mercoledì, luglio 30, 2008

The Exterminators

Fa schifissimo.

Ma veramente.


Nello stesso tempo è uno dei fumetti più divertenti usciti quest'anno in Italia. Un guizzo vitale che l'etichetta “Vertigo” (divisione per “lettori maturi” della Dc Comics) sembrava destinata a non avere più. Superati i fasti di “Sandman” e “Preacher”, e con “Hellblazer” da tempo arenato nei territori del già visto, l'ultimo prodotto di reale interesse sembrava destinato a restare “Y, l'ultimo uomo”, del quale – tra l'altro – sta per uscire il capitolo conclusivo. Il bel giocattolo, sorto dal lavoro di autori come Neil Gaiman, Alan Moore e Jamie Delano, negli anni aveva perso smalto. S'era inceppato in un loop commerciale ormai sempre uguale. Macchinose e sopravvalutate serie noir, ambientazioni fantasy parenti alla lontana delle saghe oniriche di Gaiman e poco altro. Sembrava che la Vertigo fosse decisamente vicina a portare in tavola la frutta.

Beh, fate conto che l'abbia fatto. Pensate a un bel vassoio pieno di mele, agrumi, uva e frutti esotici profumati. C'è di che avvicinarsi con l'acquolina in bocca. Poi immaginate che da quel ben di Dio fuoriesca d'un tratto un esercito di blatte grasse e in assetto da guerra.

Questo è uno degli shock che potrebbero attendervi leggendo il primo volume di “The Exterminators”, scritto da Simon Oliver e illustrato da Tony Moore, noto – quest'ultimo – sopratutto per la serie zombesca “Walking Dead”. Insieme con gli orribili scarafaggi, incontrerete ratti imbizzarriti, situazioni di degrado e lordura insostenibile, individui ripugnanti, e... sì, anche qualche litro di sangue.

Può suonare strano, ma vorrei incoraggiarvi a leggere questo fumetto. Nonostante il disturbo che alcune tematiche e determinate immagini potranno recarvi. Perché “The Exterminators” (pubblicato in Italia dalla Planeta DeAgostini) è davvero interessante. Una serie che mixa in modo ingegnoso il grottesco con il mistery, il racconto di suspence e la commedia.

Henry è in libertà vigilata, e non ci è ancora dato sapere perché sia stato in prigione. L'attuale compagno della madre gli trova un impiego come disinfestatore presso l'agenzia di cui è titolare.

Il lavoro è duro, tra blatte e sorci, e i colleghi con cui Henry si trova a svolgere il suo addestramento sembrano avere tutti delle turbe psichiche. Tutti sembrano nascondere un segreto. La mente pensante della squadra, il cambogiano Saloth, effettuando degli esperimenti personali scopre che gli scarafaggi di Los Angeles hanno preso a evolversi in qualcosa di diverso. Inoltre, l'insetticida sperimentale, fornito all'agenzia da una misteriosa ditta, sembra non aver più effetto sulle blatte, ma al contrario le rinforza accelerando l'imprevedibile mutazione. Come se non bastasse, alcuni dipendenti del servizio di disinfestazione hanno scoperto che lo strano prodotto ha un'effetto stupefacente, e ne fanno regolare uso con conseguenze devastanti.

E' solo il punto di partenza per un racconto che alterna ironia a snodi narrativi avventurosi e squisitamente horror. Sottotrame intriganti e lenti indizi su ciò che dovrà avvenire.

Simon Oliver è l'ennesimo autore nato nel Regno Unito che ci dimostra il talento vispo degli autori europei reclutati dall'industria statunitense. Il suo curriculum è ancora breve, ma proprio il successo di “The Exterminators” sta regalando una vigorosa accelerata alla sua carriera di sceneggiatore. A una lettura superficiale, la sua prosa potrebbe ricordarci Garth Ennis, ma senza gli eccessi ormai stucchevoli che negli ultimi anni sono diventati lo standard dello scrittore irlandese. Oliver ci parla di putridumi, di degrado disperato e di creature infestanti dalle quali non vorremmo mai essere sfiorati. Ma riesce a farlo con un tono ironico ed entusiasmante nello stesso tempo. L'emozione e l'attesa per quanto dovrà ancora succedere cresce pagina dopo pagina, lasciandoci con la voglia di leggere il volume successivo. E di questi tempi non è poco.

E' anche riconoscibile il registro televisivo del racconto (ormai lo troviamo in molte nuove serie). La narrazione per segmenti che introduce un personaggio dopo l'altro, descrivendolo in base a tasselli che si andranno serrando di capitolo in capitolo. Sembra che all'inizio Oliver avesse ideato “The Exterminators” proprio come spunto per una serie televisiva. Progetto che non vide la luce probabilmente per ragioni di budget. Dopo il successo in patria della serie a fumetti, la Showtime, casa di produzione nota per il telefilm “Dexter”, ha messo in cantiere la versione televisiva delle avventure di Henry e colleghi.

Non ci resta che preparare gli antiemetici e continuare a seguire le avventure a fumetti di questi folli disinfestatori, pronti a invadere i nostri incubi al pari di sorci e scarafaggi.


venerdì, luglio 18, 2008

Il trailer di Watchmen

Ed ecco il primo trailer veramente completo di "Watchmen", il film che Zack Snyder (già regista di "300") sta ultimando in questi mesi e che vedremo al cinema il prossimo 2009. Come già avvenuto per "V per Vendetta", l'autore Alan Moore ha chiesto che il suo nome non fosse accreditato nei titoli del film. "Watchmen", ancor più che per altre pellicole tratte dalle opere di Moore, suscita attesa e nello stesso tempo preoccupazione da parte dei fans. Chiunque abbia letto la graphic novel firmata dal bardo inglese, sa bene che ci troviamo davanti a un capolavoro di difficilissima riduzione. Un romanzo fantapolitico condotto come un poliziesco, denso di sottotrame e speculazioni esistenzialiste. Cospirazioni, poteri e passioni umane. Un intrigo giallo e nello stesso tempo supereroistico con il quale tutti i fumetti di genere successivi hanno dovuto fare i conti. Pare che una prima versione della sceneggiatura del film di Snyder predevesse una durata di ben otto ore. Un progetto più adatto a una miniserie televisiva che a un film destinato al grande schermo. Una successiva revisione ha riportato il tutto a una durata più canonica per la visione in sala. Ma non saprei dire se questo sia un bene o un male.
Questo trailer ci mostra la nascita di Dottor Manatthan e la maggior parte dei personaggi della saga di Moore. Dal punto di vista visivo, il film si prospetta decisamente spettacolare. Chissà!
Pur impoverendo di molto la fonte cartacea, "V per Vendetta" (baggiano titolo italiota di "V for Vendetta") era riuscito a presentare un prodotto piacevole. Che ne sarà di quel che è considerato praticamente la Bibbia supereroistica del fumetto moderno?
Beh, sono solo chiacchiere. Sappiamo già, noi nerd, che applausi o pernacchie a parte, correremo tutti a vederlo. O no?

venerdì, luglio 11, 2008

DEATH NOTE: Il successo, le tentazioni, il video...

“DEATH NOTE” è un manga di genere fantastico creato dalla sceneggiatrice Tsugumi Ohba e dal disegnatore Takeshi Obata, che sta riscuotendo un grosso successo di critica e di pubblico a livello internazionale, tanto che da pochi mesi l’editore Panini ha iniziato a ristamparlo con cadenza mensile. Al centro del racconto agisce Light, giovane e brillante studente giapponese che entra casualmente in possesso di un “quaderno della morte” perso da uno Shinigami, una divinità preposta a mietere le vite dei mortali (nella mitologia giapponese, la Morte non è un’entità individuale, ma esistono tanti spiriti incaricati di gestire la fine della vita degli esseri umani). E’ sufficiente scrivere nel quaderno il nome di qualcuno conoscendone l’aspetto e il gioco è fatto. Il malcapitato muore nelle modalità esatte descritte dal possessore del quaderno.
Lo spunto non sarebbe esattamente nuovo. Per citare un precedente, “La macchina ammazzacattivi”, film del 1952 che Roberto Rossellini trasse da un racconto di Eduardo De Filippo, ha in comune con questo manga i binari di partenza su cui la vicenda si svilupperà. In quel caso abbiamo una vecchia macchina fotografica che effettuando un secondo scatto a vecchie foto uccide all’istante l’individuo che vi è ritratto, inducendolo ad assumere, nella morte, la posizione della foto originale. L’idea di un potere di vita e di morte, che trasforma inevitabilmente chi lo possiede in un giustiziere o in un mostro pluriomicida, è un archetipo abbastanza antico.

“DEATH NOTE” parte dai medesimi presupposti, ma devia subito dagli sviluppi più prevedibili. Light inizierà a uccidere metodicamente i criminali impuniti, ma con lo scopo di instaurare un controllo occulto della società, per ottenere un mondo di pace e giustizia governato magicamente col terrore. Ma la vera storia del manga è un’altra. Fulcro della vicenda è il duello psicologico tra Light e “L”, misterioso investigatore (che ha molto in comune con Sherlock Holmes per capacità deduttiva) incaricato di individuare Kira, come è stato chiamato dalla stampa il temibile assassino astrale.
Questo è il grande mistero del successo di “DEATH NOTE”. Un manga che sembra piacere a un pubblico eterogeneo e di età differenti, ma che presenta caratteristiche che normalmente lo avrebbero fatto classificare come un prodotto di nicchia. La qualità del racconto è innegabile, così come i disegni. La stranezza (dal punto di vista sociologico) consiste proprio nella progressione della trama, che potrebbe sembrare indigesta per il vasto pubblico dei lettori di fumetti. L’intera saga, infatti, è la cronaca dettagliata di una partita a scacchi tra due menti diaboliche. Ogni angolatura è osservata dal punto di vista dei due contendenti, ogni mossa studiata, la reazione e l’eventuale intuizione del nemico ponderata. L’avventura di “DEATH NOTE” si svolge, insomma, nelle menti dei due protagonisti, e seguire ogni loro ragionamento richiede una discreta dose di attenzione. Evidentemente, il racconto fantastico-investigativo riesce a comunicare emozioni a più livelli, affascinando sensibilità diverse.
Non a caso, l’anime tratto dalla serie a fumetti ha ispirato questo beffardo scherzo politico presente su Youtube già da qualche settimana. Altro che V-Day. Altro che insulti. Se davvero esistesse un quaderno della morte, i recenti sberleffi di piazza Navona suonerebbero come una canzone dello Zecchino d’Oro.

giovedì, luglio 10, 2008

Pari opportunità? E' un lavoro per Wonder Woman

Wonder Woman non è una supereroina qualunque. E’ l’idealizzazione inconsapevole del ministro per le pari opportunità. E – credetemi – non sarebbe facile per nessuno reggere il confronto. Soprattutto di questi tempi.
Se la boutade vi sembra azzardata, provate a leggere “Classici DC – Wonder Woman”, ciclo di quattro volumetti recentemente pubblicato da Planeta DeAgostini. Vi ricrederete. Potreste anche innamorarvi del personaggio, ma soprattutto vi divertirete.
Una piacevole riscoperta, questo Wonder Woman di George Perez. O una rivelazione, se l’età o gli interessi non vi avevano ancora fatto incontrare Diana di Temischira. Personalmente, gli unici contatti che avevo avuto finora con la principessa amazzone erano dovuti al telefilm anni settanta con Lynda Carter. Un prodotto simpatico, ma oggi assai datato e comunque discretamente kitsch. Terzo pilastro fondamentale (insieme a Superman e Batman) della generazione di supereroi nati sotto il marchio DC, Wonder Woman è molto più di una versione al femminile dell’Uomo d’Acciaio, al quale è spesso associata in modo semplicistico. E se oggi il personaggio gode di una rinnovata popolarità, è soprattuto grazie a George Perez, che nel 1987 ne ridefinì le linee di base, sviluppando la sua versione dell’amazzone lungo un ciclo memorabile di storie durato fino al 1991. Dopo la celebre saga “Crisi sulle terre infinite”, in cui la DC Comics ricorse all’espediente narrativo di un cataclisma cosmico per cancellare l’ingombrante passato dei suoi personaggi, molte serie furono fatte ripartire da zero. Le origini degli eroi furono attualizzate, e un pugno di autori rampanti legarono i loro nomi alle versioni moderne di alcune icone del fumetto mondiale. John Byrne ricostruì il mito di Superman nella miniserie “Man of Steel”. Frank Miller avrebbe consacrato definitivamente l'Uomo Pipistrello come un personaggio noir nel fondamentale “Batman: Anno Uno”. E sarebbe toccato al portoricano George Perez “resuscitare” Wonder Woman secondo nuove sensibilità.
I primi numeri della saga erano disegnati da Perez, che firmava i testi a quattro mani con lo sceneggiatore Greg Potter. Molto presto, però, il buon George si trovò a governare da solo la nave, dimostrando una statura di autore completo davvero degna di nota. Il pregio della sua Wonder Woman è quello di prendere quasi del tutto le distanze dal panorama supereroistico, e di restituire il personaggio di Diana alla sua dimensione mitologica. Il ciclo iniziale di storie, che vede come protagonista la regina delle amazzoni Hyppolita, e che racconta la bizzarra nascita di sua figlia Diana, è un intrigante mix di fedeltà ai miti greci e di divertite licenze. Diana è l’icona della moderna strega, intesa come figura primordiale di donna ribelle al controllo maschile, e di conseguenza più incline a pensieri di pace e alla difesa della natura. Nella versione di Perez le amazzoni sono sì donne guerriere, ma in quanto custodi di ideali di parità e giustizia. La missione di Diana nel mondo governato dagli uomini (suo primo compito è contrastare i piani del dio della guerra Ares) è quella di ambasciatrice di Temischira, paradisiaca isola delle amazzoni. Dopo un secolare isolamento, le sagge (e immortali) protofemministe, inviano la loro campionessa affinché il mondo possa apprendere i loro valori pacifisti. In questo modo, Diana, acquista anche il ruolo di un messia politeista, di ispirazione pagana ma dalle forti connotazioni cristiane. La nuova Wonder Woman è una candida fanciulla dalla forza straordinaria e dalla fede incrollabile, personificazione dei principi di tolleranza appresi nel mondo di sole donne in cui è cresciuta. Agli avversari mitologici, Perez affianca un’ispirata riscrittura dei nemici classici dell’amazzone. La ferina antropologa Barba Minerva alias Cheetah, la tragica Cigno d’Argento, e soprattutto la nemesi di Diana per eccellenza: la maga Circe.
La sorpresa più strana (e piacevole) di “Classici DC – Wonder Woman” è la modernità che traspira da ogni pagina. Si tratta di fumetti realizzati alla fine degli anni 80, ma che conservano una freschezza e una qualità latitante, a mio avviso, da molte produzioni a stelle e strisce attuali. “Classici DC – Wonder Woman” è una lettura piacevolissima, un’avventura scritta con garbo e disegnata in stato di grazia. Un fumetto lontano anni luce dalle volgarità pseudo-cool attualmente di moda. Come recita l’etichetta stessa di questa edizione: un classico. Da recuperare per tutti coloro che amano leggere buoni fumetti, al di là del trend commerciale. E sì! Tutti, nessuno escluso, avremmo bisogno di un ministro per le pari opportunità che si avvicini alla statura morale della nostra amata principessa amazzone.

martedì, luglio 08, 2008

Nella rete (come un pesce che annaspa)

«Internet è piena di pazzi.»
Betty Suarez – “Ugly Betty” Stagione 2

D’accordo è un luogo comune. Peraltro ottimista. La nave dei folli è molto più grande. Se Internet occupa una buona porzione del ponte di comando, il globo terracqueo la rappresenta a dovere dalla stiva alla cima dei pennoni. E con buona pace di Erasmo da Rotterdam, al novanta per cento si tratta di una follia sgradevole. Volgare. Stupidamente cattiva. Insomma, siamo nella merda. E sia chiaro che non parlo di pedofilia e altre realtà criminali. Ma di ordinarie, sconcertanti manifestazioni di povertà umana.
Ho un rapporto stranissimo con la rete. Forse un pessimo rapporto. Da un lato la uso molto, dall’altro non la comprendo del tutto. In fondo, Internet è l’equivalente di un’enorme piazza dove le regole sono poche e sfuggenti. Un luogo neutro dove, entro pochi limiti, ci si può mettere a nudo e rendere pubblici pensieri che altrimenti resterebbero sommersi.
Un bene? Un male?
Credevo di avere una risposta. Oggi non ne sono tanto sicuro.
Chi mi conosce sa che sono soggetto a frequenti depressioni. Un coming out come questo si incanala nella pazzia generale, certo. Il medico non mi ha prescritto di scrivere una cosa tanto personale su un blog che chiunque potrebbe leggere. Esibizionismo? Bisogno di farsi notare? O valvola di sfogo? Un messaggio nella bottiglia quando altri canali di dialogo risultano intasati da scomodi fattori contingenti. Sgobbare come un mulo solo per accorgersi, qualche giorno più tardi, che il lavoro svolto con cura certosina sta venendo nuovamente eseguito da un impiegato di più alto grado (Mania di controllo? Puro narcisismo?) sarebbe irritante per chiunque. Penso. Soprattutto se il rapporto gerarchico del posto di lavoro ti impedisce di raddrizzare quel che è storto. Quel che resta è un senso di svuotamento e di totale inutilità degli sforzi fatti. Si dubita del proprio ruolo sul territorio, del significato delle proprie giornate. Non del proprio valore, intendiamoci, ma dell’opportunità di essere realmente compresi. Ed è un rospo molto amaro da ingoiare.
Periodicamente affronto momenti nerissimi, spesso di una lunghezza sconfortante. Secondo qualcuno, la cosa più sensata che potrei fare è... spararmi. Smarrita la via, non riuscendo a vedere la luce in fondo al tunnel e sentendomi ormai fallito, perché dovrei aggrapparmi a un presunto pensiero razionale? Non riesco a vivere? Per quale motivo dovrei andare avanti? Sarebbe da stupidi tentare di dissuadermi in nome di una presunta razionalità. Non solo non avete il diritto di giudicarmi. Dovreste approvarmi, in quanto – onestamente – suicidarmi è l’unica cosa da fare.

OK, tranquilli: è solo un espediente retorico. Ma...

Badate bene, non è uno scherzo. C’è chi la pensa davvero così. Fate un giro in rete. Leggete qualche blog. Assaporate l’aroma di queste perle di saggezza nichilista, e decidete se inorridire con me o se declamare (come qualcuno che ricordo con grande disagio) che “E’ troppo ficooo!”
Non mi faccio illusioni. Lo so... Mark Millar docet!
Io la chiamo “Fase del Grillo Parlante”. Di solito è una condizione transitoria dell’adolescenza. Vi è mai capitato di sentir sostenere a un vostro conoscente giovanissimo di essere una persona schietta, che dice pane al pane e vino al vino? Che è avvezzo a dire solo la pura verità, e che la sputa in faccia a tutti con grande franchezza? Di norma, le persone vicine a chi manifesta la suddetta fase, sentono emergere presto la sindrome speculare: la “Fase del Martello”. Sì, perché non è facile far comprendere a un acerbo narciso (per di più rimpinzato con gli attuali feticci mediatici) che c’è una bella differenza tra sincerità e maleducazione, schiettezza e totale mancanza di sensibilità. A volte la “Fase del Grillo” si manifesta pericolosamente anche in soggetti cresciutelli (e lì sta l’orrore) con un ego che fa provincia. La delusione è tanto più grande quando una cazzata simile si erge come la gramigna in un campo dove cresce, florido, il talento. Magari dove ti eri attardato a pascolare, solo perché ti piaceva leggere.
Internet è piena di pazzi... Ma ancor più di infermi cronici della “Fase”. Io stesso, con questo irrinunciabile sfogo sto cedendo all’ossessivo richiamo di quello che, una volta superata la trentina, assomiglia a un temibile disturbo istrionico (non troppo dissimile da chi deve rifare daccapo il lavoro che qualcun altro ha appena svolto). Esiste tuttavia il senso della misura, e dovremmo tutti imparare a sfruttarlo meglio. Non stiamo parlando di censura, ognuno scrive quel che ritiene di dover dire. Non mi spingo ad affermare che certe sparate (come minimo immature) non dovrebbero essere divulgate o che anche la rete (forse) avrebbe bisogno dell’intervento di quei filtri editoriali professionali e illuminati in cui qualcuno sembra avere tanta fede. Quante probabilità avremmo di leggere un altro “Tre metri sopra il cielo”, se no?
Magari dovremmo chiederci se la grande rete non è sopravvalutata. Se il suo valore oggettivo non consista nelle più semplici forme di comunicazione veloce. Per il resto è simile a un terreno minato sul quale è consigliabile muoversi con circospezione. Blog, Forum, Chat... Tutti strumenti bellissimi se messi al servizio della creatività. Ma anche canali ambigui, che fornendo un parziale anonimato a chi scrive (è sufficiente l’assenza di confronto diretto) tende a far crollare i freni inibitori e a fare emergere spesso i peggiori fumi individuali. Compromettendo la comunicazione piuttosto che facilitandola. Ho cominciato a riflettere su questo. Del resto, non esistono editor dei contenuti dei blog, almeno non ancora. E poi, chi sarebbe legittimato a svolgere questo ingrato compito? A chi toccherebbe l’onere di stabilire quando stai dicendo una stronzata? E' il prezzo dell’anarchia. La ricerca del bello e del giusto è affidata all’intelligenza dei singoli. Ma non è così un po’ per tutto?
E allora, se navigando nella grande rete, leggendo, fruendo, mi capita di sentirmi ferire dal puerile cinismo in cui mi imbatto... Se devo sorprendermi a rabbrividire... non davanti alla pornografia, non davanti al kitsch o alla futilità... ma perché sento la mia fede nell’umanità ridursi di un’altra tacca... perché non dovrei ricorrere anch’io al suono della corda pazza? E’ a questo che serve un blog, no? Posso solo sperare che chi la pensa come me non sia stato del tutto soppiantato dalla “Millar Generation”. E tentare – chissà – di mitigare con le mie povere parole di quarantacinquenne senza futuro, il mal di mare che forse anche altri naviganti soffrono quando l’oceano informatico vomita la sua insensatezza.


domenica, luglio 06, 2008

Il fenomeno Charice Pempengco

L'ho scoperta tardi, ma Charice Pempengco (classe 1992) è già una celebrità in rete e impazza naturalmente su Youtube.
Questa graziosa adolescente filippina, oggi ha 16 anni (ma ha cominciato a cantare molto prima) ed è un vero fenomeno. Raramente la natura permette ai suoi figli di sviluppare una voce simile (e con una tale estensione) a un'età così acerba. Una leggenda racconta che all'età di quattro anni intonò "Happy birthday" a un compleanno lasciando tutti stupefatti (e con i timpani piacevolmente offesi).

C
harice Pempengco (o semplicemente Charice, come è chiamata di solito) è emersa nella trasmissione della tv asiatica "Star King" e da allora non si è più fermata. Del resto... Come fermare un treno in corsa?


sabato, luglio 05, 2008

Buffy Sainte-Marie: Universal Soldier

Nel nostro paese, la cantante nativo-americana Buffy Sainte-Marie è ricordata dalla maggior parte del pubblico (quando è ricordata) per essere stata la compositrice (e nel primo caso anche l'interprete) delle colonne sonore di due celebri film. Il controverso "Soldato Blu" e il popolare "Ufficiale e Gentiluomo". In realtà, Buffy è una folksinger dalla grande personalità, cresciuta all'ombra di Pete Seeger e di quella cultura musicale che sapeva intrecciare l'impegno civile, la voce umana e le sonorità etniche in una tela di pura bellezza. Come dimenticare "Until it´s time for you to go"? Anche se è probabile che la ricordiate cantata da altri interpreti, magari più noti.
Suo è anche uno degli inni pacifisti più amati e che contano più cover. Buffy, in carriera, era magica. Oggi, Youtube, ci offre la possibilità di riscoprirla.

martedì, luglio 01, 2008

La Guerra dei Batman

Curiosa operazione questo video. Dietro c'è un lavoro di montaggio professionale e molto accurato. Divertente davvero. Il finto trailer ci mostra l'incontro-scontro tra i quattro interpreti che nell'ultimo ventennio hanno vestito al cinema il manto dell'Uomo Pipistrello. Imperdibile per tutti i fans di Bruce Wayne, in attesa dell'esordio del nuovo capitolo cinematografico. Buon divertimento.