domenica, dicembre 28, 2008

2009... ?


ΩΩΩΩΩΩΩΩΩΩΩΩ
Queste sono 12 renne di Babbo Natale viste di culo, mandale ad altre 10 persone, altrimenti se cominceranno a cagare sara' un 2009 di merda...


Troppo tardi. Hanno già incominciato.

Gaza, oltre duecento morti
Israele: "Continueremo"

CRONACA. L'esercito scatena l'offensiva aerea su decine di obiettivi, ucciso anche il capo della polizia. "L'offensiva sarà lunga, non possiamo accettare un cessate il fuoco". Hamas, ancora razzi: una vittima nel sud. Meshaal chiama alla terza intifada. [Fonte: http://www.repubblica.it].

Eventi pubblici, eventi privati, problemi cronici, tutto all'ombra delle grandi crisi internazionali.
A volte basta poco, e il barlume di ottimismo guadagnato è spazzato via in pochi istanti. Davanti vediamo solo una prospettiva di tristezza, solitudine, frustrazione. E ci chiediamo se valga la pena di continuare a lottare per qualcosa (una persona, il mondo, un ideale, la vita stessa) che forse - semplicemente - non vuole appartenerci.

Buona fortuna a tutti noi, finché ancora riusciamo a scrivere queste righe.

mercoledì, dicembre 24, 2008

Have Yourself a Merry Little Christmas

Judy Garland, I Muppett, le Celtic Women... per un augurio di buon Natale "classico", semplice e nostalgico. Un Natale fatto di musiche orecchiabili, dolci, regali ingenui e immortali fantasie da bambini. Al di là delle fedi, al di là dei giustificati malumori, e delle insofferenze che in questo periodo, a volte, ci assillano più che in altri giorni dell'anno, cerchiamo di tenerci stretto un piccolo pretesto per scambiare con qualcuno a cui teniamo un piccolo gesto di tenerezza in più.
Buon Piccolo Natale a tutti.





martedì, dicembre 23, 2008

IL CAVALIERE GRASSO - Racconto


IL CAVALIERE GRASSO
Racconto di Filippo Messina


Per interminabili, angoscianti momenti aveva temuto che sarebbe caduto sempre più giù, fino a perdere ogni speranza di risalire. Invece si era fermato. Per la prima volta nella vita benedì la sua obesità. La pancia prominente e i cuscinetti di grasso sui fianchi lo avevano bloccato in una strozzatura del pozzo. Non doveva contare troppo sulla fortuna. Nella caverna tutto era umido e scivoloso. I suoi abiti erano impregnati di argilla fluida, ancora un poco e sarebbe precipitato nelle viscere della terra. Si aggrappò alle pareti scalciando nel vuoto. Un fetore insopportabile saliva dalle profondità tenebrose. Doveva essere l'inferno. Pesantemente, tirò fuori le gambe e prese a strisciare nella melma allontanandosi dall'orrendo buco. Granelli di luce gelida lo spiavano dall'alto della caverna. Fosforo, probabilmente. Molto più avanti indovinava la frastagliata apertura nella roccia e la notte senza stelle che era stata teatro della sua fuga ignominiosa. Neanche la promessa del più grande regno della terra l'avrebbe persuaso a mettere il naso fuori. E se la bestia avesse allungato il collo? Se fosse stato più magro di quanto gli era stato detto, avrebbe potuto sprofondare le fauci fin dentro la caverna e divorarlo.
Si toccò il capo. L'elmo col pennacchio verde era ancora al suo posto. Anche la spada non era sfuggita dal fodero. In compenso aveva perduto la lancia. L'unica arma che avrebbe potuto dargli una briciola di speranza. Quel fottuto cavallo pezzato lo aveva disarcionato non appena fiutato il pericolo, ed era fuggito al galoppo portandosi dietro picca e scudo appesi alla sella. Maledetta scalogna!
Aveva scelto quella notte perché era plenilunio. Pensava di orientarsi a sufficienza per prendere il mostro di sorpresa. Mentre cavalcava verso il fiume, quel pomeriggio, aveva scorto le nuvolaglie giungere da oriente. Niente luna, quindi. Mentre guadava il fiume era già buio pesto. Perché diavolo non era tornato indietro? Mille volte sciocco!
Strisciò sul terreno vischioso stringendosi a una parete. Poteva sentire vicinissimo il puzzo della bestia che lo cercava. Udì di nuovo il suo verso sardonico esplodere tra gli alberi e congiunse le mani grassocce raccomandandosi alla Santa Vergine. Ripensò con affetto alla Compagnia. Al vanesio Bartolo, che ogni giorno lucidava il suo scudo con il grasso. A Claudio, lo spadaccino smilzo, e persino al muso sfregiato di Diego. Nei giorni trascorsi li aveva sdegnati. Ora ne sentiva terribilmente la mancanza. Mai, prima di allora, s’era reso conto di quanto coraggio gli infondesse la vicinanza degli altri mercenari. Certamente a quell’ora si trovavano in una locanda accogliente, a ridere e a ubriacarsi con una puttana sulle ginocchia. Si era unito alla Compagnia dei Rampini per noia, e per lo stesso motivo se n’era separato. Due anni di avventure al servizio di un signorotto capriccioso. Botte, sangue e borse sonanti per riempire la pancia. Aveva combattuto, sì. Lui, la palla di lardo più tosta del mondo. Capace di schiantare le teste a mani nude. Lavorare in squadra presentava i suoi vantaggi. Sembrava tutto molto facile, finché si trattava di menare degli uomini…
Del drago aveva sentito parlare non appena messo piede in paese con i compagni. I pastori li avevano accolti con un'ospitalità squisita, e subito avevano lamentato la presenza del mostro che infestava il fiume. Pare che il drago vivesse laggiù da decenni. I suoi escrementi infettavano le acque, avventurarsi fin sulla riva era da folli. Da tempo immemorabile, ogni pastore era costretto a condurre il proprio gregge a valle per farlo pascolare presso un ruscello sicuro. Tuttavia lo sforzo e la povertà dei pascoli provocavano ogni anno la morte di numerose pecore e insieme la rovina di molti allevatori. La Compagnia aveva rifiutato di occuparsene nonostante i doni e le promesse.
«Ammazzare un drago,» aveva detto Bartolo «non è un’impresa da uomini. Forse un mago esperto saprebbe avvelenarlo. Un gigante farebbe cadere il mostro in una trappola adeguata alla sua mole. Se la bestia non appartiene alla specie alata, un esercito potrebbe provare ad accerchiarla, ma l’esito della battaglia sarebbe comunque incerto. Niente da fare, non ci interessa.»
La sosta nel villaggio era stata per lui un gradevole diversivo. Accolto nel letto da una villanella bene in carne, s'era lasciato coccolare, pasciuto con biscotti e frutta fresca, per tutti i giorni in cui la Compagnia aveva sostato nel paese. Quindi, gonfio e soddisfatto, aveva definitivamente salutato gli amici in partenza. Le cosce calde di Marina e la buona tavola l'avevano innamorato della tranquilla vita di campagna. Dopo tante scorribande, era tentato di piantare la spada in mezzo a un campo e vivere beato dei prodotti della terra. Non gli importava niente del drago, delle tribolazioni dei pastori. Almeno fino a una notte non lontana, quando Marina, dopo averlo rallegrato tra le lenzuola, gli aveva parlato accarezzandogli dolcemente il petto.
«E' un bestione molto vecchio. Già centenario mentre io venivo al mondo. Il suo alito di fuoco si è ormai spento, giacché sono anni che non incendia i nostri boschi. E’ diventato completamente cieco e a renderlo tuttora pericoloso è il fiuto. E' grande, grasso e pigro. Come te, amore mio. Attende immobile che qualche incauto animale gli giunga a tiro per poterlo divorare. Basterebbe un solo uomo abbastanza ardito da avvicinare la bestia nel sonno e colpirla a morte. I nostri giovani avrebbero potuto ucciderlo da anni, non fosse stato per la loro sconfinata codardia. Tu, mio tesoro, potresti farlo con facilità. Scivoleresti di fianco al mostro, sottovento perché non senta il tuo odore, e affonderesti la picca in uno di quegli occhi velati dall’età. Immagina la gratitudine del borgo. La casa più confortevole sarebbe tua. Saresti servito fino alla fine dei tuoi giorni, senza mai dover lavorare. Una volta che il fiume sarà purificato, avrai ai tuoi piedi un paese ricco. Vivrai alla maniera di un re, libero da responsabilità. Dopo un’impresa facile, che richiede soltanto una manciata di coraggio.»

Così aveva accettato. I villici avevano esultato per la sua scelta. C’erano stati dei festeggiamenti in suo onore. Dunque lo avevano fornito di un robusto cavallo e di una lunga lancia. Un pugno di uomini lo aveva accompagnato per un tratto, ma presto era stato lasciato solo con la sua avventura. La riva del fiume gli era sembrata serena. L’acqua ingiallita dalle feci indicava però che il grande rettile era nelle vicinanze. Al primo boato, il destriero lo aveva sbalzato di sella. Era caduto sul grosso deretano, confuso dallo strepito furioso che all’improvviso gli tuonava nelle orecchie. Il mostro era vigile. Incombeva invisibile su di lui, ridendo della sua stolta iniziativa. L’usuale baldanza lo aveva abbandonato d’un tratto. Dopo la fuga del cavallo, gli erano stati compagni soltanto il buio e la paura. Un terrore folle che lo aveva spinto a rifugiarsi in quella spelonca puzzolente. Tremante e inerme palla di grasso.
Se fosse uscito vivo dalla caverna, la vergogna non gli avrebbe permesso di tornare al villaggio. Lo credessero morto. Piangesse per lui Marina, troia bugiarda. A giudicare dall’eco dei rutti, il dragone era vispo e famelico. Probabilmente ci vedeva benissimo e cacava fuoco peggio di un vulcano. Pensare alla lancia perduta gli strappò un singhiozzo. Era uscito dal borgo gonfiando il petto, acclamato da vecchi e bambini. I paesani gli avevano leccato il culo per giorni, i monaci lo avevano benedetto. Molte giovani donne avevano voluto baciarlo sulla bocca prima che partisse. Come poteva quella gente credere che l’avrebbe spuntata contro il drago? Come aveva potuto pensarlo lui, quando solo udendone il ruggito s’era pisciato addosso?
Urlò nel sentire qualcosa che gli colpiva la schiena. D'istinto sguainò la spada saettando fendenti nell'oscurità. Qualche pipistrello cadde sventrato ai suoi piedi. Lo stormo infastidito dalla sua presenza gli svolazzò brevemente intorno. Infine volarono fuori accolti dal sardonico verso del mostro. Gesù! Si stava avvicinando. Si buttò in ginocchio e pregò che se ne andasse. Che un animale selvatico abbastanza grasso da distrarlo solleticasse il suo fiuto allontanandolo da lui.


«Eh?»
Il chiarore improvviso di una lanterna lo ferì agli occhi. Distinse a malapena la magra figura che era entrata danzando nella caverna. Si ritrasse e cadde a sedere. Il nuovo venuto sguazzò nel fango cantando a squarciagola. Dunque scivolò a faccia in giù fino a cozzare con la testa calva contro la pancia sporgente del cavaliere. La lanterna non s'era spenta.
«Che bizzarro personaggio sei!» squillò un volto rugoso da vecchio matto. «Dio mi fulmini se ho mai visto un copricapo più buffo. Donde sbuchi, compare? Queste grotte sono mie!»
«Tue? Da quanto, vecchio?»
«Non so... Da tanto!» rispose il matto facendo dondolare la lanterna. Appeso a questa, tintinnava un campanaccio da vacca.
«Hai visto il drago?» lo interrogò il cavaliere. «Si aggira nei dintorni. Come hai fatto a sfuggirgli?»
Il vecchio proruppe in una risata chioccia.
«Il drago dorme della grossa, amico. Lo fa sempre a quest'ora. E' cieco e sordo. Un mollaccione! Perciò io danzo tra le rocce... E canto!»
Il cavaliere sudò freddo. Il vecchio era proprio pazzo.
«Non senti il suo verso? Urla come un dannato!»
Ancora una volta risonò il terribile lamento. Il vecchio non perse la sua aria gaia.
«Sono i nottoloni,» spiegò con una risatina. «Strepitano per tutta la notte sulle cime. L'eco acchiappa i loro strilli e li porta fin qui con la forza di un tuono. Il drago è silenzioso come un serpente. Da anni non fa una scoreggia. Solo io canto!» Fece tintinnare il campanaccio.
Diceva la verità? Possibile. Tuttavia quell’uomo era un demente. Un vecchio eremita abituato a convivere con l'eterno pericolo del mostro. Doveva fidarsi? Come l'arcobaleno dopo la pioggia gli balenò un'idea.
Il vecchio era pelle e ossa, ma faceva un fracasso del diavolo. Se il drago fosse stato davvero nelle immediate vicinanze, ne avrebbe fatto un boccone. Se invece il matto diceva il vero, ed erano i nottoloni a strepitare, lo avrebbe visto saltellare indisturbato davanti alla caverna. Allora sarebbe uscito anche lui.
Si sforzò di abbozzare un sorriso alla luce della lanterna.
«Dì, vecchio,» chiese. «Conosci la Ballata della Falena Sbronza?»
Il vegliardo si fece raggiante. Restituì il sorriso con la bocca sdentata. Prese subito a sguazzare nel pantano intonando la canzone a pieni polmoni. Il cavaliere lo resse per impedirgli di scivolare ancora e con le mani paffute lo spinse decisamente verso l'esterno. Una volta all'aperto, il vecchio matto si lasciò andare a una danza sfrenata. Il cavaliere lo vide cadere un paio di volte e subito tornare ritto con la scioltezza di una marionetta.

Il frastuono provocato dal vecchio canterino e dal suo campanaccio si mischiava al rauco verso che echeggiava su di lui. Poteva vederlo volteggiare fuori della grotta. La luce della sua lanterna danzava come la falena della canzone. Tiepida e rassicurante.
Fu allora che la terra prese a tremare facendo cadere su un fianco il grasso cavaliere. Che cosa significava? Poteva sentire lo sciacquio del pantano, il lento ma deciso sollevarsi del terreno viscoso. Ruzzolò spinto dalle violente scosse mentre fuori della caverna il vecchio continuava a danzare senza nessun timore. Affondò disperatamente le dita nella terra per non scivolare nuovamente nel pozzo. Un putrido brontolio emerso dalle profondità beffò i suoi sforzi. Tutto vibrava, ogni angolo del suo umido e tenebroso rifugio lo spingeva in direzione del vuoto. Si domandò perché non riuscisse più a vedere il vecchio pur sentendone la voce stridula. Scorgeva invece le nuvole ormai rade e la luna brillare tonda sopra la boscaglia. Vide gli spunzoni di roccia che incorniciavano l'ingresso della spelonca scendere inesorabili fino a nascondere del tutto l'astro notturno. Il cavaliere s’accorse di non potere più stare dritto. Lo spazio tra la volta e il terreno s’era fatto di colpo angusto. In che buca d’inferno s’era andato a cacciare? Tutta la sostanza di quell’antro fetido agiva come fosse stata vivente e risoluta a imprigionarlo.
Quando un ulteriore fiotto di liquido denso lo travolse, capì che non sarebbe mai uscito dalla caverna. Il terrore e l’oscurità lo avevano reso artefice della propria sventura, inducendolo a consegnarsi quale pasto saporito. La voragine nera della gola lo accolse vivo e urlante mentre un torrente di saliva pestilenziale lo trascinava giù, verso l’osceno abisso dello stomaco.
Il drago s'era infine svegliato. Aveva chiuso le fauci, e adesso lo stava inghiottendo.

martedì, dicembre 16, 2008

X-Men Origins: Wolverine - Il Trailer

Ed ecco arrivare anche il trailer di "X-Men Origins: Wolverine", lo spin off (o prequel) della fortunata serie cinematografica dedicata ai mutanti Marvel. Finora, nonostante l'abbandono del regista Bryan Singer, partito a suo tempo alla volta del soporifero "Superman Returns", la trilogia mutante si era distinta deviando dalla sinistra consuetudine che - di norma - vede il terzo capitolo rivelarsi un totale aborto. Non si sa ancora bene che cosa aspettarsi da questo "Wolverine". Il trailer sembra promettere un mix tra la miniserie "Wolverine: Origini" e il classico "Arma X". Per un lettore di vecchia data, innamorato del mistero intorno al personaggio, della sua mancanza di memoria e della sua età indefinita, certe rivelazioni sono state un po' come l'interruzione di una festa. Ma chissà! Sempre dal trailer, sembra che vedremo un'altra lunga parata di star mutanti, Gambit e Deadpool in testa. E' già discretamente irritante vedere Ryan Reinolds nei panni di quest'ultimo (notoriamente sfigurato), esibire il suo bel faccino e il fisico da body builder (che lo aveva fatto apparire fuori parte nel remake di "Amityville Horror". L'attore Liev Schreiber (visto nella trilogia di "Scream") con canini appuntiti pare essere un dignitoso Sabretooth. Chissà!


lunedì, dicembre 15, 2008

Ricordiamo: Milly

Esistono personaggi che, se ricordati oggi e confrontati al nostro presente, ti costringono duramente alla consapevolezza della tua mortalità. Non si tratta sempre di personaggi o di espressioni artistiche veramente datate, ma semplicemente di nicchia. Forme di bellezza che – ahimé – non hanno resistito all’esame del tempo, e al di là dei loro meriti storici e culturali sono rimasti sepolti sotto uno spesso velo di polvere, dimenticati e ignoti ai più giovani. L’ho compreso in questi giorni, provando a chiedere a conoscenti con qualche anno meno di me se ricordavano Milly e almeno una delle sue canzoni. Come previsto, la risposta è stata del tutto negativa.
Non c’è da stupirsi più di tanto. La sua vicenda artistica è quanto di più lontano possa esserci dalle personalità canore che oggi dominano la ribalta. Milly, attrice e cantante che negli anni venti del secolo scorso inaugurò una lunga carriera fatta soprattutto di musica, intense interpretazioni e raccolta appassionata di canzoni storiche. Frammenti del costume e dei sentimenti di epoche che stavano tramontando, ma che lasciavano un segno con sonorità e versi indimenticabili. Una voce e una grinta meravigliose, un carisma teatrale oggi rarissimo. Milly, che in realtà si chiamava Carla Mignone, iniziò la sua carriera insieme ai fratelli formando un popolare trio attivo negli spettacoli di rivista. Ma il suo destino l’avrebbe condotta altrove, a collaborare con il regista Giorgio Strehler e a diventare una delle più indimenticabili interpreti dell’Opera da Tre Soldi di Bertolt Brecht. Le canzoni del repertorio di Milly non avevano niente a che spartire con i motivi popolari che hanno sempre dominato la scena musicale italiana. Da Kurt Weill e Brecht (“Surabaja Johnny") a dimenticati canti della Grande Guerra (“Bambola”), da echi di cabaret (“L’uomo è fumator”) a classici senza tempo come la celeberrima “Come pioveva”, e a mitici monologhi musicali (“Scarpe nuove”, “Tre lettere”). Milly cantò anche brani di Fabrizio De André (famosa la sua cover de “La guerra di Piero”) e ne anticipò, per certi versi, lo stile canoro e il caratteristico distacco - a volte spietato - del cantastorie. Morta nel 1980, il suo repertorio fatto di storia, costume, pezzi rari ed echi d’amore di inizio secolo (“Chi siete?”), al tempo dei videoclip e di una televisione sempre più spazzatura, era normale che cadesse nel dimenticatoio. Per questo ringrazio l’utente di Youtube che ha voluto recuperare molti video e brani (complice un’ormai vecchia trasmissione di Paolo Limiti) per metterli in condivisione.
Oggi, riascoltando la voce particolare di Milly, sono più consapevole della mia età e del tempo che mi resta. Ma anche di aver avuto il privilegio di poter ascoltare un’artista per cui il passato era importante, e ammirare un modo di fare televisione oggi scomparso dietro i perizoma delle veline e le volgarità dei reality show.

venerdì, dicembre 12, 2008

Dragon Ball: Il trailer sottotitolato

Se il film di "Watchmen", già dalle prime immagini e dalle anticipazioni sulla sceneggiatura, promette grandi delusioni, un'altra attesa pellicola fumettistica, di genere totalmente diverso, è in drittura d'arrivo. E anche lì, per i mangofili amanti di questo classico, si annunciano bocconi amari.
E' il primo trailer completo, corredato da sottotitoli in italiano che ci aiutano a capire (come se ce ne fosse bisogno) che la trama di "Dragon Ball - Evolution" (questo - pare - il titolo definitivo) c'entra ben poco con la serie a fumetti da cui saccheggia nomi dei personaggi, qualche accessorio di scena, discutibili exploit da parrucchiere in acido, e probabilmente poco altro. Non ho amato particolarmente il manga di Akira Toriyama , ma ne ho comunque apprezzato la fantasia spumeggiante, soprattutto nel primo ciclo, quando Goku è ancora un bambino. Questo trailer mi sconcerta. Chissà! Ditemi voi.

Il Cane della Sorella di Simon

Simon, che già ci aveva divertito illustrando con un'animazione asciutta ed espressiva il dispotismo di tutti i gatti domestici (attraverso la rappresentazione del proprio), torna a parlarci di animali. Stavolta è il turno del cane (di sua sorella, recita il titolo del video). Più che un dittatore, questo povero cagnolino sembra una vittima dell'intemperanza degli esseri umani. Da vedere.

giovedì, dicembre 11, 2008

No alla nuova inquisizione!

Discorso pronunciato dal Presidente nazionale Arcigay, Aurelio Mancuso, in occasione del sit-in organizzato in piazza duomo a Milano il 10 Dicembre 2008, contro le posizioni persecutorie nei confronti degli omosessuali tenute dal Vaticano.

sabato, dicembre 06, 2008

Zombie di ieri, Zombie di oggi...

La Marvel Comics ha sempre avuto la tendenza ad attingere dal proprio passato editoriale per riciclarle in forme aggiornate, spesso secondo le attuali sensibilità del pubblico. Che appaiano sotto l'etichetta “Ultimate” o seguano altre forme di riscrittura, l'intento è di solito quello di svecchiare modelli oggi ritenuti superati e gettarli in pasto a un fandom cresciuto con MTV, Inernet e i tanti miti del nuovo millennio.

A questo meccanismo commerciale appartiene anche il recente volume “100% Marvel: Zombie – Simon Garth”, che raccoglie le miniserie “The Zombie” e il suo seguito “The Zombie: Simon Garth”. Il prodotto in questione non è un fumetto disprezzabile, ma ugualmente non riesce a scrollarsi di dosso una patina di inutilità, ed è sopratutto un'occasione sprecata per i lettori più maturi, quelli che come il sottoscritto ricordano l'incarnazione originale del personaggio, del quale – precisiamo – qui non c'è neanche l'ombra.

Nelle due miniserie in questione (scritte da Mike Raicht e disegnate da Kyle Hotz ed Eric Powell) , ci viene descritta per l'ennesima volta il sorgere di una genia di morti antropofaghi, originati come al solito da un virus militare fuori controllo. Tutto si svolge in modo abbastanza aderente alle regole stabilite da George Romero nella sua celebre saga zombesca. L'inevitabile assedio da parte di un'orda di morti famelici, la presentazione di personaggi archetipici (l'impavido, il malvagio, la bella), con prevedibili episodi splatter e la genesi di quello che dovremmo riconoscere come l'eroe chiave del racconto: Simon Garth. Un impiegato di banca coinvolto in una sanguinosa rapina proprio mentre il fatale morbo inizia a infuriare. Dopo un'estenuante resistenza, Simon resta contagiato. Ma qualcosa in lui reagisce diversamente. Non si nutre dei vivi, sembra conservare un barlume di intelligenza e sopratutto l'attitudine alle azioni eroiche.

Quella del volume è una lettura che svaga, giacché non manca di tensione. Ma il senso di già visto, nonché una serie di spunti narrativi ormai sfruttati fino allo sfinimento, inducono a dimenticarlo non appena lo si ripone nello scaffale. La vera domanda è... perché Simon Garth? Perché questo nome?

Viene da pensare che la Marvel sentisse il bisogno di rispondere con una nuova uscita al successo emergente della serie “Walking Dead” di Kirkman e Moore, pagando tributo al cinema di Romero, vero ideatore degli zombi come oggi li conosciamo. Esseri bestiali e cannibali che agiscono in gruppo, sbranando e contagiando gli sfortunati viventi che incontrano sulla loro strada.

Qualche decennio fa non era così. Ma Simon Garth c'era già.

George Romero aveva già sdoganato il suo personale incubo horror (il suo primo film “La Notte dei Morti Viventi” è del 1969), ma gli zombi a fumetti seguivano ancora regole differenti.

Sorvolando sulla sua primissima incarnazione (un racconto breve firmato da Stan Lee e Bill Everett che risale addirittura al 1952), lo Zombie Marvel è ricordato sopratutto per la serie uscita tra il 1973 e il 1975, scritta inizialmente da Roy Thomas e Steve Gerber, e disegnata – tra gli altri – da illustratori del calibro di John Buscema e Pablo Marcos. La serie si intitolava “Tales of the Zombie” (in Italia l'abbiamo vista sul “Corriere della Paura” dell'editoriale Corno). Ed era tutta un'altra storia.

Simon Garth era un potente industriale del Caffè residente a New Orleans. Ricco e dispotico, aveva una bellissima figlia, Donna, che un giorno protegge dalle indesiderate avanches del laido giardiniere Gyps, picchiandolo e licenziandolo. Gyps uccide Simon per vendetta e costringe Layla, una sacerdotessa Voo Doo che nella vita di tutti i giorni lavorava come segretaria di Garth e ne era innamorata, a riportare in vita il suo principale sotto forma di zombie, affinché diventi per sempre il suo schiavo. Vediamo quindi come lo Zombie Garth storico sia collegato alla mitologia haitiana e al culto Voo Doo, e si muove in un contesto magico-etnico molto diverso dai racconti horror ispirati al modello romeriano. Un ruolo importante nella vicenda è svolto dall'amuleto di Damballah, il dio serpente. Un talismano di cui esistono due copie gemelle, una al collo del morto che cammina, l'altra in possesso di chi dovrà controllarlo come un automa. Quasi subito, Gyps perde l'amuleto. Garth, che ha recuperato una scintilla di memoria, lo uccide e inizia a vagare senza meta. Il seguito della saga vede lo zombie sfiorare più volte la strada di sua figlia, che lo sta cercando, e incontrare numerosi personaggi dai destini spesso tragici. L'amuleto gemello passa di mano in mano con conseguenze non sempre piacevoli. Il cammino di Simon s'incrocia spesso con quello di un malvagio gangster di New Orleans che si serve della magia Voo Doo per i suoi scopi criminali. Alla fine, Layla darà la sua vita affinché Simon possa resuscitare per un giorno, risolvere tutti i conti lasciati in sospeso, riconciliarsi con la figlia e l'ex moglie Miranda (ma anche chiudere la partita con il suo nemico, che adesso vede come un riflesso distorto della sua vita precedente) e poter quindi morire definitivamente in pace. In un ciclo conclusivo epico e commovente, scritto da un'ancora sconosciuto Chris Claremont, ogni filo della vicenda è recuperato. Simon si dimostra la metafora di un uomo “morto” molto prima che il suo giardiniere lo uccidesse. Le esperienze maturate dal suo alter ego cadaverico hanno cambiato il cinico e glaciale uomo d'affari, e il suo ultimo giorno (che coincide con il matrimonio della figlia Donna) sarà veramente il più intenso della sua vita.

“Tales of the Zombie” è un piccolo gioiello degli anni settanta, recuperato solo in parte dalla collana “Dark Side” della Gazzetta dello Sport qualche anno fa. Era scritto in modo bizzarro e per certi versi quasi sperimentale. Il protagonista, essendo un morto vivente, era praticamente muto (anche se in un'unica storia bofonchia qualche parola). La narrazione in terza persona era affidata alle didascalie, ma il cantastorie si rivolgeva direttamente al protagonista e lo chiamava per nome. A volte incitandolo, altre rimproverandolo, sempre commentando le sue azioni. Insomma, un espediente letterario molto particolare per infondere a un morto che cammina una personalità struggente. Indimenticabile la sequenza in cui lo zombie si trascina fino alla fabbrica di caffè dove lavorava in vita, scala un cancello elettrificato senza riceverne danno e va a sedersi sulla poltrona imbottita del suo vecchio ufficio. Circondato dal lusso, ma solo nella morte come lo era in vita.

Questo era... è Simon Garth. Questo era un fumetto di qualità.

“Zombie: Simon Garth” è invece una miniserie senza infamia e senza lode, che segue in modo pedissequo i cliché ormai radicati nell'immaginario giovanile dal cinema e dai videogames. Unica traccia, il nome di Simon Garth. E aggiungerei: peccato.

Se adesso pensate che alcuni fumetti degli anni settanta avessero qualche marcia in più rispetto alle spacconate del nuovo millennio... chissà, forse non siete ancora diventati degli zombie.