorrei chiederle, professore, è quale sarebbe oggi, per un aspirante autore, il modo adeguato di mettersi alla prova e stabilire una volta per tutte, con se stesso e con gli altri, se possiede un fottuto talento o soltanto fottuti sogni di gloria? E’ vero, affoghiamo in un mare di mediocrità, ed è naturale guardare con insofferenza chi tenta di fare lo stronzo a galla. Potrebbe essere un talento cui lanciare un salvagente? Con l’aria che tira, è più probabile di no. E allora forse è meglio lasciare che vada giù.

Ma se le cose stanno così, se lo sdegno da parte di chi rappresenta la cultura ufficiale nei confronti della massa degli invasati scriventi è tanto motivata… perché la qualità dei libri pubblicati di recente da case editrici anche importanti è così sconfortante? Perché, soprattutto nell’editoria indipendente (o presunta tale) assistiamo a un proliferare di autori “incazzati” che congedano l’uso razionale della punteggiatura senza disporre minimamente degli strumenti collaudati da Dalton Trumbo o da James Joyce? Dunque la valvola di sicurezza, il filtro intelligente, non funziona. E in qualche modo siamo già avviati sulla strada dell’apocalisse letteraria, con tanto di marchio editoriale.

Forse sono anch’io uno dei tanti velleitari. Probabilmente non valgo nulla e non sono ancora riuscito a farmene una ragione. Ma è dura da accettare quando non riesci nemmeno a farti leggere da un editore “alternativo” che ormai pubblica valanghe di cazzate scritte con bello spregio della lingua italiana. Sì, perché a dispetto dell’autrice innamorata del web, un altro grosso problema per chi scrive è la visibilità. Troppo spesso, ultimamente, mi sento dire «Scrive male. Ma si sa vendere». Una frase pronunciata con veri accenti di ammirazione. E questa, ormai, sembra essere l’unica cosa che conta veramente. Il talento è del tutto opzionale. Viviamo l’era del manager tosto, che sa dove e quando essere presente. Che scriva da cani, o in modo modesto non importa. E’ uscito dall’invisibilità. E non è poco. Anzi, è tutto. Per il sottoscritto, il guaio è che se è orfano di un talento, quello, forse è proprio la capacità di vendersi.

Che dovremmo fare, professore Eco? La sua battuta è simpatica, ma suona molto amara a chi non riesce a farsi prendere sul serio neppure da chi ha più vicino. Del resto, nessuno sarà mai un profeta in patria. In verità, non aspiro più alla pubblicazione o a chissà quali pantagruelici riconoscimenti. Vorrei soltanto accordato il privilegio di esistere. Non di emergere, ma di stare diritto in mezzo alla folla. Per me sarebbe una gioia sapere che qualcuno legge i miei lavori a un amico, animato dalla voglia di condividere con lui una lettura che ha suscitato il suo rispetto. Invece, anche in famiglia, anche tra amici, mi capita ogni giorno di recitare l’altro ruolo. Quello dell’ascoltatore. Di quello cui sono mostrati le ultime righe partorite da un estraneo, e che si sente dire parole come «Non è simpatico? Non scrive bene?», accompagnate da scintille di entusiasmo negli occhi. Invece, no. Sono ancora invisibile. Nonostante Internet, nonostante gli studi, nonostante la fatica.
E la cosa comincia a fare male.

Forse, professore Eco, un giorno anch’io lascerò la penna per il telefono. Non subito, però. Non sono ancora pronto. Forse qualche altra cartuccia da sparare riesco ancora a trovarla. Spero. Devo trovare un modo per ricucire la ferita nel mio amor proprio prima che l’emorragia di entusiasmo mi lasci svuotato.
Non credo ci incontreremo mai, io e lei. Non credo nemmeno che avremmo qualcosa di serio da dirci. E non credo nemmeno di starmi rivolgendo veramente a lei. Se davvero volessi farlo tenterei altre strade, come le lettere… o il telefono.
No. Sto solo ragionando sul concetto di amore per la bella scrittura e sull’eventuale Caporetto suggerita dalla sua battuta. Forse è proprio così. Se in TV danno solo reality, magari conviene staccare definitivamente la spina. O forse conviene far lavorare il videoregistratore, armarsi di pazienza, e cercare un programma che meriti una chance, non saprei.

E per oggi ho già scritto anche troppo, su un problema per cui non ho ancora risposte.

martedì, ottobre 24, 2006

SENTRY: UN SUPERMAN SUL LETTINO DI FREUD


Se da qualche tempo, dopo un breve periodo innovativo fortemente voluto dall'editor Joe Quesada, la Marvel Comics ha scelto di imboccare la strada "collaudata" dei crossover e del format supereroistico più omologato, è pur vero che alcune piacevoli sorprese appaiono ogni tanto sugli scaffali delle nostre fumetterie.

E' il caso di questa miniserie dedicata "Sentry" e pubblicata nella collana "100% Marvel". Miniserie che, a onor del vero, al momento del suo arrivo non ci aveva ispirato più di tanto.
"Sentry" è un personaggio della nuova ondata Marvel, posto dagli autori Paul Jenkins e Jae Lee al centro di un contorto inganno commerciale. La prima serie dedicata al guardiano d'oro (apparsa in Italia sulle pagine della rivista "Wiz") fu lanciata affermando che Sentry era stato uno dei primi personaggi concepiti da Stan Lee, nume tutelare della Casa delle Idee, precedente anche all'Uomo Ragno e ai Fantastici Quattro. La serie "Sentry" avrebbe dunque dovuto essere un'operazione di aggiornamento e rilancio di un personaggio d'epoca. Solo che il classico in questione, nella realtà, non era mai esistito. Nella storia facevamo la conoscenza di Robert Reynolds (alias Sentry), eroe potentissimo che la terra (compresi i suoi paladini più famosi) avevano msteriosamente dimenticato. Un espediente metafumettistico che ha centrato l'obbiettivo di attirare una discreta fetta di attenzione sul nuovo nato in casa Marvel.
Recentemente, Sentry è stato inserito anche nella serie dei "Nuovi Vendicatori", complicando la sottotrama relativa all'amnesia dell'eroe e rimescolando abbondantemente le carte per collocare una volta per tutte l'eroe nel cosmo Marvel ufficiale. Con queste premesse, intrise di serialità, espedienti volti ad allineare la continuity delle varie testate, e differenze formali tra più autori, era facile sottovalutare questo volume intolato "Sentry: Sotto l'occhio vigile di Cloc".

Non è un segreto che i due colossi statunitensi principali fucine del mito supereroistico, Marvel e DC, abbiano sempre prodotto personaggi clonandoli da quelli più riusciti della scuderia concorrente. La parentela tra Aquaman e Sub Mariner è addirittura ovvia. Altrettanto quella tra Batman e Devil, eroe cieco che porta alle estreme conseguenze l'idea di uomo-pipistrello (oltre a sfoggiare una maschera ricalcata sul cappuccio del Cavaliere Oscuro). Potremmo continuare con il parallelismo tra i velocisti Flash e Quicksilver, gli arcieri Green Arrow e Occhio di Falco, gli alati Hawkman e Arcangelo, i paludosi Swamp Thing e Man Thing. E si potrebbe andare avanti a lungo, in un gioco di specchi editoriali che ha dell'incredibile.

In questo sterminato panorama di cloni, non esisteva ancora la versione marvelliana del supereroe per eccellenza: Superman. Ecco, dunque, dopo tanti anni, arrivare Sentry. Titano volante i cui poteri sono forgiati dal sole, ennesima variante di un messia in calzamaglia del quale, francamente, pochi sentivano la necessità.

Tuttavia...

Sul mito dell'Uomo d'Acciaio abbiamo già letto innumerevoli perifrasi. Alcune di queste si limitano a essere semplici omaggi, come l'Apollo di Authority. Altre, affidate ad autori di talento,
approfondiscono alcuni aspetti iconici del prototipo alla luce delle sensibilità attuali, svecchiandoli e dimostrando che il primo e più potente tra gli eroi può ancora essere oggetto di interesse da parte dei lettori di questo nuovo secolo. E' il caso di Hiperion in "Supreme Power", saga scritta da J.M. Straczynski, e soprattutto del'incantevole "Miracleman" di Alan Moore, dove veniva realmente rinverdito un impolverato personaggio del passato.

In tono forse ridotto rispetto a cotanti precedenti, ma non per questo meno intrigante, possiamo collocare il Sentry della Marvel. Il volume si inizia a leggere quasi con diffidenza. La presenza di personaggi come Hulk e il Dottor Strange tra i comprimari ci spinge ad attenderci il solito minestrone marvelliano dove galleggia un po' di tutto. E' già troppo tardi quando ci accorgiamo che lo scrittore Paul Jenkins (autore di un interessante ciclo di "Hellblazer" e della prima miniserie di "Sentry") ci ha catturati in una rete onirica fatta di atmosfere cupe, segreti svelati
poco per volta, in un intrigo psicanalitico che ci porta abbastanza distanti dai cliché supereroistici più frusti.

Jenkins ha svolto davvero un bel lavoro, riuscendo a produrre una miniserie che, pur essendo ricca di rimandi a quanto narrato nella serie dei "Nuovi Vendicatori", riesce a camminare egregiamente sulle proprie gambe, regalandoci una versione psichedelica dell'Uomo d'Acciaio in cui non mancano stimolanti elementi allegorici.
Sia chiaro. Questa miniserie di Sentry non brilla per l'originalità degli spunti. Alcuni passaggi possono ricordare molto la riscrittura di "Miracleman" svolta dal mago Alan Moore. Ma anche la dimensione onirica ed metaforica del "The Maxx" di Sam Kieth, per non parlare delle metafore sulle crisi di identità in chiave biblica viste in "Evangelion". Ciò che importa, però, non è soltanto la materia grezza, ma la forma che a questa è stata data. E "Sentry: Sotto l'occhio vigile di Cloc" è scritto con un senso del ritmo che ormai latita nella maggior parte dei fumetti di casa Marvel.

Facciamo così la conoscenza di un Superman schizofrenico, in grado di gemmare imprevedibili e indipendenti aspetti della sua complessa personalità. Una vigorosa e terrificante rilettura della diade Jekill/Hide che ci conduce sulle montagne russe di un incubo pop in cui i riferimenti al fumetto d'epoca si alternano a scioccanti simboli psicanalitici. Apriamo il volume convinti di affondare nelle imprese di un superuomo, ma scopriamo presto di stare ascoltando la parabola sul delirio di onnipotenza di un diseredato, condannato a portare sulle spalle una responsabilità troppo grande per la mente di qualunque uomo, sia pure più veloce di un proiettile. E una volta terminata la lettura, permane una sensazione inquietante. Tutti quei poteri rendono un uomo simile a un dio o piuttosto lo condannano a un inferno dal quale non c'è uscita? La vera lotta è avvenuta nella mente dell'eroe, e minaccia di continuare in quella del lettore ponendo quesiti senza risposta. Il volume è finito, ma non ci sono garanzie che tutto quello che adesso crediamo di sapere non possa essere riscritto ancora una volta. Siamo spiazzati, e per una volta è
stato piacevole.

"Sentry" si può definire un nuovo esperimento metafumettistico non dichiarato. I rimbalzi tra finzione e realtà, sogno infantile di eroi col mantello e sordide vicende umane sono numerosi. Una lettura supereroistica dal retrogusto in stile "Vertigo" che (grazie anche alle matite di un John Romita Jr in perfetta forma) ci regala qualche ora di piacevole lettura. E vista la grande quantità di ciarpame noioso che l'industria fumettistica americana sforna oggiogiorno, possiamo apprezzare ciò che è semplicemente... piacevole, in attesa di scoprire qualcosa di veramente... pregevole.

venerdì, ottobre 20, 2006

LA SINDROME DI CALIMERO (ovvero “PUSSY SYNDROME PARTE II”)


E' simile alla sindrome di Stoccolma, quella che colpì l'ereditiera Patricia Hearst, la quale, rapita dai terroristi Simbionesi, sviluppò un'infatuazione per uno dei suoi carcerieri finendo col militare essa stessa tra i fuorilegge. Un po’ meno drastica, ma molto più frequente è quella che ho deciso di chiamare "Sindrome di Calimero", proprio come il pulcino piccolo, nero e depresso reso celeberrimo da Carosello. La sindrome colpisce prevalentemente gli uomini (ma esistono preoccupanti declinazioni dello stesso male anche tra le donne) ed è strettamente correlata con la "Pussy Syndrome", la sindrome della micia di cui ho già parlato diffusamente in passato.
Ricordiamo che la "Pussy Syndrome" consiste nell'atteggiamento inquisitorio di mogli, fidanzate e concubine, nei confronti di mariti-amanti dediti alla lettura dei fumetti. Il malcapitato subisce i sintomi della compagna solitamente in silenzio, patendo lunghe prediche sul denaro speso in cartaccia, sul fatto di non decidersi mai a crescere e tanto, tanto altro con conseguente perdita del legittimo svago e di una discreta porzione di libertà.
Bene! Ho scoperto di recente che per attivarsi, la Pussy Syndrome necessita della presenza di una condizione patologica preesistente nella sua controparte. La Sindrome di Calimero, per l'appunto.
A spingermi alla riflessione, anche stavolta è stata la mia gatta. Come già in passato il suo ingelosirsi mentre leggevo libri e riviste mi aveva condotto a identificare la famigerata "sindrome della micia", una sua ulteriore esibizione mi ha aperto un nuovo spiraglio nelle nebbie della conoscenza dell’essere umano.
Una volta cresciuta, la gatta si è fatta meno disponibile alle coccole. E' frequente che tenti di accarezzarla solo per vedermela sgusciare tra le mani con aria insofferente. Non è andata diversamente la scorsa Domenica. Almeno finché la mia attenzione non è stata attirata da un articolo sul giornale dimenticato sul tavolo da pranzo. Mi ero ormai completamente immerso nella lettura quando la ben nota sindrome ha preso a manifestarsi. Dopo essermi sfuggita per tutto il pomeriggio, la belva di casa non ha tollerato che mi scordassi di lei a vantaggio di un inutile quotidiano, e ha fatto la sua mossa. Lentamente è salita sul giornale aperto sul tavolo come su un tappetino rosso e si è distesa pancia all'aria reclamando le attenzioni che le spettavano di diritto. L'episodio è stato di breve durata. Alle prime coccole, la micia s'è ritenuta soddisfatta ed è tornata a ritrarsi. Ma è in me stesso che ho riconosciuto i sintomi della nuova sindrome di cui stiamo trattando. Dopo aver accolto la gatta prodiga, mi sono scoperto ad ammirarla incantato per qualche minuto. Mi sentivo compiaciuto della sua visita, e questo nonostante l'opportunista si stesse già allontanando. Ero contento di averla potuta toccare, che si fosse finalmente degnata di venire da me per ricevere le coccole che volevo farle da tempo. Insomma, mi sentivo quasi come se avessi ricevuto una sorta di grazia.
Ho compreso quindi che la Sindrome della Micia interagisce strettamente con quella che possiamo definire la Sindrome di Calimero di cui sono portatori i maschi. Maschi generalmente poco sicuri di sé, delle proprie ragioni o del proprio aspetto. Insomma, uomini fragili e convinti (magari a torto) di non poter nutrire grandi aspettative nei confronti dell'altro sesso. La Sindrome di Calimero non ha niente a che vedere con il bagaglio culturale, l'età o altro. E' un tratto (probabilmente un po' nevrotico) del carattere che può insorgere anche in uomini eruditi e dalla rispettabile posizione sociale. Il punto nevralgico è la convinzione nutrita da questi di non avere molte cartucce da sparare in ambito amoroso, e quindi di avere un enorme debito di gratitudine nei confronti di una grande figura femminile che si è degnata di beneficarli interessandosi a loro. Penso sia un sentimento non del tutto consapevole, vissuto quasi con vergogna. La compagna è vista come una sorta di divinità (così come le donne, in genere, sono viste da certi uomini come aliene dai costumi indecifrabili), nobile e pressoché infallibile. Immensa Madre e Amante, il suo manifestare la Micia-Sindrome è percepito come sublime, per quanto aspro, segno d’amore, ed è pertanto tollerato a tutti i costi. Perché la fede derivata dalla Sindrome di Calimero è che, a parte la Grande Donna Sacrificata, non esiste al mondo nessun altra abbastanza misericordiosa da abbassarsi a stare con il piccolo e goffo sgorbio che l'uomo colpito dal morbo ritiene di essere. La conseguenza è un atteggiamento adorante intrecciato con sensi di inadeguatezza e numerosi dubbi sui concetti di giusto e sbagliato. La tirannia, nel corso della storia, ha sempre previsto una forma di complicità popolare derivata dal consenso, dalla paura o dall’incertezza. Non è diverso nel caso di queste due sindromi speculari, imparentate in modo blando con i legami sadomaso e paradigma eloquente della fragilità dell’essere umano.

lunedì, ottobre 16, 2006

Allarme! Giumente Volanti!

Lo so, ormai è storia vecchia. Un tempo esistevano ben quattro stagioni: Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Da un bel po' di anni, invece, in molte regioni d'Italia ci troviamo a vivere un'interminabile Estate, qualche settimana di freddo nel periodo natalizio, e poi... beh, ricomincia l'Estate. Soprattutto al Sud, in Sicilia, dove caldo e umidità tormentano noi sventurati isolani in modo quasi incessante. Il buco nell'Ozono certo non dorme e si prepara a presentarci il conto più salato della storia. Ma i fenomeni fantascientifici, per non dire apocalittici, adesso cominciano a diventare veramente un po' troppi. Non solo, stanno assumendo un'atmosfera da B-Movie fantastico anni 50, piuttosto inquietante.
Di che parlo: delle zanzare, gente! O meglio: io ho preso a chiamarle Giumente Volanti. Sì, il termine "zanzara-tigre" non è più sufficiente a rendere l'idea. Sono talmente grasse e pesanti da svolazzare a stento, rombanti e minacciose come gli elicotteri di "Apocalipse Now".
Ieri sera. Domenica 15 Ottobre. Pioggia, un discreto abbassamento della temperatura. Un primo sopralluogo in camera da letto alle ore 18,00 rileva la presenza di due cecchini sovrappeso. Uno appostato al capezzale, l'altro - più pingue - sulla parete di destra. I muri sono bianchi e questo per il nemico è uno svantaggio non da poco. Inoltre ho ideato un sistema abbastanza efficace per abbattere gli invasori volanti. Niente insetticidi spray o zampironi. Non vi siete ancora accorti che non gli fanno nulla? Sono mutanti, accidenti! Vivono d'Inverno e resistono a qualsiasi prodotto venefico. No, meglio usare un foglio di carta da cucina appena umidificato con un po' d'acqua. Con un colpo deciso, gli lancio contro contro il proiettile bagnato. La carta appesantita dall'acqua diventa tutt'uno con la parete, e la bestiaccia è spacciata. Una. Adesso toccherebbe all'altra, ma... accidenti! La pessima sorte della collega deve averla messa sull'avviso, perché spicca il volo prima che possa prendere la mira. La colpisco battendo le mani tra loro, un piccolo applauso per tutto il sangue con cui il vampiro ha gozzovigliato nelle scorse notti. Quando riapro le mani chiuse a coppa, la creatura aliena cade a corpo morto in direzione del pavimento. Laggiù non mi è più possibile vederla. C'è penombra e il colore della mattonelle non aiuta. Accendo la torcia elettrica che tengo sul comodino e inizio a scandagliare tutto intorno al letto alla ricerca del corpo. Non la vedo, cazzo. Inizio a sentirmi come in certi film d'azione. Dove l'eroe, inseguito dai nemici, viene colpito e precipita nell'acqua. Gli altri accendono i riflettori e lo cercano nelle tenebre per accertarsi che sia morto. Ma egli è vivo, nasosto e in attesa di riprendersi per mettere in pratica la sua vendetta. Mi sento ancora così quando, qualche minuto dopo, senza averla trovata, smetto di cercare.
Mattina. Lunedì, ore 7,30. Accendo la luce, mi guardo intorno e mi si presenta uno spettacolo agghiacciante. Vedo la prima nei pressi del capezzale, grossa come una cisterna vampiresca. La seconda è di lato, meno pingue ma robusta. Spostando gli occhi per la stanza ne vedo una terza, poi una quarta. La quinta non si fa aspettare, ma è dall'altro lato del letto che c'è posata la più grossa. La regina aliena che aspetta solo di combattere corpo a corpo. Ho già perso il conto e comincio anche ad aver paura. Sono tante, sono enormi... e siamo a metà ottobre! ...Azz!!!
Sono pesanti, praticamente obese. Sono "Giumente Volanti" e questo rende i loro riflessi un tantino appannati. E' possibile afferrare a mezz'aria con la mano nuda e stritolarle senza troppi maneggi. E' pratico, ma anche schifoso e soprattutto inquietante. Ne avrò fatte fuori una mezza dozzina mentre la mia gatta osservava la scena nascosta sotto il comodino con occhi sgranati per l'apprensione. Alla fine, la mia azione difensiva sembra prevalere. Ma fino a quando?
Il mondo intorno a noi cambia. La natura stessa sta cambiando. Purtroppo, spesso, non in meglio. E se dobbiamo iniziare le nostre giornate con sequenze che ricordano pellicole come "Il mostro del pianeta perduto", potrebbe non mancare molto al dover indossare la maschera antigas prima ancora di allacciarsi le scarpe.

sabato, ottobre 14, 2006

CACHORRO: COME SI CRESCE UN CUCCIOLO?


“Cachorro” è un film spagnolo del 2004. Del tutto inedito in Italia, eccetto qualche proiezione nei festival gay-lesbo degli ultimi anni. Il regista è Miguel Albaladejo, nome sconosciuto nel nostro paese, che con questo film sviluppa l’argomento di un cortometraggio da lui realizzato nel 1995.
L’anno è il 2004, lo stesso in cui José Luis Rodríguez Zapatero diventa presidente del consiglio in Spagna iniziando la svolta politica che porterà, tra le altre cose, al riconoscimento del matrimonio per le coppie omosessuali. Il film esce prima della vittoria elettorale di Zapatero, ed è per molti versi rappresentativo di un atteggiamento culturale che già stava maturando nella società ispanica di quegli anni.
“Cachorro” in spagnolo significa “Cucciolo”. Il titolo internazionale del film è “Bear Cub”, cioè “Orsacchiotto”. Il film è il primo nel suo genere a essere ambientato in quella “provincia” del mondo gay che di solito viene etichettata come comunità degli “Orsi”. Per orsi, parliamo qui di omosessuali sovrappeso, pelosi, e barbuti. Una figura maschile che ha poco a che vedere con il cliché del modello palestrato caro all’estetica del mondo gay mainstream, e che fino a “Cachorro” era stata snobbata dalla filmografia a tematica omosessuale.
Miguel Albaladejo, con “Cachorro” ha il coraggio di rompere questo tabù e mostrare un ambiente gay fatto di uomini reali, che potremmo incontrare per strada, maturi e appesantiti. Ma perno principale del film è per l’appunto il personaggio del titolo: il “cachorro”, il cucciolo d’orso.
La domanda retorica posta dal film è se un gay, peraltro single e dedito a una vita non esattamente sobria, può fare da genitore a un bambino. E’ un film articolato, che alterna momenti frizzanti da commedia a risvolti più seri, ma conservando un equilibrio intelligente al servizio del messaggio che si propone di divulgare. La scelta di Albaladejo di presentare gli “Orsi” come protagonisti di questa parabola sociale, ha la funzione di enfatizzare il rifiuto di ogni stereotipo sull’amore, sia esso di coppia o familiare. E lo fa a partire dalla prima (controversa) sequenza che mostra un’esplicita scena di sesso tra omoni barbuti. Anche per questo, in Spagna il film è stato vietato ai minori di 18 anni. Tra le scelte coraggiose del film c’è quella di rinunciare a descrivere un modello gay dai modi idealizzati. Il protagonista non è un santo. Anzi, ha uno stile di vita molto disinibito, un carattere spigoloso, ha dei vizi e (almeno in apparenza) non ha alcun desiderio di mettere su famiglia. In questo suo mondo, improvvisamente, irrompe un bambino, il figlio della sorella. Un elemento sovversivo per la routine dello zio, ma anche occasione per la scoperta di un tipo di complicità che può riservare molte sorprese. Fuori dell’Italia, dove il film ha avuto modo di circolare, alcune atmosfere di “Cachorro” sono state paragonate allo stile di Chaplin. L’Orso e il suo Cucciolo sono diventate un’icona gay del nuovo secolo. Molto amata, ovviamente, all’interno della comunità ursina, ma già adottata anche dal mondo gay in generale.
“Cachorro”, ignorato dalla distribuzione italiana, è arrivato nel nostro paese solo attraverso il peer to peer, supportato da sottotitoli amatoriali. Peccato che i distributori nostrani, sempre attenti al box office, non gli abbiano prestato la meritata attenzione. E’ un film intenso, recitato molto bene, che forse pecca di un eccesso di didascalismo, ma che centra tutti i suoi obbiettivi. E’ un film commovente, ma di quelli che commuovono il cervello. Ed è anche un film coraggioso, che merita, al pari di altre pellicole celebri come “Stonewall” e “Il banchetto di nozze”, di entrare a far parte della memoria storica della lotta per i diritti omosessuali.

domenica, ottobre 08, 2006

PALERMO, VUCCIRIA: UN MONUMENTO ALLA MEMORIA


"Una definitiva provvisorietà". Con queste parole, concise e amare, Giuseppe Bellafiore commenta, nella sua storica guida alla città di Palermo, la miserevole edilizia che da decenni occupa in parte gli squarci aperti dalle bombe nell'ultimo conflitto mondiale. Il visitatore che giunge via mare potrebbe in effetti credere che in questo prezioso angolo d'Europa la guerra non sia mai terminata. Ne è rappresentativo il quartiere Kalsa che (da sempre specchio della miseria delle classi più umili, nonché della scomparsa dell'aristocrazia cittadina, con i suoi palazzi patrizi fatiscenti), a mezzo secolo dallo scempio bellico non ha ancora visto l'intervento del piccone demolitore e tanto meno l'auspicato risanamento. Lo spettacolo non è molto diverso se si visita l’Albergheria, dove le ferite inferte dalle bombe e dall'incuria hanno continuato a provocare la morte dei suoi abitanti fino ai nostri giorni. Così è per lo storico mercato della Vucciria, oggi agonizzante, anzi: già trucidato da una catena di scelte commerciali sbagliate e dal galoppare inarrestabile del degrado. Quella del centro storico di Palermo, è una storia infinita, ricca di rimandi come di macerie, e che sembra tuttora distante da una vera risoluzione.
Di risanare il centro storico si parla ormai da più di trent'anni. Da quando nel novembre del 1959, l’allora sindaco di Palermo Salvo Lima con l’appoggio dell’assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, ottenne l’approvazione da parte del consiglio comunale, del piano regolatore generale. Da allora violazioni al piano, saccheggi, ricatti edilizi e distruzioni d’ogni genere continuarono per anni, sotto gli occhi complici dell’amministrazione e fra l’indignazione della stampa e della società civile. Dai travagli degli anni Sessanta, il centro storico di Palermo avrà forse voltato pagina, ma la fine della sua estenuante odissea deve ancora essere scritta. Nel frattempo, sorgono nuovi miti urbani. E tra sogni di riscatto, esperimenti artistici e sconcertanti invenzioni spettacolari, il centro storico continua a giacere nella sua triste condizione di morte vivente.
Esisteva una volta, la Vucciria. Un mercato noto per il chiasso, la folla, l’abbondanza e il colore. Renato Guttuso ne cantò la musica e gli odori in un celebre quadro. Oggi, di quel leggendario mercato non restano che edifici squarciati, indifferenza, rovine e spazzatura.
In questo teatro diroccato, qualche anno fa, ha fatto la sua apparizione l’artista austriaco Uwe Jantsch, che con le sue installazioni provocatorie ha presto conquistato la ribalta cittadina, diventando uno dei personaggi più celebrati e fotografati dal turismo. Creativo a 360 gradi, pittore, scultore, ideatore di performance surreali e architetto di installazioni artistiche tra le più sconcertanti, Uwe ha preso possesso del fatiscente quartiere Vucciria come un Tarzan nella giungla. Dalla pittura dei ruderi è passato presto alla manipolazione dell’immondizia e del ciarpame rinvenuto in strada creando un Everest di spazzatura. Incredibile monumento alla decadenza, sul quale, nel corso del suo lavoro, si arrampica (spesso rischiando anche la vita) con l’agio di un ragno nella tela. Le crazioni di Uwe sono spesso occasione di affollatissime feste in piazza (l’ultima in ordine di tempo: due serate in piazza Garraffello svoltesi il 6 e il 7 Ottobre 2006). Una via di mezzo tra la l’inaugurazione ufficiale dell’opera, l’happening teatrale e una pubblica dimostrazione dell’artista, accompagnata da musica, cibo, vino, e cascate di colore sui ruderi illuminati della Vucciria. Le fatiche di Uwe, potremmo dire, ricevono un discreto consenso. La gente accorre, una buona parte di critica plaude. Le riflessioni sui perché posti all’origine dell’Himalaya del trash, sorto da mesi in piazza Garraffello a Palermo, ad ogni modo, potrebbero essere le più varie.
Pur rispettando l’estro e soprattutto l’iniziativa che Uwe ha saputo dimostrare negli ultimi anni, non posso non dirmi perplesso sugli effettivi messaggi che mi giungono dalle sue opere e dal gradimento che queste riscuotono in un’ampia fetta della cittadinanza. Non mi soffermerò sul bisogno di novità di cui la cultura Palermitana avrebbe bisogno, contro una serie di provocazioni che, di anno in anno, cominciano a ripetersi sempre uguali. Non è importante, in questa sede, ricordare quanti anni siano trascorsi dalla presentazione della “merda d’artista” di Piero Manzoni o dagli objets trouvés di Marcel Duchamp, o che l’arte moderna si nutre di provocazione ormai da tempo immemorabile, tanto d’averne ormai fatto indigestione. Parliamo di noi, della nostra città e delle sue ferite ancora aperte. La Vucciria, aimé, è morta. E anziché tentare di riportarla in vita con iniziative politiche, pratiche, e una ricerca artistica che spinga alla crescita e al risanamento, comincio a credere che ne stiamo festeggiando la definitiva dipartita.
Sei bravo, Uwe, indubbiamente. Ma io sono stanco del degrado in cui vivo, e non me la sento più di accettare che questo venga semplicemente raccolto dentro una bella cornice ammantata dal sapore dell’arte da strada. Hai voluto chiamare la Vucciria "il tuo paradiso", e affermi che quanti dicono che il quartiere sia morto si sbagliano. «Ti sembro morto, io?» hai detto una volta. Sei una delle persone più vitali che si possano incontrare, senz'altro. Ma non sei la Vucciria. Sei Uwe. E la Vucciria è, era o dovrebbe essere, una collettività di individui e iniziative differenti. Mi piacerebbe vederle esprimere un reale desiderio di cambiamento. Ogni giorno, invece, assisto allo stesso deprimente spettacolo. Vedo i palermitani del centro storico disfarsi dei propri rifiuti gettandoli a pochi metri dalla propria abitazione, appena girato l’angolo. Quasi l’intero quartiere non fosse anche casa loro. Come se il fornire un quotidiano nutrimento ai ratti non contribuisse alla rovina propria come a quella del vicino.
Cosa vuoi dire, Uwe? Il messaggio che mi arriva è che se non potremo mai uscire dal degrado in cui siamo sprofondati, tanto vale convincerci che la nostra stessa lordura è una cosa bella. E allora conviene aver fede nella nostra stessa rovina, farne un vitello d’oro da adorare, e – come recita un proverbio tuareg – “baciare la mano che non possiamo tagliare”.
Una definitiva provvisorietà, quindi. Un cerchio magico dal quale Palermo non riesce a evadere. Forse, da bravi alchimisti, potremo anche riuscire a trasformare l’immondizia in un cosa bella come un fuoco intorno al quale danzare tutti insieme. Ma questo non cambia il fatto che se non troveremo un rimedio, un giorno, quella stessa spazzatura, ci seppellirà.
OK, Uwe. A causa del mio aspetto mi chiami “il Michael Moore di piazza Garraffello”. Una cosa che a volte mi lusinga, altre mi irrita. Proprio come certa, standardizzata, cultura palermitana. Beh, questo piccolo, stolido Michael Moore siciliano ha ancora bisogno di sperare che un domani nella sua città cambi qualcosa. E tu, Uwe, tutt’oggi non sei riuscito a regalargli il sogno che sta cercando.

mercoledì, ottobre 04, 2006

SPAWN, OVVERO... FAUST ALLO SPECCHIO


Nella recente ondata di monografie a fumetti sponsorizzate dai periodici e destinate al pubblico delle edicole, non era ancora comparso. Un’assenza che balzava agli occhi, visto che è stato uno dei personaggi di maggiore successo degli ultimi anni. Infatti era solo questione di tempo. Il vuoto è stato colmato dalla collana “Dark Side – il lato oscuro dei fumetti”, targata Gazzetta dello Sport. Stiamo parlando di “Spawn”, l'antieroe creato da Todd Mcfarlane. Personaggio che qualche anno fa spopolò letteralmente in America per poi approdare nel nostro paese, conquistare anche qui una consistente fetta di lettori e iniziare, nel tempo, il lento, inevitabile declino.

Ma fu vera gloria, quella del soldato dell'inferno creato da Todd McFarlane?
Il volume ”Dark Side”, undicesimo della collana, ripresenta il primo ciclo di storie del personaggio, quelle scritte e disegnate interamente dal suo creatore. Nei redazionali leggiamo che Spawn realizzò a suo tempo una piccola rivoluzione nell'ambito del fumetto. Se il mondo dei supereroi si stava tingendo di tinte fosche, il mondo di Spawn più che cupo era horror. L'intreccio prevedeva un patto col diavolo, un ritorno dalla morte, intrighi spionistici e violenza a profusione. Il tutto narrato mediante tavole di grande impatto visivo, dove l'eroe incarnava una versione estrema, ancora più oscura e inquietante del cavaliere nero dei fumetti per antonomasia: Batman.
Quel che non si legge abbastanza spesso, almeno sulla stampa italiana, è che Spawn è un diretto discendente di un altro personaggio a fumetti, altrettanto infernale e trasgressivo, ma figlio del circuito dell'underground, e praticamente sconosciuto nel nostro paese: Faust.
Creato dallo scrittore David Quinn e dal disegnatore Tim Vigil per un'etichetta profeticamente chiamata “Rebel Studios”, Faust fa il suo debutto qualche tempo prima dello Spawn di McFarlane. Ed è un debutto che lascia il segno. La sua trama, liberamente basata sul mito di Faust, è una sarabanda lisergica di patti diabolici, scene splatter di una forza sconvolgente, sesso esplicito, amore e incubi grafici di rara potenza. L'eroe della serie, il pittore John Jaspers (il nome Faust lo troviamo solo nel titolo della serie) subisce il peggiore dei soprusi quando una banda di balordi violenta e uccide la sua donna. Alla sua sete di vendetta risponde il misterioso gangster M (una versione metropolitana di Mefistofele) che gli fornisce poteri demoniaci e una letale arma da samurai. Due lame che usate come artigli (molto simili a quelli di Wolverine) lasceranno sul cammino del protagonista una lunga scia di cadaveri. Il prezzo da pagare è che Jaspers, consumata la sua vendetta, diventerà il maestro cerimoniere del diavolo in terra. Un artista della violenza che, usando le sue lame come un tempo i pennelli sulla tela, aprirà la strada all'Armageddon celebrandone l'inizio con un immenso affresco di sangue. O forse John è semplicemente impazzito di dolore, e il potere di riconoscere ed eliminare creature diaboliche celate sotto le spoglie di criminali di ogni genere fa solo parte del suo inferno interiore.
E' facile riconoscere nei presupposti del racconto gli stessi elementi che sono alla base de “Il Corvo” di James O'Barr (anche questo di prossima pubblicazione nella collana “Dark Side”). Ma le caratteristiche fondamentali della serie sono strettamente imparentate con quello che pochi anni dopo sarebbe diventato noto ai lettori americani come il mondo di Spawn.


Il Faust disegnato da Tim Vigil si staglia sulla tavola con l'irruenza di un Batman senza controllo. E' un uomo che ha firmato un patto col diavolo, o nella migliore delle ipotesi un folle sanguinario. Ma il suo look è squisitamente supereroistico, esattamente come quello di Spawn. Prima di Spawn lo abbiamo visto risorgere dalla tomba confuso e allucinato. Abbiamo ammirato la sua sagoma abbarbicata a cupi grondoni sui tetti di metropoli sferzate dalla pioggia. Il mantello gonfiato dal vento, uno stormo di pipistrelli a fargli da fedeli cortigiani. Più di Spawn, lo abbiamo visto in preda a un delirio infernale in tavole fantasmagoriche palpitanti di uno spettacolare bianco e nero. E come avvenuto per Spawn, lo abbiamo seguito mentre rompeva il patto di sangue, diventando il principale avversario del suo diabolico mentore. Entrambi vestono come un vigilante in tuta e mantello. Entrambi hanno indossato una maschera che diventa simbolo del patto infernale. Sono entrambi antieroi scaldati da una fiamma romantica, il ricordo di un amore perduto. Senza dimenticare che in tutte e due le serie, gli avversari dell’eroe sono spesso rappresentati come grotteschi gnomi ghignanti.

Ma a dispetto delle tante somiglianze, Faust rimane un prodotto profondamente legato all’underground americano. Fuori dai canoni e decisamente troppo poco commerciale perché gli editori nostrani possano interessarsene. La sua unica e fugace apparizione in terra italica si deve a un'oscura casa editrice che ha presto chiuso i battenti della serie lasciandola incompleta.
Faust è un fumetto che si basa moltissimo (ma anche Spawn, nevvero?) sulla forza di un disegno virtuosistico. Un gorgo di immagini vertiginose e ipnotiche, pregne di emozioni estreme ai limiti del porno e della blasfemia. Non a caso, in Canada la serie è stata censurata. E ogni nuova uscita in patria è stata accompagnata da clamore se non da vere e proprie denunce. In Italia, qualche editor puritano lo ha definito un fumetto da condannare, e difficilmente (temo) lo vedremo tornare nelle nostre librerie.
Spawn nasce dunque come una sorta di remake patinato e commerciale del controverso Faust di Vigil e Quinn. Una versione che (pur presentandosi come trasgressiva) edulcora moltissimo i contenuti disturbanti del prototipo, vestendolo con i cliché di un superomismo colorato e superficiale. La violenza in Spawn è di maniera, e la complessità onirica, l'ambiguità psicanalitica presente in Faust cede il posto a un interminabile (e ripetitivo) sfoggio di superpoteri.

Un'ultima, trascurabile, somiglianza. Tutti e due i personaggi hanno avuto l’onore di una mediocre lettura cinematografica, indugiante nel kitsch, a discapito del potenziale visionario presente nei fumetti. Questo nonostante il regista del film “Faust” fosse Bryan Yuzna, autore del leggendario “Society”. Spawn, se non altro, si è giovato di una discreta serie animata che ha contribuito ad alimentarne il successo planetario.
Che dire? In Italia, in molte circostanze, arriviamo a conoscere i miti (anche solo quelli del pulp) per mero riflesso.

E patti col diavolo-commercio a parte, questo è davvero un peccato mortale.