Palermo 26 Dicembre, giorno di Santo Stefano, ore 11,15. Assisto all’ennesimo episodio di ottusa repressione da parte degli impiegati dell’azienda municipalizzata dei trasporti (leggi “controllori”) nei confronti di passeggeri extracomunitari privi di regolare biglietto.
Solo poche osservazioni.
Ricordiamo che Palermo è tra le città in cui viaggiare in autobus costa di più. Biglietto di un euro per 120 minuti. Il tempo di validità sarebbe stato di un’ora soltanto, ma è di recente esteso a 120 minuti a seguito delle proteste di numerosi cittadini. Il problema del biglietto più costoso di Italia, però permane. Infatti, non sono molti i passeggeri (tra cui lavoratori e studenti) che possono utilizzare il bus per semplici blitz, andando e tornando nel giro di due ore (una giornata lavorativa è perlomeno di otto ore) prima che il famigerato tagliando scada mettendoli alla mercé dei controllori. Inoltre, la viabilità di Palermo è tutt’altro che scorrevole, e così la frequenza delle vari linee urbane. Il servizio, inoltre, è pessimo. Non solo gli autobus sono rari e inafferrabili come l’araba fenice. La maggior parte delle vetture sono in condizioni igieniche vergognose, lerce oltre ogni immaginazione, i sedili incrostati, tanto che il passeggero pagante sceglie spesso di rimanere in piedi nonostante la disponibilità di posti a sedere. Chi poserebbe le chiappe su una discarica irta di fossili di gomma americana? Magari se il controllo prevedesse contravvenzioni anche per quanti sputano sui pavimenti della vettura, o per le mamme che lasciano graziosamente i loro bambini arrampicarsi sui sedili con le scarpette sporche di cacca di cane, forse la cosa avrebbe più senso. Ma siamo in Italia, e la razionalità, come il rispetto per la cosa pubblica, non è di casa.
Il prezzo così alto del biglietto, inoltre, incide pesantemente sull’economia quotidiana di piccolissimi lavoratori (di solito in nero) rendendo loro la vita impossibile. Naturalmente, in condizioni simili (soprattutto per stranieri che sopravvivono in attesa di un regolare permesso di soggiorno), l’eventualità di una contravvenzione (oltre le 50 euro) può diventare una vera e propria tragedia. Ciononostante, spostarsi, vivere… è indispensabile.
Ma al di là di tutto questo, sono veramente stomacato da quel che vedo tutti i giorni. Parlo della ferocia arrogante e irriducibile con cui sono inchiodati passeggeri in difetto… quando hanno la pelle nera. I passeggeri non paganti locali (se non sono giovani donne, le quali spesso sono solo invitate a scendere dalla vettura) subiscono la multa e una ramanzina. Ma se il reo è un extracomunitario di colore, scatta un’atmosfera molto diversa, e l’autobus diventa teatro di performance inquietanti, in cui i controllori palermitani (di solito veri maschi tutti d’un pezzo) fanno sfoggio del loro sconfinato amore per la legalità.
Il signore di colore, fermato stamattina sulla linea 101 era privo di biglietto obliterato. D’accordo, era in difetto. Come molti prima di lui (non solo stranieri) ha tentato di fingersi calmo, di non capire la lingua e attendere che l’autobus si fermasse per potersi sottrarre alla pesante contravvenzione. Beh, all’autista è stato dato l’ordine di fermarsi e di «non aprire le bussole». La vettura è rimasta ferma per parecchi minuti (causando a me e ad altri passeggeri in regola, che potevano a buon diritto avere premura, una notevole perdita di tempo) mentre un cittadino, all’esterno, bussava disperatamente per salire.
Quando finalmente l’autista si è lasciato persuadere a aprire la bussola, il passeggero di colore si è precipitato verso l’uscita. Come bimbi chiamati a recitare la parte del capoclasse, i controllori si sono gettati sul reo iniziando una piccola (e per fortuna breve ) colluttazione in cui è rimasto parzialmente coinvolto il malcapitato che tentava invece di salire sull’autobus. Una spintone se l’è preso anche lui, in bilico sulla scaletta dell’entrata. A quel punto mi è sfuggito un commento ad alta voce:
«Ma ne vale davvero la pena?!»
Uno dei controllori mi ha lanciato un’occhiata di fuoco, come se il cretino fossi io, ed è sceso per seguire la preda.
Prego un applauso per questi eroi senza paura.
Non m’importa tanto sapere se l’extracomunitario sia riuscito a dileguarsi o altro. Trovo rivoltante tanto zelo fascista che insorge esclusivamente ai danni di chi ha un diverso colore di pelle. I cittadini senza biglietto ricevono comunque un trattamento più morbido e, in ogni caso, finora non mi è mai capitato di vederli aggredire fisicamente. Non solo. La volontà di perseguire chi era in difetto, con tanta ottusa pertinacia, ha causato due effetti da non sottovalutare:
1 - Una pausa molto lungo della corsa, con conseguente danno per il pubblico pagante presente sulla vettura. 2 – Ha messo a rischio l’incolumità di un passeggero, coinvolto suo malgrado nell’inutile colluttazione tra controllori e trasgressore. In quattro, aggrovigliati a menar le mani come scolaretti arrabbiati sugli scalini scivolosi del bus, mentre la gente tenta di salire…
Se il mancato pagamento del biglietto è punito con la multa, un’imprudenza simile, che mette in pericolo l’incolumità degli utenti, quale sanzione dovrebbe costare a questi sedicenti tutori dell’ordine?
Mi facciano il piacere! Viviamo in un paese dove quasi nessuno scende in piazza per protestare contro abusi ben più gravi, e ci tocca assistere a scene da far west per un biglietto non pagato da parte di un poveretto! Per di più rischiando in prima persona.
Un applauso, gente.
martedì, dicembre 27, 2005
mercoledì, dicembre 14, 2005
ULTIMATE HULK: STEREOTIPI DEL NUOVO MILLENNIO

Il tempo passa, e ce ne accorgiamo da innumerevoli cambiamenti intorno a noi. Ma se la tecnologia avanza a un ritmo sempre più sostenuto, i mutamenti del costume e della morale tendono a procedere a passo di lumaca, imbrigliati da atteggiamenti conservatori più resistenti di qualcunque scoglio scientifico. Spesso assistitiamo a vere e proprie restaurazioni di forme di costume vetusto. Altrettanto di frequente, nell'ambito della moda e del consumo, incontriamo figure ingannevoli che ci si presentano come moderne e smaliziate, ma che in realtà non sono che l'ennesima affermazione di uno status quo rigido e tutt'altro che progressista.
Applichiamo questo ragionamento a uno dei fenomeni fumettistici americani di maggiore successo negli ultimi anni: la linea etichettata come "Ultimate" della Marvel, casa madre di personaggi popolari come l'Uomo Ragno e i Fantastici Quattro.
La linea "Ultimate" ha esordito un paio di anni fa con delle premesse intriganti. Il progetto era rinarrare dall'inizio le vicende dei personaggi più popolari della fucina Marvel dando la possibilità ai lettori dell'ultima ora di potersi accostare ai supereroi senza l'obbligo di conoscere decenni di intricate trame in stile soap-opera. A questa premessa se ne aggiungeva un'altra irrinunciabile. Il tono generale delle avventure degli X-Men, di Spider-Man, dei Vendicatori, sarebbe stato moderno, ambientato ai giorni nostri, nell'era di Internet, della competizione spietata e del disincanto. La logica, più o meno, è quella dei remake di film d'epoca, spesso ripensate dai giovani registi in una chiave aggiornata alle atmosfere odierne.
In principio era legittimo pensare (e sperare) che un ulteriore intento dell'operazione fosse quello di raccontare trame supereroistiche una volta per tutte svecchiate e libere da cliché ormai polverosi. Avventure dai toni maturi, più intensi e introspettivi. Un po' come la divisione “Vertigo” della DC Comics (grande concorrente della Marvel) aveva fatto negli anni novanta, proponendo serie artisticamente valide quali "Sandman" di Neil Gaiman.
A distanza di un paio d'anni, posso dire che le mie aspettattive di lettore sono andate deluse. Certo, non si discute sul successo commerciale dell’operazione. Né si può affermare che la linea "Ultimate" non sia riuscita a fare breccia nel cuore dei giovanissimi del XXI secolo. Ma in che termini, e a quali livelli?
Leggendo "Ultimates", serie che rilegge la genesi e le gesta del gruppo di eroi chiamati Vendicatori, abbiamo l'esempio più evidente della chiave revisionista adottata dalla Marvel per fare di questa testata quella attualmente più venduta tra i giovani sotto la trentina.
Se i lettori di fumetti della mia generazione sono cresciuti all'ombra di eroi positivi come l'Uomo Ragno, simboli della solidarietà tra diversi come gli X-Men, per i giovani fumettomani di oggi le cose hanno preso ben altra piega. Proprio in "Ultimates" assistiamo a una decostruzione del ruolo ruolo dei "buoni" (ma l'idea era già stata tenuta a battesimo dallo sceneggiatore Warren Ellis nella serie "Authority") a favore di un cast di personaggi dove prevale il narcisismo, la nevrosi, la corruzione, il fascismo, la brama di sesso e di potere. Se all'inizio questa descrizione di eroi un tempo immacolati risulta piacevolmente trasgressiva, con il procedere della serie ci si accorge che il cambiamento è soltanto esteriore. Le storie non sono affatto narrate con toni più maturi, non affrontano tematiche innovative. Al contrario, sono più che mai caotiche, superficiali e pensate in funzione dei crossover (espediente commerciale che obbliga il lettore ad acquistare più testate per poter leggere una storia per intero). Niente di realmente moderno, quindi, ma solo una passerella di quanto secondo l'attuale trend è ritenuto “cool”. Sceneggiatori e illustratori, coadiuvati certamente dagli esperti di marketing della Marvel, hanno fatto senz’altro un lavoro egregio nel setacciare i valori e le aspettative di un parco lettori sempre meno idealista e sempre più vulnerabile al condizionamento di mode e status symbol. Il risultato è l’univero Marvel Ultimate, un mondo militarista, dove più che eroismo e avventura fanno regola la spocchia e la trasgressione d’accatto.
Se da un lato mi è capitato di inorridire sentendo un ventenne dire che il personaggio dell'Uomo Ragno è démodé, in quanto è un perdente pipparolo, assillato dai sensi di colpa e dai problemi quotidiani (e quindi vergognosamente “non cool”, rispetto alla schiera di nuove caratterizzazioni all'insegna del cinismo), mi irrita parecchio la nuova versione che è stata data, proprio all'interno della seria "Ultimates" di un altro mito della mia giovinezza: l'incredibile Hulk.
Ed è proprio parlando di Ultimate Hulk che possiamo scoprire come il media del fumetto popolare stia facendo enormi passi indietro con la mendace pretesa di lanciarsi nel nuovo millennio.
L'Hulk classico è un anti-eroe ambiguo e affascinante. Imparentato in parte con Frankenstein (mostro e scienziato in una sola persona) e parte con Jekill/Hyde, è un personaggio simbolo dell'ES, cioè delle pulsioni primare che non si lasciano controllare da nessuna inibizione morale e sono pronte a scatenarsi non appena viene meno la luce della razionalità. E' un moderno Frankenstein perché ci mostra uno scienziato abile nella creazione di bombe trasformato egli stesso in un'arma di distruzione di massa. Un personaggio in cui la distinzione tra creatore e creazione viene meno, strappando la maschera alla bellicosa società statunitense e rivelandone l'autentico volto barbaro e vanaglorioso.Tuttavia, Hulk è anche simbolo del cuore selvaggio dell'essere umano, indomabile e passionale, che vaga alla ricerca di una serenità utopistica, di frequente indentificata con l'amore e l'amicizia. L'Hulk classico, quindi, è un personaggio tutto sommato romantico.
Ultimate Hulk, dopo l’irrinunciabile lifting supercool cui è stato sottoposto, conserva ben poco di tutto questo. E' un mostro grigiastro senza alcun guizzo eroico. E' maligno, cannibale, e distrugge tutto quello che si muove senza mai mostrare il benché minimo moto sentimentale. Se da un lato, può essere logico mostrare le vittime innocenti che il passaggio di Hulk semina per le strade di affollate metropoli (l'Hulk classico faceva un gran fracasso, ma riusciva a non uccidere nessuno), lascia perlomeno perplessi l'ulteriore caratterizzazione di questo mostro del nuovo millennio.
Ultimate Hulk, abbiamo detto, è cannibale. Sì, mangia la gente. Ma non è questo a irrritarmi. E' un maschione eternamente eccitato che saltella accartocciando automobili e urlando volgarità che di solito si ascoltano dalle boccucce di ragazzotti di scuola media in piena tempesta ormonale. Lo vediamo scalare grattacieli mentre si rivolge all'amata Betty Ross dicendo: «Banner non è abbastanza uomo per te... E' ora che provi Hulk». E ancora: «Hulk è talmente arrapato che...» e via su questo registro.
In parole povere, il mito di Hulk, metafora fumettistica intrigante e in fin dei conti rispettabile, è stata trasformata, per i lettori del nuovo secolo, in un'irritante e pecoreccia macchietta degna di una pellicola con De Sica e Boldi. Anzi, nella sublimazione del machismo più ottuso, e questo sempre in nome della modernità. Abbiamo assistito anche a come Hulk viene utilizzato come arma dalla forza militare statunitense guidata da Capitan America, che per indurlo ad attaccare gli alieni invasori gli grida da un elicottero con tanto di altoparlante: «Sai cos’hanno detto di te? Ti hanno dato del frocetto, amico!». La reazione di Ultimate Hulk è immediata. Si lancia all’inseguimento del nemico urlando: «Hulk ama donne!»
Personalmente trovo questa caratterizzazione sciocca e volgarissima. La riproposta di un cliché maschilista vecchio di secoli che giunge a sostituire il mito della collera pura e primordiale in nome di una presunta estetica trasgressiva. Sì, a suo modo anche Ultimate Hulk è un’icona del nuovo millennio. Ma non si porta dentro le ansie psicanalitiche (e in parte politiche) del suo illustre predecessore. E’ bensì la cristallizzazione di uno stereotipo esistente da sempre, che incontriamo tutti i giorni relazionandoci con amici, conoscenti e passanti. Un cliché che forse non ha ancora un nome ben preciso. Ma forse è giunto il momento di darglielo.
Tra i cliché che riguardano il mondo omosessuale tutti hanno ben presente la figura della “checca”. Questo termine (e i suoi corrispettivi in altre lingue) indica non tanto un individuo quanto un atteggiamento che individui di una determinata categoria possono assumere. E’ un’espressione negativa anche all’interno del mondo gay, un termine che fa pensare a un uomo che col suo gestire disegna una caricatura esasperata di atteggiamenti femminili, e che esterna le proprie attitudini sessuali in maniera quasi feticista.
Lo scrittore Gore Vidal nel suo (straordinario) romanzo-scandalo “In diretta dal Golgota”, dà una definizione della “checca” alquanto concisa e spietata. Vidal scrive: «Checca è un omosessuale che si comporta come se fosse un buco che desidera soltanto essere tappato».
Una definizione che non necessita di ulteriori approfondimenti.
Solo che allo Yin corrisponde lo Yang. Al buio la luce, al freddo il caldo. Ogni estremo ha un suo opposto, che si manifesta in una macchietta altrettanto svenevole e ridicola. Come definire, allora, chi esibisce atteggiamenti machisti ossessivi e sente il bisogno di evidenziare costantemente le proprie attitudini eterosessuali così come un pavone esibisce la coda a ruota?
Le giornate di noi tutti sono piene di conoscenti maschi che vedendo passare la strafiga di turno ci sussurranno: «Quel culo mi ha appena parlato». O che davanti a un cartone animato di “Stripperella”, vedendo la protagonista con le sembianze di Pamela Anderson fare il bagno in un’enorme coppa di champagne non possono fare a meno di dirci: «E la chiami spogliarellista? Quella è una benefattrice!»
Ed è solo il minimo dell’alluvione di battute, allusioni, ammiccamenti, barzellette e volgarità assortita cui siamo stati condizionati a non fare più troppo caso.
Ma è pur vero che se esistono le checche, a far loro da contraltare troviamo quello che potremmo chiamare... testoscazzone. Di testoscazzoni ne incontriamo a ogni piè sospinto, sul lavoro, in ascensore, al cinema, al supermercato. Osservandoli non ci vuole molto a concludere che se la checca è il personaggio descritto da Vidal, il testoscazzone è: “un eterosessuale che passa la vita a dimostrare di essere MASCHIO, rinunciando a essere UOMO”. E se le checche scheccheggiano, potremmo dire che i testoscazzoni d’assalto... testoscazzano. Alle volte deliziandoci con perle di saggezza del tipo: «In tempo di carestia, ogni buchetto è galleria».
Una battuta che starebbe benissimo in bocca ad Ultimate Hulk, eroe e modello dei testoscazzoni del nuovo millennio, che una volta in azione, testoscazza a tutto spiano, con buona pace del mostrone irascibile e un po’ infantile che ricordiamo con affetto.
Sono consapevole che questa riflessione mi attirerà un sacco di critiche da parte dei giovani lettori, in particolare quelli che apprezzano la serie “Ultimates”. Beh, ragazzi, non posso farci niente. Come diceva Eduardo De Filippo in “Natale in casa Cupiello”: «Nun me piace o presepio!»
Soprattutto se pretende di dirmi che, nel nuovo secolo, gli eroi sono più belli, più forti, più… cool! E che ancora oggi salveranno il mondo dagli alieni. Schiantandoli di botte perché hanno dato loro del “frocio” e vincendo come sempre in passato. Ma perdendo quasi del tutto la loro (e la nostra) umanità, sacrificata sull’altrare dei più insulsi meccanismi commerciali, in sintonia con la scarsa sensibilità di questo nuovo, cupo secolo.
giovedì, dicembre 08, 2005
Un nuovo artista ursino

E' sempre con piacere che vedo emergere nuovi artisti. Soprattutto in un panorama fumettistico per lo più piatto e omologato come quello italiano. Se poi si tratta di un autore ursino (o gay bear), dedito cioè all'estetica dell'uomo pingue e peloso, il mio entusiasmo è grande.
Voglio dedicare due parole a Mauro Padovani, disegnatore e autore di fumetti autoprodotti come "Bullet & Justine", "White Squaw" e "Snuff Night", pubblicati dietro sua personale iniziativa in collaborazione con la libreria di Genova "Annexia".
Mauro (che oggi è anche un amico) ha espresso finora la sua personale visione dell'eros e della bellezza mediante lo strumento del sesso violento. Afferma di avere tratto ispirazione dalla letteratura di De Sade e dai fumetti estremi e provocatori di Miguel Angel Martin (autore del famigerato PSYCHOPATHIA SEXUALIS, edito in Italia dalle edizioni Topolin).
Per quanto rispettoso dei referenti artistici da lui stesso citati, a mio avviso i fumetti di Padovani (sia pur estremi, violenti e dichiaratamente pornografici) non hanno le atmosfere malsane e intellettualmente provocatorie di Martin. La violenza che rappresenta è a mio parere più vicina a un innocuo effetto splatter (laddove Martin sprofonda nell'orrore della perversione più spinta a livello psicologico oltre che visivo) ed è riconducibile più agli spettacolari deliri erotico-sanguinari di Tim Vigil (geniale coautore, insieme a David Quinn dell'affascinante "Faust", fumetto parzialmente inedito in Italia (eccetto una breve edizione subito chiusa) e ispiratore del patinato e ben più commerciale "Spawn").
I disegni di Mauro Padovani hanno una forza straordinaria, dark e pulp come pochi. Finora ha espresso la propria poetica gay inserendola in racconti dalla forte componente eterosessuale, usata quasi come un cavallo di Troia per esprimere liberamente il proprio senso del bello. L'ursinità trasborda dalle sue tavole a ogni pagina. La bellezza femminile, che Mauro tratteggia abilmente, cede il passo all'estetica omosessuale dell'uomo corpulento, dalla figura paterna, a volte bonaria a volte risoluta e sensuale.
Naturalmente non sono mancate le frecciate inopportune da parte di personaggi bacchettoni del fumetto italiano. Ma il lavoro di Mauro è tosto. Si autoproduce per essere libero e grazie a lui il mondo degli orsi italiani oggi è più ricco e fa un passo in più verso la costruzione di una propria peculiare cultura.
Continua così, Mauro.
Per info (www.mauropadovani.com)
sabato, dicembre 03, 2005
Una mail al vetriolo... una riflessione in merito
OK, spesso sarebbe meglio non raccogliere certe provocazioni... Ma la frustrazione è tanta e da qualche parte bisogna pur scaricarla.
Da un paio d'anni ho messo on line il sito della libreria del mio compagno (www.altroquando.org). Una bottega alternativa assai curiosa, in parte edicola, in buona parte fumetteria, in parte punto vendita di cd etnici e libreria di controcultura, con tanto di spazio dedicato alla realtà gay.
Il sito da me ideato è strutturato in stanze che presentano ogni linea di prodotti trattati in base al tema. Navigando è possibile sapere quali prodotti trattiamo, quali volumi a fumetti sono usciti durante la settimana, quali riviste di movimento teniamo in scaffale, eccetera.
Bene!
M'è venuta la pelle d'oca ricevendo l'e-mai di un tipo di Chieti che suonava più o meno così:
"Spero che un bambino non visiti mai il vostro sito, sarebbe un piccolo dramma. Non sono credente e non mi trovo d'accordo con alcune posizioni della chiesa. Ma più che fare controcultura, voi siete contro il buon gusto".
Image Dico... Lo spazio dedicato alle realtà gay è STRASEGNALATO. Le immagini scelte, sono tra le più castigate (anche quelle del grande Tom of Finland)e la maggior parte delle illustrazioni portano la firma di artisti del calibro di Ralf Konig e Howard Cruse, fumettisti gay di grande raffinatezza.
Le poche foto di orsi sono tra le più caste in circolazione... Insomma! Image
Il cattivo gusto in cosa consisterebbe? Nell'esistere? Nell'occuparsi di una determianta realtà e nel comunicarlo attraverso una rappresentazione mediatica assolutamente legittima?
Sarà che la nostra libreria appare principalmente come una fumetteria, e come molti illusi pensano ancora oggi, il fumetto è "roba da bambini". Vai a spiegare a certa gente che Will Eisner è stato un genio, che Frank Miller è lontano anni luce dalle atmosfere fiabesche Disneyane, che oggi anche tra i supereroi appaiono delle coppie gay... Insomma, che il mondo cambia e non sempre in peggio, se Dio vuole.
Questa email inutile, in perfetto stile MOIGE, mi ha davvero irritato. Costui si presenta a casa nostra (virtualmente) non per muovere una legittima critica, ma con un insulto bello e buono che svela un atteggiamento di fondo. L'insensata protezione del bambino dalle presunte scabrosità del mondo esterno con la semplice soluzione della censura.
Certo! Il bambino è sempre solo... parcheggiato, come poco più di un animale domestico, davanti alla TV, davanti al computer, nei suoi giochi quotidiani. Solo come un cane, senza un adulto che vigili, che gli spieghi cosa vede, che filtri le asperità del mondo con l'esperienza, l'affetto, la presenza. Gli adulti, si sa, hanno cose più serie a cui pensare. Esaurita la responsabilità di nutrire il bimbo, di vestirlo, di pagare la scuola perché lo (?) istruisca, non resta (si direbbe) gran che da fare. Rimane il problema dei foruncoli sul gran sedere del pianeta o di quanto è considerato tale. Di conseguenza, per non rinunciare a un programma genitoriale così minimalista, è opportuno schiaffare su tutto una gran bella foglia di fico.
Complimenti! Che altro dire? E meno male che non era credente. Se no ci avrebbe spedito seduta stante al rogo.
Mah! Image
Da un paio d'anni ho messo on line il sito della libreria del mio compagno (www.altroquando.org). Una bottega alternativa assai curiosa, in parte edicola, in buona parte fumetteria, in parte punto vendita di cd etnici e libreria di controcultura, con tanto di spazio dedicato alla realtà gay.
Il sito da me ideato è strutturato in stanze che presentano ogni linea di prodotti trattati in base al tema. Navigando è possibile sapere quali prodotti trattiamo, quali volumi a fumetti sono usciti durante la settimana, quali riviste di movimento teniamo in scaffale, eccetera.
Bene!
M'è venuta la pelle d'oca ricevendo l'e-mai di un tipo di Chieti che suonava più o meno così:
"Spero che un bambino non visiti mai il vostro sito, sarebbe un piccolo dramma. Non sono credente e non mi trovo d'accordo con alcune posizioni della chiesa. Ma più che fare controcultura, voi siete contro il buon gusto".
Image Dico... Lo spazio dedicato alle realtà gay è STRASEGNALATO. Le immagini scelte, sono tra le più castigate (anche quelle del grande Tom of Finland)e la maggior parte delle illustrazioni portano la firma di artisti del calibro di Ralf Konig e Howard Cruse, fumettisti gay di grande raffinatezza.
Le poche foto di orsi sono tra le più caste in circolazione... Insomma! Image
Il cattivo gusto in cosa consisterebbe? Nell'esistere? Nell'occuparsi di una determianta realtà e nel comunicarlo attraverso una rappresentazione mediatica assolutamente legittima?
Sarà che la nostra libreria appare principalmente come una fumetteria, e come molti illusi pensano ancora oggi, il fumetto è "roba da bambini". Vai a spiegare a certa gente che Will Eisner è stato un genio, che Frank Miller è lontano anni luce dalle atmosfere fiabesche Disneyane, che oggi anche tra i supereroi appaiono delle coppie gay... Insomma, che il mondo cambia e non sempre in peggio, se Dio vuole.
Questa email inutile, in perfetto stile MOIGE, mi ha davvero irritato. Costui si presenta a casa nostra (virtualmente) non per muovere una legittima critica, ma con un insulto bello e buono che svela un atteggiamento di fondo. L'insensata protezione del bambino dalle presunte scabrosità del mondo esterno con la semplice soluzione della censura.
Certo! Il bambino è sempre solo... parcheggiato, come poco più di un animale domestico, davanti alla TV, davanti al computer, nei suoi giochi quotidiani. Solo come un cane, senza un adulto che vigili, che gli spieghi cosa vede, che filtri le asperità del mondo con l'esperienza, l'affetto, la presenza. Gli adulti, si sa, hanno cose più serie a cui pensare. Esaurita la responsabilità di nutrire il bimbo, di vestirlo, di pagare la scuola perché lo (?) istruisca, non resta (si direbbe) gran che da fare. Rimane il problema dei foruncoli sul gran sedere del pianeta o di quanto è considerato tale. Di conseguenza, per non rinunciare a un programma genitoriale così minimalista, è opportuno schiaffare su tutto una gran bella foglia di fico.
Complimenti! Che altro dire? E meno male che non era credente. Se no ci avrebbe spedito seduta stante al rogo.
Mah! Image
Parliamo di WOOF!

Da qualche parte si deve pur cominciare... Visto che ogni volta è un casino presentare me e l'attività che svolgo già da qualche anno, mettiamo nero su bianco una delle cose a cui tengo di più. La piccola rivista autoprodotta, insieme al mio compagno, lo straordinario Salvatore, che risponde al nome di...
WOOF! - PER UNA CULTURA DEGLI ORSI
Il concetto è semplice, ma in tanti faticano ancora ad accettarlo. La bellezza non è una regola. E' un'emozione. Qualcosa di intimo e soggettivo che ti fa cantare il cuore, per passione, amore o anche semplice simpatia. Per ORSO, qui s'intende un uomo peloso, massiccio, a volte grasso e spesso non giovanissimo. Una tipologia maschile decisamente alternativa ai cliché che vogliono i gay glabri, snelli, sempre giovani e palestrati come fotomodelli. Esiste una grande massa di omosessuali che amano gli orsi, e vivono in tutto il mondo. Esistono gli orsi gay, omosessuali dall'aspetto nerboruto e virile, barbuti, rozzi, di frequente anche obesi. Dal Belgio, il movimento Girth and Mirth (Larghezza e Allegria) ha iniziato a diffondere per il mondo la cultura degli orsi, l'orgoglio di chi è diverso tra i diversi, affinché anch'essi e quanti sono attratti da loro possano riunirsi, sentirsi al sicuro, rispettati, amati. ALTROQUANDO da qualche anno ha dato vita a un movimento locale che riprende la filosofia ursina. Lo ha fatto dando vita a un sito web chiamato "PORTO ORSO" (www.portorso.net) e una fanzine (cioè una rivista autoprodotta) intitolata WOOF! (dal verso d'intesa che gli orsi hanno adottato a livello internazionale).
PORTO ORSO non è un'associazione e non è un club. E' un'iniziativa, gestita da una libreria che ha fatto della controcultura (e quindi anche della cultura Gay) una delle sue principali attività. Il sito www.portorso.net si articola su molti canali della cultura ursina, spaziando dall'immagine, all'eros, all'arte tematica, alla fiction, agli annunci personali, all'informazione.
L'Orso, orgoglioso di essere gay, è un uomo naturale, contento della propria età, del proprio corpo e dei propri peli; si pone agli altri senza artifizi, così com'è. E' simpatico, gioioso e ama stare in branco.
La fanzine ursina, principale attività degli orsi siciliani, si chiama "Woof!". Una fanzine gay interamente dedicata alla cultura ursina e prodotta dalla libreria AltroQuando di Palermo. "Woof" è il verso d'intesa che gli omosessuali corpulenti e irsuti, detti "orsi", hanno ormai adottato in tutto il mondo. La rivista, trimestrale e completamente gratuita, si propone di documentare le peculiari forme espressive che la comunità ursina è andata producendo negli anni. Grafica, foto, narrativa e altro, tracciando il percorso per un'estetica tutta nuova e spesso bistrattata. Molti i riferimenti a Internet e alle risorse per orsi disponibili in Italia e all'estero. "Woof!", piccola rivista autoprodotta, vuole essere un mezzo di diffusione per una realtà gay che in Sicilia ha finora avuto poco spessore, e un punto di partenza per la costituzione di una comunità ursina locale. Dopo cinque anni di affettuosi consensi, "Woof!" è ormai una piccola istituzione della realtà gay bear nel nostro paese. La fanzine può essere ritirata gratuitamente anche presso molte librerie gay (o gay friendly) italiane.
Benvenuti, dunque, orsi e cacciatori. "Woof!" siete voi. E se avete qualcosa da dire, a partire da oggi avete un interlocutore in più. Un facile referente internautico. WOOF! vi apre le braccia e le sue pagine.
giovedì, dicembre 01, 2005
Un "Coso" chiamato Perdido

Una biografia semiseria ... per i più curiosi.LE ORIGINI

Perdido (ha scelto il suo nick in omaggio a un famoso brano jazz) nasce a Palermo il 28 settembre 1963. Il bambino (che alla maniera di Oskar Matzerath, il protagonista de "Il tamburo di latta" di Günter Grass, ancora oggi si rifiuta di crescere) dimostra subito
di collocarsi al di fuori, o quanto meno ai margini, del genere umano. Tutto fa pensare che si tratti di una creatura mutante. Parla con personaggi invisibili, mangia il sale a cucchiaiate, disegna su qualsiasi superficie, dimostra un’impressionante resistenza alle temperature rigide e una goccia del suo sudore basta a corrodere i corpi solidi con la stessa forza del sangue di Alien. Non appena impara a scrivere comincia a riempire quaderni con improbabili novelle
poliziesche. Rifiuta categoricamente di leggere i libri che la mamma tenta di sottoporre alla sua puerile attenzione (George Sands: "La piccola Fadette") e s’immerge nella lettura maniacale dei fumetti. L’Uomo Ragno diventa il suo migliore amico e gli X-Men la sua famiglia. Si manifesta così la costante fuga dalla realtà che sarà peculiare della sua vita futura. Non mostra alcun interesse per le ragazze. Anzi, sviluppa sempre di più l'estetica degli orsi, cioè una passione erotica per gli omoni grassi e pelosi. Attitudine che in futuro segnerà una svolta importante nella sua esistenza, interamente caratterizzata all'insegna dello strano e dell'insolito.
LA SCUOLA

A scuola le cose non vanno molto bene. Il bambino è presto isolato dagli altri marmocchi, tutti assorbiti dal gioco del pallone e dalle prime fantasie sessuali. Perdido passa le giornate a disegnare. Inventa personaggi suoi e produce dei veri e propri fumetti. S’iscrive, dunque, al Liceo Artistico di Palermo. Una scuola fatiscente, avvilente, quasi fantasma, che plasmerà in modo definitivo il suo carattere di sognatore. Per sopperire alle deficienze della struttura, i giovani artisti sono costretti a inventarsi una scuola di giorno in giorno. Tra maschere di
cartapesta e ritratti su sagoma dell'Io interiore a grandezza naturale, si forgiano i bohemienne di domani. Uno di loro sarà Perdido. Sui banchi del liceo, il suo hobby di sceneggiare e
disegnare albi a fumetti diventa argomento di studio. Alla fine degli anni settanta produce due serie di fumetti splatter ("La frusta" e "Uccelli") parodia del cinema horror di quel periodo. A scuola il suo lavoro è apprezzato nonostante la violenza estrema di alcune scene (Vatti a
nascondere, Dylan Dog!). Disegna anche una personale versione dei tarocchi e impara a leggerli scatenando nella scuola una psicosi da veggente.
In collaborazione con alcuni compagni di liceo, scrive le canzoni e il canovaccio per il musical "Il Mirabolante Mago di Oz". Niente a che vedere con il film del 1939 interpretato da Judy Garland. Il copione sembra più che altro una variazione su "Hellzapoppin". L'estate seguente lo spettacolo è "rappresentato" a sorpresa alla stazione di Cefalù, località turistica siciliana dove gli studenti si trovano a campeggiare. Chitarre, balletti e canti si scatenano in prossimità dei binari. Impiegati delle ferrovie e viaggiatori in partenza applaudono divertiti l'inaspettato show.
IL PALCOSCENICO

Perdido si diploma nel 1982. Nello stesso anno è catapultato per puro caso nell’ambiente teatrale. E’ la fine. La passione per l'arte divampa senza speranza. Scrive diversi lavori drammatici. Frattanto si dà da fare per formare un proprio gruppo teatrale. E’ l’anno del
diploma, ma in qualche modo riesce nell’ardua impresa e fonda "L'Anonimo", la sua prima compagnia di giovani attori. Sempre nel 1982 porta sulla scena l’atto unico "Barabba Libero". Lo spettacolo è rappresentato nel periodo pasquale e molta gente, dato il titolo infelice, lo scambia per una sacra rappresentazione. In realtà è una riscrittura in chiave surreale del dramma politico "Aspettando Lefty" dello scrittore Clifford Odets (ma al tempo dei fatti, il nostro eroe non l’avrebbe ammesso neanche sotto tortura). "Barabba Libero" segna la prima collaborazione di Perdido con il gruppo musicale Agricantus (non ancora votato alla World Music) che firma le musiche originali dello spettacolo. Il successo è discreto, ma accade l’imprevisto. Il contenuto ingenuamente sinistrorso dell’atto unico, suscita le ire di alcuni estremisti di destra. Il teatrino dove lo spettacolo è stato rappresentato riceve messaggi minatori. Compaiono persino delle croci uncinate dipinte sui battenti e i gestori chiudono la porta in faccia al nostro amico quando tenta di proporre loro una nuova commedia. La
compagnia è allo sbando, ma Perdido non si dà per vinto. Nel 1983 fonda il suo nuovo gruppo: "Teatro Visione". Scrive un dramma: "L’ampio cammino", basato sulla figura del cantautore cileno Victor Jara, e lo rappresenta al Teatro Europa di Palermo. Nel ruolo del protagonista c’è Pippo Pollina, giovane cantautore siciliano, oggi assurto agli onori della cronaca dopo i successi in Svizzera e in tutta Italia.
Anche la seconda compagnia, però, ha vita breve. Rimasto solo, Perdido s’inserisce come aiuto regista nella compagnia stabile del Teatro Europa e partecipa alla produzione di svariati spettacoli. Il suo ruolo in seno alla compagnia è dei più ambigui. Fa l'aiuto regista, l'attore, il trovarobe, il suggeritore, il buttafuori, il fonico, il siparista, il segretario. Sta persino al botteghino e al bar. Intanto, il suo lavoro "L’ampio cammino" è ridotto per la radio e trasmesso da Rai Tre. L’esperienza è costernante. Il dramma è mandato in onda alle ore 15 del giorno dei morti. In Rai, un tecnico commette un errore e sfuma la pièce prima del finale. Più tragico di così!
GLI STUDI E IL LAVORO

Intanto, il nostro eroe si è iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia e si sente un pesce fuor d’acqua. La pesante eredità del Liceo Artistico si fa sentire. Sostiene un solo esame (Storia delle tradizioni popolari). Poi decide di cambiare aria. Nel 1986 svolge il servizio civile presso un ente ecologico di Reggio Calabria: Kronos 1991. Partecipa a campi-lavoro operando come forestale sugli incendi boschivi in Calabria e in Basilicata. Delle lotte contro il fuoco ricorderà sempre la pioggia d'insetti che investe il pompiere quando i cespugli bruciano. Ragni, mantidi e altre creature aliene grosse quanto un pugno che gli zompano addosso e lo fanno sentire un piccolo Indiana Jones. In questa fase della sua vita inizia a scrivere seriamente lavori di narrativa, producendo prevalentemente racconti brevi.
Espletato il servizio civile, frequenta la facoltà di Giurisprudenza per due anni. Le cose sembrano andare meglio. Ma non dura. Dopo un esame di Istituzioni di diritto romano, durante il quale per poco non viene alle mani con un docente imbecille, decide che l'Università non fa per lui. Svolge dei corsi di avviamento professionale. Diventa programmatore, operatore terminalista e guadagna un attestato di dattilografia. Impara a disegnare servendosi del computer e da allora non ha più smesso. L'ironia della sorte vuole che i suoi disegni elettronici vengano spesso scambiati per clip art. Cosa che lo fa incazzare parecchio. Nello stesso periodo scrive qualche articolo su un giornale di parrocchia e inizia a pensare che il lavoro di cronista potrebbe fare per lui.
Frattanto, il Teatro Europa ha chiuso. Perdido torna a calcare le tavole nell'ambiente filodrammatico. Con la compagnia "La Giara" realizza nel 1990 due atti unici di Dino Buzzati: "Le finestre" e "Drammatica fine di un noto musicista". L’anno dopo, con la stessa compagnia, mette in scena "L’amore che passa" di Joaquin e Serafin Alvarez Quintero. In questa occasione, stravolge pesantemente il testo (delicato e triste, quindi inadatto a un gruppo di giovani dilettanti) e lo trasforma in una farsa demenziale con molte allusioni erotiche.
Il pubblico gradisce lo spettacolo, ma i capi storici del gruppo no, e anche stavolta, il nostro eroe deve far fagotto. Nel 1993 si iscrive all’università per la terza volta. Il corso è quello per il Diploma Universitario in Giornalismo, presso la facoltà di Scienze della Formazione. Come tutte le lauree brevi, il corso non ha futuro. Tanto più che l’ordine dei giornalisti non gli riconosce alcun valore. Perdido stringe i denti. Nell’ambito di un corso di Sociologia della Comunicazione, aiutato da una simpatica docente abruzzese, esegue una ricerca sul territorio e scrive un saggio sociologico sul fenomeno fumettistico del momento: Dylan Dog. Il lavoro gli vale un trenta con lode, ma il corso è destinato a naufragare, e con esso le speranze universitarie del protagonista.
IL GIORNALISTA

Nel 1994 comincia a lavorare come cronista a Teleregione, emittente palermitana. La redazione è in realtà il set di una situation comedy (che a tratti si trasforma in un film di David Lynch). Perdido ci lavora piuttosto a lungo, facendosi le ossa nel settore e realizzando servizi che spaziano dalla cronaca nera alla politica, dallo spettacolo all’attualità. L’emittente naviga, però, in cattive acque. Già tira aria di fallimento. L’auto messa a disposizione dei cronisti (una vecchia Ritmo sgangherata) fa cilecca troppo spesso. Una di queste volte il motore si allaga di benzina, la macchina per poco non s’incendia e il nostro eroe rischia la vita come un vero corrispondente di guerra.

L’emittente chiude. Dalla televisione, Perdido emigra sulla carta stampata. Scrive sul settimanale messinese Centonove e sulle pagine regionali del mensile Campus. Su quest’ultimo vengono pubblicate anche alcune vignette con la sua firma. Nel 1999
porta a termine il suo primo romanzo: "Rubrum", una saga fantasy-pulp.
E' il momento in cui nella sua vita compare il suo primo vero amore.

E' un uomo, ha la barba grigia, un caratterino dirompente e trasgressivo. Si chiama Salvatore, ed è titolare di una fumetteria conosciuta come "AltroQuando" che si presenta anche come bottega di controcultura. Insieme fondano WOOF! rivista autoprodotta rivolta al mondo gay che celebra la figura maschile matura e sovrappeso. Da qualche anno lavora nella fumetteria del suo compagno e ha ripreso a scrivere e disegnare fumetti.
E adesso? ...La storia continua.
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