martedì, giugno 30, 2009

Il Cammino dei Sette Millenni

Sorprendente.

E’ la prima parola che viene in mente sfogliando Il Cammino dei Sette Millenni, fumetto fantasy tutto italiano già arrivato alla sua quarta uscita mensile.

Sorprendente per la sua italianità, che riesce a lasciare tra le righe, dimostrandosi un prodotto valido che guarda a suggestioni internazionali più che a certa tradizione del fumetto popolare nostrano, spesso intrappolato in griglie editoriali che gli conferiscono un gusto artificiale. Sorpredente per lo sforzo produttivo svolto dal suo ideatore, Francesco Vivona, che ne è sceneggiatore, disegnatore (in collaborazione con Diana Mercolini, Nicola Zanni e Matteo Simonacci) e anche l’editore, avendo fondato a Catania la Omniars Edizioni. Non dimentichiamo un sito internet esauriente (www.settemillenni.com/) e una confezione spillata a colori per 2,90 euro di prezzo, che non invidia nulla a edizioni più blasonate. E’ sorprendente anche la radice meridionale di questo fumetto e le potenzialità che riesce a esprimere in un panorama fumettistico come quello siciliano, oscillante senza mezzi termini tra guizzi d’autore e la peggiore omologazione commerciale. Il Cammino dei Sette Millenni non racconterà magari nulla di nuovo, ma quel che conta di più è la forma. Fresca, garbata, rispettosa della lingua come della parte figurativa. E di questi tempi non è affatto poco.

Il Cammino dei Sette Millenni è la storia di un viaggio iniziatico, spunto caro alla tradizione fantasy letteraria, e la cronaca della maturazione di un gruppo di personaggi sullo sfondo di un mondo fantastico dove si mischiano elementi mitologici e fiabeschi. Il giovane protagonista, Liam, appartenente al clan dei Lumienh, è presentato come il simbolo del fatalismo (non a caso il primo capitolo è intitolato Destinato a Niente). Cupo, pessimista ai limiti della villania, e cresciuto all’ombra di un padre controverso. Lear, eroe caduto in disgrazia dopo imprese mirabili, forse colpevole di aver fatto strage della propria famiglia come accadde al mitico Eracle. Liam sarà strappato alla propria immobilità quando Akerone, malvagio monarca del popolo dei centauri, deciderà di impadronirsi delle Sette Essenze, talismani che gli conferirebbero un potere temibile per l’intero regno di Dagradia. Ricevuta dal saggio Nefesto la spada Animah-Argenti, antica arma il cui potere dovrà essere ripristinato, il giovane intraprende così un riluttante cammino che lo cambierà per sempre. Sulla sua strada incontrerà personaggi come Abadir, il mezzosangue figlio di una fata e del sovrano del popolo degli Umbrox, un giovane guerriero che ha dovuto battersi a lungo per vincere sul pregiudizio derivato dalla sua origine ibrida. La ribella e affascinante principessa dei centauri, il fauno cantore e molti altri, tra creature gentili e mostri spaventosi. Il racconto presenta tutti gli elementi più tradizionali del fantasy, ma il linguaggio e il ritmo scelti sembrano dovere molto alla migliore tradizione degli anime giapponesi. Il disegno, finora abbastanza omogeneo dei diversi illustratori, sembra collocarsi in una linea di confine tra l’ispirazione manga e il tratto europeo (soprattutto per quanto riguarda la colorazione). Ma quel che colpisce è la notevole carica espressiva dei personaggi, i cui lineamenti, occhi e bocca, raramente così vitali, conferiscono passione a un dialogo agile e diretto.

A differenza dell’oggettiva qualità de Il Cammino dei Sette Millenni, non sorprende invece l’ondata di snobismo che ha investito il fumetto di Francesco Vivona su alcuni forum e blog. Un fumetto veramente giovane, che mostra il potenziale per crescere e sdoganare - forse - un approccio più coraggioso a questa forma artistica, difficilmente sarà accettato da un mercato così tradizionalista come quello italiano. Infatti il fumetto, benché distribuito in edicola, è un prodotto anomalo che potremmo considerare un perfetto ibrido tra l’autoproduzione e la proposta di una piccola linea editoriale indipendente. Un mezzosangue orgoglioso come l’impavido Abadir, verrebbe da dire. E con gli occhi puliti e dolci della principessa con gli zoccoli. Auguriamo a questo fumetto di ritagliarsi la sua strada nonostanze le prevedibili resistenze, e di contribuire a variare le proposte nostrane in un mercato sempre meno differenziato.


Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.


lunedì, giugno 29, 2009

Difensori della famiglia?

Questo video documenta un fuori onda nel corso di una trasmissione di TleSveva, durante il quale il giornalista Roberto Straniero dibatte con il presidente della BAT Francesco Ventola la questione Noemi-Berlusconi e tutte le implicazioni morali e politiche del caso. Spesso, è proprio fuori onda, fuori dalle ipocrisie e dai filtri televisivi, che le cose possono essere chiamate con il loro vero nome.


venerdì, giugno 26, 2009

Farrah Fawcett - 1947 - 2009

Michael Jackson, scomparso a poche ore di distanza da lei, riceverà sicuramente maggiori onori da parte dei media. Non mi interessa discutere di proporzioni o di incidenza culturale. Si tratta solo di affezioni personali, legate alla nostra vita e ai personaggi che per più tempo ci hanno accompagnato, radicandosi nel nostro immaginario. Farrah era di una bellezza algida, molto americana. Rammento che una compagna di liceo, una volta, mi raccontò di aver letto da qualche parte che la Fawcett era una creatura semiartificiale. Costruita a tavolino per piacere alle masse statunitensi, e plasmata dal lavoro concertato di estetisti, parrucchieri, sarti e soprattutto dentisti (il suo famoso sorriso sarebbe stato quindi un prodotto di ingegneria dello spettacolo).
Oggi, rivedendo l'insensato film con le tre giovani star Diaz, Liu e Barrymore dedicato agli Angeli di Charlie, questo gossip fa quasi tenerezza. La serie degli anni 80 non si basava infatti sulle acrobazie di tre strafighe ninja. Era un telefilm di investigazione, dove contavano i primi piani, l'espressività e il fascino dei tre angeli originali. Farrah comparve al grande pubblico con il doppio cognome di Fawcet Majors. Infatti, era sposata con Lee Majors, noto come "L'Uomo da Sei Milioni di Dollari". Poco dopo, il matrimonio tra le due star televisive finì. Farrah rinunciò a cognome dell'ex e iniziò una relazione con l'attore Ryan O'Neil che sarebbe durata per il resto della sua vita. La ricordiamo giovanissima e luminosa nel film di fantascienza "Saturn 3" accanto a Kirk Douglas, e soprattutto nel controverso "Oltre ogni limite", da una piece teatrale da lei già interpretata con successo in teatro. Farrah aveva un potenziale di attrice che cinema e televisione non hanno mai saputo sfruttare appieno. Ma sarà ricordata da quelli della mia generazione come una presenza confortante. Rivediamo insieme i titoli di apertura della prima serie delle "Charlie's Angels". Telefilm che la rese celebre e con il quale è sempre rimasta identificata. Pensandoci bene, con tutta la spazzatura della televisione odierna, non è un male.
Buon viaggio, Angelo biondo.

giovedì, giugno 25, 2009

Lanterna Verde: Origine Segreta

"Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda. Colui che nel male si perde si guardi dal mio potere... La luce di Lanterna Verde."


Una luce che sembrava distante e appannata, almeno fino a qualche anno fa. Infatti, le alterne vicende editoriali della DC Comics in Italia avevano tenuto il personaggio di Hal Jordan lontano dalla nostra ribalta per un lungo periodo. Eppure, per chi è stato adolescente negli anni 70, Lanterna Verde rimane una delle icone fondamentali dell'Olimpo supereroistico accanto a grossi calibri come Superman, Batman e Flash. La Planeta De Agostini ha reso possibile recuperare gran parte del materiale d'epoca relativo a un personaggio amatissimo anche nel nostro paese, e oggi, con una nuova serie regolare presenta la versione aggiornata degli esordi della più grande delle Lanterne Verdi. Parliamo di Origine Segreta, story arc pubblicato sui primi tre numeri del nuovo mensile che proseguirà con la saga dedicata alla Guerra della Luce, i cui eventi sono direttamente collegati alla riscrittura del passato del crociato di smeraldo.
Geoff Johns, già artefice del ritorno di Hal Jordan nella miniserie Lanterna Verde: Rinascita, si conferma un ottimo autore revisionista, capace di rimanere fedele agli elementi fondanti di un personaggio pur rimodellandoli secondo le esigenze attuali. In questo modo, la rilettura degli anni perduti acquista la funzione di prologo per le avventure che verranno, germinando una serie di spunti narrativi del tutto nuovi. Se nel corso degli anni, la DC Comics ha fatto conoscere ai suoi lettori il Corpo delle Lanterne Verdi, sorta di polizia galattica fondata dai saggi alieni conosciuti come Guardiani di Oa, soltanto Geoff Jhons ha saputo fare emergere la componente epico-mistica che da sempre accomuna questi fantascientifici paladini della giustizia ai cavalieri Jedi resi popolari dalla serie cinematografica di Star Wars. L'anello del potere che ogni lanterna verde porta al dito è un sofisticatissimo meccanismo in grado di dar forma ai pensieri di chi lo indossa sotto forma di una luce verde in grado di diventare solida. Virtualmente l'arma più potente dell'universo, limitata solo dalla fantasia e della forza di volontà del suo possessore. Un concetto non troppo lontano dal controllo della Forza che tutto pervade e controlla. Questo miscuglio di fantascienza e misticismo, imparentato alla lontana anche con il ciclo della Tavola Rotonda, delinea un territorio di confine perfetto per un racconto di genere supereroistico. Inoltre, conferisce importanza alla componente individuale, ora eroica ora perversa, di ogni singolo personaggio, senza la quale l'anello del potere non varrebbe nulla. L'alieno Abin Sur, la lanterna verde che si trascina a morire sul pianeta Terra per cedere il suo anello a un degno successore, è un cavaliere in crisi la cui fede vacilla, con conseguenze devastanti per il funzionamento del suo anello e della sua incolumità. A tormentarlo è l'incubo della Notte più Buia, un'oscura profezia di cui è custode Atrocitus, demone galattico prigioniero sulla navicella che Abin Sur sta usando per spostarsi non fidandosi più del tutto dell'efficacia del suo anello. Debolezza che gli costerà la vita, dando origine alla ricerca da parte dell'arma senziente di un altro essere di comprovata rettitudine: Hal Jordan, la Lanterna Verde terrestre.
Sono così gettate le basi non solo per l'esordio dell'eroe che tutti conosciamo, ma anche per la successiva apocalisse cosmica che vedrà la nascita delle Lanterne Rosse e che porterà alla guerra tra i rappresentanti di tutti i colori dell'iride. Geoff Jhons mescola le carte con destrezza, piazzando sulla scacchiera tutti i pezzi necessari per la partita che verrà. Il lettore ha così modo di conoscere subito Sinestro, la più grande lanterna verde della sua era e mentore del neofita Hal Jordan. Un eroe dannato, che alla maniera di Darth Vader finirà col soccombere al proprio lato oscuro, trasformandosi nella nemesi del terrestre che ha preso il suo posto tra i cavalieri dello spazio. Nello stesso modo fa il suo ingresso il personaggio di Hector Hammond, in principio rivale in amore di Hal e in seguito mostruoso telepate criminale, una volta che la sua curiosità lo avrà indotto a pasticciare con i rottami dell'astronave di Abin Sur.
Lanterna Verde: Origine Segreta è una miniserie concepita con la logica di un film, che sintetizza tutto quel che c'è da sapere sul protagonista e ne propone una visione paradigmatica che possa incontrare i favori tanto delle nuove generazioni quanto dei lettori affezionati. Ivan Reis, disegnatore brasiliano visto al lavoro su Superman e The Invisibles, ricorda per certi versi il più noto Carlos Pacheco. Un tratto plastico e dinamico, ideale per disegnare supereroi e — si direbbe — nato per traghettare definitivamente Lanterna Verde nel nuovo millennio. L'affiatamento tra matitista e sceneggiatore, in questo caso, rasenta la perfezione, regalando una lettura piacevole e senza orpelli superflui, lontana dalla volgarità che in tempi recenti ha preteso di “vestire di nuovo” alcuni personaggi classici. Jhons e Reis riescono a far suonare un'intera orchestra di personaggi con grande armonia e senso del divertimento. Un fumetto supereroistico senza particolari pretese, ma che fa di una narrazione garbata e di un'ottima confezione il biglietto da visita della moderna DC Comis, che non a caso ha attualmente sotto contratto i migliori autori del momento.


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lunedì, giugno 22, 2009

The Exterminators

Fa schifissimo.

Ma veramente.

Nello stesso tempo è uno dei fumetti più divertenti usciti in Italia negli ultimi anni. Un guizzo vitale che l'etichetta Vertigo (divisione per lettori maturi della Dc Comics) sembrava destinata a non avere più. Superati i fasti di Sandman e Preacher, e con Hellblazer da tempo arenato nei territori del già visto, l'ultimo prodotto di reale interesse sembrava destinato a restare Y, l'ultimo uomo, tra l’altro appena giunto alla sua conclusione. Il bel giocattolo, sorto dal lavoro di autori come Neil Gaiman, Alan Moore e Jamie Delano, negli anni aveva perso smalto. S'era inceppato in un loop commerciale ormai sempre uguale. Macchinose e sopravvalutate serie noir, ambientazioni fantasy parenti alla lontana delle saghe oniriche di Gaiman e poco altro. Sembrava che la Vertigo fosse decisamente vicina a portare in tavola la frutta.

Bene. Fingiamo per un momento che sia andata proprio così. Pensate a un bel vassoio pieno di mele, agrumi, uva e frutti esotici profumati. C'è di che avvicinarsi con l'acquolina in bocca. Poi immaginate che da quel ben di Dio fuoriesca d'un tratto un esercito di blatte grasse e in assetto da guerra. Questo è uno degli shock che potrebbero attendervi leggendo il primo volume di The Exterminators, scritto da Simon Oliver e illustrato da Tony Moore, noto — quest'ultimo — sopratutto per la serie zombesca Walking Dead. Insieme con gli orribili scarafaggi, incontrerete ratti imbizzarriti, situazioni di degrado e lordura insostenibile, individui ripugnanti, e... sì, anche qualche litro di sangue.

Nonostante il disturbo che alcune tematiche e determinate immagini possono recare, The Exterminators (pubblicato in Italia dalla Planeta DeAgostini) è davvero interessante. Una serie che mixa in modo ingegnoso il grottesco con il mistery, il racconto di suspance, l’esoterismo e la commedia.


Henry è in libertà vigilata, e il suo passato è avvolto nella nebbia. L'attuale compagno della madre gli trova un impiego come disinfestatore presso l'agenzia di cui è titolare. Il lavoro è duro, tra blatte e sorci, e i colleghi con cui Henry si trova a svolgere il suo addestramento sembrano avere tutti delle turbe psichiche. Tutti sembrano nascondere un segreto. La mente pensante della squadra, il cambogiano Saloth, effettuando degli esperimenti personali scopre che gli scarafaggi di Los Angeles hanno preso a evolversi in qualcosa di diverso. Di più intelligente. Più resistente. E bellicoso. Inoltre, l'insetticida sperimentale, fornito all'agenzia da una misteriosa ditta, sembra non aver più effetto sulle blatte, ma al contrario le rinforza accelerando l'imprevedibile mutazione. Come se non bastasse, alcuni dipendenti del servizio di disinfestazione hanno scoperto che lo strano prodotto ha un'effetto stupefacente, e ne fanno regolare uso, iniettandoselo in vena con conseguenze devastanti. E quando qualcuno di defunto torna addirittura in vita... Beh! Le ragioni per preoccuparsi superano decisamente il livello di guardia.

E' solo il punto di partenza per un racconto che alterna ironia a snodi narrativi avventurosi e squisitamente horror. Sottotrame intriganti e lenti indizi su ciò che dovrà avvenire.

Simon Oliver è l'ennesimo autore nato nel Regno Unito che ci dimostra il talento vispo degli autori europei reclutati dall'industria statunitense. Il suo curriculum è ancora breve, ma proprio il successo di The Exterminators sta regalando una vigorosa accelerata alla sua carriera di sceneggiatore. A una lettura superficiale, la sua prosa potrebbe ricordarci Garth Ennis, ma senza gli eccessi ormai stucchevoli che negli ultimi anni sono diventati lo standard dello scrittore irlandese. Oliver ci parla di putridumi, di degrado disperato e di creature infestanti dalle quali non vorremmo mai essere sfiorati. Ma riesce a farlo con un tono ironico ed entusiasmante nello stesso tempo. L'emozione e l'attesa per quanto dovrà ancora succedere cresce pagina dopo pagina, suscitando l’impazienza di leggere il volume successivo.




E' anche riconoscibile il registro televisivo del racconto (ormai lo troviamo in molte nuove serie). La narrazione per segmenti che introduce un personaggio dopo l'altro, descrivendolo in base a tasselli che si andranno serrando di capitolo in capitolo. Sembra che all'inizio Oliver avesse ideato The Exterminators proprio come spunto per una serie televisiva. Progetto che non vide la luce probabilmente per ragioni di budget. Dopo il successo in patria della serie a fumetti, la Showtime, casa di produzione nota per il telefilm Dexter, ha messo in cantiere la versione televisiva delle avventure di Henry e colleghi.

Non ci resta che preparare gli antiemetici e continuare a seguire le avventure a fumetti di questi folli disinfestatori, pronti a invadere i nostri incubi al pari di sorci e scarafaggi.

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mercoledì, giugno 17, 2009

Superman: Kryptonite... primo contatto


Un uomo senza la Storia, senza il passato, non è niente. Anche se è un Uomo d’Acciaio.
Un tempo ci baloccavamo con storie definite immaginarie. Racconti che si collocavano al di fuori della continuità seriale e che introducevano variazioni se non veri stravolgimenti nel background del personaggio di turno. Oggi, abbiamo imparato a usare una nuova etichetta: retrocontinuity. Operazione volta a rinarrare momenti importanti del passato dei protagonisti, con l’introduzione di nuovi spunti e toni più in sintonia con i tempi che corrono. La collana americana intitolata Superman Confidential, chiusa nel 2008 dopo appena 14 numeri, si proponeva per l’appunto di svecchiare elementi iconici legati al mondo dell’Uomo d’Acciaio, mostrandoci un Clark Kent che muoveva i primi incerti passi della sua carriera di supereroe. Dal primo ciclo di questa defunta serie è tratto Superman: Kryptonite, frutto della collaborazione di Darwyn Cooke, qui in veste soltanto di sceneggiatore, con un Tim Sale in ottima forma.
Ispirandosi solo in parte a una vecchia storia del 1949, Cooke spinge il processo di umanizzazione del primo supereroe a livelli forse mai visti prima. Superman è il paladino di Metropolis da poco tempo. Non è ancora inciampato nella sua rocciosa nemesi naturale e ignora i dettagli della propria origine aliena. Non conosce nemmeno l’esatta portata dei suoi poteri, soprattutto della sua presunta invulnerabilità. E questo gli permette di conoscere la paura, il panico, il fallimento. L’inizio che ripercorre la caduta della navetta con dentro il piccolo Kal-El è molto suggestivo, e introduce un io narrante ambiguo che fino alla fine del volume induce il lettore a chiedersi quale vera piega dovrà prendere la vicenda. La cronaca del primo incontro dell’Uomo d’Acciaio con la kryptonite segue un crescendo epico. Un cammino iniziatico in cui l’eroe, attraverso la scoperta dei suoi limiti, giungerà finalmente a maturazione. Il caso gioca un ruolo fondamentale per tutto il racconto. Le macchinazioni di Lex Luthor e del malvagio gangster detentore inconsapevole del minerale alieno, sembra dirci Darwyn Cooke, sono per il momento semplici pedine di un disegno più grande. Il vero protagonista di Superman: Kryptonite è il fato, e la catena di eventi che porterà l’ultimo figlio di Krypton a scoprire i propri natali extraterrestri grazie proprio all’unica sostanza che potrebbe annientarlo. L’espediente per legare gli argomenti nemesi-origine è agile e conduce la storia a compimento senza intoppi, abbandonando lungo il tragitto quegli ingredienti funzionali che avrebbero potuto risultare superflui ai fini generali del racconto. Ma Darwyn Cooke dimostra di conoscere il senso del ritmo così come conosce Superman, e sa bene che un’opera di riscrittura dovrà ridefinire non solo il protagonista ma l’intero cast dei comprimari. Luthor, nemico per eccellenza dell’Uomo d’Acciaio, è tratteggiato pertanto come un personaggio in fase di definizione. Lex, in fondo, è un inguaribile narcisista, che aspira a modo suo a essere un superuomo. Nell’accezione, almeno, in cui il denaro e la sua mente machiavellica lo rendono possibile. Divertente, quindi, vedere la stizza di Luthor davanti a un Superman che gli ruba la scena durante una manifestazione pubblica. E’ già Luthor, certo. Perverso e insinuante come sempre, ma ancora privo di una delle sue armi fondamentali. Arma che acquisirà nel corso della storia, rendendo protagonista l’Uomo d’Acciaio di una scena discretamente violenta nella sua essenzialità. Tim Sale, definitivamente sdoganato presso il grande pubblico grazie al suo apporto al serial televisivo Heroes, regala dopo Batman: Il lungo Halloween un’altra prova notevole. Il suo stile vicino alla pop art è in grado di portare in scena un Superman maestoso per poi trasformarlo con pochi segni in una creatura spezzata, fragile e precocemente invecchiata. Accattivante la sua interpretazione senza fronzoli di tutti i comprimari dell’eroe. Di rado si era vista una Lois Lane così vivace e seducente, riluttante protagonista di un rapporto sentimentale che non potrà mai essere come tutti gli altri. Un Lex Luthor granitico e luciferino, che per molti versi ci ricorda il Kingpin di casa Marvel. Jimmy Olsen giovanissimo e pimpante nei suoi primi burrascosi giorni da cronista. Le scaramucce matrimoniali dei coniugi Kent, così semplici e veri. E persino un Perry White che sfiora la perfezione con le sue sopracciglia stoppose. Con Superman: Kryptonite, Cooke e Sale sono riusciti nell’impresa non facile di estrarre il DNA dell’Uomo d’Acciaio dal suo ingombrante passato e di presentare ai lettori del nuovo millennio un clone fresco e giovanile, nello spirito come nell’aspetto.
Un uomo, anche se d’acciaio, senza una storia alle spalle non è nessuno. E questo vale anche per i miti. Vale per Superman, prototipo di ogni eroe in tuta. Sempre in volo, nonostante la kryptonite. Nonostante il peso degli anni.



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Martyrs: dalla Francia con orrore...

Martyrs, horror del francese Pascal Laugier, esce in Italia con un anno e mezzo di ritardo. Un tempo sufficiente alla blogosfera per creare un vero caso cinematografico e sdoganare alla fine questa discussa pellicola anche nel nostro paese, conferendole un’aura di morbosa leggenda. Per questo, Martyrs approda nelle sale italiane quando sul film di Laugier è già stato scritto di tutto. Difficile, quindi, superate le necessarie informazioni di servizio, riuscire a esporre una chiave di lettura che non risulti ormai scontata. E questo al di là del plauso trasversale che questo durissimo horror di oltr'Alpe continua a riscuotere. Presentato al Festival del Film di Roma 2008, Martyrs merita davvero la sua fama, perché — a sorpresa — è un film completamente diverso da quel che ci si potrebbe aspettare. Sebbene la promozione internazionale abbia cavalcato l’onda del filone che oggi conosciamo come torture porn, riducendo Martyrs alla stregua di prodotti omologati quali i vari Hostel e Saw, questa sconvolgente pellicola francese è in realtà un horror metafisico, dove la carne squarciata spalanca la porta su un abisso ultraterreno invisibile, e proprio per questo tanto più terrificante. L’agghiacciante presenza spettrale che domina la prima parte del racconto si fa tangibile nella seconda, ma in modo insinuante, sottilmente simbolico. Nasconde il viso alla maniera dei fantasmi orientali, ma dimostra la carnalità selvaggia di un vampiro o un licantropo. Si resta sconcertati nel pensare che gli spettri, oltre che case, manieri e manicomi fatiscenti, possano albergare nella mente e nella carne di un essere umano che ha vissuto un’esperienza particolarmente atroce. E non si parla di possessione, ma di ossessione. Di una persecuzione fisica, costante, implacabile, dettata dalla vendetta.

E' ormai ampiamente dimostrato. La Francia, negli ultimi anni, ha molto da dire quando si tratta di cinema dell'orrore. Lontana dalle patinature statunitensi, ha presentato ultimamente pellicole realmente originali e disturbanti. Pochi generi cinematografici risultano ripetitivi come l'horror, prodigo di titoli seriali sfornati con la logica di una fotocopiatrice. Tuttavia il racconto di spavento si è dimostrato a volte veicolo di parabole sovversive e di interessanti esperimenti di regia. Tra tutti valga l'esempio de La notte dei morti viventi di George Romero. Classico caso di horror politico, vera pietra miliare nella filmografia di genere. Cambiando il contesto e mischiando le carte, anche Martyrs si colloca dalle parti dell'horror metaforico, con una storia che insinua una pesante critica alla presunzione borghese e a certo misticismo. Le affinità di Martyrs con il genere torture movie, cui in apparenza si ascrive, sono in realtà molto labili. E' vero, si parla di sevizie, si versano litri di sangue e la violenza rappresentata arriva in certi momenti a livelli intollerabili. Ma non è ciò che si vede sullo schermo a far correre i brividi lungo la schiena, non la violenza estrema magistralmente filmata. L'orrore, quello vero, scaturisce dal profondo. Dalle motivazioni pretenziose e inconcepibili che non hanno niente a che vedere con le pulsioni sadiche dei soliti maniaci pervertiti cui siamo stati abituati dal cinema statunitense.

Il film si apre con una bambina mezza nuda, coperta di sangue che fugge urlando da un luogo buio e sporco. Sappiamo solo che si chiama Lucie, e che ha subito violenze delle quali non riesce nemmeno a parlare. Nell'orfanotrofio che la accoglie fa amicizia con un'altra bambina, Anna, che presto si lega a lei con un sentimento che va oltre l'amicizia. Ma c'è qualcun altro nella vita di Lucie. Qualcuno (qualcosa?) che l'ha seguita nella sua fuga. Qualcuno che può vedere lei soltanto e ne condiziona tenacemente le scelte. Dopo quindici anni, Lucie ormai cresciuta ritiene di riconoscere in una normalissima famiglia della borghesia francese i propri aguzzini e ne fa strage, senza che Anna, che le è rimasta vicina per tutto questo tempo, possa far nulla per impedirlo. E' solo l'inizio di un incubo che sembra arrivare al traguardo ogni quarto d'ora per poi spiazzare lo spettatore e cambiare registro, addentrandosi sempre più in un tunnel di terrore malsano e pregno di sottotesti nichilisti. Il racconto è condotto con una tensione che non allenta mai la presa. Il soprannaturale fa irruzione nella storia in modo agghiacciante, e annuncia che il peggio deve ancora arrivare.

Come molte blasonate pellicole del passato, l'arrivo di Martyrs è stato preceduto da una serie di voci pubblicitarie dal gusto stantio. Si parla di svenimenti in sala, spettatori che hanno abbandonato il cinema non sopportando la visione e così via. E' molto probabile che di vero non ci sia nulla, ma è certo che la visione di Martyrs è un'esperienza dura da metabolizzare. Il pessimismo di base, l'assenza di catarsi e la totale disillusione, ne fanno un'opera nerissima e sconcertante a prescindere dalle efferatezze sanguinanti che lo permeano dall'inizio alla fine. La sofferenza di cui i martiri sono testimoni (testimone, questo l'etimo della parola martire) non conduce da nessuna parte. Sembra di cogliere tra le righe un atto d'accusa contro una società ipocrita e falsamente religiosa, che fa del dolore degli altri una filosofia assoluta che dovrebbe condurre alla verità per eccellenza. Ma quando questa verità è svelata, l'orrore del suo vuoto, della sua insensatezza travolge e abbatte anche l'istituzione che ha preteso di venerarla attraverso la sofferenza degli ultimi.

Pascal Laugier ha dedicato il film a Dario Argento, visibilmente celebrato in alcune sequenze di forte impatto visivo. Ma ha detto bene chi nel lavoro di Laugier, più che Argento, ha riconosciuto il mondo malato di Clive Barker, l’autore di Cabal e dei Libri di Sangue, noto per la sua poetica del dolore e la sua ferocia iconoclasta. Rumors non ancora accreditati tendono a confermano questa lettura, dicendo che Pascal Laugier sia già stato contattato da Hollywood per realizzare il remake di Hellraiser, film dello stesso Barker, tratto dal suo romanzo Schiavi dell’Inferno. I punti di contatto tra Martyrs e Hellraiser non sarebbero neanche pochi. Primo tra tutti l’alchimia del dolore usata come chiave per aprire un cancello oltre il quale non si dovrebbe guardare. Una porta che può liberare orrori che se ti sfioreranno una volta non ti lasceranno più andare. Il film francese rinuncia a una coreografia smaccatamente fantastica (niente cubo magico, dunque) a favore di una narrazione in cui gli elementi metafisici si manifestano ambiguamente, quasi in sordina. Fino a un finale tutto sommato minimalista nella sua apoteosi grandguignolesca, e che colpisce lo stomaco con più forza di quanto non ferisca gli occhi. Se i cenobiti di Hellraiser potevano fare sorridere qualcuno, in Martyrs non c’è l’ombra di ironia. Tutto è disperatamente cupo. Il tono e il ritmo del racconto muta più volte lasciando lo spettatore senza punti di riferimento. Spesso, durante la visione, ci si chiede che cosa stia veramente succedendo. E il meccanismo della suspance ci adesca, conducendoci dove non avremmo mai voluto spingerci. Se il finale de La notte dei morti viventi lasciava con una sensazione di impotenza e malessere, Martyrs fa sentire totalmente svuotati.


Il film di Laugier non sarà un capolavoro, ma sicuramente è un film che si eleva molto al di sopra degli standard attuali travalicando il genere. Sul versante delle interpretazioni, si può affermare che Mylène Jampanoï è bella e brava, e se giocherà bene le sue carte diventerà una grande attrice. Morjana Alaoui non è da meno, e tratteggia con naturalezza un personaggio che attraversa numerose fasi per tutta la durata del film. Per gli appassionati di cinema dell'orrore, Martyrs è un film che va visto, ma con la consapevolezza di trovarsi lontani anni luce dall'insulsaggine di un qualunque Captivity. L'orrore qui scorre sottopelle, avvampa nelle viscere e non dà tregua neppure a film concluso. Per appassionati, allora, consci di cosa stanno per affrontare. Tutti gli altri si astengano. O vedano Martyrs a proprio rischio. Perché questo horror turba sul serio. E lascia una cicatrice sull'anima.


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lunedì, giugno 15, 2009

Death Note: un successo mortale


Quello di Death Note è un fenomeno davvero bizzarro. Fenomeno culturale e mediatico di cui si contano pochi precedenti di medesimo successo. Una serie a fumetti diventata in poco tempo un best seller planetario, una popolare serie animata, tre film live-action, e recentemente anche un videogame e un gioco di carte, per non parlare dell’industria dei gadget, come il famigerato "quaderno della morte". Mentre su MTV si conclude l’anime, la Planet Manga dopo quattro ristampe della prima edizione, sta per completare la collana in versione Gold, ed è legittimo pensare che conclusa quella ne vedremo presto un’altra.
All’origine di tutto c’è Death Note, un manga di genere fantastico creato dalla fantomatica sceneggiatrice Tsugumi Ohba (di lei non si sa nulla, e qualcuno dubita persino che sia una donna) e dal disegnatore Takeshi Obata, che ha riscosso un grande consenso di critica e di pubblico a livello internazionale. Al centro del racconto agisce Light Yagami, giovane e brillante studente giapponese che entra casualmente in possesso del quaderno della morte perso da uno Shinigami, una divinità preposta a mietere le vite dei mortali. Infatti nell’immaginario giapponese, la Morte non è vista come un’entità individuale, ma esistono tanti spiriti incaricati di amministrare il trapasso degli esseri umani. E’ sufficiente scrivere nel quaderno il nome di qualcuno conoscendone l’aspetto e il gioco è fatto. Il malcapitato muore nelle modalità esatte descritte dal possessore del quaderno.
Lo spunto non sarebbe esattamente nuovo. Un sorprendente precursore può essere individuato in La macchina ammazzacattivi, film del 1952 che Roberto Rossellini trasse da un racconto di Eduardo [[IMG:13038:RIGHT]]De Filippo. Una vicenda che ha in comune con Death Note i binari di partenza su cui la vicenda si svilupperà. In quel caso avevamo un’antica macchina fotografica che effettuando un secondo scatto a vecchie foto uccideva all’istante l’individuo che vi era ritratto, inducendolo ad assumere nella morte la posizione della foto originale. L’idea di un potere di vita e di morte, che trasforma inevitabilmente chi lo possiede in un giustiziere o in un mostro pluriomicida, quindi è un archetipo abbastanza rodato. Tuttavia, quando si tratta di raccontare, spesso quel che conta è la forma più che la sostanza. E Tsugumi Ohba, in Death Note, dimostra che l’iniziale spunto fantastico non esprime il vero potenziale della storia che aveva in mente.
Death Note parte dai medesimi presupposti del film di Rossellini, ma devia subito dagli sviluppi più prevedibili. Light non è interessato a compiere alcuna vendetta personale, ma vede nel quaderno uno strumento per consacrare definitivamente la propria superiorità intellettuale. Inizierà a uccidere i criminali impuniti in modo metodico con lo scopo di instaurare un controllo occulto della società, e plasmare così un mondo di pace e giustizia governato magicamente col terrore. Ma la vera storia raccontata dal manga è un’altra. Fulcro della vicenda è il duello psicologico tra Light e L, misterioso investigatore (che ha molto in comune con Sherlock Holmes per capacità deduttiva) incaricato di individuare Kira, come è stato chiamato dalla stampa il temibile assassino astrale.
[[IMG:13039:LEFT]]Accostandosi alla lettura di Death Note e lasciandosi prendere dalla suspance che sprigiona, viene in mente un elemento base del metodo Stanislavskij, descritto nel suo celebre Il lavoro dell’attore. E cioè che ogni regista, ogni interprete, davanti a un testo drammatico, per comprenderlo e dargli vita sulla scena, dovrebbe porsi sempre la stessa domanda: qual è l’evento principale della storia senza il quale il dramma non si compirebbe? Nel caso di Death Note sarebbe facile rispondere che questo elemento consiste nel quaderno della morte e nel fatto che un essere umano ne sia entrato in possesso. Ma procedendo nella lettura ci si accorge che non è proprio così. Il vero spettacolo portato in scena da questo manga affonda le sue radici in altre forze narrative. Quel che fa battere il cuore del racconto non è tanto l’esistenza del quaderno incantato, quanto il fatto che questo sia finito nelle mani di una mente machiavellica come quella di Light Yagami.
Questo è il grande mistero del successo di Death Note. Un manga che sembra piacere a un pubblico eterogeneo e di età differenti, ma che presenta caratteristiche che normalmente lo avrebbero fatto classificare come un prodotto di nicchia. La qualità del racconto è innegabile, così come i disegni. La stranezza (dal punto di vista sociologico) consiste proprio nella progressione della trama, che potrebbe sembrare indigesta per il vasto pubblico dei lettori di fumetti. L’intera saga, infatti, è la cronaca dettagliata di una partita a scacchi tra due menti diaboliche. Ogni angolatura è [[IMG:13040:RIGHT]]osservata dal punto di vista dei due contendenti, ogni mossa studiata, la reazione e l’eventuale intuizione del nemico ponderata. L’avventura di Death Note si svolge, insomma, nelle menti dei due protagonisti, e seguire ogni loro ragionamento richiede una discreta dose di attenzione. Evidentemente, il racconto fantastico-investigativo riesce a comunicare emozioni a più livelli, affascinando sensibilità diverse.


[[IMG:13041:LEFT]]Il discorso è simile per la serie animata. Tanto fedele al fumetto da assomigliare a una sorta di audiolibro che segue pedissequamente ogni ragionamento dei geniali duellanti. I tre film live, tutti inediti in Italia, hanno avuto un discreto successo in Giappone pur prendendosi qualche libertà rispetto all’intreccio del manga. I primi due, entrambi diretti da Shusuke Kaneko, sono un dittico che si propone con una discreta efficacia di portare in scena i personaggi del fumetto riproponendone le pose e i vezzi visti nelle pagine del manga. Particolarmente riuscita è la realizzazione degli spettrali Shinigami, molto vicini al look grafico ideato da Takeshi Obata. Il terzo titolo, L change the worLd, di Hideo Nakata, è invece un prequel dedicato all’investigatore L e alle sue precedenti avventure. Inoltre, Hollywood ha già in cantiere una versione americana della storia del quaderno mortale, e com’era prevedibile è iniziata tra i fans la caccia all’interprete ideale per Light. Insomma, il successo di Death Note non sembra destinato a estinguersi tanto presto. Tra ristampe, spin off, cinema e videogames, il mondo pacifico (ma totalitario) sognato da Light forse non si sarà avverato. Ma tutti, e non solo in Giappone, oggi conoscono il nome di Kira. E a loro modo, nella sua malvagità, sono in tanti ad amarlo.


Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.

lunedì, giugno 08, 2009

Lasciami entrare... nel tuo cuore.

Negli ultimi anni, in relazione ai temi fantastici, si tratti di cinema, narrativa o fumetto, si è spesso parlato di una visione adulta che potesse traghettarli definitivamente nel nuovo millennio. Una lettura, cioè, disincantata, in grado di guardare al di là della superficie spettacolare per lasciare emergere significati più profondi. Questo almeno nell’ipotesi più ottimista.

Spesso, però, la parola “adulto” è stata fatta coincidere ingenuamente con l’aggettivo “realistico”. Anche quando di verosimile nel racconto in esame c’era poco o niente. Come in una storia di vampiri, per esempio.

E’ una considerazione che viene in mente dopo la visione di Lasciami entrare (Låt den rätte komma), bellissimo horror svedese del regista Tomas Alfredson, tratto dal romanzo di John Ajvide Lindqvist (edito in Italia da Marsilio), cui si deve anche la sceneggiatura del film. Racconto che sceglie la figura mitologica del vampiro per mettere in scena ansie sociali e private in una fiaba nera di straordinaria potenza.

Siamo a Blackeberg, quartiere periferico di Stoccolma, nella prima metà degli anni 80. Un clima politico opprimente grava sugli abitanti con la stessa gelida onnipresenza della neve. Neve che presto sarà macchiata dal rosso vivo del sangue. Oskar, dodicenne disadattato, vive solo con la madre distratta e trascorre le giornate collezionando ritagli di cronaca nera mentre coltiva sogni di rivalsa sui bulli che a scuola rendono la sua vita un inferno. Nell’appartamento vicino, una notte, si trasferisce una nuova famiglia. Un uomo sulla cinquantina e una bambina della stessa età di Oskar, Eli, con la quale il ragazzo inizierà presto a costruire una complicata relazione. Solo che quella bambina dai grandi occhi grigio verdi è un vampiro che ha dodici anni già da un pezzo. Che si nutre di sangue. E che per farlo, come tutti i predatori, è costretta a uccidere.

Se è vero che la figura del vampiro era già stata usata come allegoria dell’emarginato (ricordiamo lo splendido Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow, del 1987), raramente il cinema era riuscito a farlo in modo così commovente. Attraverso gli occhi innocenti dell’infanzia, il mostro che ruba la vita degli altri affinché la propria possa continuare a tempo indeterminato, perde la sua aura di assoluta cattiveria. La tragicità della sua condizione non risulta troppo diversa da quella di chi è stato spezzato da un’esistenza ingiusta. Pertanto, l’elemento di struggente novità presentato da Lasciami entrare, è quello della solidarietà. L’empatia che può nascere tra due creature differenti eppure disperatamente vicine. Come il rapporto piccolo e speciale tra due ragazzini infelici, che ricorrono al codice Morse per poter comunicare attraverso la parete che divide i loro appartamenti. La storia di due solitudini che soltanto un’amicizia disinteressata potrà riscattare.

Uscito in Svezia all’inizio del 2008, Lasciami entrare ha raccolto premi e critiche entusiaste presso molti festival del cinema, fino ad approdare nel 2009 al Torino Film Festival diretto da Nanni Moretti. Secondo un meccanismo ormai abituale, è già stato annunciato il remake americano, che sarà diretto dal regista di Cloverfield, Matt Reeves.

Spettacolo insolito per i nostri palati, il film di Alfredson è in realtà una boccata d’aria fresca per un pubblico abituato a produzioni horror sempre più omologate e prevedibili. A molti, la fotografia di Hoyte Van Hoytema potrà ricordare certi quadri di Pieter Brueghel. Non era facile comunicare un tale senso di gelido isolamento, ma nello stesso tempo di affascinante eleganza. Il panorama buio e innevato che fa da teatro alle imprese della piccola predatrice rende perfettamente l'idea del deserto nell’anima dei protagonisti. Il freddo attanaglia le viscere per tutta la durata del film, mentre il fuoco della passione cova sotto la cenere per esplodere nel finale con tutta la sua passionalità. Gli improvvisi flash di orrore, lo splatter, il sangue, attraversano la neve e le ombre come fitte dolorose in un silenzio assordante. Intorno a Eli e Oskar si muovono un pugno di personaggi non meno perdenti. Il padre di Oskar ha lasciato la moglie tempo prima, probabilmente per ragioni legate all’alcool. Oskar e sua madre hanno un rapporto diseguale, che alterna istanti di burlesca complicità a un quotidiano fatto di assoluta incomprensione. I vicini sono gente modesta e insoddisfatta, i cui unici svaghi sono le bevute con gli amici e qualche sogno da coltivare. Il misterioso tutore di Eli, forse un servitore come Renfield lo fu per Dracula, forse un innamorato, nel suo enigma è una delle figure più tragiche e votate al sacrificio di tutto il racconto. E non si esclude che rappresenti un elemento ciclico nella lunga vita della piccola vampira. Ciclo del quale Oskar potrebbe essere appena entrato a far parte.

In Lasciami entrare non ci sono eroi. Ma solo esseri umani. E un vampiro. Entrambi capaci di commettere il bene come il male. La stessa creatura soprannaturale è presentata come il risultato di un passato traumatico, figlia di un mondo malato di cui nonostante tutto continua a fare parte. E che la fa soffrire. La mitologia classica del vampirismo è rispettata in modo abbastanza diligente. Abbiamo il sonno diurno, la luce del sole che riduce in cenere. Abbiamo inoltre la maledizione dell’ospite, la restrizione magica secondo la quale il non morto non può varcare la soglia di una casa se prima non è stato espressamente invitato da uno dei suoi abitanti. Perché è così che tutto incomincia. L’amicizia, come l’agguato, ha inizio con un gesto di fiducia. La disponibilità a lasciar entrare l’altro nel proprio spazio vitale. Un rischio necessario per non vivere soli. Per non morire in eterno in una vita vuota.

La storia che Lindqvist e Alfredson raccontano non pretende di spiegare che cosa è bene e che cosa è male. Ma suggerisce in modo chiaro che la vera malvagità è gratuita, e non ha molto a che fare con la necessaria violenza di un predatore che ha bisogno di nutrirsi. L’amicizia, invece, è l’unica luce di speranza degna di essere conservata.

Lasciami entrare è un film dell’orrore. Ma di un orrore delicato, che commuove il cervello prima del cuore. Un piccolo gioiello che incanta, dimostrando quanto il cinema fantastico possa apparire adulto pur utilizzando i toni essenziali e sommessi della fiaba.


Questa recensione è stata pubblicata anche su Fantasymagazine.

lunedì, giugno 01, 2009

Chiron: enter... Davide Enia






Non è certo una rarità incontrare volti noti tra le pagine di un fumetto. Soprattutto di attori cinematografici e televisivi, chiamati a prestare le loro fattezze a un personaggio di solito centrale. La tradizione è prevalentemente italiana. Il fumetto nostrano è da sempre ricchissimo di eroi di carta con le sembianze di stelle dello spettacolo. Basti pensare a Diabolik e all’attore Robert Taylor. O a Peter O’Toole, che ispirò i lineamenti di Alan Ford. Le serie dell’editore Sergio Bonelli, da molti anni, ha fatto di questo cliché un marchio di fabbrica, presentando (dopo Dylan Dog, che deve i suoi lineamenti a Rupert Everett) una nuova generazione di eroi modellati sui volti di Ralph Finnies, Daniel Day-Lewis, Jeremy Irons. Ma anche altrove fumetto e spettacolo vanno da tempo a braccetto. La disegnatrice Michela Da Sacco utilizza questo vezzo come un simpatico gioco con i propri lettori, inserendo nei suoi fumetti sia comparse che protagonisti dalle facce non proprio anonime.



Chiron”, di Filippo Messina, è un fumetto di confine. Parla di supereroi, ma questi si muovono per lo più ai margini del racconto. Narra di complotti, scienza e soprannaturale, è vero. Ma facendone risaltare l’aspetto grottesco a fianco di quello avventuroso. E da fumetto sperimentale, se gioca con i cliché del genere è per stravolgerli in modo provocatorio. L’autore aveva già chiamato alcuni autori del fumetto siciliano a sfilare lungo la passerella del primo episodio, e in una singola tavola avevamo intravisto di sfuggita una sagoma trasandata che oggi, nel secondo numero della serie, conquista decisamente la ribalta. Ancora una volta, dunque, un attore di popolarità emergente regala la faccia all’immagine disegnata. Ma non parliamo di cinema, stavolta, o di serial TV. Ma di teatro. Quello di narrazione, lo spettacolo del One Man Show. In particolare del teatro in lingua siciliana, nutrito dalla tradizione del “cuntastorie” e dai suoni storici dell’Isola. Così Davide Enia, attore-autore palermitano, impostosi sui palcoscenici di tutta Italia con titoli come “Maggio ‘43”, “Italia-Brasile 3 a 2” e più di recente con “I capitoli dell’infanzia”, entra ufficialmente nell’ospedale dedicato alla cura dei supereroi. E non può che farsi subito notare. 


Davide Enia, con la sua silhouette dalla statura modesta, l’eterno ghigno da Joker sotto cocaina e il ciuffo di capelli castani alla Tin Tin, eternamente eretto senza l’ausilio di gel alcuno, sembrava essere nato apposta per trasformarsi in fumetto. E in un fumetto anticonvenzionale come “Chiron”, la sua sagoma caratteristica trova la sua naturale collocazione. Inoltre, alcuni vezzi linguistici dell’attore e dell’uomo Davide Enia seguiranno l’evoluzione del personaggio che interpreta sulle pagine di “Chiron”: Amedeo Polandrini, il misterioso e imbarazzante erede della Fondazione che sovvenziona l’ospedale per superumani, e che nell’ombra ne tiene le fila. Un personaggio ancora una volta in bilico tra ironia e mistero, con un passato sconosciuto e un futuro tutto da scoprire. La ciocca verticale di Davide Enia fende le pagine di “Chiron” come la pinna di uno squalo la superficie dell’acqua. Quasi sia venuto al mondo per bucare la pagina letterata come la quarta parete teatrale.


I lettori di “Chiron” vedranno pertanto il popolare attore palermitano flirtare con le dottoresse e un avvocato che ha le sembianze di Cameron Diaz. Incontrarsi con Leo Ortolani, celebre autore di Rat-Man, qui nel ruolo del medico d’assalto, opportunamente ribattezzato Teo Vegani. Ma soprattutto Polandrini-Enia introduce una sottotrama fondamentale. Quella che porterà il lettore a conoscere poco per volta la vera origine del Chiron Center, e di ciascuno dei misteriosi medici reclutati negli anni dalla fondazione. Il cast di “Chiron” si propone di mettere in scena uomini e donne dall’aspetto vario, distaccandosi dalla regola che vorrebbe tutti i personaggi principali simili a fotomodelli. Amedeo Polandrini, con il suo look casual e la chioma arruffata di Davide Enia, fedelmente ispirati alle epifanie teatrali e urbane dell’attore siciliano, presenta un’ulteriore variante nel mito dell’anti-eroe. Un viveur tascabile, facoltoso e dai modi irritanti, ma custode di un segreto cruciale. Il bene e il male, anche e soprattutto nel racconto di genere supereroistico ormai non esistono più. Esistono intermedi arazzi di grigio, dove la morale si fa indistinta, dove il potere tenta e i ruoli di eroe e criminale possono essere scambiati. Come recita il famoso aforisma di Friedrich Nietzsche: «Quando guardi a lungo nell'abisso l'abisso ti guarda dentro.». Adagio citato dal grande Alan Moore in uno dei primi capitoli di “Watchmen” e successivamente in molti racconti fantastici, ma curiosamente ripreso proprio dal Davide Enia autore nel suo recente “I capitoli dell’infanzia”, e legato alla fiaba popolare irpina dell’Aucello Grifone. Davide Enia ha guardato in quell’abisso. E l’abisso lo ha agguantato, e risucchiato nell’ambigua metropoli di Pazzorre, tra mutanti, mostri e mad doctors. La superhero-medical drama, come qualcuno ha definito “Chiron”, ha adesso il suo personale "padrino". Ma chi è veramente? Per conoscerlo meglio, scoprire i suoi giochi, e vedere ancora Davide Enia alle prese con supereroi in crisi ed eccentrici scienziati, dovremo attendere i successivi episodi di “Chiron”.


Chiron può essere richiesto a Delos Store, o essere acquistato presso la fumetteria AltroQuando in via Vittorio Emanuele 143 a Palermo.